La metafora, dicevamo, non è un trucco
Con questa terza parte entriamo finalmente un po’ più dentro il rapporto fra psicoterapia e pensiero metaforico.
Abbiamo visto che pensare alla metafora come a una strategia che permetta di essere più convincenti non rende giustizia alla complessità del pensiero metaforico. In linea di principio, una simile premessa porta la terapia nel novero delle attività direttive e persuasive, come la propaganda e la retorica, mentre nel tempo abbiamo sviluppato una sensibilità — sul piano etico innanzitutto — che ci richiede di stare in una relazione terapeutica con spirito meno strategico e più collaborativo possibile. In secondo luogo — sul piano squisitamente clinico — abbiamo tutti esperienza del fatto che costruire intenzionalmente metafore in seduta con l’intento di “spiegare” non ha molto senso. Ricordo dagli anni della mia formazione sistemica riunioni d’équipe in cui i terapeuti creavano immagini molto fantasiose, costruivano corrispondenze precise fra l’esperienza della famiglia e una immagine metaforica, e una volta dettagliata bene quella immagine nella loro testa, tornavano nella stanza di terapia e spiegavano seriosamente alla famiglia o alla coppia che, ad esempio, l’equilibrio della loro relazione era una bilancia con degli oggetti sopra, e come uno dei due metteva qualcosa sul proprio piatto, l’altro ne metteva delle altre sul proprio eccetera eccetera. Oppure raccontavano con tono grave di squadre di calcio e di ruoli nella partita per spiegare ai genitori perché le cose in quella famiglia non andassero tanto bene. Alla fine le persone annuivano confermando di aver capito, con l’aria di chi si sente spiegare le analisi del sangue: ascolta e crede a quello che dice il dottore perché gli attribuisce una qualche autorevolezza, ma quei pazienti guardavano le bilance, gli attaccanti, i difensori e tutto il resto con lo stesso coinvolgimento emotivo con cui leggevano il valore dell’omocisteina: un’informazione che ha senso perché ti dicono che ce l’ha.
Un’altra esperienza che dimostra quanto sia fallace pensare alle metafore come uno strumento credo sia piuttosto condivisa, ed è quella per cui quando una immagine ha avuto un certo successo in una seduta, non si resiste alla tentazione di tirarla fuori in un’altra situazione apparentemente simile, e i presenti nella stanza ti guardano con l’aria di “ma di cosa sta parlando?”. Se uno strumento come un cacciavite è fatto per essere usato più volte possibile, quando cedi alla tentazioni di pensarla come un cacciavite capisci che una metafora ha senso solo perché emerge in un qui ed ora che non si ripete.
Eppure tutte queste esperienze che conosciamo non impediscono di continuare a parlare di metafore in terapia come di uno “strumento” o una “tecnica”. Libri e articoli fanno riferimento all’utilizzo della metafora o allo strumento della metafora. Un vecchio numero monografico della bella rivista di psicoterapia relazionale Attraverso lo specchio aveva come titolo “La metafora” (n. 13, 1986). Si apriva con una introduzione colta e brillante di Camillo Loriedo che, passando per Aristotele e Hobbes, affermava alcune cose importanti a proposito della “accettabilità pragmatica” della metafora nella conversazione, vale a dire le condizioni che fanno sì che fra quelle persone, in quella relazione, in quella conversazione, in quel contesto, la metafora abbia senso e “produca informazione”. Conclude anche con un concetto molto potente sul “valore relazionale della metafora”, e cioè che nella terapia relazionale “l’intervento metaforico può cambiare il linguaggio, le relazioni e i modelli di pensiero della famiglia, ma anche quelli del terapeuta” (il corsivo è mio). Pensare alla terapia come a un contesto in cui anche il terapeuta si trasforma allontana anni luce da una concezione della cura come atto strategico e di controllo: il terapeuta si mette in gioco; si mette, in qualche misura, a rischio.
Ho scoperto purtroppo solo qualche tempo fa questo scritto di Loriedo. Il tema della terapia come luogo abitato dalla parte di noi che pensa col sillogismo in erba, e pertanto dove un terapeuta si espone col proprio mondo e col proprio immaginario, è un tema che mi affascina da una quindicina d’anni. Ritengo che quella introduzione del 1986 sia un articolo per tanti versi importante, e quanto è importante si capisce dall’articolo che segue immediatamente, che mi pare rappresentativo di una idea molto più diffusa.
L’articolo in questione è di Philip Barker (L’uso delle metafore nei problemi familiari), tratto dal suo libro Using Metaphors in Psychotherapy, che è uscito da noi per Astrolabio come L’uso della metafora in psicoterapia (si noti come parole quali “uso” e “utilizzo” ricorrano nella letteratura sull’argomento, e altrettanto la definizione della metafora come “strumento”).
L’articolo è assai gustoso, anche perché si apre con una storia interessante sul grande arrangiatore e direttore d’orchestra jazz Fletcher Henderson. Barker lo ricorda come un musicista importante, nonché in grado di attrarre nelle sue orchestre strumentisti di importanza storica, ma anche come un leader decisamente scadente. Non mostrava mai biasimo per la scarsa disciplina di certi suoi musicisti, e anzi era sempre accondiscendente. Era comprensivo verso comportamenti che facevano persino arrabbiare il resto dell’orchestra, non era capace di imporsi come capo e datore di lavoro. Questa scarsa attitudine alla guida ne determinò, dice Barker, l’insuccesso commerciale e anche i limiti artistici, almeno a confronto con orchestre meglio dirette e meglio organizzate. Anzi, Henderson era ben più che un “genitore indulgente”, si sentiva “uno dei ragazzi” più che il loro leader.
Come è evidente, questa può diventare una brillante metafora per dire a certe famiglie che il padre non ha abbastanza polso nel disciplinare tutti quanti.

“L’uso delle metafore è solo una delle strategie a disposizione del terapeuta per provocare cambiamenti nelle famiglie. Si possono impiegare vari tipi di metafora, ma, probabilmente, la cosa che riesce meglio con le famiglie è il racconto di una storia. Abbiamo raccontato la storia di Fletcher Henderson perché il funzionamento di un gruppo musicale è per certi aspetti analogo a quello di una famiglia. I gruppi jazz si prestano particolarmente bene per ragioni che spiegheremo più avanti.
In genere è più complicato costruire metafore per i problemi di una famiglia che per i pazienti singoli o per le coppie.
Ho evidenziato in corsivo alcuni passaggi che secondo me svelano la premessa strumentale e finalizzata sul linguaggio metaforico nella seduta di terapia, visto per di più come risultato di una costruzione intenzionale.
L’autore prosegue parlando di come costruire metafore nelle più diverse situazioni e suggerisce esempi che “potranno fornire al terapeuta che lavora con le famiglie idee applicabili a molti altri problemi clinici”. Elenca i problemi clinici e spiega come declinare le metafore per ciascuna classe di problemi. Sebbene chiarisca che “non è (…) possibile avere delle storie già pronte da usare al momento opportuno”, poiché alcuni schemi ricorrono tra famiglie diverse è possibile almeno avere delle tracce per costruire di volta in volta la metafora giusta.
Ecco, io penso che in questi casi la metafora non apre mai a una vera esperienza trasformativa, perché non ha alcuno spessore emotivo. Non ha possibilità di riincorniciare un tema, di costruire un minimo di senso intorno all’esperienza delle persone — per lo meno, un senso che si sollevi un tantino al di sopra di quello che sanno già. È un’operazione della finalità cosciente per introdurre strumentalmente un commento, per far passare una critica, magari anche un po’ moralistica, che un terapeuta non rivolgerebbe direttamente.
Metafore relazionali
Quando ho cominciato a pensare che questa visione della metafora nella conversazione terapeutica era del tutto insufficiente, ho provato a pensare qualcosa di diverso.
Se uno ritiene che il pensiero metaforico sia una normale attività non necessariamente consapevole degli umani, e che ci sono molte ragioni (le abbiamo viste nelle due parti precedenti dell’articolo) per non ridurre quella parte di noi a un trucco retorico, è necessario domandarsi come questo riconfiguri quello che pensiamo della conversazione terapeutica.
Immaginiamo una storia.
Immaginiamo due persone — le chiamiamo Agata e Germano — che sono una coppia da vent’anni e chiedono una consulenza perché da tempo non sanno più perché stanno insieme. Magari i loro bisogni spesso non convergono, lei soffre perché lui le sembra un uomo con pochi desideri e che per di più si esprime poco; lui fatica a starle dietro perché lei di desideri ne ha molti, e li persegue con una passionalità da cui lui sembra un po’ spaventato.
Mettiamo che nel corso della conversazione il terapeuta a un certo punto dica una cosa tipo “mi viene da pensare che siate meno distanti e meno diversi tra di voi, rispetto a come vi percepite; sembra che Agata in questa coppia sia il fuoco, e che abbia trovato in Germano l’acqua, che la aiuta a regolare tutto quel calore; ad Agata dispiace che Germano spenga fuochi, ma è anche vero che a volte è bravo a spegnere incendi. E sembra che Germano, che è l’acqua, abbia trovato nel fuoco di Agata un calore di cui aveva bisogno. Qualche volta ha il terrore di scottarsi, ma sembra anche che sia fortemente attratto dalla temperatura di Agata. È come se la vostra relazione consistesse nell’aiutarvi a regolare la temperatura, sembra che vi scambiate quello di cui avevate bisogno quando vi siete incontrati. Un po’ più fresco per Agata, un po’ più caldo per Germano. Vi ritrovate in questa storia?”.
Sarebbe una lettura che li descrive come complementari nei desideri, dove prima vedevano differenze che li separavano. A questo punto Agata potrebbe cominciare a raccontare come a volte senta davvero il bisogno di placare la sua furia, e come effettivamente Germano per lei sia sempre stato quell’elemento equilibratore. Germano dal canto suo racconterebbe come vicino ad Agata abbia scoperto passioni che ha cominciato a praticare, e mentre ne parla racconterebbe cose della sua vita attuale che lo fanno sembrare molto meno represso e noioso di come appariva prima e di come lui stesso si raccontava.
È una storia vera ma inventata, perché è fatta di elementi cuciti insieme da storie a cui ho assistito e da altre che ho conosciuto in contesti di formazione e supervisione. I nomi, naturalmente, sono di fantasia.
La metafora proposta dal terapeuta non verrebbe da un repertorio disponibile: sarebbe una immagine che rappresenta una sua risposta emotiva alla storia di cui si parlava. A differenza delle bilance e delle orchestre, questa potrebbe innescare una fase emotivamente forte della seduta, perché la coppia potrebbe sentirsi autenticamente raccontata e vista da uno sguardo che non intende fornire un modello normativo come quello del leader dell’orchestra, ma riracconta in un’altra cornice quello che Agata e Germano hanno detto di sé: lo fa attraverso delle immagini che non nascono da un repertorio di tracce utili, ma dall’immaginazione del terapeuta dentro quello scambio specifico. Quindi non appartiene a lui, ma alla relazione. L’abbiamo detto in tanti modi: la metafora connette.
È utile spendere giusto due righe per dire che il pensiero si affida alla logica del “sillogismo in erba” in quello stato di semi-trance che differenzia una seduta di terapia da un esperimento in laboratorio. È uno stato di coscienza simile per certi versi a quello con cui si ascolta musica o si segue una narrazione, o forse a quello in cui un musicista improvvisa. Una condizione di concentrazione rilassata, di affidamento al flusso della relazione e della conversazione: del tutto differente da quello in cui ad esempio si sigla un test di Rorschach o si fa una tirata moraleggiante su come un padre di famiglia dovrebbe farsi rispettare.
Una cosa a cui tengo molto: in nessun caso una metafora “provoca cambiamenti”, se con questo si intende che una ridescrizione metaforica procura uno choc tale da sovvertire il funzionamento di una relazione. Siamo diventati più prudenti anche nell’uso di un linguaggio troppo trionfale in quello che facciamo e nello scambiare la terapia per Lourdes. Nella storia di Agata e Germano, però, la metafora allarga il campo del senso quanto basta a fare spazio per una nuova ipotesi: potremmo non essere così radicalmente diversi, potremmo in effetti essere così complementari perché ciascuno dei due possiede qualcosa che all’altro manca, e questo lo rende prezioso.
Ma se questo accade, accade non perché la metafora è “azzeccata”, ma perché nasce dentro una relazione e restituisce una immagine di dolori insieme alla cognizione che sono stati visti e riconosciuti: genera quella connessione emotiva col terapeuta in cui è possibile quello che non è altrettanto immaginabile in un qualsiasi altro tipo di scambio. Non è, insomma, la realizzazione magica di un cambiamento. È l’inizio di una conversazione in cui lo spazio per quel cambiamento è un po’ più ampio di prima; ma è uno spazio in cui c’è da lavorare.
La metafora come punto di incontro?
Non vi nascondo che se avessi a che fare con una famiglia di jazzisti, mi piacerebbe molto partire dalla storia di Fletcher Henderson così come la racconta Barker. Il musicista aveva effettivamente un talento per gli affari inversamente proporzionale a quello artistico, ma questo non gli impedì di diventare un artista importantissimo nella storia delle orchestre jazz e di fissare gli standard per l’arrangiamento dell’era dello swing. E non gli impedì di avere tra le proprie fila giganti come Louis Armstrong, Roy Eldridge, Coleman Hawkins, Benny Carter. Sono sicuro che molti suoi colleghi avrebbero scambiato la loro fortuna con il suo fallimento.
Certo, alcuni suoi arrangiamenti fecero grande l’orchestra di Benny Goodman, quando Henderson ebbe bisogno di fare cassa per tappare i buchi finanziari: dietro alcuni grandi successi del clarinettista c’era lui. Ma non tutti ritengono un valore essere il tizio che sta in prima fila. E non tutti ritengono desiderabile essere più bravi negli affari che nella creatività. E non per tutti ha senso ascoltare la storia di un’orchestra jazz e vederci dentro qualcosa che li riguarda come genitori, per esempio. Mica tutti quanti vogliono fare il jazz. E se per qualcuno potrà anche avere senso una spiegazione su come si mantiene la disciplina in casa, ci sono molte altre persone che non vedono una famiglia necessariamente come una gerarchia con in cima un direttore. Insomma, l’idea che si possano insegnare delle metafore “utili”, o che si possa spiegare un modo di costruirle, è completamente stridente se pensiamo a quello che sappiamo di come nascono le metafore, e se pensiamo a un modo di fare terapia che abbia intenzioni più elevate che introdurre direttivamente regole di buon funzionamento.
Credo che il momento in cui in terapia si incrociano l’immaginario del paziente e quello del terapeuta sia uno di quei momenti in cui il pensiero metaforico riesce a sparigliare le carte nel modo più interessante. E forse costituisce l’esempio migliore di cosa intendo quando dico che nell’aprire la conversazione al suo mondo metaforico, il terapeuta si espone.
Quasi dieci anni fa è uscito un mio libro nel quale ho raccontato come tutte queste idee prendevano forma. Contiene materiale e pensieri raccolti in parecchi anni di lezioni sull’argomento. In quel libro raccontavo un bel po’ di storie cliniche, anche attraverso trascrizioni fedeli di passaggi di sedute.
C’è una storia che ricordo con particolare piacere e gratitudine. Era una coppia: nella ricostruzione del racconto li chiamai Lucia e Marcello. Nella loro storia Lucia si era posta nei confronti di Marcello come se volesse cambiarlo — lui era un uomo ruvido con un passato difficile, lei una brava ragazza cresciuta in parrocchia. Per dire quanto erano diversi, Marcello nel tempo libero smontava e rimontava chitarre elettriche e vecchi amplificatori a valvole. Era un fan di Van Halen e AC-DC. Lucia invece cucinava canticchiando i testi sentimentali dei cantautori che aveva ascoltato da ragazzina con le amiche dell’oratorio.
Lui era lusingato da quella forma di accudimento, da quel desiderio di salvarlo, ma qualche volta reagiva in modo aggressivo, confermando l’idea di Lucia che c’era davvero bisogno di aiutarlo a cambiare.
In una seduta Lucia era irritata perché qualche sera prima stava affrontando il figlio adolescente e Marcello era intervenuto apostrofando il ragazzo in modo piuttosto crudo (“se non la smetti ti prendo per i capelli!”). Era arrivato in soccorso di Lucia e non si faceva una ragione del fatto che lei non avesse apprezzato l’aiuto. “Ma si può dire certe cose?”, domandava incredula lei, “mi vengono i brividi solo a pensarci”. E Marcello: “Ma è un modo di dire! Credi davvero che prenderei per i capelli uno di loro, o che gli farei del male?”.
Sembrava che Lucia fosse molto sensibile al contenuto delle parole di Marcello, dove invece lui con quell’intervento aveva inteso fare qualcosa che a tutti i costi interrompesse la discussione, peraltro in un momento in cui la madre era seriamente in difficoltà nell’affrontare il figlio.
Parliamo a lungo del fatto che Marcello aveva avuto un effetto con delle parole forti, che lui non prendeva alla lettera, ma il cui senso letterale aveva molto colpito Lucia.
La trascrizione di quella conversazione è molto lunga, ma in breve quello che voglio dire è che c’è un momento in cui il terapeuta dice: “Sembra che non siano le parole la cosa importante per Marcello, ma la musica… cioè, è diverso il valore che date alle parole. Per Lucia le parole sono importanti per quello che dicono. Per Marcello sono importanti per come suonano. Insomma, è come se ascoltaste una canzone: ci sono quelli che ascoltano più la musica e quelli che ascoltano più le parole, avete presente? Ecco, forse voi siete un po’ così…”
A quel punto cominciano a parlare di come diano peso differente alle parole e di come siano differenti i loro stili di comunicazione (“per Marcello in certi momenti le parole servono per mettere il distorsore e sparare al massimo l’amplificatore…”). E lo fanno in un clima leggero e divertito.
Marcello dice al terapeuta: “È proprio vero! Certe volte mi dice: ascolta questa canzone, senti cosa dice. Ma che mi frega a me cosa dice, a me interessa la musica! (mimando pennate su una invisibile chitarra elettrica)” E Lucia: “Sì, per me è molto importante quello che si dice con le parole…”. Il lungo confronto che ne seguì — sulle loro differenze e sulla legittimità di entrambi i modi di essere — prese tutto il seguito della terapia.
Non è mai stato esplicitato nella conversazione, ma credo che entrambi abbiano capito che quello che gli aveva reso la questione così interessante, e che aveva contribuito ad immaginarne nuove versioni, era che il terapeuta condivideva con Marcello la passione per le chitarre, e con entrambi la passione per le canzoni.
Ecco, con questa storia si chiude quanto avevo da dire sul tema. Parlare di metafora mi sembra importante non solo per quello che implica nel nostro modo di costruire il mondo, ma anche nel discorso sulla cura della parola perché costituisce la differenza che passa fra una idea direttiva e tecnicista della terapia e un’idea più costruttivista e cooperativa. Mi sembra, infine, che sia cruciale per un pensiero sul famoso tema del “sé del terapeuta” e su quello, altrettanto antico, delle “emozioni in terapia”.
Spero di aver chiuso con questa terza parte tutti i cerchi che ho aperto, o almeno indicato delle chiusure possibili. Se così non fosse, e qualcosa non fosse chiara, vi prego di segnalarmelo. Magari sarà interessante tornarci su.
Grazie di essere arrivati fin qui.





