(Ho ritrovato questo articolo che nel 2013 era uscito su un mio blog che ora non c’è più, come seconda parte di questo. Lo ripubblico qui in una versione riveduta).
Mi ha sorpreso la violenza della reazione, immediata come un riflesso condizionato, al breve accenno di Laura Boldrini alla questione dell’immagine della donna nella pubblicità: che sia la moglie che serve in tavola mentre il marito aspetta o che sia la donna che rende sexy uno yogurt, un viaggio, un computer. Non c’è niente di così rivoluzionario, a ben vedere, in quel che ha detto. Piuttosto — diciamo — una di quelle cose che sappiamo ma che ogni tanto è bene che qualcuno ci ricordi.
Eppure, delle sue frasi – brevi ma dal senso abbastanza chiaro – molti commentatori hanno capito, sorprendentemente, che la Boldrini stava polemizzando su chi serve in tavola. E su quello sono seguite reazioni talmente violente da costringere la Presidente della Camera a pubblicare un video per chiarire i termini della questione a chiunque volesse fare un piccolo sforzo per capirli: non parlava di donne che servono a tavola, ma di stereotipi dei media: come quello che vuole della donna che spignatta col grembiule da cucina mentre i mariti siedono a tavola ad aspettare col lembo del tovagliolo infilato nel colletto della camicia.
Apro giusto una parentesi, per dire che quando un giornalista decide di partecipare all’aria che tira, non si limita a livellarsi sulla chiacchiera corrente, ma partecipa alla legittimazione della rozzezza semplificatrice come forma di confronto. Si assume una responsabilità grave, insomma.
Chiusa parentesi.
Così, nemmeno la puntualizzazione della presidente Boldrini è servita al popolo del mondo bidimensionale, come dimostra la serie di commenti sulla sua pagina Facebook da parte sia di uomini che di donne.
Colpisce, ma non meraviglia, l’impossibilità di dire due cosette semplici semplici:
1: la differenza fra “una donna serve in tavola” e “una donna è colei che serve in tavola” è apparentemente sottile, ma ci passa un mondo; chi non ne tiene conto lancia accuse a vanvera (che sarebbe anche la cosa meno grave);
2: qualunque stereotipizzazione dell’immagine della donna comporta specularmente una violenza simile anche sull’altro sesso. Io non sono una donna, e non mi piace per niente l’immagine di quell’uomo seduto ad aspettare di riempire la pancia. Col giornale aperto, o con forchetta e coltello in mano e piantati sulla tavola, con la salivazione abbondante o al contrario azzerata dall’apprensione per le performance culinarie della donna di casa (chi si ricorda: “ehi, papà, guarda: un pollo!”?).
Se posso aggiungere, non mi piace nemmeno l’idea di tavola e di convivialità che emerge da quegli spot, e penso che questo abbia molto a che fare anche coi buchi della nostra educazione all’alimentazione e al piacere. Alla corporeità, persino: ecco, invece di prendermela con le modelle secche per spiegare come mai tante ragazze si maltrattano digiunando, comincerei proprio da lì, dal modo in cui tutti quanti concettualizziamo il piacere e il gusto. E anche qui, chiudo parentesi.
Mi pare che la preoccupazione principale di tanti commentatori viscerali sia che qualunque leggerezza a proposito della rigidità dei ruoli “naturali” metta in pericolo le differenze; che minacci la fiducia in un mondo sufficientemente comprensibile, nella realtà che le femmine sono femmine e i maschi sono maschi. Che il nero è nero e il bianco è bianco.
L’accusa frequente alla presidente Boldrini è stata di “femminismo”, anzi, di “veterofemminismo”. Il prefisso “vetero” è uno di quei trucchi retorici che si usano per mettere in ridicolo una posizione senza fare la fatica di confutarla: non c’entra il contenuto ma la sua età (è della stessa scuola della “rottamazione”). Resta da capire quale sia il “neo”-femminismo che tutti quelli che accusano di “veterofemminismo” troverebbero evidentemente più cool.
Non c’entra il “vetero”, dunque, è proprio l’argomento a fare problema. E non è questione che riguardi solo le femministe, e nemmeno solo le donne, perché — come dicevo più su — gli stereotipi su un genere non danneggiano solo un genere.
E nemmeno mi lascio incantare dall’argomento “si occupi di chi non arriva alla fine del mese, non sono quelli lì i problemi”; son graduatorie fesse che si usano solo per chiudere i conti con una questione.
E se non si capisce l’accento posto da Laura Boldrini sul problema, non si capisce che non si tratta di una piccola ancorché antipatica faccenda marginale, ma ha implicazioni che abbracciano diversi aspetti importanti delle nostre vite.
Si tranquillizzino, vorrei dire ai commentatori. Le differenze sono salve. Solo, il grosso guaio è che le differenze non sono cose, ma relazioni. E le relazioni sono quella roba che si muove, che si modifica, che si trasforma nel tempo. Così le differenze non restano uguali: generano differenze, anche fra le differenze.
Non esiste la possibilità che il bianco e il nero, uno accanto all’altro, rimangano uguali a sé stessi per molto tempo. Si inventeranno qualche altro stato, magari uno diventerà un po’ a strisce e l’altro un po’ a pallini. Se la “natura” avesse predisposto un genere per preparare il cibo e l’altro per aspettare seduto, la specie umana si sarebbe estinta piuttosto in fretta. E per fortuna la natura non è così idiota.
Se davvero fossimo fatti per non modificarci e per fare dei nostri ruoli prescritti delle “storie uniche”, non saremmo sopravvissuti al giro di boa delle ultime due o tre generazioni.
L’abbattimento della mortalità infantile (negli anni Quaranta morivano dieci bambini su cento nati vivi e già si erano dimezzati rispetto a ottant’anni prima; oggi sono poco più di tre), l’ingresso sulla scena della piccola famiglia nucleare, hanno reso la famiglia il luogo degli affetti. Oggi ci pare scontato, ma basta osservare come i “bambini” siano una invenzione tutto sommato recente. Lo è l’investimento emotivo e progettuale sui figli, la loro centralità nella vita familiare (e nella pubblicità, se vogliamo usarla come specchio di quello che succede intorno).
Tutto questo ha richiesto l’apprendimento di una nuova lingua (avete presente, sì?, la fesseria dura a morire del “mammo” per dire una figura di padre accudente che comincia a condividere il ruolo di cura e di vicinanza psicologica?). I maschi, soprattutto, hanno dovuto imparare una nuova lingua per rispondere alla richiesta crescente di una presenza affettivamente rilevante al di là del procacciamento del pane.
Fiumi di inchiostro si versano sulla presunta “morte” del padre, sulla scomparsa di una figura guida nella vita come nella politica e nelle istituzioni. Massimo Recalcati prende “Habemus Papam” di Nanni Moretti come metafora di questo “passo indietro” del padre: il pontefice eletto si ritrae lasciando vuoto il balcone di piazza San Pietro.
Io credo che non sia sparito. Credo che stia lì dietro la finestra, con gli altri uomini, a cercare di capire da che parte si comincia, in un mondo che forse è troppo diverso da quello per il quale l’ha preparato suo padre.
Molti ci riescono, e bene. Parlano la lingua della cura e degli affetti, non hanno paura di nominare i propri né di riconoscere quelli dei figli, o della persona che hanno accanto. Venti anni fa nel mio lavoro era – non sempre, non dappertutto – piuttosto difficile coinvolgere un padre, un marito: “non può, è a lavorare”; e poi non era affar suo, lui pensava alle cose più concrete. Tutto il resto era roba da mamme. Oggi già è diverso. Non sempre, non dappertutto, ma generalmente è un po’ diverso.
Ma molti altri non ce la fanno, oppure pensano che quella lingua, come far da mangiare e servire in tavola, sia roba da donne. E sempre di più le donne si rivolgono loro in quella lingua e loro non capiscono cosa quelle si aspettino. Non capiscono la domanda. E più non capiscono, più impazziscono. Leggo spesso che un uomo violento è un uomo che non sa elaborare l’abbandono. Aggiungo che non sa farlo perché non conosce la parola. Non sa dire “non mi abbandonare”, non sa dire “mi sento abbandonato”. Non ha ancora imparato la lingua.
Insegniamogli a cucinare, a questi ragazzi. Insegniamogli a uscire dalle tossiche “storie uniche” su come dovrebbe essere un uomo e come una donna. Insegniamogli a servire a tavola, e insegniamogli che, se servire a tavola non ha a che fare con la sottomissione ma col piacere, col contatto, beh, il piacere e il contatto sono cose da uomini e da donne.
E insegniamogli la lingua. Quando gli domandiamo “perché piangi?” abbiamo fatto già un bel pezzo del nostro lavoro. Se imparano che ci sono le parole per quella domanda, imparano che ci sono le parole anche per la risposta.




