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Sono passato da Substack a Steady: ecco perché

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Foto di Efrem Efre

Scrivere a qualunque costo?

Avevo iniziato l’anno scorso l’esperimento di una newsletter su Substack. Perché pubblicare una newsletter, quando ho un blog che da anni è il luogo in cui converso più o meno informalmente con colleghi e con non addetti ai lavori interessati ai miei temi?
Il mio blog è molto utile per conservare cose. Gli articoli vengono consultati per molto tempo dopo la loro uscita, e godono di una vita lunga. Ma c’erano delle ragioni per cui cercavo un rapporto più “in tempo reale”, come si dice. Era il periodo in cui scrivevo articoli come questo, e avevo bisogno che arrivassero un attimo dopo, o il giorno dopo, o al massimo in quella settimana.
Da allora quello che voglio scrivere lo scrivo nella newsletter che arriva ad alcune centinaia di iscritti, e più avanti, con comodo, esce sul blog per chi leggerà poi, nel tempo.
Mi ero incuriosito alle newsletter dopo che, lasciato Facebook per la piega che aveva preso la ghenga della Silicon Valley, avevo provato a trovare casa digitale nei social del Fediverso. Ma, a dispetto di annunci e previsioni di esodi di massa da Meta ai social “più etici”, questi ultimi continuavano ad essere luogo ristretto di conversazioni autoreferenziali sui social “più etici”. Molto bello se sei un attivista digitale, interessante se ti stanno a cuore i temi, ma da quelle parti gli argomenti sui quali cerco online scambi e conoscenze non esistono. D’altra parte non serve studiare sistemi complessi per capire che se le conversazioni non ci sono, le persone non arrivano, e se le persone non arrivano le conversazioni non cominciano.

Su Substack, va detto, c’è un bel clima, c’è gente che sa scrivere e che vale lo sforzo di leggerla. Però avevo lasciato Meta (di X, poi, non ne parliamo) perché era in mano a quel blocco di potere che sappiamo, oltre al fatto che 18 (diciotto) dei primi 20 post nella home erano imposti dagli algoritmi, che oltre a decidere cosa avrei letto avevano la responsabilità della progressiva intossicazione delle discussioni. Avevo lasciato anche Spotify perché il suo CEO investiva parte dei suoi guadagni nell’industria bellica. Capite allora che non mi metteva completamente a mio agio il fatto che su Substack account neonazisti e suprematisti godessero della benevola tolleranza della piattaforma. Le giustificazioni di quest’ultima erano ambigue e insufficienti, e la mia posizione ben presto era diventata di fiducia guardinga e condizionata.

Basta, grazie (foto da “The Hollywood Reporter”)

A un certo punto succede che in Notes (la piattaforma di microblogging che Substack mette a disposizione degli autori di newsletter) e negli articoli lunghi diventa possibile arricchire i propri contenuti con le quotazioni di Polymarket, che è quel sito di Peter Thiel in cui puoi speculare scommettendo su quello che ti pare, che sta esercitando un’influenza perversa sulla politica internazionale (se fai parte dell’entourage del presidente USA puoi prevedere il bombardamento della Palombia, raderla al suolo il giorno dopo e quello dopo ancora riscuotere i tuoi milioni). A quel punto, fidarsi di Substack dopo aver lasciato Meta non era tanto cadere dalla padella nella brace, ma rotolarsi nella stessa brace. Ancora quella, sempre quella, sempre più incandescente.
Che frustrazione, non se ne esce.

Capisco chi non può permettersi di dar peso a queste faccende, ma io non ho bisogno di una newsletter per “far crescere il mio business”, non ho bisogno di produrre costantemente contenuti e il mio lavoro procede serenamente senza tutto questo. Scrivo se ha senso e se mi va, lo faccio per le ragioni che ho spiegato qui e non lo faccio a qualunque condizione. Il mio switching cost non è salato come per altri, non abbastanza da affidare parole sulla salute e sulle relazioni a questa gente.
Che si fa, dunque?

Beh, si cambia casa

Tenevo d’occhio da un po’ Steady.page, una piattaforma che permette di distribuire newsletter anche in abbonamento. In questo assomiglia a Substack. Da quello è diversa perché non associa alla newsletter un socialino, che ho sperimentato avere una certa utilità per allargare la cerchia. Non c’è quell’aria da social, per cui incontri altri che pubblicano e ti senti dentro una community dove sei gomito a gomito con loro. In questo è un’altra cosa. È una differenza che produce altre differenze: per esempio, girando in Notes puoi trovare tutti gli autori che scrivono su Substack. In Steady no: non c’è un posto dove puoi dire “vediamo chi pubblica per questa piattaforma”. Almeno, io non l’ho trovato e il bot che ti fa da assistente per le cose più spicce mi ha confermato che non esiste niente del genere [edit: in realtà esiste la pagina “Esplora”: non so quanto sia completa e comunque mi ci sono imbattuto quasi per caso]. Al primo momento è un problema, hai l’impressione di non avere più la tua vetrina. Ma dopo un po’ per esempio scopri che, appena pubblicato, il tuo pezzo è già nei motori di ricerca (non solo Google…) e l’impressione è che funzioni al contrario: trovi prima l’autore poi dici “toh, pubblica su Steady”.

C’è un aspetto che va sottolineato: Steady sta in Europa. Che vuol dire? Vuol dire che è al centro dell’attenzione di quanti immaginano la cosiddetta “sovranità digitale”, vale a dire un progetto di autonomia dalla Silicon Valley, dalla cerchia ristretta di colossi del digitale, dalle sue dinamiche e dalle sue alleanze. Vuol dire affidare i propri dati a soggetti vincolati al rispetto di normative come il GDPR per la protezione dei dati e alla direttiva NIS2 per quanto riguarda la sicurezza delle infrastrutture.
Vuol dire, per quanto riguarda Steady, che quando hai bisogno di assistenza puoi far riferimento a un gruppo sparso in vari paesi e parlare con una persona che ti risponde il giorno dopo nella lingua che vuoi, a cui puoi spiegare le tue necessità e con cui puoi consultarti per realizzare un progetto. È importante cogliere subito l’occasione del loro aiuto, perché al bot a volte mancano delle informazioni. Appena arrivato, per esempio, mi hanno supportato con l’importazione di iscritti e articoli, mentre l’assistente digitale mi aveva assicurato che non era possibile.
È un mondo perfetto? No. Per una ragione semplice: la costruzione di un’infrastruttura europea indipendente deve partire da quello che c’è. Ne sto parlando con la mia interlocutrice in Steady, che mi segue con disponibilità da parecchi giorni (grazie, Flavia): su molti aspetti la dipendenza è strutturale, e affrancarsene è un processo da costruire. Ecco, il fatto di poter dire a qualcuno “c’è questa faccenda che non mi lascia sereno”, e che questo qualcuno ci metta la faccia e si prenda la responsabilità di dirmi “lo capisco, ci stiamo lavorando perché è quello che abbiamo a cuore: se vuoi aspetta, intanto ti tengo aggiornato” mi fa sperare di respirare un’aria diversa.
E poter far parte di questo processo mi piace perché mi legittima a lamentarmi della enshittification progressiva della rete: se qualcuno mi domanda “sì, ma tu cosa fai per migliorare la situazione?”, gli passo il mio link di Steady.

Il futuro

Vediamo come andranno le cose. Ho confessato a Flavia che se si facessero venire in mente di stringere alleanze col Ku Klux Klan ci resterei molto male, ma fin lì mi pare che ci troviamo d’accordo. Sul serio, mi piacerebbe restare su Steady un po’ più a lungo di quanto abbia retto su Substack.
Considero una bella soddisfazione avere da anni un piccolo seguito composto sia da colleghi che da non esperti, che ho raccolto parlando la stessa lingua con gli uni e con gli altri. Dopodiché so che le cose che scrivo su blog e newsletter non hanno speranza di contare su un pubblico che versi un abbonamento mensile, soprattutto perché la certezza di scrivere un pezzo al mese non ce l’ho mai. Ma magari è l’occasione per sperimentare anche qui una scrittura un po’ più “pop”, che in altri contesti mi viene benino e che anche qua, in qualche occasione, ha funzionato. E poi ho un po’ di idee per dei libri prossimi venturi: considerato che da qualche anno sto seguendo la strada dell’autopubblicazione, non escludo che il prossimo esperimento possa avere una forma destrutturata e passare per la newsletter, naturalmente tenendomi stretti tutti i lettori che mi seguono gratuitamente e continueranno a poterlo fare. Non fatemi dire troppo, ma soprattutto datemi il tempo di ambientarmi e di rimettere in pista questa macchina dopo la spiacevole falsa partenza con l’altra piattaforma.

E intanto, se non l’avete già fatto, iscrivetevi a “Psicoterapia e altre metafore” per ricevere in e-mail i miei articoli.

 

Sono Massimo Giuliani, psicoterapeuta a L'Aquila e online. Quello che hai appena letto era uno degli articoli del mio blog. Grazie per l'attenzione. Per ricevere in anteprima i miei articoli clicca qui e abbonati alla newsletter.