Ci ho girato intorno per un po’, con gli articoli sulla formazione pubblicati nei mesi scorsi. Ora vorrei mettere in fila qualche pensiero più esplicito e dare voce a dei dubbi insistenti.
Ho scelto di dare a questo scritto un taglio colloquiale e personale, dunque non frammenterò lo scorrere dei pensieri con pedanti riferimenti bibliografici, che pure immagino utili. Vorrà dire che quando mi sembrerà il caso di riprendere il discorso con uno stile più rigoroso, e magari in una sede diversa, compilerò una bibliografia adeguata.
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“In olden days a glimpse of stocking
Was looked on as something shocking,
But now, God knows, Anything Goes.
Good authors too who once knew better words,
Now only use four letter words
Writing prose, Anything Goes.”
(Cole Porter)
L’integrazione con le tecniche neuropsicologiche
Se c’è un motivo per stare qui a parlare della “integrazione” fra sistemica e EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing: desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è perché non siamo davanti a un esperimento di colleghi sparuti. Convegni sull’argomento, una letteratura che si fa via via più cospicua, e soprattutto l’attivazione di corsi specifici in alcune scuole, ci dicono che è il momento di prendere atto che questa accoppiata è parte della narrazione che la sistemica fa di sé da qualche anno in qua.
È un processo che avanza con meno sorpresa generale di quanto avrei potuto immaginare. Eppure quando sento risuonare un linguaggio lineare, deterministico, meccanico, essenzialista, quando mi sembra di trovarmi davanti a una nuova centralità dei fattori neurobiologici, comprendo che quello che sta accadendo cambierà un bel po’ le cose. Osservo anche con un po’ di meraviglia — conoscendo questa comunità che in simili fasi di transizione ha sempre dato il meglio della sua brillantezza di pensiero e di polemica — che un passaggio di questa portata avviene senza un minuto di riflessione condivisa su come tutto quanto debba stare dentro alle premesse sistemiche e costruttiviste con le quali lavoriamo.
Leggo espressioni come “facilitare l’accesso alla memoria” e penso di essermi risvegliato in un universo in cui la terapia sistemica torna alla vecchia metafora della memoria come archivio. Dopo anni di discorsi sul tempo, sulla relazione ricorsiva fra presente, passato e futuro, sulla memoria come “presente del passato”, mi pare che la sistemica torni al terapeuta che “scopre” segreti, progetta il cambiamento e controlla i sistemi.
Continuiamo a parlare di una realtà che non è data oggettivamente, e intanto nei nostri convegni torna potente un linguaggio realista. Si sente parlare di “integrazione” fra metodi come progetto rivolto alle nuove generazioni di sistemici, mentre cerchiamo di far crescere terapeuti che nell’ottica epigenetica si assumano la responsabilità del dialogo fra le proprie singolari voci interne, al di fuori da un’operazione della finalità cosciente.
A quegli allievi continuiamo a insegnare la metafora batesoniana del bastone del cieco per ripensare i confini della mente, non più collocata nel cranio, ma piuttosto identificata con quella porzione di mondo in cui il bastone interagisce col suolo, con gli arti e col sistema nervoso. E nello stesso tempo si fa strada in ambito sistemico una visione della mente largamente coincidente col sistema limbico.
Se, come mi sembra, siamo davanti a una discontinuità epistemologica, non mi sono ignote le ragioni per giocarsi una posta così alta, e non le sottovaluto. Alcuni rappresentanti del movimento sistemico, infatti, sono attivamente impegnati sulla necessità di avviare un’opera di manualizzazione della pratica e credo che tale preoccupazione abbia ragioni fondate. Poter dire con passabile precisione quello che si fa permette di muoversi senza complessi di inferiorità in un panorama della cura in cui metodi standardizzati e proceduralizzati sono benedetti dalla ricerca quantitativa e potrebbero essere sempre più premiati da una sanità via via più privatistica e in mano alle assicurazioni. E voglio dire chiaramente che guardo con interesse a questa richiesta di definirsi con chiarezza. E quando in un importante convegno sull’argomento giganti come Carlos Sluzki e Peter Stratton dicono che “la manualizzazione è la base per una creatività della quale si riesca a descrivere i criteri”, o richiamano sulla necessità di “tenere insieme rigore ed immaginazione”, come potrei non plaudire con gratitudine? Con alcuni dei colleghi coinvolti, poi, condivido passioni intorno alla musica: credo che concorderemmo che suonare non è solo perizia tecnica e non è solo “pancia”. E che l’una senza l’altra, e tutt’e due senza la cognizione di quel che le connette, non sono “musica”. Allo stesso modo, fare delle cose senza sapere perché, non è fare terapia.
La ricerca di un punto di equilibrio tra rigore e immaginazione è da sempre lo sforzo dei sistemici. Credo anche che ciascuno di noi abbia sufficiente consapevolezza delle cose che fa da poterle descrivere, e che poterle descrivere significhi avere chiaro in mente quali sono le proprie premesse e come queste diventino una teoria della clinica e una pratica.
Penso anche che non sia impossibile che la promozione di una chiarezza in quello che facciamo tenga conto della variabile personale, che è diventata non aggirabile da quando chiamiamo “cibernetica del secondo ordine” la cornice nella quale ci muoviamo come clinici. Nessuna paura in questo senso, solo cerco di capire quanto resti di questa variabile nella manualizzatissima terapia che vorrebbe farsi strada.
Ma quando i fautori di quel processo affermano che “Ipotizzazione, circolarità, neutralità” costituì un tentativo di manualizzazione poi disgraziatamente abbandonato, io trovo che questa sia una versione dei fatti un po’, come dire?, forzata. È una punteggiatura che non considera che proprio all’indomani di quell’articolo il gruppo di Milano si sciolse. Una parte del quartetto, quella che trovò casa in via Vittorio Veneto, proseguì il lavoro esattamente in direzione della manualizzazione della terapia e di una forma di proceduralizzazione e di riproducibilità di precise fasi che scandissero il processo terapeutico; un’altra, quella di via Leopardi, si assunse le conseguenze radicali della circolarità e proseguì nella direzione dello studio della relazione terapeutica in una cornice costruttivista e narrativa. Certo, il proprio punto di equilibrio fra rigore e immaginazione lo trovò un po’ più in là dei “cugini”, ma non lo cercò cantando “Anything Goes” fra due ali di ballerine: anzi, prese come linee guida proprio le tre famose direttive contenute in quell’articolo.
Non abbandonò elementi stabili, identificabili, riproducibili della pratica sistemica: ad esempio la presenza di un’équipe di supervisione in dialogo con chi conversa con la famiglia, la coconduzione, lo specchio unidirezionale. E conservò le suddivisione in cinque parti della seduta.
Se questo non assomiglia abbastanza a una forma di manualizzazione, ci metto anche che quella parte ha studiato e fatto propri autori che hanno operato classificazioni e sistematizzazioni degli aspetti conversazionali delle seduta. Ha seguito la guida di autori come Karl Tomm — con la sua sistematizzazione meticolosa dei tipi di domande — e Peggy Penn che un lavoro simile lo fece con le domande sul futuro. E non dimentichiamo il saggio di Carlos Sluzki che sulla “trasformazione delle trame narrative” spacca il capello in quattro catalogando ogni micromovimento narrativo.
Ma, se ho capito bene, le vie indicate oggi per la manualizzare della terapia sistemica sono due: la prima è, appunto, quella di sistematizzare fasi, passaggi e strumenti della seduta; la seconda consiste nelle nozze fra la sistemica e la pratica più manualizzata del momento, confortata per di più dai numeri della ricerca quantitativa di efficacia. Una manualizzazione acquisita, diciamo, una specie di green card tramite matrimonio.
Aggiungo qui una nota di cui avverto l’urgenza, una volta per tutte e non ci torno più. Chi esprime dubbi su questo passaggio storico si sente rispondere per lo più con l’accusa di “purismo” e di “tradizionalismo”. A me capita di frequente e non ho voglia di adoperarmi per contraddire questo giudizio. È ovviamente una fallacia retorica, uno straw man argument, un argomento ad hominem: non risponde alla critica, ma ha l’apparenza di farlo. Esprime un giudizio sulla persona tenendosi alla larga dal merito. Ecco, io ho conosciuto la comunità sistemica come una scuola di pensiero critico allegro ma rigoroso. Auspico che, se dovesse esserci un confronto sulla questione, possa tornare a quel livello.
E rassicuro sul fatto che ho cercato di farmi una cultura e di conoscere l’oggetto che mi causa certe perplessità. Ho impegnato tempo e risorse per leggermi tutto quello che sono riuscito a trovare per conoscere quella pratica. Sono pronto a scommettere di aver letto più fonti di quante ne abbia lette il 50 per cento dei terapeuti EMDR (e ho trovato in rete giacimenti di video di sedute che nemmeno alcuni colleghi seguaci conoscono). Non è stata sempre una lettura esaltante e credo che un giorno chiederò un giusto risarcimento a qualcuno, ma è stato molto istruttivo.
Di cosa stiamo parlando
Tutto quello che sto scrivendo è personale, e dichiararlo è il mio contributo a un’ecologia della conversazione, il mio tentativo di portarla dentro una cornice di responsabilità, senza lo scudo di qualche principio di autorità. D’altra parte se non ci pensiamo noi a dire qualcosa sui contesti e sulle cornici, chi lo fa?
Per cominciare, non posso non dirvi l’effetto che mi fanno l’ingente letteratura e la mitologia che circondano questo metodo.
Non ho mai avuto un approccio serioso a questo lavoro, ma confesso che mi sconcertano un po’ i toni miracolistici che straripano dai forum (in uno discutevano se i movimenti oculari facciano ricrescere i capelli), così come la quantità di video promozionali e trionfalistici reperibili on line. Ho provato a contarli ma non ci sono riuscito nemmeno con l’ausilio dell’Intelligenza Artificiale. Una specie di amplissima community di supporter si salda intorno a questo metodo, favorita da uno spirito imprenditoriale che non solo ha portato alla produzione di sovrabbondante letteratura scientifica a sostegno, ma che nemmeno ha trascurato la produzione di libri divulgativi da condividere coi pazienti. E poi gli influencer, e poi l’informazione mainstream, eccitata anche da personaggi famosi che hanno provato e che ne decantano l’efficacia.
Il mito delle origini raccontato reiteratamente in parte della bibliografia mi pare una formidabile operazione di branding.
L’oggetto privilegiato nella cura del trauma e non solo, quello di cui da anni si parla di più nel campo della psicologia clinica — non dentro una scuola, non nella terapia cognitivo comportamentale né in un consesso circoscritto a clinici ipertecnicisti, ma trasversalmente nel mondo della cura della parola! — nascerebbe un bel giorno in cui la psicologa americana Francine Shapiro, passeggiando in un parco con in testa un pensiero disturbante, nota che muovendo per qualche ragione gli occhi a destra e a sinistra ne favorisce il dissolversi. Lo storytelling dell’EMDR nasce cioè su una scenografia di alberi, fiori, passeggiate nella natura, quella — scusate — un po’ trita dimensione green, che sembra fatta per sollecitare un immaginario di purezza, salute, equilibrio, di spiritualità new age. (A proposito di equilibrio: a voi che effetto fa l’autore che riporta questa storia aggiungendo sobriamente: “Credo che la dottoressa Shapiro dovrebbe vincere il premio Nobel per la rivoluzione che l’EMDR ha portato nel campo della psicologia e della salute”?)
Un tripudio di luminarie che non aiuta quando è importante distinguere l’oro dalla carta stagnola che luccica e basta, e che nel nostro paese si accompagna a una certa scarsità del dibattito. Altrove i pensieri si confrontano, le riviste riferiscono criticamente anche i risultati meno gloriosi e meno limpidi delle meta-analisi. Da noi mi sembra tutto molto improntato a un’esultanza generale, tanto che a dubitare ci si sente anche un po’ dei guastafeste. Gli Stati Uniti hanno Richard McNally, qui ad esprimere qualche dubbio è il CICAP. Che — lo dico per gli amici che praticano — fossi al vostro posto, non è proprio l’avversario che vorrei, a meno che non desiderassi di finire in qualche lista nera insieme ad astrologia e cerchi nel grano.
Si scherza, eh.
Va bene, lasciamo pure perdere la storia del parco, sono dettagli che riguardano l’ufficio marketing. In fondo la sostanza di quella storia sono i movimenti oculari. Mi pare di capire che la ricerca quantitativa sia piuttosto unanime nel dire che la tecnica funziona — semmai non è chiaro il perché. Sì, conosco le diverse ipotesi, ma che ci importa? Quello che conta è che i movimenti oculari facciano bene. Giusto?
E invece non è così chiaro. Le ricerche hanno cominciato a dire a un certo punto — ma non tanto in Italia — che no, i movimenti oculari non sono proprio il fattore indispensabile di quella cura. Va bene anche un altro stimolo, tipo picchiettarsi le spalle ora la destra, ora la sinistra (tapping). Bene, semmai la domanda potrebbe essere perché la tecnica continua ad avere quel nome (“desensibilizzazione e riprocessamento attraverso i movimenti oculari”), ma un brand è un brand, non ci metteremo mica a sottilizzare.
E però no di nuovo, perché dopo un altro po’ la letteratura ha cominciato a dire che pure quello stimolo bilaterale non sembra proprio così cruciale nell’efficacia del metodo. Non è quello il cuore della questione, insomma.
Ora, qui si inserisce una critica che leggo qua e là — ma non in Italia — e che, ve lo dico francamente, a me sembra sbagliata. Davvero, non la condivido. La critica è che i movimenti oculari, o le versioni successive in forma di stimoli ritmici destra-sinistra, configurerebbero una specie di “terapia del cappello viola”. Per chi si fosse perso il passaggio, “terapia del cappello viola” è un’espressione con la quale ci si riferisce a qualche vecchia storia che parla di un presunto guaritore che vende un cappello miracoloso da mettere in testa ogni volta che si prende la medicina. I pazienti, sedotti dalle capacità del ciarlatano, attribuiranno ingenuamente la guarigione al cappello viola che associano all’assunzione delle medicine, anziché all’opera di quelle.
Ecco, non sono d’accordo. L’argomento del purple hat mi sembra fuori fuoco, sebbene anche i fautori dei movimenti oculari mi pare che non abbiano una risposta definitiva sul perché muovere gli occhi abbia un effetto. Hanno al riguardo ipotesi diverse, ma una risposta definitiva no. Quando i dismantling studies suggeriscono la possibilità che l’EMDR coi movimenti oculari e l’EMDR senza movimenti oculari abbiano la medesima efficacia, i critici del “cappello viola” sostengono che, se togli il rito dei movimenti oculari, quello che resta sono due persone che parlano. Due persone che parlano? Mi ricorda qualcosa… Ehi, ma questa è la terapia! È roba che conosciamo da un pezzo. Vuoi vedere, dicono i detrattori, che tutto il resto (movimenti oculari, tapping…) sarà placebo, anzi no, peggio: sarà cappello viola?
Qualcosa di nuovo (anzi, di antico?)
Insisto, non sono d’accordo con quella critica. Nella psicoterapia non esistono cappelli viola e non esistono placebo. Il cosiddetto placebo, anzi, è proprio la misura di come la relazione influenzi le persone. È la relazione da sola, senza farmaci, senza nient’altro.
Credo che qui il cappello viola non c’entri nulla. Anzi: io penso che il movimento oculare abbia un effetto. E lo penso perché mi ricorda da vicino un’altra storia. E infatti secondo me la critica, se la si vuole fare, è un’altra — e mi parrebbe molto più cruciale, discutendo fra sistemici.
Ricordate Milton Erickson? I libri suoi e quelli su di lui (come Terapie non comuni di Jay Haley) sono pieni di storie di pazienti. Come quello che da tanto tempo aveva paura di prendere l’ascensore. Erickson gli prescrisse di salirci dentro per qualche piano e gli annunciò che con la suggestione post ipnotica gli avrebbe procurato un dolore intenso alle piante dei piedi quando ne fosse uscito. L’uomo fu talmente concentrato sull’aspettativa del dolore che prese l’ascensore senza apprensioni. O quell’altro paziente che da tempo aveva paura ad attraversare la strada. Erickson, che stava su una sedia a rotelle, gli chiese con aria casuale “ah, a proposito, mi imbucheresti questa lettera?”. E lui solo una volta tornato indietro realizzò che aveva attraversato la strada in un senso e poi nell’altro.
Al di là del genio di Erickson, credo che molti di noi — per lo meno di noi che abbiamo frequentato quella letteratura e quei maestri — possano raccontare storie in cui un sintomo, risignificato dentro un contesto di azioni diverse, si depotenzia. La storia di Erickson non ci è sconosciuta, in casa sistemica l’abbiamo studiato e non ignoriamo la sua influenza sul gruppo di Palo Alto, o la sintonia con Gregory Bateson. I sistemici di Milano sono passati attraverso la terapia strategica e se ne sono allontanati per una quantità di ragioni una volta che hanno cominciato a prendere sul serio il pensiero batesoniano nella loro visione della relazione. Così mi colpisce che nessuno sembri vedere nella richiesta di pensare al pensiero più disturbante una prescrizione del sintomo, e nella consegna di seguire con gli occhi il movimento delle dita un elemento rituale che riconnota e riincornicia quel pensiero. Tu ti concentri sulla richiesta di seguire le dita che si muovono e intanto, senza accorgertene, sperimenti che puoi pensare quel pensiero terribile. E quello è improvvisamente meno cattivo e meno potente. Tutto questo, naturalmente, dentro una relazione di fiducia.
Erickson era un maestro dell’ipnosi, e al di là dell’utilizzo esplicito di tecniche di suggestione (come nel caso dell’ascensore) aveva in mente che la relazione terapeutica è un contesto che agisce fortemente sullo stato di coscienza di chi vi partecipa. Quando parliamo coi pazienti e con le famiglie ci troviamo in uno stato che non è lo stesso di altri generi di interazioni. È quello stato leggermente alterato, simile a quello della creazione artistica, che ci permette di stare dentro il linguaggio metaforico — il “sillogismo “in erba” di Bateson — e di perdere provvisoriamente l’adesione al pensiero paradigmatico e un po’ di controllo cosciente, pur senza entrare nel delirio.
Torna in mente l’argomento principale della critica di Richard McNally: “Ciò che è efficace dell’EMDR non è nuovo, e ciò che è nuovo non è efficace”. Io direi: se cioè che è nuovo è efficace lo è nella misura in cui nuovo non è. Lo conosciamo da un pezzo, lo chiamavamo intervento paradossale, prescrizione del sintomo, e per tante ragioni che sarebbe lungo ricordare qui l’abbiamo rimesso nel cassetto. Anche se funzionava — e come, se funzionava!
Nel corso di una terapia EMDR si chiede al paziente di valutare su una scala da 0 a 10 l’intensità del pensiero disturbante, e quello che succede è che alla valutazione successiva un 9 diventa un 5, o un 8 diventa un 2. Poi misurerà da 0 a 7 quanto sente vere le nuove idee che acquisisce.
Però, francamente: a chi di noi non è mai capitato di inserire dei momenti in cui si domanda al paziente di fare simili valutazioni? Io lo faccio spesso, lo facevo da prima di conoscere tutti quei manuali di EMDR. Chi non ha sperimentato quei momenti in cui, dentro un’alleanza terapeutica connotata da fiducia e speranza, un paziente — a cui si chiede di avere voce in capitolo, e sappiamo che già questo è un elemento della cura — accorda, anche in segno di gratitudine, una valutazione entusiastica al proprio terapeuta? Quel numero non è semplicemente una misura di qualche aspetto della realtà, quel numero costruisce la realtà. Ora dico una cosa un po’ radicale: non è quel numero ad accordarsi allo stato d’animo del paziente, è lo stato d’animo che si accorderà almeno un po’ a quel riconoscimento che il paziente fiducioso ha tributato alla relazione col suo terapeuta.
Come che sia, quella specie di joining, quell’alleanza continuamente rinnovata, realmente crea un clima che rende possibile il cambiamento. Si chiama relazione terapeutica.
Quello che dico spesso a colleghe e colleghi innamorati di questa metodologia è che, se è vero che certi aspetti non sono poi così decisivi, allora quella terapia funziona perché loro sono capaci di instaurare una relazione che cura — e lo sarebbero anche senza agitare le dita. Quello che succede lungo tutte le fasi di quella terapia è la creazione di un’autentica alleanza. La fase iniziale di ascolto e di anamnesi è realmente investita di attenzione e di valore, è condotta con in mente la teoria dell’attaccamento — o comunque la teoria di preferenza del terapeuta che “integra” i movimenti oculari nel proprio modo di lavorare. Credo che un paziente si senta davvero accolto e aiutato. Almeno, se il terapeuta è realmente sensibile e ha formazione e capacità per instaurare una relazione d’aiuto.
Ma questa è niente di più e niente di meno che la ragione per cui tutti noi siamo qui, e per cui tutto questo ci è chiaro da parecchio prima che sul mercato della psicoterapia si affacciassero queste nuove etichette.
Cioè, dai costrutti si torna alle “cose”? Dite sul serio??
Eppure, a guardarsi intorno, non sembra così scontato che lavorare sul trauma implichi per forza una de-sistemicizzazionedel discorso terapeutico — una de-psicologizzazione, persino, perché qua il terapeuta, almeno secondo una delle interpretazioni più accreditate dell’effetto dei movimenti oculari, agisce direttamente sull’amigdala, sulle strutture cerebrali!
Per esempio, non mancano gli studiosi che parlano di trauma in chiave relazionale. A Roma, per esempio, Camillo Loriedo e il suo gruppo lo fanno.
Ma soprattutto, la vocazione critica del movimento sistemico è sempre stata rivolta al linguaggio. Non esiste un linguaggio grazie al quale un osservatore esterno al sistema può dire qualcosa sulle cose che succedono nella realtà: quel linguaggio e quell’osservatore sono parte delle cose che succedono nella realtà. La sistemica pertanto ha mostrato negli anni una certa propensione a occuparsi del discorso sull’oggetto, e di quello che esso produce, anziché dell’oggetto in sé, con la premessa che il discorso sull’oggetto costruisce il modo in cui l’oggetto prende forma.
Per questo ha sempre preferito un linguaggio non reificante, che cioè non scontornasse “cose” ma processi, relazioni. È quello che facciamo sempre, è nella nostra storia, è nelle premesse con cui lavoriamo — perché stavolta no?
Mi sento disorientato nell’ascoltare questa offensiva di linguaggio reificante. La PTSD è un oggetto, persino misurabile, tanto che il trauma può essere “con la t minuscola” o “con la T maiuscola”. Eppure, lontano da noi ascolto voci che di questo parlano, del “trauma” come discorso, delle implicazioni storiche del concetto e di come il discorso sul trauma si è espanso in ambito psichiatrico e nel senso comune. Voci che decostruiscono il concetto in una prospettiva storica e culturale. Che indicano il costrutto di trauma come caposaldo del potere esplicativo delle spiegazioni causali. Soprattutto, che puntano il dito contro l’inflazione fuori controllo del termine “trauma” in psicologia, arrivato a descrivere quasi qualunque cosa, a indicare fenomeni che si collocano su gradi di gravità del tutto eterogenei. Sono voci critiche che vengono dalla psicoanalisi, dalla psicologia costruttivista, dalla linguistica.
Qualcun altro ha l’impressione che il nostro posto dovrebbe essere lì?
Il pensiero sistemico si depoliticizza?
Eppure in questi anni si manifesta in vari campi del pensiero scientifico e umanistico un grande bisogno di una ecologia delle mente, di una cornice relazionale dentro la quale pensare le cose come connesse, immaginare non oggetti ma processi. Non è casuale, dato che la profezia di Bateson sugli effetti della dittatura della finalità cosciente si rivela ogni giorno più lucida. E anche qui, è un coro interdisciplinare con le voci di terapeuti, filosofi, fisici. Ma noi siamo altrove.
Joseph Dodds, nel suo Psychoanalysis and Ecology at the Edge of Chaos usa parole che colpiscono al cuore: “Stiamo partecipando a uno schema piramidale planetario, incorrendo in un debito ecologico dal quale non ci può essere alcun salvataggio. Viviamo su un pianeta finito, ma abbiamo un sistema economico basato su una crescita infinita”, punta il dito contro una “psicologia senza ecologia” e auspica la costruzione, con il sostegno del pensiero di Guattari, di un quadro concettuale che unisca mente, natura e società.
Thomas Fuchs, successore di Karl Jaspers all’Università di Heidelberg, nel suo formidabile Ecologia del cervelloimmagina una svolta delle neuroscienze spinta dalla considerazione che il cervello è un organo mediatore nelle interazioni fra l’interno e l’ambiente esterno di un corpo umano. E immagina quest’ultimo come l’avrebbe immaginato Bateson, un corpo che non finisce ai confini dell’epidermide: la mente non è più un prodotto di quell’organo ma una attività della soggettività incarnata.
Carlo Rovelli, dalla prospettiva della meccanica quantistica, parla nientedimeno che di fisica relazionale: “La fisica quantistica ci chiede di abbandonare una venerabile struttura di pensiero che ha sostenuto a lungo la nostra intera visione del mondo: l’idea che il mondo possa essere pensato come composto da cose che hanno sempre proprietà proprie, indipendentemente da altro”.
C’è in giro una potente evidenza dell’indispensabilità di un pensiero sistemico, espressa da una pluralità di voci. Ma noi oggi fra quelle voci non ci siamo, e questo è un problema.
Perché, alla fine, cos’è che dà senso al nostro contributo al mondo là fuori, nel momento in cui accettiamo un’accelerazione di un processo di desistemicizzazione, di depoliticizzazione di quello che facciamo? (Fra tutte le parole che potrei usare prendo in prestito quest’ultima dall’amico e collega Franco Della Maggiora, che l’ha pronunciata a voce alta in un convegno in cui mi pare che non sia mancata l’attenzione ai contesti).
Il lavoro sistemico può contare su una teoria della tecnica che è diretta espressione una epistemologia, ed è altra cosa dall’usare delle tecniche finalizzate. Essa nasce dalle premesse poste dall’articolo storico citato più su, quello che precede di poco la rottura del gruppo. E quando Barnett W. Pearce sostiene che le domande triadiche del Gruppo di Milano sono una delle rarissime forme realizzate di una autentica comunicazione cosmopolita, riconosce all’opera di Luigi Boscolo e di Gianfranco Cecchin, di Mara Selvini Palazzoli, di Giuliana Prata una notevole implicazione politica.
Anche la scelta di guardare oltre il paziente individuale, di parlare di “paziente designato” a proposito del portatore del sintomo fu a suo tempo l’idea più politica che qualcuno avesse introdotto nella clinica. Liberava il “malato” dallo stigma e introduceva un’idea di assunzione condivisa di responsabilità.
Ora vedo il rischio di un riduzionismo che torna a identificare la mente con l’organo e che rinuncia non solo al relazionale, ma persino al mentale. Il pericolo è la definitiva presa di distanza da un pensiero sul contesto e sul presente. È la riduzione all’irrilevanza di un pensiero che in questo passaggio storico individualista e violento è ancora più necessario.
Il pensiero sistemico, là fuori, è muto. Abbiamo strumenti concettuali per leggere fenomeni complessi ma nessuno ci chiede niente. Alcuni fra i nostri allievi migliori prendono il diploma, poi vanno nel mondo e li ritrovi su Instagram a pubblicizzare “corsi per la gestione dell’ansia” o per “guarire dalla procrastinazione”. Altri si fanno delle homepage dove si presentano come “terapeuti EMDR”, poi scorri il curriculum e da qualche parte c’è scritto che son formati come terapeuti sistemici.
Anni fa uscì in Italia per un editore importante un libro che era una specie di storia definitiva della terapia sistemica. Ne ero a conoscenza perché chi lo stava scrivendo mi aveva interpellato per una cosuccia. Lo ricevetti quando fu pubblicato. Davvero un bel libro, appassionato nello stile, denso e informato nel contenuto — salvo per un dettaglio di cui mi dolsi con la persona che l’aveva scritto, collega di prima fila del panorama relazionale: “l’approccio di Milano qui arriva a Paradosso e controparadosso”, dissi, “sembra che dopo non sia successo più niente! Eppure lì viene la parte migliore della storia!”. Mi rispose: “Effettivamente vi conosciamo poco”.
Non riusciamo a raccontare di noi. In compenso però adesso siamo aggiornati sul dress code per essere invitati ai cocktail evidence based.
Viviamo un frangente storico tragico e feroce in cui le cose che il movimento sistemico sa fare — mettere al centro la relazione, pensare in termini di responsabilità condivisa, costruire modi creativi di pensare al conflitto, di comprendere ragioni e punti di vista, di affrontare crisi e, sì, traumi — sono competenze necessarie come l’aria. Rinunciare oggi a metterci la faccia coincide con una scelta definitiva di marginalità culturale.
Però se c’è qualcosa che ho capito in un po’ di anni di pratica di sistemi umani e dei modi multiformi in cui essi si organizzano, è che quello che accade non va giudicato ma interrogato. E in tutta questa storia c’è qualcosa che va compresa. Delle ragioni di un discorso sulla manualizzazione dicevo all’inizio. Ma aggiungiamo pure che in un momento in cui la professione è un investimento così incerto per i giovani colleghi, possedere una tecnica di tale richiamo mediatico dà più sicurezza di quanta ne prometta un approccio che ha l’incertezza e il non controllo fra le sue premesse necessarie. E a leggere in giro le esperienze riportate dai pazienti si capisce quanto siano incoraggiati dalle storie di successi terapeutici che trovano online, e questo mi pare che meriti rispetto.
L’irrompere di questo soggetto non può essere soltanto un segno del potere mediatico e di marketing di un movimento che, pure, sa come farsi notare. Può darsi che come terapeuti abbiamo la responsabilità di far conoscere meglio quello che facciamo, ma cercare numeri da esibire non è sufficiente. Bisogna raccontare in che modo quello di cui ci occupiamo può essere utile alle persone, in che modo lo è stato fino ad oggi, valorizzare metodi qualitativi di descrizione del lavoro sistemico, per affiancare una modalità quantitativa che solo in parte può rendere conto di un oggetto così difficile da schematizzare.
È probabile che vada recuperato un modo più pragmatico non solo di occuparci delle sofferenze umane — seppure eticamente sostenibile e politicamente plausibile — ma anche di raccontare quel modo di occuparcene.
Questo è tutto quello che mi sembrava importante dire sull’argomento. Spero di essere stato accorto nel mettere tutti i punti interrogativi al punto giusto per porre i miei argomenti in forma di domande e di dubbi. Spero che suoni tutto rispettoso di chi vede le cose diversamente, ma spero anche che il mio dissenso arrivi senza ambiguità. Perché sono dubbi pesanti, che a volte persino mi fanno sentire fuori posto nella casa che mi sono scelto.




