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Nella foto di apertura: una tipica seduta di terapia familiare. Notare come la cantante risponde alle domande del terapeuta mentre gli altri improvvisano commenti e variazioni sulla storia.
0. Premessa
Per chiarezza, prima di cominciare: tutte le idee che seguono nascono da un punto di vista situato. Ognuno di noi che facciamo questo mestiere si riconosce — magari con gradi differenti di fedeltà — in una scuola, in un’area culturale: ma soprattutto in quell’area ci sta con la propria biografia, il proprio corpo, le proprie premesse. Dunque, delle opinioni che esprimerò — e del modo in cui cucirò insieme cose che non sono mie opinioni — non posso che attribuirmi tutta intera la responsabilità.
Per dirla diversamente: le idee che seguono non rappresentano la totalità dei miei colleghi, anzi credo nemmeno la maggioranza. Però ne condivido almeno degli aspetti con una brigata nella quale mi trovo a mio agio, per sintonia di pensieri e per la statura di chi ne fa (o ne ha fatto) parte. Sono grato della fortuna di frequentarla: come Agatone con Socrate nel Simposio, mi piace sedermi vicino a quelli da cui poter ricevere la sapienza “per contatto”.
Proverò dunque ad argomentare un’idea di psicoterapia come (letteralmente) “arte del cambiamento”.
1. Una spallata all’oggettività
Dopo alcuni anni in cui aveva regnato l’eccitazione per il fatto che il lavoro con le famiglie aveva finalmente disvelato la verità ultima sulla sofferenza mentale, successe che alcuni clinici sistemici cominciarono a sospettare che non ci sia nessun “finalmente” e che, ammesso che da qualche parte ci sia una “verità ultima”, fra lei e l’osservatore c’è tutta la soggettività di quest’ultimo. Il quale non è esterno all’interazione che descrive, e non è “l’occhio di Dio”. Non guarda, oggettivo e superiore, da lassù. Che genere di verità aspira a scoprire, dunque, impastato com’è nella (e della) realtà che pretende di descrivere?
Questa attenzione all’osservatore li portò a incrociare la strada di alcuni studiosi eretici che, ciascuno dalla propria disciplina, stava lavorando su questioni analoghe.
Heinz von Foerster, per esempio (nato a Vienna e spostatosi nel 1949 negli Stati Uniti), nel suo nomadismo scientifico si dedicava a studiare la cognizione, arrivando a sostenere che quel che percepiamo del mondo è una nostra invenzione, e non qualcosa che esiste in modo indipendente da noi. È un’idea piuttosto estrema, che non per niente è detta “costruttivismo radicale”.
Il punto non è tanto se dobbiamo spingerci a dubitare dell’esistenza di una “realtà” (se devo dire la mia, è abbastanza probabile che esista!); il punto è che quella realtà non possiamo in nessun modo conoscerla “oggettivamente”, “così com’è”. Se quella che chiamiamo “oggettività” è la pretesa che le nostre affermazioni siano vere anche se non ci fossimo noi a farle, dobbiamo arrenderci al fatto che quella “oggettività” non è realizzabile.
Se questo ha senso, allora conoscere è un atto di responsabilità. Le nostre descrizioni sono il modo in cui scegliamo di costruire il mondo.

Dunque creare non è la prerogativa di chi ha idee brillanti, o l’attitudine a un pensiero laterale: riguarda chiunque partecipi alla realtà. Lo status di creatore non è la ricompensa per un merito speciale, ma una condizione alla quale nessuno sfugge. Che non vuol dire che siamo tutti artisti: vuol dire che tutti condividiamo la responsabilità di costruire la realtà che condividiamo con gli altri.
Se la conoscenza non è un riflesso di quello che sta lì fuori, ma è il risultato delle nostre interazioni con la realtà, allora conoscere è entrarci a pie’ pari, nella realtà. Di qui l’imperativo estetico: “se vuoi conoscere, comincia ad agire”.
E se conoscere è un atto di responsabilità — perché conoscendo partecipiamo alla costruzione della realtà, nostra e di altri — allora vale l’imperativo etico: “agisci in modo da accrescere le possibilità di scelta”.
Un’altra presenza interessante è quella di Humberto Maturana e Francisco Varela. La storia che ci riguarda comincia con una ricerca, in cui era coinvolto il primo dei due, sul nervo ottico della rana. Quel lavoro mostrava come il sistema nervoso risponde certamente, in qualche misura, agli eventi esterni; ma risponde soprattutto alla propria attività, alla propria organizzazione. L’evento del mondo funziona da innesco di un’attività che è già contenuta nel sistema nervoso.
Di lì entrambi si dedicarono a descrivere il sistema nervoso come un sistema autoreferenziale, anzi per usare il loro linguaggio: “autopoietico”. Si “crea” da sé ed è sostanzialmente autonomo rispetto all’esterno. Se così è, non c’è possibilità di “comunicazione” nel senso del “trasferimento” di un pensiero da un individuo all’altro. Non c’è qualcosa che sia un accesso alla realtà dell’altro. E però di quella realtà si può parlare: è così che gli esseri umani si realizzano nel linguaggio, che non è il modo in cui gli individui si “trasmettono” informazioni sulla realtà, ma è il modo in cui si coordinano fra loro. Gli umani sono nel linguaggio, in esso esistono e si orientano reciprocamente in un “dominio consensuale”, una sorta di coordinazione comportamentale in cui si realizza la comunicazione.

Questa parte della storia può sembrare astratta e di poco interesse, ma provate a considerare le conseguenze, per un’attività come la psicoterapia, del fatto che — se è vero che i sistemi sono autonomi gli uni dagli altri — un essere umano non può intenzionalmente accedere a un altro e provocare un cambiamento in quello. Ma attenzione, qui sta il bello: tutto questo non ci richiede di sentirci impotenti, a patto di accettare, ancora una volta, un certo grado di incertezza — e di fidarci della relazione.
Nel rapporto con un sistema non possiamo modificarlo, è vero; ma la nostra presenza, o gli atti che scegliamo di rivolgere a quel sistema, hanno la possibilità di perturbarlo. A quel punto il sistema perturbato farà qualcosa per compensare la perturbazione. Agirà, si muoverà, cambierà: ma in che modo si muoverà, o in che direzione cambierà, sono questioni totalmente indipendenti da noi. Saranno piuttosto funzione della sua struttura, della sua storia e di altre questioni che non c’entrano con noi. Deciderà per sé. Dunque non siamo refrattari all’influenza degli altri, tutt’altro: solo, non siamo programmabili, non siamo prevedibili, non siamo loro.
Von Foerster era un fisico, ma partecipare al nascere delle conferenze interdisciplinari della Fondazione Macy, e quindi della cibernetica, lo segnò dandogli una forte curiosità interdisciplinare, e il suo percorso è difficile da racchiudere dentro i confini di un’unico campo di studi.
Saldamente biologi erano Humberto Maturana e Francisco Varela, ma anch’essi erano spiriti inquieti. Il loro contributo al costruttivismo li portò a dedicarsi profondamente ai temi epistemologici, per poi muoversi sul confine fra scienza e filosofia.
Anche pensando a questi autori si capisce perché il terapeuta sistemico non è silenzioso come siamo abituati a pensare, ad esempio, dello psicoanalista.
È anzi piuttosto attivo, è un osservatore che per conoscere deve fare cose. Deve spostare lo sguardo, muoversi, inventarsi punti di vista. Deve guardare da un po’ più in là e poi da ancora un po’ più in là. Deve fare domande, deve perturbare con le proprie ipotesi e stare a vedere cosa queste generano. Da osservatore ha uno sguardo che fa costantemente la spola fra le sue azioni e quelle del sistema, e poi guarda da più lontano per farsi un’idea del rapporto in cui stanno queste e quelle.
2. Il sacro necessario
Gregory Bateson invece era un antropologo. Non solo la curiosità, ma anche l’instabilità da outsider del mondo universitario (da precario ante litteram, diciamo) lo costrinsero a misurarsi con campi del sapere differenti, e a indagare a fondo quella che chiamava “struttura che connette”, cioè la trama che lega i fenomeni del mondo vivente. Studiò del linguaggio dei delfini, la schizofrenia nei reduci di guerra (teorizzò il doppio legame, uno dei costrutti più influenti e più controversi della psichiatria), condusse — con la moglie Margaret Mead — storiche ricerche sulle dinamiche sociali in Nuova Guinea e a Bali. Un lavoro innovativo persino sotto il profilo dell’uso della fotografia etnografica: tanto che una questione interessante che si trovarono ad affrontare fu il modo in cui l’uso del treppiede modificava il rapporto con quello che osservavano. Guardate come il problema dell’osservatore sia ricorrente e trasversale.

Bateson è ritenuto da sempre uno dei padri del pensiero sistemico, ma il suo apporto più robusto è soprattutto postumo (è morto nel 1980). Per una serie di ragioni — non ultimo il fatto che da noi la sua opera fosse conosciuta soprattutto attraverso la riduzione che ne fece, poco fedelmente, il Gruppo di Palo Alto — prima di allora era un autore tanto noto quanto frainteso. Gregory Bateson ha dedicato la vita e la sua opera intellettuale a convincerci della profonda unità del creato, e del fatto che separare le cose non solo è sbagliato, ma anche pericoloso. Era convinto che quando l’uomo si sente “separato” dal resto, è portato a piegare le cose ai suoi fini. Metteva in guardia sulla “finalità cosciente”, cioè il pensiero diretto a un fine, l’intenzione della coscienza che dirige le azioni verso fini strumentali. E che non esclude il controllo o la manipolazione di qualcuno o di qualcosa per raggiungere quei fini. L’uomo che “usa” l’ambiente per i suoi guadagni, ad esempio, si comporta come il tizio che sega il ramo dell’albero su cui è seduto. Per fare una cosa così sciocca deve aver perso di vista il fatto che egli stesso è direttamente connesso a quel ramo.
In un certo senso, “manipolare” è un atto che non è solo turpe di per sé, ma denuncia l’ingenuità epistemologica (per capirci: quando uso le parole “epistemologia” ed “epistemologico” mi riferisco a un pensiero che non è sulle cose, ma è un pensiero un po’ più astratto, è un pensiero su come conosciamo le cose. L’epistemologia, in filosofia, è la filosofia della conoscenza. Dunque qui intendiamo l’epistemologia come le premesse della conoscenza, cioè un livello di pensiero che si occupa di cosa vuol dire “conoscere”. Ad esempio: “Quando conosco il mondo registro oggettivamente degli eventi che accadono fuori da me”. Oppure: “Quando conosco il mondo non ho modo di essere oggettivo, perché sono interno all’oggetto che osservo”. Sono due premesse epistemologiche opposte, ed entrambe parlano di cosa voglia dire “conoscere”. Entrambe esprimono un’idea sulla conoscenza della conoscenza. Su una conoscenza al quadrato, insomma. Diciamo: una conoscenza di secondo ordine.), la cecità fatale, la hybris, cioè l’orgogliosa e scellerata tracotanza: “agisco sulla natura, agisco sul prossimo, perché entrambi sono lì, fuori da me, e posso farlo senza pagare il conto”.
Badate che la distinzione tra un’azione “a fin di bene” e una guidata da intenzioni peggiori non è poi così decisiva per Bateson. L’uomo può ritenere che rivolgere la sua intenzionalità verso uno scopo onorevole renda lodevole la sua azione, ma Bateson muoveva quella critica anche verso gran parte della psicoterapia. Il gruppo di Palo Alto, ad esempio, che applicava gli studi sulla comunicazione e sui sistemi alla clinica di certi disturbi, era nato sotto la sua guida nella prima metà degli anni ‘50, ma le strade si erano separate presto. La “terapia breve strategica” che stavano creando a partire dalle sue teorie della comunicazione, suonava alle sue orecchie come un oltraggio al suo lavoro, una pratica guidata dall’intento antiecologico di manipolare le persone per cambiarle al di là della loro partecipazione intenzionale. Viene da pensare che il “fin di bene” era per lui una specie di pericolosa illusione: immaginare di poter controllare qualcosa era comunque parte dell’errore epistemologico. E d’altra parte: se uso delle strategie per modificare le persone quasi al di là della loro volontà, di che “fin di bene” parliamo?

Bateson e il suo pensiero ecologico abbracciano molteplici campi, e talvolta mi domando come mai un pensiero così tagliente sullo sfruttamento del prossimo e dell’ambiente sia rimasto sostanzialmente fuori da qualunque cultura politica. Mi rispondo che la sua riflessione così orientata alla “esitazione”, cioè all’astenersi dall’agire intenzionalmente sul reale, è proprio per sua natura intraducibile in un progetto politico, in un “che fare?” (e se qualcuno gliel’avesse proposto, immagino che lui quel treppiede gliel’avrebbe rotto sulla testa).
Ma se da questo si intende che l’antropologo fosse una specie di pessimista senza speranza e che l’“esitazione” corrispondesse a una posizione di rinuncia sconsolata, beh, non è così, sebbene la spiegazione che segue possa sembrarvi, almeno in prima battuta, assurda.
Perché la domanda importante Bateson se la sentiva ripetere ogni volta che in un seminario parlava del rischio ecologico prossimo venturo, generato dal predominio della finalità cosciente. “Ma allora, professor Bateson”, gli domandava regolarmente qualche studente avvicinandosi alla cattedra, “cosa possiamo fare?”. Lui guardava stranito (“cosa possiamo fare?” è in fondo anch’essa una domanda della finalità cosciente!) e diceva cose come “non so, leggete poesie”. Aveva cioè l’idea che l’uomo potesse cogliere una esperienza correttiva nelle attività non finalizzate, non dominate dal pensiero raziocinante: dunque nell’arte, nella poesia, nella metafora, nel sogno, in quello che chiamava “il meglio della religione” (non la religione tout court): in una parola, nel “sacro”. Cioè quel dominio in cui l’osservatore riconosce quella “struttura che connette” e si vede come parte di essa.
3. Sì, ma tutto questo cosa c’entra con la psicoterapia?
Credo sia esperienza di chiunque faccia questo mestiere che una delle principali ragioni di impasse terapeutiche è l’accanimento del terapeuta a pensare che dovrebbe a tutti i costi provocare un cambiamento. Se si pensa a quello che abbiamo detto finora, si capisce meglio come mai. Bateson aveva ammonito: il cambiamento intenzionale è una illusione. E il costruttivismo ha mostrato come i sistemi viventi non si lasciano modificare dall’esterno — anzi, se forzati a cambiare è più probabile che difendano il loro stato attuale.
D’altra parte la terapia uno scopo ce l’ha. Quando ci consultano per chiedere aiuto noi facciamo un patto molto serio. Ci impegniamo a mettere a disposizione qualcosa di noi — tempo, esperienza, conoscenze — per essere utili a qualcuno che ha un dolore, o è in crisi, o sta male, a volte malissimo. E il nostro dovere è implicarci seriamente nell’impresa di alleviare o di risolvere quella sofferenza.
Se non è un paradosso questo, non si capisce cosa lo sia: dobbiamo essere agenti di cambiamento sapendo che non abbiamo possibilità di indurre il cambiamento.
E però, a pensarci bene: non sottovalutiamo che, se abbiamo una possibilità di costruire quello che prima non c’era, ce l’abbiamo in qualità di osservatori.
Come fa l’osservatore/creatore a introdurre qualcosa di nuovo? Cambiando sguardo. Cambiando prospettiva, cambiando posizione. Agendo su di sé. Prima dicevo: il terapeuta si muove, si sposta.
È un osservatore scettico sulla possibilità di vedere le cose oggettivamente, ma è un creatore di quello che vede. E due osservatori non costruiranno la medesima realtà: non c’è un osservatore uguale all’altro. Si comincia a capire perché è lecito parlare di una attività che ha uno statuto scientifico che è tutt’altro da quello, per dire, della chirurgia, e ha una parentela stretta con l’arte e la creatività?
Lo ripeto: è una prospettiva che non ci costringe a sentirci impotenti — a patto però di non pretendere di sentirci potenti. Possiamo provocare perturbazioni. Non possiamo prevedere in che direzione, ma possiamo appoggiarci alla nostra esperienza, alla nostra capacità clinica, alla nostra conoscenza teorica: solo, mettendo tutto questo al servizio di una intelligenza relazionale. Possiamo instaurare relazioni, coordinamenti consensuali (direbbe Maturana) nel linguaggio, in cui due sistemi — noi e il paziente, noi e la coppia, noi e la famiglia — si perturbano in modo generativo.
Possiamo in questo modo provare a costruire contesti in cui i sistemi abbiano il massimo possibile della libertà di scelta per trovare soluzioni proprie, per ampliare il più possibile il campo di possibilità. Se un sistema ha possibilità di scelta, di solito sceglie la salute. Sintomi, conflitti rigidi, comportamenti autodistruttivi, sono di solito risposte a qualcosa, che magari funzionano — pur coi costi che immaginiamo — ma selezionate dentro una gamma angusta di possibilità.
Nel “dominio di consenso” di quella connessione emotiva il terapeuta non cerca di cambiare l’altro, ma esercita una competenza autoosservativa perché sa che questo gli permette di essere garante di un contesto per le capacità autocurative del sistema.
Se la terapia è, inevitabilmente, un contesto di creazione, cui partecipano osservatori e osservatori di osservatori, quello che genera sarà il prodotto di una costruzione collettiva. Qual è l’antecedente, il riferimento più a portata di mano, se non la creazione artistica?
Un musicista, ad esempio, si affida alla relazione e a quel che emerge nella musica, senza uno scopo in mente, e lo fa non così, a caso, ma con in testa regole armoniche, idee su quello che succede nel suo corpo e nei suoi nervi, conoscenze dei complessi calcoli matematici e fisici che governano il funzionamento dello strumento. Mette fra parentesi tutte queste conoscenze, guidato da un sapere che sta nelle ossa e nei muscoli, del quale affida la guida (nel momento in cui è sul palco con le luci basse e il pubblico che lo ascolta) non alla coscienza ma al processo primario (il termine con cui Bateson usa riferirsi all’inconscio). Ora la domanda è: in quella relazione, dove finisce la scienza (se con questo termine ci vogliamo riferire alla parte della storia che può essere misurata e descritta con numeri e leggi fisiche) e dove comincia l’arte (se per “arte” intendiamo l’azione che solo parzialmente opera sotto la guida della coscienza, e che genera cose che prima non c’erano)?

In tutto il bagaglio di insegnamenti di cui personalmente sono debitore di Luigi Boscolo, in tutto quello che gli ho rubato — guardandolo lavorare, lavorando qualche volta accanto a lui, ascoltandolo raccontare, leggendo le cose che ha scritto prima che lo conoscessi — ce n’è una che ha davvero segnato il modo in cui vedo questo mestiere, e che mi convince che il “modello” di un terapeuta sia la sua stessa biografia.
Parlavo in un altro articolo di teorie che chiamavo “attaccapanni”, perché sono teorie “leggere” sulle quali il terapeuta appende cose che sa, oltre alle sue teorie: esperienze personali, conoscenze implicite, teorie abbandonate in passato, libri amati, film, storie ascoltate: insomma i “non detti”, gli elementi non riconosciuti consapevolmente come parte del proprio bagaglio. Tutto questo vive, stratificato, nella sua storia di terapeuta ma prima ancora di persona. Che lo sappia o no. (Lui chiamava questo modo di descrivere le cose “prospettiva epigenetica” in questo libro scritto con Paolo Bertrando).
Per quanto mi riguarda, ricordo il giorno in cui ho preso atto che non riesco a non vivere la seduta e l’arco di una terapia come una struttura ritmica, come una narrazione.
Non riesco a non sentire il corso di una seduta come un insieme di storie e di messaggi che ricava una sua specie di bellezza da una sorta di coerenza narrativa. È una specie di architettura dove “tutto si tiene”, in un crescendo narrativo che culmina nel rituale del finale di seduta. Sento quella forma altrettanto importante che il contenuto e la sento altrettanto determinante nella costruzione di quel dominio di consenso. Ciò che contiene e dà senso a tutto quello che ci diciamo in seduta, che lo rende emotivamente rilevante e pertanto generativo, è per me quella forma.
Ancora, pensate a una seduta familiare come a una conversazione retta da certe regole condivise. Comincia con una persona che racconta una storia, poi le voci si avvicendano e raccontano differenti versioni di quella storia. Alla fine il terapeuta, o l’équipe terapeutica, riprende quella storia restituendola in una forma ancora diversa. Come non pensare a una session di improvvisazione jazz, dove uno strumentista suona il tema, gli altri si avvicendano col proprio strumento per offrire variazioni sempre diverse di quel tema, fino a che si torna a quello: che sembra lo stesso tema di prima, ma dopo essere stato “esplorato” da tante direzioni non sarà mai più lo stesso.




