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“Peccato che non sia un maschio”
La figlia del rabbino Feldman aveva studiato composizione e suonava bene due strumenti.
Era stata una bambina brillante e precoce, parlava che non aveva ancora un anno e mezzo. “Peccato che non sia un maschio”, diceva la gente. Fra gli ebrei ortodossi, infatti, era uso che i figli maschi studiassero e le femmine si dedicassero ad altro.
Fu solo il legame insolitamente stretto che aveva con lei a spingere il rabbino a rompere la tradizione e ad assecondare il desiderio di realizzazione della figlia.
Ruth Feldman ebbe cinque figli e capì che quello che desiderava era studiare le interazioni fra i bambini e i loro genitori. Si mise a osservare l’arvicola, un roditore nordamericano, i cui piccoli sono accuditi attivamente da entrambi i genitori. Scoprì che i maschi della specie mostravano livelli di ossitocina e prolattina straordinariamente alti.
La cosa si faceva troppo interessante per fermarsi lì. La dottoressa Feldman pensò che doveva provare ad osservare quel che accadeva nel sistema endocrino di padri umani. Registrò nei neopadri livelli alti di ossitocina, esattamente come nelle madri: la presenza del neurotrasmettitore si era incrementata, non in seguito a gravidanza o contrazioni ma in proporzione al tempo che quei padri trascorrevano nel gioco coi bambini.
Osservò poi che iniettando ulteriore ossitocina nei padri, il valore cresceva anche nei bambini: “padri e i figli entrano in un ciclo di retroazione in cui la gioia genera altra gioia”.
Il seguito di quella ricerca coinvolse un certo numero di coppie gay che crescevano bambini, dove maschi che evidentemente non avevano quella “preparazione” ormonale che avviene attraverso gestazione, parto, lattazione e allattamento, si assumevano il ruolo di cura primaria che tradizionalmente apparteneva alle madri. Uno dei due era il padre biologico, l’altro il padre adottivo.
Bravi erano bravi, ma cosa accadeva nel loro cervello? Magari qualcosa di simile a quel che accadeva alle madri? Feldman osservò in quegli uomini l’attivazione di quelle aree corticali che permettono alla figura di cura di elaborare cognitivamente ciò che il bambino prova: ma soprattutto, nei padri che rivestivano il ruolo di cura primaria, osservò attivarsi aree ancestrali che nelle madri dei mammiferi presiedono alle capacità di costruire sicurezza per i cuccioli, attivate da dagli stimoli visivi, odorosi e sonori e da altri segnali lanciati dal bambino. Che fosse, o meno, il genitore biologico, questo è quel che accadeva al maschio per il quale il nutrimento e la pulizia del bambino erano l’impegno continuativo.
Padri così bravi che sembrano madri
La storia della dottoressa Ruth Feldman e delle sue ricerche sui padri è raccontata nel libro di Sarah Blaffer Hrdy Il tempo dei padri. L’istinto maschile nella cura dei figli. L’autrice parte dalla propria esperienza: donna bianca occidentale di cultura elevata, è passata dal vedersi come protagonista della cura dei propri figli — persino da una forma di legittimazione scientifica di questa premessa — alla “scoperta” che non esisteva una buona ragione per cui il compito non potesse essere condiviso col loro padre.
Avvenne osservando suo genero mentre faceva il bagnetto e metteva il pannolino al bambino. E poi suo figlio fare la stessa cosa. Guardava questi giovani padri del secondo decennio del XXI secolo e li trovava non solo capaci di sintonizzazione e di tenerezza, ma persino desiderosi di prendere periodi di congedo al lavoro per impegnarsi in prima persona coi propri bambini.
Era qualcosa di inatteso rispetto a quel che si sarebbe aspettata. Certo, i tempi cambiano: ma davanti all’affetto e al coinvolgimento a cui assisteva, davanti a quella disponibilità in qualunque ora della notte, aveva il sospetto che i cambiamenti culturali non spiegassero tutto.
Antropologa e primatologa, Sarah Blaffer Hrdy era nelle condizioni di poter ricostruire una storia comparata del modo in cui i padri entrano nelle cure dei cuccioli.
Così, nel libro ripercorre le ragioni storiche per le quali dal periodo coloniale il ruolo del maschio in casa evolve, ma sempre senza comprendere il prendersi cura dei bambini. Ammette che le premesse ereditate da secoli di senso comune avevano finito per costituire il perimetro dentro il quale la scienza stessa aveva potuto mettere in questione quelle premesse sui ruoli di genere. Essa, infatti, non è un punto di vista superiore che osserva la realtà dall’esterno, con le sue ideologie e i suoi miti, ma è in tutto dentro a quella realtà: e dunque quelle ideologie e qui miti li condivide, compresi quelli patriarcali. Se la premessa è che le donne siano “naturalmente” portate all’accudimento, si studierà l’accudimento osservando le donne — e la premessa troverà conferma. Se da sempre sappiamo che l’uomo è cacciatore, allora misuriamo il testosterone nei maschi, e… toh, guarda quanto testosterone!
La possibilità che gli uomini fossero altrettanto in grado di occuparsi di neonati, dice Blaffer Hrdy, “era rimasta inesplorata”.
Anche per Charles Darwin “la donna, a causa del suo istinto materno, esplica in sommo grado tali qualità verso i suoi bambini; è quindi logico che sia poi portata a estenderli al prossimo”. Capito? L’“istinto materno” si spiega col fatto che le donne hanno l’“istinto materno”. Quello di cui la teoria dovrebbe dar conto diventa la premessa assiomatica della teoria.
Ma Blaffer Hrdy interroga le ricerche di Margaret Mead (Sesso e temperamento, 1935), si rivolge al lavoro di Barry Hewlett, autore nel 1992 di Intimate Fathers, che descrive le cure paterne tra i raccoglitori dell’Africa centrale, gli aka: uomini che trascorrevano metà del loro tempo ad abbracciare e coccolare i loro figli e un quarto a tenere in braccio bambini piccolissimi: il caso di coinvolgimento paterno più intenso di cui si abbia notizia.
Lo psicologo Michael Lamb era andato in Svezia ad osservare padri che accudiscono i loro bambini e ne era tornato convinto che non è dimostrabile che le donne siano “naturalmente” predisposte ad essere genitori migliori. Almeno, “con l’eccezione dell’allattamento”.
Ma adesso viene il bello.
Contesti interessanti per una ricerca sulla paternità sono non soltanto quei paesi in cui si fa ampio ricorso congedo per i padri (appunto, come la Svezia), ma anche quelli con un’alta emigrazione femminile: nelle Filippine milioni di padri nel primo decennio del 2000 sono diventati per necessità protagonisti delle cure quotidiane dei piccoli.
Gli antropologi Kuzawa e McDade volarono dunque a Cebu City e testarono un campione di 624 scapoli: un po’ di saliva in provetta per misurare il testosterone, una goccia di sangue per la prolattina. Dico: la prolattina. Vale a dire l’ormone responsabile della produzione di latte materno!
Cinque anni dopo il test fu ripetuto. I ricercatori non furono sorpresi nel trovare che il livello di testosterone era sceso negli uomini che avevano trovato moglie; meno ovvio era che la diminuzione del testosterone fosse più marcata negli uomini che nel frattempo avevano anche avuto dei figli!
Che il testosterone calasse nelle donne che diventano madri era noto, ma che accadesse ai neopadri era sorprendente.
La prolattina, dicevo. Come entra la prolattina fra gli interessi di chi studia i comportamenti paterni? Ci entra nel 1982, quando due zoologi studiando lo uistitì dai pennacchi bianchi, un primate che vive in Brasile, ne avevano trovato i valori incrementati niente di meno che del 500 per cento nei maschi che accudivano i piccoli con le madri. Subito pensarono che qualcosa fosse andato storto nei calcoli, tanto era impensabile che l’ormone coinvolto nella gestazione e nella lattazione fosse così massicciamente presente in soggetti maschi. Una successiva ricerca su soggetti umani suggerì livelli alti di prolattina in individui che semplicemente avevano tenuto in braccio un neonato; ma ci sono voluti vent’anni dalla ricerca con gli uittitì per avere uno studio con numeri apprezzabili di soggetti, tali da misurare con attendibilità i livelli di prolattina in uomini che stavano per diventare padri. Uomini in cui più cresceva l’attesa, più cresceva l’ormone del latte; e in cui, dopo il parto, crollava il livello di testosterone. Qualcosa di molto vicino ai cambiamenti endocrini che accompagnano la gestazione!
Queste brevi note non esauriscono affatto la complessità del libro di Sarah Blaffer Hrdy. La storia è molto più complessa, e Il tempo dei padri va letto.
Quello che tenevo a dire è che neuroscienze, neurobiologia e antropologia contribuiscono a farci comprendere come gli uomini possano “naturalmente” diventare, sì, materni. Insomma, vogliamo chiamare in causa la natura per giustificare quel che pensiamo sui ruoli? Beh, allora la natura si è premurata di dotare anche i maschi umani di tutto quel che serve ad essere mammiferi premurosi e accudenti.
E allora? Vuol dire che abbiamo scoperto cos’è veramente “naturale”?
Un attimo. È proprio la domanda, che non è utile.
Allora, cos’è più “naturale”?
Il libro di Blaffer Hrdy racconta i cambiamenti della società dal punto di vista giuridico ed economico, racconta i mutamenti sociali che nell’Occidente del XXI secolo hanno fatto emergere una evoluzione del ruolo dei padri. Non è un libro di biologia e non intende perorare un modo più “naturale” di intendere i ruoli di genere nella cura. Eppure nella biologia affonda le mani abbondantemente. Se tutto questo ha un senso, non è quello di rispondere a un argomentum ad naturam con un altro argomentum ad naturam. Non si tratta di controbattere a una presunta “naturalità” con un’altra “naturalità”. È l’argomento del “naturale” che è fallace. Avrebbe senso se i difensori dei “ruoli naturali” s’impegnassero anche per la salvaguardia di una gamma di fenomeni, dalle ragadi anali ai terremoti, che normalmente combattiamo, o da cui cerchiamo di proteggerci. Tutta roba naturalissima, eh, ma diciamo che non la vedremmo come uno stile di vita desiderabile.
Mettere in questione la retorica binaria dei ruoli “naturali” di genere non serve per dire che c’è una cosa più naturale di quell’altra: serve, al contrario, per decostruire qualunque retorica sulla naturalità, per svelarne i limiti.
La “natura” è tante cose, e mentre ne parliamo diventa un oggetto culturale, politico, diventa un discorso. Io stesso, mentre qui faccio riferimento a cose all’apparenza ideologicamente neutre come l’endocrinologia, mi rendo conto che il mio discorso veicola valori e significati. Potrebbe essere diversamente?
Eppure la retorica binaria della “natura” ha successo, dalle conversazioni quotidiane alla comunicazione pubblica e persino nella psicologia. Avete presente quella storia che il papà deve dare la norma e la mamma deve dare la tenerezza e la cura? Quel modo binario non solo di dividere maschile e femminile ma anche di reificare le relazioni per ritagliare come entità discrete e contrapposte “norma” e “cura”?
I maschi nei luoghi della cura
L’apoteosi dell’ideologia binaria sono i personaggi del documentario Inside the Manosphere. Me lo sono guardato un paio di volte, proprio mentre leggevo Il tempo dei padri, e ci ho visto una manica di eterogenei fregnoni accomunati da due elementi: una tremenda paura delle donne e un disperato bisogno di gestire quell’angoscia attraverso una visione del mondo (e dei generi) binaria e banalizzata.
Paranoia, misoginia, cascami di patriarcato tossico, disprezzo per gli omosessuali, violenza (come attività sociale si dedicano a pestare pedofili), mito del successo, valori “tradizionali” a volte supportati da integralismi religiosi: tutto questo a sostegno di una radicale e necessaria semplificazione della realtà. Per gli abitanti della maschiosfera (sulla traduzione di man-o-sphere sono d’accordo con lei e con lei) esistono solo (un certo tipo di) maschi e (un certo tipo di) femmine. Niente in mezzo, niente oltre. Qualunque scarto da quella norma scatena il fantasma della femminilizzazione: chi non ha quei bicipiti o chi è interessato più a pensare che a far schizzare in alto il punteggio del punching ball al luna park è una “femminuccia”.
Sono maschi che trovano ignominioso (non scomodo; non difficile: ignominioso) cambiare un pannolino.
Ma in quali condizioni una costruzione del mondo così clamorosamente invalidante diventa invece, in qualche modo, funzionale?
Qualcuno ha provato a leggere le biografie dei maschiosferici in termini di assenza del padre. Oppure di rapporto fusionale con la madre. Sì, interessante.
A me ha fatto tornare in mente un libro importante e molto diffuso parecchi anni fa, In a Different Voice (tradotto da noi con un insufficiente Con voce di donna) della psicologa femminista Carol Gilligan. Era un libro sull’etica della cura, cioè un paradigma morale incentrato sulla differenza e sul principio della risoluzione non violenta dei conflitti, sulla consapevolezza che siamo tutti membri di una rete di relazioni, sul rispetto dei bisogni reciproci in situazioni concrete. L’etica della cura, contrapposta all’etica della giustizia — che invece si fonda su regole assolute, su principi universali — è, nella nostra cultura, assegnata prevalentemente alle donne. Si esplica, ad esempio, nella “naturale” propensione ai lavori sociali e di accudimento. Ma quel “naturale” nasconde il fatto che non la natura, ma la cultura — noi tutti insomma — assegna quella voce alle donne, e non esiste una ragione oggettiva per cui i maschi non possano parlare anch’essi con quella voce.
Tornando al documentario di Louis Theroux, io credo che sullo sfondo di quelle storie ci sia una tragica assenza del maschile dai luoghi e dai tempi della relazione e della cura — e, va da sé, una schiera di donne cui tocca accollarsi onori e oneri. Dopo mamme come quella che nel gustosissimo fuori onda striglia il timoroso TikkyTokky, questi hanno avuto il primo shock del mondo di fuori attraverso la scuola, dove hanno trovato un corpo insegnante che negli Stati Uniti (uno di loro è nato a Londra, ma non cambia) è quasi totalmente femminile (ma quando si sale sulla scala del potere, per esempio fra i presidi, i maschi guadagnano parecchi punti percentuali). E se ho capito qualcosa delle storie di alcuni di loro, la seconda autorità in cui si sono imbattuti è stata quella dei servizi sociali e di social workers che per oltre l’80% sono donne — mentre in generale il mercato del lavoro USA le donne le perde.
Questi soggetti, in cerca di un modo di essere maschi, si sono dovuti inventare la caricatura di un maschile utile a una polarizzazione che li mantenesse quanto più distanti non dico dalla complessità, ma proprio da una realtà almeno tridimensionale.
Va benissimo inorridire davanti a quella fauna violenta e stolida, ma se facciamo la tara di qualche tonnellata di mostruoso, l’ideologia binaria e la pretesa di usare la “natura” come un principio di autorità le ritroviamo dentro le nostre conversazioni ogni giorno e a volte persino dentro il discorso psicologico e le teorie che ci stanno a cuore.



