[Leggi anche: il servizio di consulenza e terapia online]
D: Come nasce la terapia online? È un sintomo dell’invadenza della tecnologia?
È stata soprattutto la risposta a problemi concreti, come abbiamo visto in tre precisi momenti storici.
Già all’inizio degli anni ’10 del 2000 mi capitò di rispondere a richieste di supervisione che venivano da colleghi che lavorano in altri Paesi. Quando nuove esigenze richiesero di rendere più flessibili i nostri setting, ci trovammo a sperimentare forme di colloquio clinico in remoto.
Alcune di queste ragioni sono legate probabilmente alla crisi finanziaria del 2008: cominciarono a presentarsi situazioni in cui consulenze e psicoterapie condotte “in presenza” rischiavano di interrompersi perché il lavoro imponeva vincoli più severi: il paziente non aveva più la possibilità di chiedere permessi sul lavoro o veniva trasferito in un’altra città. Pensare al supporto dei media nella relazione terapeutica era necessario. Insieme, accadeva che la generazione che si affacciava sul mondo del lavoro o che mirava a maggiori possibilità di realizzazione a volte lasciava l’Italia per andare a vivere in altri posti, in Europa o in altri continenti.
Chi vive all’estero, magari perfettamente bilingue, quando chiede un aiuto psicologico il più delle volte chiede di poter parlare di sé nella lingua in cui ha cominciato a dar nome alle proprie emozioni. Nella lingua madre, insomma.
Dunque la terapia online cresceva non perché fosse trendy, ma per modificazioni sociali e culturali importanti.
Dal 2020 questa pratica ha conosciuto una espansione formidabile e una maggiore accettazione da parte dei clinici che erano più sospettosi. La pandemia di Covid-19 richiedeva di evitare la vicinanza fisica in stanza di terapia e nelle sale d’attesa era lo scopo.
In quell’anno lavoravo nello studio di Brescia e poco dopo l’esplosione dei casi lombardi tra febbraio e marzo prendemmo l’iniziativa di concordare con i nostri pazienti di spostarci sulle piattaforme di videochiamata (la storia è raccontata in questo articolo). Pochi giorni dopo arrivò l’Ordinanza 514, punto 11, della Regione Lombardia (22 marzo): “Sono chiuse le attività degli studi professionali salvo quelle relative ai servizi indifferibili e urgenti o sottoposti a termini di scadenza”.
Gli psicologi che avevano già esperienza di lavoro in remoto operarono il passaggio alla nuova modalità senza fatica, molti altri si riorganizzarono efficacemente.
D: Questo significa che è sempre una risposta a situazioni estreme?
No, significa che attraverso quelle situazioni estreme abbiamo imparato a familiarizzare con una nuova modalità di lavoro e a considerarla altrettanto utile che quella “tradizionale” (lo dicevano le ricerche, ma lo diceva soprattutto la nostra esperienza). Abbiamo pensato possibile una relazione terapeutica (individuale, di coppia, familiare) che nasca direttamente online e non come supporto a una presa in carico in studio.
È possibile provare questo strumento non solo per ragioni di tempo e organizzazione, ma nel caso si desideri chiedere aiuto, ad esempio per ragioni di competenze specifiche, a un determinato clinico che lavora in un’altra città.
Da parte del/della psicologo/a, questo richiede di apprezzare gli elementi di continuità con la terapia che conoscevamo, ma anche la differenze profonde fra i due contesti.
D: È necessario un incontro in presenza per partire?
All’inizio dell’esperienza della presa in carico online usavo mettere la condizione di un incontro in studio all’inizio o dopo un certo numero di sedute online. Si è evidenziato nel tempo che – laddove ci siano le possibilità – incontrarsi in studio a un certo punto del percorso può essere certamente una buona esperienza, ma la riuscita e la validità della terapia non sono per nulla limitate se l’incontro “in presenza” non è possibile.
D: È possibile fare in remoto terapia di coppia? E della famiglia?
Sì. Lavoriamo regolarmente con coppie e con famiglie anche piuttosto numerose. I membri della coppia o della famiglia possono trovarsi tutti insieme davanti alla stessa webcam o in posti diversi, ciascuno con il proprio dispositivo.
D: È vero che nella terapia online manca la comunicazione non verbale?
No, e anzi per definizione non è possibile. Questo è un punto di vista che nasce dal fatto che i clinici, abituati a un set di elementi non verbali che erano abituati a “leggere” nei loro studi, si sono trovati immersi in contesti da cui imparare a ricavare informazioni.
D: Come si fa a instaurare una vera relazione terapeutica senza la presenza del corpo?.
Il corpo c’è sempre. È nel modo in cui stiamo davanti alla webcam, è nel linguaggio, è nella voce. È nel modo in cui stabiliamo assemblaggi coi nostri strumenti digitali.
Questo naturalmente dipende in misura importante dalla teoria di riferimento del/della terapeuta: ogni teoria ha una sua visione del corpo, e la mia non lo vede separato dal contesto e dal medium che lo connette ad altri corpi e ad altri soggetti.
Quali caratteristiche deve avere un/una paziente per una terapia online?
L’esperienza dice che una particolare categoria diagnostica, o una particolare configurazione di coppia, o un particolare livello di conflittualità, non costituiscono da soli indicazione o controindicazione per la scelta di una presa in carico online.
Sta dunque alla sensibilità e all’esperienza del professionista valutare i pro e i contro di questa scelta caso per caso. Come per qualunque altra scelta clinica.
Quali caratteristiche e competenze deve avere un/una terapeuta per una terapia online?
Se il/la professionista pensa che l’online sia una dimensione inautentica, o mancante di qualcosa, probabilmente farà fatica a dare valore ad uno scambio mediato dalla macchina. Se ha, da una parte, un’esperienza di scambio emotivamente significativo e, dall’altra, una teoria sulla relazione mediata dal digitale, l’esperienza sarà in grado di avere un senso e di costruirne.