Psicologia & psicoterapia

Il clinico e il suo modello
“Teorie attaccapanni”: crisi e creatività nella formazione del terapeuta sistemico

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I’m just like Anne Frank, like Indiana Jones
And them British bad boys, The Rolling Stones
I go right to the edge, I go right to the end
I go right where all things lost are made good again
I sing the songs of experience like William Blake
I have no apologies to make
Everything’s flowing all at the same time
I live on the boulevard of crime
I drive fast cars, and I eat fast foods
I contain multitudes.

Bob Dylan, “I Contain Multitudes”
.  

Chi avesse letto negli ultimi mesi la serie di articoli con considerazioni mie e di colleghi che stimo su certe questioni teoriche attuali, forse ricorda che ho fatto riferimento all’approccio “epigenetico”. Ci torno su perché è una questione interessante anche al di là di quella discussione.
Premetto che nel modo in cui penso al concetto potrei averci messo del mio. Cercherò comunque di farmi capire da addetti e non addetti, e a questo scopo imbastirò un percorso un po’ contorto che passa per un noto e diffuso complemento d’arredo e per la storia della mia formazione (il fatto che sia la mia ne fa l’unico esempio che posso portare con una certa cognizione di causa).
Da tutto questo la cura della parola potrebbe emergere come una pratica che si avvicina a una sorta di esperienza artistica. Suonerà piuttosto strano in tempi in cui la narrazione egemone dice che le sole terapie utili sono quelle che rispondono a criteri evidence based, cioè basati su prove scientifiche. Che non è completamente vero: è vero semmai che esistono terapie che si prestano meglio di altre ad essere misurate con i metodi della ricerca quantitativa, e che i metodi della ricerca quantitativa si prestano meglio a misurare quelle terapie che altre, e dunque a dar loro i necessari crismi dell’efficacia dimostrata scientificamente. Altre pratiche di cura hanno funzionamenti più complessi e meno oggettivabili, e anche modi più problematici di definire cosa sia utile ed efficace. E quella complessità può essere colta meglio con altri criteri di analisi. In generale sotto l’etichetta di metodo qualitativo, indichiamo modi, complementari al metodo quantitativo, che aprono altre vie per la ricerca in psicoterapia. Sono modi che hanno una loro storia e un loro rigore, che descrivono processi prima che confrontare risultati. Ma questo non è il tema di questo articolo, sebbene col tema c’entri e sia di grande importanza: dunque vi prometto che ci tornerò in un’altra occasione.
Ma dicevamo: di cosa parliamo quando parliamo di prospettiva “epigenetica”?

Contro l’integrazione (e contro il purismo)

Guardo con grande interesse alle svariate vie lungo le quali si sviluppa l’approccio sistemico, alla molteplicità di versioni che ne nascono nelle stanze e nelle pratiche dei colleghi. Guardo con gratitudine al modo in cui tanti clinici, sia più esperti sia più giovani di me, interpretano un modo di lavorare che non s’impone come una dottrina ma si propone come una cornice da riempire nell’incontro con l’unicità di tante storie e nell’esercizio della responsabilità etica ed epistemologica del singolo clinico.
Mi rimanda a quello che dissero Luigi Boscolo e Paolo Bertrando in un libro importante nella letteratura del Milan Approach (Terapia sistemica individuale, 1996). Secondo questi autori, il/la terapeuta non costruisce consapevolmente il proprio modello integrando pezzi di teorie, o sostituendoli secondo un criterio di utilità, sebbene a volte possa raccontarla così. Il suo modello prende forma dalle idee che, consapevolmente o meno, ha accolto e sedimentato nella sua storia personale e professionale.

Credo che la condizione rizomatica di questo approccio alla terapia sistemica, questo porsi come un divenire e mai come un oggetto finito, il suo evolvere in mille percorsi nei mille angoli della periferia — e non più, non solo, fra le mura di una scuola — sia la ragione principale per cui a una parte del mondo sistemico piace parlare di approccio anziché di modello. Non per un vezzo formale, ma per l’impossibilità di reificarlo e pensarlo come un oggetto.
Quella di Luigi Boscolo, grande protagonista della stagione della sistemica di Milano, è una storia bellissima, che parte con un quartetto di clinici (lui stesso, Mara Selvini Palazzoli, Gianfranco Cecchin e Giuliana Prata) che alla fine degli anni ’60 abbandonano la pratica della psicoanalisi per abbracciare la teoria sistemica e un modo di lavorare completamente nuovo. O almeno così l’hanno raccontata per parecchi anni.
Quando Boscolo propose, con Paolo Bertrando, di rileggere a posteriori tutta la faccenda, era per segnalare che in questa storia di scegliersi le teorie c’era un equivoco, e che quell’equivoco sosteneva un ingenuo errore epistemologico e a sua volta ne era sostenuto. I Maestri di Milano avevano costruito un nuovo modo di lavorare sulla pretesa illusoria che le idee fossero montabili, smontabili, sostituibili, che si potesse scegliere sotto la guida della finalità cosciente un’idea perché era ritenuta “migliore”. Boscolo prese atto invece che le idee e le teorie del terapeuta si stratificano: non solo non butta via le idee precedenti, ma nemmeno sceglie intenzionalmente le idee nuove per utilizzarle in via esclusiva. Tanto che qualunque forma di purismo teorico — ammesso che sia desiderabile — è da ritenersi impossibile.

Quelle idee si sono stratificate nel corso della vita e delle esperienze. Di esse il terapeuta prende atto e si assume la responsabilità. E sottolineerei la parola responsabilità, giacché non si parla di una scelta confortata dall’intenzionalità cosciente con lo scopo di avere strumenti ritenuti più affinati (“sono sistemico, ma uso la psicoanalisi per capire l’intrapischico”; “mi serve l’EMDR perché è una tecnica scientificamente riconosciuta ed è rapida”). Quella semmai si chiama integrazione, ed è una pratica rispettabile che molti colleghi esercitano e talvolta insegnano.
La posizione del terapeuta epigenetico, invece, è una posizione personale: “le mie lenti sono le teorie che ho appreso — quelle che mi hanno appassionato e anche quelle da cui mi sono distaccato; sono gli incontri che ho avuto, sono i romanzi, i film, le canzoni, le espressioni artistiche che hanno reso migliore la mia vita; sono le storie familiari che ho ascoltato in casa; sono le teorie, sono tutte le narrazioni sul mondo da cui mi sono lasciato attraversare. Ogni cosa vista è vista da qualcuno attraverso delle premesse, e dunque io sono quel qualcuno e queste sono le mie premesse; il mio modello, alla fine, sono io”.
Tutt’altro che una forma di sincretismo e di eclettismo guidati dalla finalità cosciente: sento di non esagerare se la definisco una scelta d’amore.
La metterei così: se il bisogno di integrazione risponde alla cognizione che, per la razionalità finalizzata che legge il mondo, una teoria è insufficiente da sola — dunque da un senso di incompiutezza a cui riparare — un processo epigenetico nasce dalla constatazione che siamo tante cose insieme: che, per dirla col poeta Walt Whitman, siamo contraddittori, conteniamo moltitudini.
La necessità di integrazione è un luogo comune piuttosto ricorrente nella clinica, ma ritengo che ingombri più ampiamente del necessario in particolare il campo sistemico milanese. Credo che questo abbia precise ragioni storiche ma anche qui, ahimè, devo chiedervi di pazientare finché non avrò il tempo di stendere un altro post. Voglio dire però che quando uscì quel libro pensai che per i terapeuti sistemici era il momento di ballare nelle strade per festeggiare la liberazione dalla retorica dell’“integrazione”,

Così guardo i miei colleghi, ascolto i loro racconti, i loro ipertesti di idee e linguaggi a volte eleganti e complessi, altre volte più artigianali. A volte li trovo vicini alla mia sensibilità — tanto da essermi di ispirazione in alcuni casi — e altre volte più estranei; ma di ciascuno di essi non posso che parlare con rispetto, giacché nascono dall’assunzione della molteplicità di quel bagaglio che il clinico porta con sé, in parte scelto, in parte no, in parte consapevole, in parte implicito. Fatto di esperienze stratificate nella propria formazione (medica, psicologica, letteraria, sociologica, politica…), di storie dalla propria biografia, di passioni personali (narrazione cinematografica, teatro, romanzi, musica, fisica…), di terapie personali, di professioni precedenti e chissà di quanto altro ancora. Tutto questo in qualche modo tenuto insieme da quella struttura leggera che si costruisce durante la formazione sistemica, ma che senza la biografia del clinico è un attaccapanni vuoto. Elegante, ampio, ma vuoto.

La sistemica come “teoria attaccapanni”

Quello che una scuola di psicoterapia dà ai terapeuti che in essa si formano è di solito, insieme a un sistema teorico, un armadio fornito di abiti. Da una scuola a un’altra certamente cambia la foggia e lo stile degli abiti — possono essere all’antica o di concezione più moderna, possono essere eleganti o sportivi — ma anche una maggiore o minore licenza di cucirseli addosso su misura, di cambiarli con altri, di fare abbinamenti più o meno fantasiosi. In effetti anche la plausibilità degli abbinamenti sottostà a criteri che cambiano essi stessi da una scuola all’altra, perché ogni scuola ha anche una sua “estetica”, diciamo così.

La formazione sistemica — come l’ho conosciuta da allievo al Centro Milanese, come la penso da insegnante — è un po’ diversa. La teoria sistemica non è una dotazione di abiti: è un attaccapanni. Questo era spesso causa di grandi crisi nel percorso di parecchi allievi: io la chiamavo “la crisi del secondo anno”, perché più o meno arrivava poco prima della metà del percorso di formazione. Un momento in cui avevano fatto abbastanza strada da farsi un’idea di dove andava a parare (a volte avevano l’impressione di essere vestiti esattamente come prima di entrare!) e in cui non era ancora troppo tardi per domandarsi “sono sicuro che sia la mia strada? Che qui troverò degli abiti che mi piacciano e mi siano utili?”.
Di solito in quel momento gli allievi guardavano i colleghi di altre formazioni andare in giro per la professione coi loro abiti nuovi addosso. Abiti caldi e confortevoli che li mettevano al riparo per i tempi peggiori, abiti talvolta di lusso che suscitavano l’ammirazione di passanti e clienti perché segnalavano uno status conquistato di professionisti rispettabili e di successo. E invece loro continuavano a contemplare il proprio attaccapanni… vuoto. Bello era bello, eh. Raffinato, sì, ma a cosa serve un attaccapanni se non sai cosa appenderci?

La sistemica è un struttura formale utile per descrivere processi, ma su cui “appendere” dei contenuti che ne facciano una pratica clinica (credo sia qualcosa di simile a quello che intendeva Bertrando nel 2002 parlando di “scatola vuota”). Contenuti che di volta in volta possono essere una teoria delle relazioni, la teoria dell’attaccamento, la teoria della retroazione, l’approccio strutturale, l’approccio narrativo, o la psicoanalisi, o l’EMDR per chi ne ha voglia, o una rete di tutti questi.

Un attaccapanni, naturalmente, non è del tutto neutro e informe — nulla è davvero neutro e informe. Già il fatto che gli oggetti, quando vi sono appesi, ne assumano parzialmente la forma, ha implicazioni interessanti. Essendo il nostro attaccapanni un attaccapanni relazionale, su di esso le domande assumono la forma di domande triadiche; le idee e le informazioni, i tentativi di spiegare gli eventi, producono ipotesi che hanno carattere di provvisorietà e che tengono dentro tutti i personaggi della storia. E così via.
Credo sia sempre stata la parte più complicata della formazione, quella che generava negli allievi la “crisi” di cui sopra, cioè un disagio fertile che nasceva dalla considerazione di avere un attaccapanni vuoto. Disagio che il più delle volte evolveva, magari con una grande eccitazione, nella cognizione che un attaccapanni è vincolo e possibilità. E però la possibilità di riempirlo è tanto più grande quanto più l’allievo sa trovare nella propria storia un repertorio di lenti e narrazioni. Se l’ansia da attaccapanni vuoto non ti faceva desistere, diventava prima o poi una spinta formidabile alla creatività e al pensare.

Sull’attaccapanni: abiti-pratiche, abiti-contenuto e abiti-metafora

Abiti-pratiche

“Abito” viene dal latino habĭtus –us, derivato del verbo habere, che vuol dire tante cose fra cui «comportarsi». E infatti l’abito del terapeuta è innanzitutto quello che egli fa. Le cose da appendere sono comportamenti piuttosto concreti, sono le cose “da fare” quando i pazienti entrano nello studio.
Gli abiti di cui un allievo in formazione sente più forte l’esigenza, quelli di cui soffre la mancanza quando non ci sono, sono cose molto pratiche. “Cosa devo fare ora?”, “cosa dico a una persona che mi ha appena raccontato la storia del suo sintomo?”, “e dopo? Quali sono le azioni previste per farla stare meglio?”, “quando chiudo la terapia? E soprattutto, in che modo?”. È una mancanza che a volte cerca di essere colmata con la ricerca di tecniche più o meno strutturate.
Esiste da qualche tempo una tendenza a cercare formazioni parallele, fuori dall’approccio sistemico, per dotarsi di abiti-pratiche, di tecniche di risoluzione di sintomi, che fungono soprattutto da sedativo di quell’ansia. Tali sono le dimensioni del fenomano che alcune scuole decidono che quelle tecniche debbano rientrare nella formazione che offrono. Non riesco a guardare con favore tutto questo, e mi pare un modo di sterilizzare quel rizoma, di congelare quel processo epigenetico che produce biodiversità clinica.

Abiti-contenuto

Ciascuno di noi, se ci pensa, riconosce elementi ricorrenti nel proprio processo di ipotizzazione. Ciascuno di noi ha un bagaglio di narrazioni a cui attinge, un archivio di temi che lo ispirano e che sente rilevanti, che diventano il suo contributo alle storie che nascono in terapia.
Anche questa collezione di abiti cresce nel tempo e nel lavoro autoriflessivo. Quelle storie arrivano dalla vita professionale e da quella personale e familiare, arrivano dalla narrativa di cui ci siamo nutriti, stanno in quell’archivio al cui accrescimento dovremmo — almeno, una volta che abbiamo letto abbastanza libri di psicologia — dedicarci nella maniera più assidua che possiamo.

Abiti-metafora

Ciascuno di noi ha qualche immagine attraverso la quale concettualizza, a livello emotivo, la terapia. In questo caso la metafora dell’abito è una metafora di altre metafore? Sì, ahimé. È un maledetto labirinto.
È il pensiero metaforico che ci rende capaci di pensare alle cose che non si vedono e non si toccano, come la psicoterapia. Possiamo vedere i pazienti, possiamo vedere un terapeuta, la sua stanza, possiamo assistere a una seduta, ma nessuno ha mai toccato una terapia in quanto tale. Non è una cosa.
Se si domanda a un certo numero di colleghi, esperti o in formazione, “cos’è per te la terapia?”, magari non tutti sapranno rispondere senza pensarci un po’. Ma tutti troveranno una immagine che avrà una somiglianza stretta con quello che fanno nella loro stanza. Probabilmente per la maggior parte risponderanno qualcosa come “un viaggio”. E se gli si domanda “che tipo di viaggio? Un viaggio lungo? Breve? E il terapeuta in quel viaggio è il pilota? È un compagno di viaggio?”, troveremo che quello che ci diranno avrà molto a che fare con il loro modo di pensare la forma e il senso della terapia.

Il mio attaccapanni, oggi

Avendo parlato di responsabilità non posso esentarmi dal dire qualcosa in prima persona.
Quello che metto io su quell’attaccapanni sono idee che mi vengono dalla lettura dei terapeuti familiari, ci metto storie sui confini, storie sul cambiamento, storie sulla dipendenza e sull’affrancamento. Ci metto storie sull’avere voce e sul non avere voce.
Direi che un lungo e appassionante passaggio psicoanalitico che mi ha impegnato negli anni della formazione mi ha dato un vocabolario e delle idee sulla sofferenza: ritrovo tutto questo quando, lavorando con un sistema familiare, voglio stringere l’obiettivo sugli individui. D’altra parte le letture adolescenziali che mi prepararono alla scelta della facoltà di psicologia erano i casi clinici di Freud, a cui mi ero avvicinato quando avevo scoperto che i film di Alfred Hitchcock, grande passione di quegli anni, contenevano tracce di una cosa che mi dicevano chiamarsi “psicoanalisi”.
Certe espressioni di quella tradizione, come la teoria dell’attaccamento, mi sono sembrate, tanto tempo dopo, un compromesso fra l’audacia della costruzione psicoanalitica e un desiderio di rendere il mondo misurabile e prevedibile: ma quando si traducono in narrazioni sulle persone e sulle famiglie sono storie bellissime, come la metafora teatrale dei copioni familiari, che mi è spesso utile e di grande ispirazione.
Credo poi che essermi appassionato alla centralità della metafora nel linguaggio (George Lakoff è uno degli autori che mi hanno tenuto sveglio qualche notte) abbia influenzato profondamente il mio modo di vedere il mondo e le relazioni e mi abbia dato, insieme alla cognizione che il corpo — non una mente separata — è il luogo del pensiero, una certa chiarezza sul fatto che il mio modo di pensare alle relazioni e alla comunicazione fra esseri umani sta dentro qualche forma di costruttivismo.
Ancora, sul mio attaccapanni ci metto storie sulla vicinanza e la distanza, ci metto storie di salvezza e di dannazione, ci metto storie sul bisogno degli occhi dell’altro. So da dove vengono tante di quelle storie, di altre non so dire altrettanto. Ma rintraccio nella mia letteratura preferita, nei film della mia vita, nei dischi con cui sono cresciuto, un’estetica e uno sguardo sul mondo che c’entra col mio sguardo di terapeuta. E poi quando la famiglia entra nella stanza e comincio a condurre la seduta, da solo o con la mia collega accanto, comincio a immaginare tutto quanto come una jam session, una seduta di improvvisazione jazz.
Parlando di musica, ho presente come Boscolo e Cecchin ci abbiano lasciato in eredità un suono. Ho sentito spesso dire che sono stati il Verdi e il Mozart della terapia sistemica. Io li vedo come Dizzy Gillespie e Charlie Parker: per ragioni fisiche, per alcune coincidenze biografiche ma soprattutto perché hanno inventato un suono. Pensando ai Maestri, ricordo colleghi che parlavano alle famiglie assumendo una cadenza “cecchiniana”. Io sento la forte influenza di quei soli di contrabbasso, potenti e ipnotici, di Luigi Boscolo.
Poi un momento cruciale della mia formazione è stato quando, volendo capire qualcosa di più sulle storie (si parlava da anni di narrazioni in terapia, di buone storie, di riscrivere storie, ma nessuno sembrava sapesse cos’è una storia), iniziai una formazione in scrittura narrativa e con quella spinta mi avvicinai ai maggiori autori nel campo della narratologia. Una fra le scelte migliori di tutto l’arco della mia formazione, anche se non lo consiglierei ad altri per le stesse ragioni per cui non consiglierei a chiunque di comprare abiti della mia stessa taglia.

Mi accorgo di “sentire” la conversazione terapeutica in termini ritmici: sento il crescendo della seduta fino a quello che una volta si chiamava “intervento” e che oggi, come pensando a un romanzo o a un film, chiamo “finale”. In quella seduta di improvvisazione che dura anche due ore, il finale è l’ultima ripetizione del tema musicale, che esce trasformato dal fatto di essere stato suonato e risuonato da tutti gli artisti nella stanza.
Ho seguito le tracce degli isomorfismi fra due contesti di comunicazione che hanno in comune l’emergere di qualcosa che prima non c’era. Due linguaggi che peraltro hanno avuto evoluzioni parallele dentro la cultura occidentale: fra gli anni ’80 e ’90 mi appassionavo al dibattito in un campo e nell’altro, dove gli argomenti epistemologici in campo clinico risuonavano sorprendentemente con quelli di critici e musicologi nel campo del jazz. Ne parlavo qui e qui.

Come sta insieme tutto questo nella pratica clinica quotidiana? Ci sta perché c’è la relazione a tenere dentro batterie, sassofoni, film, romanzi, attaccapanni, dolori, sollievi e tutto quanto.

L’approccio epigenetico e il fantomatico “lavoro su di sé”

Mi pare che da un po’ di tempo, nella formazione, quell’“ansia da attaccapanni vuoto” sia un po’ meno incalzante. Trova infatti sollievo, molto spesso, nell’apprendimento di procedure, protocolli, tecniche. Ormai parecchi allievi fanno parallelamente delle formazioni in tecniche varie: alcune ti danno persino il sollievo di lavorare col conforto di una evidence based practice. Ce ne sono alcune molto prescrittive, addirittura ti dicono di fare cose come muovere le dita davanti agli occhi del paziente e ti spiegano esattamente che effetto otterrai facendo quella cosa. È molto confortante sapere cosa fare. E in fondo è fantastico, no? Perché soffrire più del necessario?

Il senso non è soffrire: il senso è che quella specie di spaesamento ti induce a guardarti intorno finché non hai capito dove ti trovi; finché non hai trovato una strada per andare da qualche parte. Non ci sono mappe per quel territorio, perché in quel territorio non ci è passato nessuno prima di te. Perché quel territorio sei tu.
Quell’ansia, quel disorientamento, è una parte fondamentale della formazione, perché c’entra con tre questioni importanti.

La prima questione è che quel vuoto trova un riempimento in quel processo epigenetico nel quale l’allievo investe sul conoscere le proprie lenti e sull’assumersi la responsabilità del percorso che esse disegnano.

La seconda questione è che la terapia non è solo “fare qualcosa”. Quando si resiste alla tentazione di cercare “qualcosa da fare” si realizza che si può stare in silenzio, che si può conversare, che si può fare domande — in fondo, la parte fondamentale del nostro lavoro. Una domanda è un intervento potente. Si può esercitare la curiosità clinica e pensare. Ascoltare, insomma. E fermarsi ad ascoltare è difficile, prima o poi genera un’impressione di vuoto. Ma non serve riempire sempre tutto.

La terza questione è che quegli “abiti” sono la perturbazione di un ordine, la linea di fuga dalla fedeltà alla scuola. Il tema del disorientamento appartiene all’esperienza artistica: una storia che “dice tutto” richiede un lettore passivo. Una storia che contiene delle reticenze, che contiene elementi non chiari, non definiti, produce un lettore che pensa, che ha un rapporto non passivo e non conformista col testo.
A pensarci bene, questa idea della formazione è piuttosto coerente con la nostra idea di terapia. In fondo, curare e insegnare sono due modi di aiutare qualcuno ad apprendere e ad esplorare cambiamenti, panorami nuovi. In fondo, ci sembra normale non “insegnare” ai nostri pazienti come stare al mondo, non essere direttivi nell’aiutarli a cercare strade, non sovrapporci a loro nel prenderci il merito delle buone idee e del cambiamento. Perché la formazione dovrebbe funzionare diversamente?
Quel disorientamento, allora, è elemento fondamentale della formazione perché è parte di quello che si chiama “il lavoro su di sé”. Generalmente si pensa alla parte “personale” della formazione come a una analisi o a una qualche forma di terapia. Ma i piani emotivo, biografico ed epistemologico nella formazione sistemica sono sempre compresenti. E proprio nella gestione di quell'”ansia da attaccapanni vuoto” il terapeuta in formazione sperimenta il rapporto di reciprocità in cui stanno quei tre piani.
L’ingresso della “integrazione” nei programmi di formazione di fatto sconnette l’apprendimento tecnico dal “lavoro su di sé”. Quanti, tra i fautori di qualche genere di “integrazione”, sono anche fra quelli che lamentano che nella formazione sistemica non ci sia abbastanza “lavoro su di sé”?
In questo genere di “lavoro su di sé”, in questa ricerca del proprio abito e nell’accoglienza di elementi della proprio biografia, il/la professionista segue una vera e propria linea di fuga che lo/la porta a costruire uno stile, un modo di stare nella conversazione terapeutica, e in ciò partecipa attivamente a quel divenire che è la terapia sistemica.

Attaccapanni famosi (e altri che magari lo saranno)

È esaltante ascoltare colleghi che in qualche forma d’arte trovano metafore e cornici per la terapia, che attingono a qualche genere di narrativa come a un deposito universale di storie. Valeria Ugazio lo fa nel suo scambio costante con lo scrittore Tim Parks (dove la clinica dà alla letteratura teorie su come le persone interagiscono, e il romanzo dà alla terapia e alla formazione esempi narrativi di relazioni problematiche); Pier Giorgio Semboloni con Juan Luìs Linares ha scritto La famiglia nell’opera. Metafore liriche per problemi relazionali.
Le storie cliniche di Massimo Schinco risuonano spesso di echi e riferimeneti pucciniani, e anche per lui la grande storia del melodramma è per lui un archivio di storie sull’animo umano. Il compositore lucchese è al centro di O divina bellezza… o meraviglia, il libro del 2002 che è il punto di partenza del suo percorso.
Ma il suo rapporto di terapeuta con la musica va ben oltre il riuso di storie, probabilmente anche oltre quelli che ho chiamato abiti-metafora. È come se musica e cura, più che rimandare l’una all’altra, fossero insieme dentro una cornice più grande, che rimanda al sacro batesoniano ma anche a una sua elaborazione teorico epistemologica complessa che porta avanti da anni e che è inimitabile, perché in essa parla forte la sua biografia.
Massimo Schinco è molto più musicista di me. Ha con lo strumento il rappporto intenso di chi suona in un’orchestra. Qui c’è un suo articolo molto prezioso: forse non del tutto rappresentativo della complessità della sua elaborazione, ma disegna in modo essenziale il suo ponte fra i due contesti, i cui pilastri sono esperienziali e filosofici.

Giuseppe Ruggiero, nel libro Prove d’orchestra guarda alla terapia come una orchestrazione, e parla di relazioni umane in termini di ritmo e melodia.
Pietro Barbetta cerca da sempre la singolarità del paziente, quella non raccontabile da un approccio sanitario alla vicenda umana, attraverso la letteratura. Sono passati tredici anni dal suo Follia e creazione. Il caso clinico come esperienza letteraria, ma tutto il suo lavoro intreccia cura, filosofia, arte, linguaggio.
Wolfgang Ullrich lavora da anni sulle sculture familiari, e in generale nel suo lavoro la poesia, il gioco, il teatro hanno un rapporto molto diretto con la psicoterapia. Beppe Pasini (qui nel mio podcast Korzybski) cerca nell’espressione artistica una via di senso per una relazione di cura che si svincoli dalle retoriche e dall’autoritarismo della clinica.

E il futuro? Per il futuro seguo da vicino il lavoro di giovani colleghe che parlano di terapia sistemica con la lingua dell’intercultura, della psicoanalisi, dell’improvvisazione musicale. E poi c’è la collega piemontese a cui da anni ripeto che dovrebbe finalmente scrivere quel libro su terapia, rock e letteratura americana — ma confido che un giorno succederà.
Tutte queste terapeute conducono lavori di grande spessore clinico e di sorprendente vivacità teorica, e soprattutto coi connotati della migliore originalità: perché nascono da una necessità di onorare quella molteplicità eversiva, da una urgenza che è altro da innesti, integrazioni e fuga nelle tecniche.
Buone notizie, credo.

Sono Massimo Giuliani, psicoterapeuta a L'Aquila e a Brescia e quello che hai appena letto era uno degli articoli del mio blog. Grazie per l'attenzione. Per ricevere in anteprima i miei articoli clicca qui e abbonati alla newsletter.