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Ho tre progetti che mi stanno a cuore, ma prima di parlarne lasciatemi rivolgere i miei auguri a tutti gli abbonati e ai lettori della newsletter. Grazie a tutti. Il modo in cui in pochi mesi ho visto crescere la piccola schiera mi ha sorpreso e mi ha fatto pensare — ne parlerò fra poco.
I tre progetti in questione c’entrano tutti con la scrittura.
Il primo riguarda questa newsletter, nata come esperimento collaterale al mio antico blog e diventata presto il luogo preferenziale per parlare di cose professionali. Mi permette di farlo davanti a un sacco di lettori, alcuni del mestiere, molti altri no.
La newsletter non comincia oggi, ma diciamo che i sei mesi precedenti mi sono stati utili per capire che senso darle — domanda che si faceva più interessante a mano a mano che vedevo crescere il numero dei lettori.
Così, se fino a dicembre aveva un titolo ereditato da un mio libro di qualche anno fa, oggi entra nell’anno nuovo con un nome tutto suo — se lo merita.
Il secondo (si sente il rullo di tamburi?) è la mia collaborazione con UPPA, il bimestrale edito dall’omonima casa editrice specializzata su genitorialità e infanzia (UPPA sta per “Un Pediatra Per Amico”). È una rivista con decine di migliaia di abbonati, distribuita in ambulatori, consultori, biblioteche e strutture di assistenza alla maternità e all’infanzia, e che esiste anche in digitale attraverso sito e app. Ci scrivono pediatri, pedagogisti, psicologi. Mi è già capitato che ospitasse miei articoli e mi è sempre piaciuto il modo in cui si prende cura delle parole e di chi le scrive.
Da gennaio avrò una rubrica, scriverò di genitori ma più dalla prospettiva del terapeuta di coppia.
È un altro esercizio interessante: cercare di dire cose utili senza essere prescrittivi e tenendo conto della varietà di vissuti ed esperienze di chi legge.
Scrivere per non addetti, farlo dentro una linea culturale e stilistica molto riconoscibile, che mi richiede pragmatismo e concisione, è molto diverso sia dalle libertà che mi prendo sul web che dai vincoli, ancora differenti, che ho quando scrivo articoli dal taglio più scientifico. Esercitare la sintesi, rinunciare a tutto quello che non è strettamente necessario, è una delle cose più interessanti dello scrivere. Forse anche della terapia.
Il terzo è un progetto editoriale che ho coltivato negli ultimi anni perché mi sembrava quanto mai necessario, e di cui mi è stata affidata la direzione: la prima collana di libri delle Edizioni del CMTF (dopo anni di pubblicazione della rivista, il Centro Milanese di Terapia della Famiglia investe la propria esperienza nel produrre pensiero sulla terapia sistemica e la cronica grafomania dei colleghi che vi orbitano intorno). Della collana ho curato la prima uscita, una raccolta di scritti sull’epistemologia (chi è interessato trova qui tutte le informazioni con l’introduzione che ho scritto per il libro). Anche per questo progetto il 2026 significa uscire dalla fase “di avvio” e guardare ai prossimi passaggi, fra cui una collana di opere originali e versioni in altre lingue del volume che ho curato.
Scrivere perché
In generale il discorso mainstream sulla cura della parola privilegia alcuni punti di vista che, come tutti i punti di vista, hanno un loro perché. Ne riconosco il successo ma credo anche che gioverebbe, accanto a quelli, rendere noto che esistono altre voci e altre idee.
La psicologia come emerge dai media, generalmente, appare soprattutto come una serie di fatti acquisiti. Ad esempio, è un fatto che ci siano dei fatti che causano altri fatti.
In questa visione fatti e cause sono faccende oggettive, che prescindono dal punto di vista di chi le descrive: ad esempio, famiglie così producono figli cosà, eventi di un certo tipo generano inevitabilmente conseguenze di un certo tipo. Fatti, punto. Indipendenti da qualunque variabile contestuale, politica, culturale e storica.
Seguo con interesse, cercando di imparare da loro, autori a cui è riconosciuta una capacità divulgativa che, oltre a parlare in modo più o meno masticabile dell’oggetto di cui si occupano, parlano di come lo conoscono, di come la conoscenza sia situata, e soggetta a mille influenze, e di come nel tempo cambiano le idee su quell’oggetto. Leggere Carlo Rovelli, ad esempio, è interessante in questo senso. Scrive di particelle e di buchi neri, ma il suo è sempre, anche, un discorso sullo sguardo dello scienziato, e in fin dei conti dell’osservatore, quale che sia il suo statuto. Non sappiamo molto di come sia davvero quella certa cosa al di là di noi che la guardiamo, né abbiamo modo di parlarne, ma possiamo parlare di come la osserviamo e delle conseguenze del nostro modo di osservarla. Qualunque nostra descrizione del mondo non può essere una descrizione dall’esterno: del mondo che descriviamo facciamo parte anche noi, le nostre descrizioni fanno parte delle dinamiche che descriviamo.
Se è vero per la fisica, figuriamoci per il discorso sulla mente.
Più che fatti acquisiti abbiamo questioni e domande a cui è interessante provare a rispondere, sapendo che la risposta sarà probabilmente transitoria.
In questo contesto fatalmente la cura è descritta sempre più come una serie di risposte semplici e concrete ad altrettanti problemi: quel sintomo si cura con quella tecnica. Anche problemi e cure sono fatti.
Mentre pure, un po’ più in ombra, si confrontano idee interessanti, la narrazione della terapia come una questione di “cose da fare” si conquista una certa egemonia mediatica. Così il terapeuta è un tizio che risolve problemi, come il Signor Wolf, anziché un artefice di relazioni e di conversazioni, che cerca di creare contesti in cui accadano cose.
(Di un mercato della salute che si nutre di questa ideologia efficientista ho scritto qui e, in qualche misura, qui).
Infine ha un certo successo un approccio moralistico al discorso psicologico: l’esperto si presenta come una specie di autorità moraleche deplora cattive abitudini e biasima chi legge/ascolta.
Le psicostar della tv sono castigatori di costumi che tuonano e sbigliettano, costruendo l’idea che questo lavoro sia quella roba là: istruttiva, correttiva e soprattutto ingrugnata.
Beh, le istruzioni su come si sta al mondo non cercatele qui, non nella psicologia: l’abbiamo detto, non è un punto di vista oggettivo e stabile sul mondo e sulla società, è dentro il mondo e dentro la società, si muove con loro e spesso al traino delle idee dominanti — perché dovrebbe esserne svincolata? E tanto meno cercatele nella psicoterapia, che della psicologia è la sorella matta e un po’ artistoide. Quando riesce a rendersi utile a qualcuno — e succede davvero molte volte, credete — lo fa nella misura in cui è capace di abbandonare il giudizio e di scendere sulla terra, nella relazione e in mezzo alle sue contraddizioni.
Ho visto una vignetta in cui un paziente ha nella testa un filo tutto ingarbugliato che poi nella testa del terapeuta diventa un gomitolo. Il paziente è portatore di caos e il terapeuta esperto di ordine.
Ma se da quel filo ingarbugliato si ricaverà qualcosa, lo si ricaverà nella relazione fra tutti i presenti nella stanza, e fra loro e la realtà. Tanto che nessuno sa in anticipo se sarà un maglione natalizio, o un paio di mutandoni, o un poncho peruviano. Di sicuro non sarà un gomitolo ordinato. Anzi, l’idea di terapia come ricostruzione di un ordine che il terapeuta conosce già mi pare una semplificazione autoritaria e deresponsabilizzante — e ho in mente tanta gente paralizzata dal fatto di avere nella testa un gomitolo troppo perfetto.
Scrivere per chi
Dai tempi del mio blog scrivo spesso pensando a chi non è un collega (gli articoli della serie “La terapia spiegata a chi fa un altro mestiere”, iniziata sul blog e continuata in Substack, mi dettero molta soddisfazione). Provo a trovare una chiave che possa restituire un po’ dello stupore che ho provato io quando mi sono avvicinato a certi concetti, e son contento quando mi riesce.
Gli psicologi di solito tengono in gran conto l’importanza della parola scritta. L’articolo 34 del codice deontologico raccomanda a ciascuno di “contribuire allo sviluppo delle discipline psicologiche” e a “comunicare i progressi delle sue conoscenze e delle sue tecniche alla comunità professionale, anche al fine di favorirne la diffusione per scopi di benessere umano e sociale”.
Mi piace che sia considerato parte integrante della responsabilità professionale ragionare su quel che si fa e condividere la riflessione con la comunità scientifica, mi piace questo richiamo alla costruzione collettiva di un sapere condiviso.
Trovo un tantino ambigua la parola “progresso”, che fa pensare che ogni tanto “scopriamo” cose che spingono in avanti la nostra conoscenza, come succede magari nella medicina. Io non credo che il nostro sapere proceda “in avanti” aggiungendo passi ai precedenti, ma che cresca espandendosi in molteplici direzioni, e anche in modo un po’ caotico. Non aggiungiamo nuove “scoperte” alle precedenti, insomma, piuttosto ampliamo continuamente il nostro corredo di metafore sull’umano, la nostra riflessione sulla relazione d’aiuto, generando idee anche in conflitto le une con le altre, in un processo che incrocia più la filosofia, l’antropologia e la letteratura che la scienza medica. Ma va bene lo stesso. Nulla che intacchi la mia gratitudine per l’art. 34 e per chi l’ha scritto.
Discutere le nostre idee fra di noi ha un senso ovviamente, ma lasciare il discorso solo agli esperti, appartati dai soggetti che di quel sapere dovrebbero essere destinatari, non esaurisce quella necessità di evoluzione della psicologia.
Credo che sia utile rendere trasparenti le nostre idee e le nostre pratiche. Se volete chiamatela “divulgazione”, ma dobbiamo capirci sul senso della parola: immagino che abbia un suo perché diffondere informazioni sulle guerre puniche, sulla meccanica quantistica, o sull’omeostasi dei sistemi viventi, ma non è quello che mi interessa. Io penso soprattutto a un discorso pubblico che supporti il senso critico e la possibilità di scelta. Ad esempio, mi interessa contrastare l’idea, diffusa e seducente, che questo sapere sia una collezione di certezze e di risposte ai guai e alle ferite delle persone, quando è prevalentemente una raccolta di problemi e di domande che cambiano continuamente.
Anni fa fui coinvolto da un caro collega, Luca Casadio, nella realizzazione di una sua idea. Scrivemmo un libro sulle madri e sulla funzione materna, dove la parola funzione ci stava particolarmente a cuore perché una funzione è tale indipendentemente da chi la incarna e dal suo genere.
C’era una motivazione che ci stava a cuore: tornare su idee e teorie che storicamente avevano caricato sulle madri la responsabilità esclusiva della cura dei figli e dunque dei loro eventuali incidenti evolutivi. La cosiddetta “diade madre-bambino” era stata l’unità di osservazione della psicologia per tanto tempo, prima che a qualcuno venisse in mente che esistevano anche i padri. Provammo così a parlare della funzione materna come funzione diffusa e non individuale; parlammo di storie che avevamo conosciuto in terapia, di coppie omogenitoriali, e anche di storie violente in cui le persone avevano preservato una funzione di cura. Fra le altre cose, Luca scrisse un capitolo molto bello sulla scrittrice russa Irène Némirovsky, io uno sul rapporto di Bruce Springsteen con sua madre e sulle vicissitudini del materno e del paterno nella sua biografia.
Volevamo dire qualcosa sulla possibilità di una lettura non normativa delle relazioni umane, e farlo davanti a una platea non ristretta agli iniziati. Tanto ci premeva che ci accollammo il rischio di una contraddizione nella quale spero siamo riusciti a stare in un modo eticamente corretto e il più possibile consapevole: quella di un libro sul femminile, sulle madri e sulle teorie che le hanno oppresse, scritto da due maschi.
Più che “divulgare” mi sta a cuore un modo di tirare fuori il discorso clinico dalle torri d’avorio degli addetti e portarlo nelle stanze di vetro della comunicazione. Conversare con chi è addetto, ma al cospetto dei non addetti.
Forse scrivere domandandosi “cosa spiegare alle persone?” non basta, forse anche scrivere è prendersi cura di contesti. Che in rete vuol dire un ecosistema comunicativo interconnesso, fatto di chi scrive e di chi legge, di terapeuti e di utenti, di strumenti e di processi di interazione. Scrivere di cura non è sufficiente se non è un modo di prendersi cura anche di quei processi e di quegli strumenti. Forse va cercato un modo di narrare la terapia che faccia bene alla terapia, a chi la pratica, a chi se ne serve, a chi scrive, a chi legge e anche a Internet, perché sia un luogo di informazione plurale e di contenuti di qualità, e non solo megafono delle solite cose.
Una ragione personale
La verità è che all’origine di tutto c’è una mia personale fissazione — ma tutto questo mestiere non è in fondo una maniera di risolvere i propri impicci facendo in modo che le soluzioni tornino utili anche ad altri?
Ho sempre considerato la scrittura parte integrante di questo mestiere, questa è la mia fissazione.
Cominciò tutto con la fascinazione preadolescenziale per il cinema di Alfred Hitchcock: sentivo dire che il regista inglese subiva l’influenza della psicoanalisi, così per capirne di più mi comprai cose da leggere, a partire da Il piccolo Hans e L’uomo dei lupi: da noi noti come Casi clinici — ma chi mastica il tedesco mi dice che Krankengeschichten si può rendere in tanti modi e che anche storie cliniche non è male, con quella virata dalla medicina al romanzo. All’università scoprii Bateson, e poco più tardi il Gruppo di Milano. Lessi Paradosso e controparadosso e trovai un giacimento di storie: saghe familiari, avventure di terapeuti curiosi…
La psicoanalisi, e poi la psicoterapia, per me non erano disgiunte dal loro racconto.
Non ricordo se pensai prima “Voglio fare questo mestiere” o “Voglio scrivere un libro così”. Qualche anno dopo, i libri di Luigi Boscolo e Paolo Bertrando mi convinsero che era il momento di tornare a Milano per riprendere la formazione e per conoscere i Maestri — ma più di tutto, gli autori di quei libri.
Alla fine degli anni Novanta smanettavo con le piattaforme di blogging e con un po’ di codice html e avevo un sito del mio studio — verosimilmente dovrei essere stato fra i primi psicologi a farsi un sito web. Scrivevo di tanto in tanto brevi articoli (di cui per fortuna oggi non resta traccia): mi pareva normale, oltre al curriculum, corredare le mie pagine di una parte più dialogica e narrativa.
E poi il blog, e poi i primi libri e articoli, e la collaborazione con la rivista della mia Scuola (prima di carta, poi online). Più tardi ancora me ne affidarono la direzione, che è durata fino a quest’anno.
E alla fine, sapete?, quel libro che sognavo di scrivere l’ho scritto. È venuto proprio come piace a me. È nato dentro un’altra storia che c’entra con la scrittura. Sapevo che nel mio campo pubblicare è difficile, se non hai già una notorietà consolidata, o se scrivi cose che non sono fatte per essere popolari (il libro sulle madri non era proprio un titolo da alta classifica, ma non gli mancava niente per essere un buon viatico; solo, per qualche ragione il suo cammino si interruppe presto e non so nemmeno se sia ancora in circolazione). Facilmente finisci in un tunnel di “ci richiami il mese prossimo” e di editoria a pagamento (nel senso che paghi tu per pubblicare). Oggi in realtà alcuni editori che fanno eccezione ci sono, ma c’è stato un momento che mi son detto “dai, facciamo la casa editrice che non c’è; e facciamo solo e-book, quello è il futuro!”. Non era il futuro, oggi possiamo dirlo. Prevedere cosa succederà in Italia dopo cinque o dieci anni sulla base di quello che accade nel mondo in un dato momento ha una logica, ma non è una scienza esatta.
La casa editrice partì, con mia moglie e me. In quel momento avevo fra le mani appunti da sette o otto anni di seminari e lezioni su un argomento che mi stava a cuore, e sul quale sapevo di avere cose da dire — cose che, anche secondo chi le conosceva, avevano un certo grado di originalità. Così, invece di mettermi in coda da qualche editore per sentirmi dire “sì, ma quante copie vendute mi garantisci?” ne feci un e-book coi miei mezzi. Successivamente la piccola casa editrice passò in altre mani: la adottò Felice Di Lernia, a cui fui grato perché aveva spalle più forti delle mie e una macchina organizzativa che avrebbe permesso alla creatura di sopravvivere. In quegli anni il digitale cominciava a significare anche print on demand, una buona occasione per produrre libri di carta in modo sostenibile, e finché collaborai con Felice sperimentammo con grande euforia quella tecnologia. Anche il mio libro ebbe la sua esistenza fisica.
Mi era venuto talmente bene che decisi che non avrei più fatto libri. In seguito alcuni colleghi mi avrebbero chiesto di scrivere per progetti curati da loro e qualche volta ho contribuito, anche con piacere, ma sapendo che meglio di quello non avrei fatto. Quel libro riscosse un certo affetto, credo meritato, fu letto più di quelli usciti per case editrici più note (dalle quali peraltro non ho mai ricevuto un dato di vendita). Contiene storie cliniche e passaggi di sedute che contribuiscono a un certo brio narrativo e rendono la teoria un po’ più trasparente. Era fatto di storie che avevo in mente da anni e che avevo raccontato spesso — credo si senta, sebbene scrivere quello che hai in mente lo trasformi profondamente a sua volta. Più di uno mi disse che, certo, era un libro di una certa densità teorica, ma era godibile anche per chi non era del mestiere.
Ecco, quando trovi quel punto preciso di intersezione è una soddisfazione impagabile.
Ancora buon anno a tutti e grazie a chi mi leggerà.




