Lynn Hoffman si è spenta ieri, alle tre della costa Est degli Stati Uniti, e per chi fa il nostro mestiere e ha a cuore la storia del movimento sistemico è una perdita che non si può misurare.
Lynn Hoffman è stata una voce critica della terapia della famiglia, è stata una testimone dei passaggi storici principali, è stata una storica che l’ha raccontata dall’interno in modo personale e partecipe, tanto che il suo ultimo libro autobiografico (mai tradotto in Italia), si chiama Family Therapy, An Intimate History.
Fu coautrice nel 1987 (con Peggy Penn, Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin) di Milan Systemic Family Therapy, il libro che fece conoscere al mondo anglosassone il lavoro dei due Maestri italiani della terapia sistemica, quello che dappertutto avrebbero denominato Milan model, o Milan Approach. In Italia il libro sarebbe uscito solo diciassette anni dopo (dopo essere stato letto praticamente in tutto il mondo), col titolo Clinica Sistemica.

All’inizio degli anni 2000 la conobbi personalmente. Di quel periodo porto con me il ricordo di una corrispondenza via email e di alcuni incontri.
Era un periodo molto esaltante per me.
Adriana Valle e io stavamo lavorando alla nostra tesi di specializzazione: avevamo intrapreso da un po’ di tempo una serie di terapie familiari condotte insieme, e volevamo scrivere sull’esperienza della coppia terapeutica composta da uomo e donna. Condividevamo il percorso nella scuola di specializzazione (io, con un’altra formazione alle spalle, ero tornato a Milano apposta per riprenderla con Boscolo e Cecchin) e la partecipazione al Forum sulle Matrici Culturali della Diagnosi, un gruppo di ricerca animato da Pietro Barbetta all’università di Bergamo. Pietro era al corrente del lavoro che stavamo conducendo e ci consigliò di mettere l’accento sulla questione dei ruoli di genere: ci mettemmo così a lavorare sul modo in cui la coppia bi-gender di terapeuti porta in terapia premesse maschili e femminili e come può aiutare a decostruire le premesse di genere di cui la coppia, o la famiglia, è portatrice: premesse che, quando superano un certo livello di rigidità, fanno soffrire e forse hanno un ruolo anche nella sofferenza che la famiglia porta in terapia.
Pietro ci consigliò così di metterci in contatto con Lynn Hoffman, che sulle premesse di genere aveva scritto cose importanti e ci aveva lavorato su. Aveva anche scritto un articolo nel 1990, “Constructing Realities: an Art of Lenses” che era uscito sulla rivista Family Process e che, inspiegabilmente, in Italia era rimasto non tradotto, sebbene citato spesso e considerato un testo cruciale su un certo passaggio della storia della terapia sistemica (che diventava meno interessata alle dinamiche del sistema e più a una prospettiva testuale e narrativa sulla terapia; e che rimetteva al centro la questione del ruolo dell’osservatore, ma in una chiave più culturale e politica che nel decennio precedente). Nel corso del lavoro, Adriana si trasferì negli Stati Uniti. Avevamo una quantità di registrazioni di sedute, una mole di letteratura raccolta sulle premesse di genere e continuammo a lavorare da una parte all’altra dell’Oceano. Trascrivemmo gran parte di quelle sedute (mandavo ad Adriana dei frammenti di mp3 con la connessione a 56k) e lavorammo di lena per un lungo periodo. Il fatto che Adriana fosse negli USA e che parlasse un buon inglese favorì il contatto con Lynn. Che fu immediatamente disponibile: ci scrivemmo, discusse con noi le sedute che trascrivevamo, ci aiutò a fare delle letture depatologizzanti in particolare di un caso: una strana terapia con una coppia di genitori di una ragazza anoressica, che ci erano stati inviati dalla terapeuta individuale della giovane con la raccomandazione di non invitarla in seduta e di non interferire nella sua terapia individuale. Conversarne con Lynn ci fu molto d’aiuto, tanto che decidemmo che quella tesi di specializzazione sarebbe diventata un libro (sarebbe uscito nel 2007, con l’aggiunta di un ulteriore caso clinico). Credo che anche grazie a lei quel lavoro ebbe una profondità probabilmente superiore a quello che sarebbe stato altrimenti (qui un sunto, che preparammo per un convegno del Centro Genovese di Terapia della Famiglia).
Avevamo tradotto ai fini del nostro lavoro quel suo famoso articolo del 1990. Si trattava di un saggio che poneva una questione fondamentale, cioè che lo sguardo del terapeuta sulla famiglia si serve inevitabilmente di lenti, fra cui anche quella del genere (il gender, proprio lui). Convinti che sarebbe stato utile rendere pubblica la versione italiana, chiedemmo a Lynn l’autorizzazione a pubblicarla su un sito che all’epoca gestivo, e che raccoglieva materiale di interesse sistemico. Speravamo che accettasse, ma sapevamo come vanno queste faccende editoriali e probabilmente non ci contavamo molto. Ci sorprese rispondendoci con gratitudine, come se fossimo noi a fare un piacere a lei. Ci disse che lei aveva l’ultima parola sui diritti di quell’articolo, e che certamente aveva piacere che pubblicassimo la nostra traduzione.
Il sito su cui uscì la traduzione cessò l’attività qualche anno dopo, ma di recente è stata ripubblicata sulla rivista Connessioni, qui disponibile gratuitamente.

Gianfranco Cecchin e Lynn Hoffman.
Grazie a Christopher Kinman

Nel 2002 arrivò in Italia e potemmo incontrarla di persona. Fece un giro di incontri e seminari al Centro Milanese, all’Associazione Shinui e in altri contesti, e io la seguii in quasi tutte quelle occasioni.
All’università di Bergamo tenne una lezione molto affollata, durante la quale chiese ad Adriana e a me di raccontarle l’epilogo del caso dell’anoressica sconosciuta. Credo che, una volta chiusa la terapia, nell’attesa di incontrarla in Italia non l’avessimo più aggiornata. Le riferimmo dunque dell’ultima seduta e della felice conclusione. Io le raccontai uno strano episodio successivo che aveva colpito me e Adriana, e che sorprese anche lei: ero con la mia figlia maggiore, all’epoca in età di scuola elementare, a un concerto in piazza, e in mezzo alla folla mi ritrovai davanti al papà della ragazza, accompagnato proprio da lei. Me la presentò, e così la conobbi quella sera. Anche Lynn espresse la propria meraviglia a proposito di quello scherzo del caso, che vide me e quell’uomo faccia a faccia con le nostre figlie per mano: la sorpresa era dovuta al fatto che spesso avevamo discusso di quanto quella terapia avesse vissuto anche di potenti risonanze con la maternità e la paternità dei due terapeuti: quell’epilogo era l’incredibile chiusura di un cerchio.
“E come stava la ragazza?”; mi domandò. “Beh”, risposi… “mi pareva in buona salute. L’ho rivista in altri momenti tra il pubblico e l’ho vista ballare tutto il tempo senza nemmeno svenire!”, scherzai. “Well”, commentò Lynn. “It’s a good outcome!”.
Terminò quella discussione dicendo che vedeva nel nostro lavoro una continuazione dell’opera di Luigi Boscolo che consisteva, diceva, nel “riportare le emozioni nella terapia della famiglia”. Lynn era stata protagonista di una critica accesa verso il periodo più “meccanicistico” della terapia sistemica, quello dei tempi della cibernetica del primo ordine. Aveva parlato addirittura di “fascismo sistemico” e aveva raccontato la sua scelta di ripudiarlo. Nelle sue critiche alla terapia della famiglia non si poneva in una posizione di superiorità da cui emettere condanne: decideva di implicarsi e di assumersi la responsabilità delle scelte che intendeva lasciarsi alle spalle. Conoscendo questa sua posizione, e sapendo con quanto affetto e interesse guardasse a quel che era successo a Milano negli ultimi anni, accogliemmo quel commento sul nostro lavoro con gioia ma anche – credo di poter parlare per entrambi – con un forte senso di responsabilità.

Insomma, ricordo l’incontro con Lynn con immensa riconoscenza per quanto mi donò sotto il profilo professionale. Ma avrete capito che quello che veramente mi toccò fu la grande dolcezza e l’umiltà di quella donna. E se devo dirla tutta, a chi mi chiedesse un’immagine o un momento che definisca la Lynn Hoffman che ho conosciuto, questo ha a che fare con qualcosa che viene prima del suo prestigio scientifico e della sua acutezza di clinica e formatrice.
In una delle tappe di quel giro di lezioni e seminari un’allieva accettò di raccontare un caso e discuterlo con Lynn. Era una storia che vedeva, fra le altre cose, una mamma che aveva un legame col figlio che definiremmo “simbiotico”, una donna che faceva una grande fatica ad accettare i tentativi di lui di crescere e uscire dal suo controllo. Era il periodo in cui mi interessavo molto al linguaggio dei terapeuti che cominciavano a partecipare ai salotti televisivi, che diventavano popolari tenendo conferenze e scrivendo libri in cui facevano sentire incapaci madri e padri. Lynn ascoltava con attenzione la storia dei dolori di quella madre, si chinava sulla collega e diceva incredula: “oooh, really?”. E l’affetto dolente e partecipe di quella donna con tanta storia da raccontare, china su quella storia piccola, quel giorno mi disse qualcosa sulla differenza fra essere terapeuti famosi ed essere grandi terapeuti.

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