"La terapia spiegata" - Psicologia & psicoterapia

Spiegata facile (si fa per dire)
La terapia sistemica in 10 domande

(che naturalmente non esauriscono l’argomento,
ma danno un’idea)


1) In cosa consiste?

R: Lo psicologo o il terapeuta che segue l’approccio sistemico centra l’attenzione — che abbia a che fare con un problema della famiglia, o della coppia, o dell’individuo — sulla rete di relazioni come risorsa principale delle persone e come cornice che spiega e dà senso a quanto accade loro. Esagerando un po’: è come se non fossero le persone a “fare” le relazioni, ma le relazioni a “fare” le persone.
Se ci pensate, quando diciamo qualcosa di qualcuno parliamo sempre di una relazione. Se diciamo che un uomo è alto, una bambina è intelligente, un ragazzo è cortese, tutte queste sono descrizioni di relazioni. Alto in confronto ad altri, intelligente su una scala in cui si confronta con altri, cortese nei confronti di qualcuno. E tutt’e tre sono descrizioni dal punto di vista di qualcuno, di un osservatore — e anche descrivere è una relazione. Nessuno esiste da solo, nessuno è alto, intelligente, cortese, o depresso, ansioso, ostile, da solo. Tutte queste parole descrivono relazioni, con qualcun altro o con il mondo. E ciascuno di noi, quando agisce, lo fa dentro una rete fittissima di con-cause, interne ed esterne: emozioni, premesse personali, premesse familiari, premesse culturali, azioni di qualcun altro, pressioni di tanti genere, e di quella rete fittissima vede solo un pezzetto. È un altro modo di parlare di inconscio.

2) Dunque è nelle relazioni che si trovano le cause passate dei problemi?

R: Normalmente pensiamo che attraverso la terapia si “scoprano” cause dei problemi, e che le cause stiano in un momento passato. Ma, come dicevo più su, qui il discorso sulle “cause” si fa più complicato. Di certo il passato è importante, conoscerlo è utile per capire quel che accade nel presente. Anzi, dovremmo dire: il racconto del passato. Le cose, dicevamo, non esistono da sole, e anche quello che chiamiamo “passato” è un tempo che esiste nel racconto di qualcuno.
Ma è proprio il concetto di “causa” ad essere problematico: le relazioni sono fatte in un modo un po’ più complesso di quello che descriviamo in termini lineari quando diciamo “A ha causato B”. L’esempio classicissimo, che ci illuminava la questione quando cominciavamo a studiare queste cose, è il seguente: prendete una moglie che brontola col marito, e che attribuisce la causa del proprio brontolare al fatto che il marito si chiude in sé stesso. Il marito, dal canto suo, dirà che lui si chiude in sé stesso perché la moglie brontola continuamente. Un osservatore che guarda la relazione direbbe invece che non c’è un comportamento che è causa di un altro, ci sono due comportamenti che si incastrano alla perfezione in una dinamica costruita insieme. Se li guardiamo individualmente, ci domandiamo “perché si comporta così?”; se invece guardiamo la relazione la domanda è “come”: “come stanno insieme quei comportamenti? Come si sostengono a vicenda?”. In un certo senso, più che sulle “cause” in senso tradizionale, è una domanda sul “senso”.
Se le cose stanno così, allora la conversazione terapeutica non cerca cause, semmai esplora modi alternativi e creativi di spiegare e quindi di affrontare un problema o una crisi evolutiva, esplora altri “come”. Aiuta a vedersi parte di una dinamica complessa, a considerare le possibilità di poter cambiare quello che fa male e che sembra sempre “esterno” e invece in qualche misura ci implica. Come per la moglie e il marito di poco fa.

3) No, no, aspetta. Se qualcuno sta male bisogna trovare la causa e rimuoverla. Non è sempre andata così?

R: questa è esattamente la cura nel modello medico. È il modello del virus: si scova l’agente che causa l’infezione, lo si elimina con gli strumenti adeguati, il paziente guarisce. La psicologia e la psicoterapia soffrono da anni della tentazione di uniformarsi al modello medico, ma funzionano diversamente. Un sintomo non è un oggetto che sta da qualche parte nel cervello, è una proprietà emergente di un insieme di relazioni. È una comunicazione. È la soluzione migliore che una persona ha trovato fino a quel momento al rischio di stare ancora peggio. Non c’è niente da estirpare: c’è da ripercorrere le relazioni e le loro narrazioni, c’è da capire cosa ci sta a fare lì quel sintomo e trovare modi di vivere che non abbiano bisogno di quella presenza ingombrante.

4) Ma allora, se non è esperto di cause, di cosa è esperto un terapeuta sistemico?

R: La sua competenza è nel costruire conversazioni in cui questa esplorazione sia possibile. È nel fare domande. È nel creare le condizioni in cui, a fianco della sua esperienza e delle sue conoscenze, il cliente possa contribuire quale “esperto” della situazione che vive e del problema che sta affrontando. Si lavora tutti insieme, insomma.
Se lavora con più persone — una coppia, una famiglia — il terapeuta ci mette la propria esperienza nel coordinare diversi punti di vista, nello stare dentro al conflitto, nel saper tenere conto delle differenti prospettive anche se quelle contrastano le une con le altre. La sua competenza sta nel connettere le informazioni in modo da avere ipotesi su quello che accade e che fa male alle persone, e una volta che ne ha formulate, la sua competenza sta nel non restarci impigliato dentro. Sta nel passare a nuove ipotesi, nell’essere garante di una incessante esplorazione.
È competente sul proprio mondo di storie, sulle proprie metafore, sul metterle in comunicazione con le metafore dei pazienti. È competente nel favorire quel contesto che implica anche lo scivolamento in uno stato di coscienza in cui le persone parlano di cose ma anche di metafore. Fuori da quella stanza, chi parla per metafore o è un artista o è un matto. In quella stanza, non necessariamente.

5) Per quali problemi è indicato l’approccio sistemico?

R: La psicoterapia sistemica è indicata per affrontare problemi e sintomi che si manifestano come “individuali” — disturbi alimentari, sintomi psichiatrici, problemi scolastici, blocchi evolutivi, sofferenza emotiva in genere — e problemi più specificamente “relazionali”: crisi di coppia, difficoltà nella relazione tra genitori e figli, problemi di comunicazione.
A seconda di chi richieda la consultazione, e in base alla valutazione che psicologo e cliente/i faranno, si decide a chi si rivolgerà la consulenza: all’individuo, alla coppia, alla famiglia.

6) Quindi la terapia sistemica è possibile anche se non è disponibile tutta la famiglia?

R: Sì. Si lavora con un paziente, con una coppia, con una famiglia, avendo in mente tanti altri livelli di contesto: la famiglia allargata, le generazioni, il lavoro, il contesto culturale e sociale.

7) Perché a volte nella terapia sistemica della coppia e della famiglia lavorano due terapeuti?

R: Il lavoro in équipe è storicamente una delle caratteristiche qualificanti del lavoro sistemico. L’osservazione di quello che accade in un setting complesso come quello familiare, rispetto al rapporto terapeutico classico “uno a uno”, può giovarsi della moltiplicazione di punti di osservazione. Due terapeuti mettono a confronto i loro vissuti in seduta, le proprie percezioni, le proprie diverse ipotesi, le descrizioni del processo, e la visione che emerge dai diversi punti di vista e anche dalle loro differenze valorizza ancora di più la ricchezza delle interazioni che si svolgono.

8) Quanto dura una consulenza sistemica?

R: Originariamente la terapia sistemica consisteva in un intervento breve o breve-lungo: oggi l’esperienza ci porta ad affidarci un po’ meno ai limiti di tempo che ci imponevamo in passato, e a pensare che i tempi del cambiamento non li decide nessuno. Fanno parte delle possibilità che il sistema trova da sé, strada facendo. Così la relazione terapeutica può durare qualche mese o un anno, ma a volte anche più. Fa parte del percorso anche fermarsi ogni tanto a verificare la strada fatta e quella che resta ancora da fare (o che si intende fare).
Le sedute si svolgono a intervalli ampi l’una dall’altra. Per le coppie e le famiglie anche un mese, talvolta di più: lo spazio tra le sedute deve aiutare pazienti e terapeuta a far sedimentare le storie che emergono e a vedere cosa esse producono. Non è un tempo vuoto, non è una pausa: le idee lavorano, e lavorano anche a casa, dopo la seduta.

9) Mhhh… però un tuo collega mi ha detto cose un po’ diverse da quelle che dici tu…

R: Lo immagino. Beh, ha ragione anche lui. Va detto infatti che, come quando si dice “psicoanalisi”, quando si dice “sistemica” si fa riferimento a una costellazione di idee e di teorie che hanno fra loro somiglianze e anche differenze. Per alcune “scuole di pensiero” sistemiche, ad esempio, i problemi hanno cause riconoscibili ed è possibile prevedere azioni che vanno condotte in un modo preciso. Le differenze nelle teorie corrispondono a differenze, spesso profonde, nel modo di vedere il mondo. La differenza fra due terapeuti non è come la differenza fra due dentisti, mettiamola così. Sappiamo che le cose funzionano bene quando la visione di fondo (l’“epistemologia”), la teoria e la pratica sono allineate fra loro, e tutt’e tre con le risorse e lo stile del terapeuta e le necessità del paziente. Al di là delle differenze, tutti i terapeuti hanno in comune la responsabilità e il desiderio di fare del proprio meglio per rendersi utili.

10) È possibile fare consulenza o psicoterapia sistemica online?

R: Certo. Se vi interessa, di questo si è parlato qui.

Sono Massimo Giuliani, psicoterapeuta a L'Aquila e online. Quello che hai appena letto era uno degli articoli del mio blog. Grazie per l'attenzione. Per ricevere in anteprima i miei articoli clicca qui e abbonati alla newsletter.