Psicologia & psicoterapia

Metafore e psicoterapia
La metafora e altre storie. Parte 2: l’uomo è erba, la luna una frittata

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Dove si parla di sogni, poesia, natura e anche di sopraffazione. Perché se De André diceva che non esistono poteri buoni, Gregory Bateson avrebbe detto che non esistono poteri intelligenti…

Barbara chi?

Che ci badiamo o no, quando ragioniamo su quello che ci circonda seguiamo delle regole, perché un ragionamento ha una forma. La forma fondamentale è il sillogismo, cioè una argomentazione costituita da tre proposizioni. Questo è un sillogismo:

Tutti gli uomini sono mortali
Socrate è un uomo
Socrate è mortale

Questa forma è nota come “sillogismo in Barbara”. Barbara chi? Non c’è nessuna Barbara: è solo una parola che serve per ricordare tre “A” in fila, perché il sillogismo è costituito da due premesse universali Affermative (la “premessa maggiore” e la “premessa minore”) e una conclusione universale Affermativa. A condizione che le premesse siano vere, la conclusione è vera necessariamente: è così che il sillogismo garantisce la “conservazione della verità”.
Il sillogismo “in Barbara” è uno dei quattro tipi di sillogismo, e il modo in cui “conserva la verità” si vede facilmente: riferisco una qualità di cui sono certo (l’essere mortali) dei soggetti di una certa classe (gli uomini); poi enuncio un soggetto (Socrate) attribuendogli — anche di questo sono certo — un’appartenenza a quella classe (gli uomini, appunto); e concludo che non c’è ragione di dubitare che anche a lui si applichi il predicato universale (“è mortale”) che si applica alla totalità dei membri di quella classe.

Ma ora fate caso a questo:

L’uomo è mortale
L’erba è mortale
L’uomo è erba

A prima vista è un procedimento simile, eppure, come si vede dalla conclusione, a un certo punto è accaduto qualcosa che ha fatto virare il pensiero verso una direzione insolita. Dov’è che il gioco impazzisce? Apriamolo e guardiamoci dentro.

La condizione di un sillogismo è che le due premesse abbiano in comune almeno un termine: “uomo” è il termine in comune nel sillogismo in Barbara (in bArbArA), figura come soggetto nella premessa maggiore e come predicato nella premessa minore. Nel secondo sillogismo (chiamiamolo “sillogismo in erba”) il termine comune (“è mortale”) appare entrambe le volte come predicato: per cui il ragionamento è fatto di due premesse maggiori, che stanno sullo stesso piano logico (gli uomini infatti non fanno parte dell’erba, sono un’altra classe, un altro insieme, come lo è l’erba). Dunque, in breve: questa classe è fatta di elementi mortali e quell’altra pure.
La connessione sta nel fatto che a entrambi i soggetti può essere applicato lo stesso predicato. Essa dunque arriva non in virtù di un rapporto logico, ma di una somiglianza, di una simmetria, di qualcosa che si può dire di entrambi i soggetti: se sono entrambi mortali, l’uno e l’altro sono la stessa cosa.
Ecco dunque dov’era nascosto l’errore! D’altra parte, a guardare quella bizzarra conclusione, siamo per forza davanti a un incidente del pensiero, un sabotaggio della logica, un deragliamento della ragione, un capitombolo nella follia. Chi volete che pensi in quel modo?
Beh, ora guardate qua:

L’uomo: come l’erba sono i suoi giorni! Come un fiore
di campo, così egli fiorisce. Se un vento lo investe,
non è più, né più lo riconosce la sua dimora.
Ma l’amore del Signore è da sempre.

Sono i versetti 15 e 16 del Salmo 103. Indipendentemente da quanto siate in sintonia con la visione metafisica che li anima, dovete ammettere che questi versi hanno un senso e che vi parlano. Vi parlano, certo, in una lingua che non è quella del ragionamento deduttivo, eppure è una lingua che conoscete, tanto che probabilmente afferrate dove vogliono andare a parare. I versetti si riferiscono, in un linguaggio non letterale, alla precarietà della condizione umana — contrapponendola a qualcosa che la trascende e la travalica, che per i credenti è l’amore di Dio, ben più forte e duraturo della vita di un fiore o di un filo d’erba.
Un salmo (da psalmós: perché il verbo psállō voleva dire “canto con l’accompagnamento della cetra”) è una composizione di carattere poetico e spirituale con cui l’uomo rivolge a Dio preghiere e lodi. Il Salterio (psaltḗrion) era il libro che li raccoglieva, ed è anche il nome dello strumento a corde con cui si accompagnavano i salmi. Scusate la pedanteria sulla storia delle parole, ma è per dire che c’è stato un tempo in cui la poesia, la musica, la danza, la metafora e il sacro vivevano sotto lo stesso tetto.

Ora, è chiaro che quando il salmista dice “L’uomo: come l’erba sono i suoi giorni! Come un fiore di campo, così egli fiorisce. Se un vento lo investe, non è più” non vuole dire: “Il tempo dell’uomo è così aleatorio, egli nasce fragile e delicato, e quando arrivano i rovesci della sorte, è finito”. Se avesse voluto, avrebbe detto questo. Invece dice proprio: “L’uomo: come l’erba sono i suoi giorni! Come un fiore di campo, così egli fiorisce. Se un vento lo investe, non è più“, perché proprio quello intende dire. Sì, ribatterete voi, ma alla fine sempre quella roba lì significa. Ecco, sì e no. Voleva certamente riferirsi alla natura umana che è fragile e vulnerabile, ma voleva farlo per immagini, parlando a un’altra parte del nostro cervello. E voleva farlo con un’espressione che “mostrasse” quel senso, senza spiegarlo con un ragionamento.
Dunque, l’uomo è davvero “erba”? Stando a quello che abbiamo detto, quella conclusione è vera, ma lo è in un modo diverso dal modo in cui è vera la conclusione del sillogismo “in Barbara”. “L’uomo è erba” è una verità che non è espressa in un linguaggio letterale, ma non è meno “vera”. Solo, lo è più in un senso, come dire?, emotivo. Fra l’altro, questa storia dell’uomo e dell’erba, non vi ricorda anche quel modo di rappresentare le cose in immagini con cui ci parlanoanche i sogni?

Allora quel sillogismo che ci viene da trattare come uno sbandamento del pensiero è in realtà il paradigma di un altro pensiero. Anche questo garantisce una “conservazione di verità”, solo una verità di un genere un po’ diverso.

Questa faccenda del sillogismo in bArbArA e del sillogismo “in erba” è stata a lungo oggetto di riflessione per Gregory Bateson. Sosteneva che la poesia, l’arte, il sogno, l’umorismo e la religione dimostrano una chiara predilezione per i sillogismi “in erba”. E certo, anche la schizofrenia. Ma

“con buona pace dei logici, tutto il comportamento animale, tutta l’anatomia ripetitiva e tutta l’evoluzione biologica, sono, ciascuno al suo interno, tenuti insieme da sillogismi in erba”. (Verso un’ecologia della mente)

Bateson voleva dire che gli organismi hanno attraversato la storia dell’evoluzione organizzando la loro embriologia in modo da avere — ad esempio — due occhi, uno di qua e uno di là dal naso. La natura è caratterizzata da una profonda simmetria di relazioni formali: e nella metafora ritroviamo quella logica profonda della natura, che non è la logica aristotelica, ma è una logica di relazioni, di forme, di pattern, di simmetrie. Ritroviamo insomma quella “sacra unità” tra mente e natura, in cui non esiste una mente separata dal corpo né un individuo separato dall’ambiente e dal contesto — o un dio separato dalla sua creazione. Quella logica è la logica del mondo vivente.

Il mondo (tutto) intero

La logica batesoniana può apparire particolarmente astratta, a volte persino ostica. Essa propone una “ecologia delle idee” che renda conto di fenomeni del tutto distanti fra loro, come

“(…) la simmetria bilaterale di un animale, la disposizione strutturata delle foglie in una pianta. l’amplificazione progressiva della corsa agli armamenti, le pratiche del corteggiamento, la natura del gioco, la grammatica di una frase, il mistero dell’evoluzione biologica, e la crisi in cui oggi si trovano i rapporti tra l’uomo e l’ambiente” (ancora da Verso un’ecologia della Mente).

Sarebbe molto difficile approfondire oltre in questa sede, ma già così si capisce quanto la metafora sia per Bateson qualcosa di maledettamente importante (di “sacro”, dice). Altro che trucchi per persuadere, altro che strategie linguistiche per aggirare resistenze e perseguire qualche scopo — uno scopo buono o cattivo, non è questo il punto. Il punto è che la sola idea di uno scopo “rompe” quella unità: per esercitare una intenzionalità, una finalità consapevole “su” qualcosa o “su” qualcuno devi pensarti separato da quel qualcosa o quel qualcuno, considerarlo come una porzione di realtà da cambiare, da dominare, da sopraffare, su cui esercitare qualche genere di potere.
È interessante come, per vie del tutto differenti, da sensibilità distanti, da discipline diverse — uno dalla prospettiva della linguistica cognitiva, l’altro in una cornice filosofico antropologica — Lakoff e Bateson suggeriscano che la metafora, lungi dall’essere una “belluria poetica”, una strategia retorica, una trovata persuasiva, sia una forma del pensiero che ci svela la fallacia della nostra tendenza a scindere pezzi del mondo e di noi stessi.
Lakoff rifiuta la separazione di mente e corpo (ne abbiamo parlato: il pensiero metaforico è un’espansione dell’esperienza del mondo fisico) e lo stesso per quanto riguarda quella tra persona e ambiente, perché la prima non può essere definita indipendentemente dal secondo.
Bateson nel pensiero metaforico trova la connessione fra l’individuo e la mente più vasta, e in quella unità coglie qualcosa di fondamentale che, pure, l’umanità nel tempo avrebbe dimenticato. È il senso perduto di una totalità che si oppone a qualunque intenzione di sfruttare l’ambiente o il prossimo: perché io possa sfruttare qualcosa, infatti, bisogna che questo qualcosa sia separato da me. La catastrofe ecologica, in questo senso, sarebbe il frutto amaro della perdita di quel senso di connessione e di unità. Se mi sento “altro” e “separato” dal ramo sul quale siedo, allora mi illudo di poter segarlo, di poter esercitare su di esso un potere, senza che la mia azione abbia conseguenze su di me.
Diceva De André che non esistono poteri buoni: Bateson avrebbe detto che non esistono poteri intelligenti, giacché la sola idea che si possa controllare qualcosa, nella totale ignoranza di quella interconnessione, è profondamente stupida. Sebbene a volte il circuito delle sue conseguenze patogene possa essere abbastanza lungo da permetterci, per un certo tempo, l’illusione che quell’idea funzioni.

Diceva il postino di Neruda (ricordate? È nella prima parte dell’articolo): “allora il mondo intero — proprio dico col mare, col cielo, con la pioggia, le nuvole, eccetera eccetera — cioè il mondo intero allora è la metafora di qualcosa?”. È qualcosa di più. La cosa incredibile non è che ogni oggetto del mondo può essere una metafora di qualcosa: è che gli esseri viventi, e la loro storia, hanno la forma di una metafora.

Inventare una metafora

Giovan Battista Marino fu un poeta napoletano del ‘600, di quella corrente che chiamano concettismo. Dette peraltro il nome al marinismo, che è un’altra corrente parallela, accomunata alla prima dal chiaro intento di usare linguaggio e metafore a scopo contundente. I concettisti dal canto loto avevano una tendenza al gioco di parole sottile, ricorrevano alla metafora non tanto a scopo ornamentale quanto intellettuale, come di esplorazione di corrispondenze e nessi inaspettati fra le cose.
Beh, Marino era uno che per dire la luna diceva “del padellon del ciel la gran frittata”, dove la volta celeste è una immensa padella e il nostro satellite una gigantesca omelette. In generale cielo e stelle erano per questi poeti secenteschi palestra per l’esercizio del cattivo gusto: che dire di «del celeste crivel buchi lucenti», da Claudio Achillini, giurista bolognese e illustre marinista? Non vi procura un certo imbarazzo l’immagine delle stelle come buchi del setaccio da cui passa la luce? Non avvertite un eccesso di intenzione, una certa ricercatezza dell’effetto, una determinazione a procurare un sobbalzo a tutti i costi?

Tutti questi pirati della metafora barocca cercavano immagini con l’intenzione di meravigliare, di spiazzare, o magari anche di far riflettere, ma in tutti i casi è chiara una intenzionalità un po’ manipolatoria. Che forse è parte di quel fastidio che questi versi ci suscitano, come se una vocina dicesse “ehi, ti ho colpito? Dimmi un po’, ho fatto effetto?”.
Non so se Gregory Bateson abbia mai letto quei poeti, ma me lo immaginerei storcere il naso e fuggire tutto sudato per cercare scampo in Eliot o in Coleridge. La sola idea che la metafora potesse essere strumento di un piano finalizzato a uno scopo era per lui una profanazione della sacralità, una specie di bestemmia. Disdegnava l’attività di intossicare le metafore di “finalità cosciente”, che è appunto quell’atteggiamento umano che ci illude di poter progettare le nostre azioni e i passaggi necessari a ottenere uno scopo, senza tener conto della natura sistemica di tutto quanto. Come in tutti gli eccessi della finalità cosciente, lì Bateson riconosceva un segno della “crisi ecologica”, cioè del disastro incombente frutto dell’incomprensione di quella sacralità, dell’ideologia della separazione dell’uomo dal suo ambiente.
Ora, è ovvio che tutti noi, tutti i giorni, compiamo atti intenzionali e usiamo la nostra intelligenza per orientare le nostre azioni verso certi scopi, ma il punto è che non siamo solo coscienza, e che “la coscienza è di necessità selettiva e parziale, cioè che il contenuto della coscienza è, tutt’al più, una piccola parte della verità sull’io”. Affidare totalmente ad essa il governo del nostro rapporto con l’ambiente e con gli altri è dannoso e sciocco, perché il pensiero che può farci cogliere la complessità delle interconnessioni e della dimensione sistemica del mondo è di un altro genere.

E qui nasce una questione interessante. Se l’intenzionalità nelle relazioni nasconde i rischi che diciamo, e se davvero una metafora “finalizzata” è un atto turpe che sta giusto qualche gradino sotto lo sversamento di sostanze tossiche, come la mettiamo col fatto che la psicoterapia è, notoriamente, una pratica umana che ha un fine — quello di far star meglio qualcuno — e che in quanto tale è un luogo in cui si dispiega il pensiero metaforico?
Ecco, è vero che oggi le discussioni che hanno maggiore risonanza riguardano le tecniche evidence based, la loro efficacia, la loro standardizzazione e la loro validazione; ma io credo che le domande veramente cruciali siano queste. Per chi ha avuto la pazienza di seguirmi fin qui e ne avrà altrettanta per aspettare il seguito, ci stiamo avvicinando al nodo della questione.

Sono Massimo Giuliani, psicoterapeuta a L'Aquila e online. Quello che hai appena letto era uno degli articoli del mio blog. Grazie per l'attenzione. Per ricevere in anteprima i miei articoli clicca qui e abbonati alla newsletter.