Un paio di fatti a cavallo dell’inizio del 2017 hanno rinvigorito il dibattito sulla pretesa che qualunque punto di vista inesperto e improvvisato possa irrompere nelle discussioni “esperte” con la stessa dignità di chi è competente e titolare di un sapere consolidato. C’è qualcosa che mi riguarda in tutta la questione, e vorrei provare a dirla. Premettendo un’avvertenza: qui si parlerà (per forza di cose sommariamente, senza essere troppo pedanti) di teorie della conoscenza e di qualche autore in particolare (entrato, suo malgrado, nel dibattito). La premessa è che quel che dirò avrà un valore piuttosto personale, dal momento che ciò che posso dire parte dall’uso che io ho fatto di quelle idee e da quello che esse hanno, nell’arco di venti e passa anni, suggerito a me.

La questione è piuttosto complicata, ma confido che la scansione che ho dato a questo scritto aiuti a mettere le cose in ordine. Parto, dunque.

1. Chi parla di cosa?

Succede che su Facebook il virologo Roberto Burioni dell’Università Vita-Salute San Raffaele nella discussione sui casi di meningite che si sono manifestati nelle ultime settimane, sfiancato dall’ostinazione di utenti che senza dati a supporto accusano gli immigrati di portare in Italia la malattia, commenti il 31 dicembre:

“Preciso che questa pagina non è un luogo dove della gente che non sa nulla può avere un “civile dibattito” per discutere alla pari con me. E’ una pagina dove io, che studio questi argomenti da trentacinque anni, tento di spiegare in maniera accessibile come stanno le cose impiegando a questo scopo in maniera gratuita il mio tempo che in generale viene retribuito in quantità estremamente generosa. Il rendere accessibili i concetti richiede semplificazione: ma tutto quello che scrivo è corretto e, inserendo io immancabilmente le fonti, chi vuole può controllare di persona la veridicità di quanto riportato. Però non può mettersi a discutere con me. Spero di avere chiarito la questione: qui ha diritto di parola solo chi ha studiato, e non il cittadino comune. La scienza non è democratica.”

La faccenda ha una risonanza molto ampia fuori dal social, e le risposte vanno da chi inneggia al dottor Burioni che stacca la spina alle opinioni infondate, a chi lo accusa di “censura” o per lo meno di scarsa volontà di ascolto.
 C’è chi usa l’argomento che “la rete è libera” e che, decidendo chi far parlare e chi no, il prof. Burioni ne “tradisce” lo spirito, facendo di essa libero uso pro domo sua. Argomento buffo: come se la rete fosse la pagina del prof. Burioni, o se la pagina del prof. Burioni fosse “la rete”, e non invece un piccolissimo nodo di quella; nodo del quale il titolare fa legittimamente l’uso che crede, e al quale dà il taglio contenutistico ed estetico che ritiene, scegliendo gli interlocutori secondo criteri che piacciono a lui. (D’altra parte la confusione della parte per il tutto, della piccola congrega per “la rete”, ha qualche rumoroso precedente).

Per non dire poi delle reazioni scatenate dall’iperbole “la scienza non è democratica”.

Succede, poi, che nei primi giorni dell’anno Beppe Grillo, nel pieno della polemica sulla cosiddetta “post-verità” (il 30 novembre BuzzFeed News aveva messo sotto accusa il M5S perché artefice di “una diffusa rete di siti e di account social media che stanno diffondendo notizie false, teorie cospiratorie, e propaganda pro-Cremlino”), scriva sul suo blog:

“Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media. Cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali. Se una notizia viene dichiarata falsa il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse (…)”

Dunque, accusato di disinformare, Grillo mette le mani avanti, accusa il mondo dell’informazione “ufficiale” (che non è proprio popolato da verginelle, diciamolo) e si mette dalla parte della “verità”. Quale verità? Quella decretata da una “giuria” popolare che separi le notizie false dalle vere. Che vuol dire che una notizia è vera non se è vera, ma se viene dichiarata vera da una giuria di cittadini scelti a sorte. Come per il televoto. Con quale competenza e in base a che criteri, lo sa il cielo o forse nemmeno lui. Che senso ha una follia simile?
 Pochissimi giorni prima, nel suo discorso di fine anno, Grillo aveva citato due volte nientedimeno che Paul Watzlawick (facendo saltare sulla sedia quanti conoscono questo autore). Maneggiando in favore di telecamera una copia di “La realtà della realtà” (Astrolabio Ubaldini, 1976) aveva detto:

“Gli italiani hanno guardato finalmente la realtà come dicevo qualche anno fa: con la testa in giù e i piedi in su. Alla rovescia. E guardando alla rovescia hanno capito quale è la vera realtà. Io ho qui dei libri: “La Realtà della realtà” di Watzlawick, che ti dice che la realtà non è quella che vedi, quella che ti sembra.”

2. Perché Grillo arruola Paul Watzlawick?

A parte il fatto che “Ho letto Watzlawick, dice che la realtà non è quella che vedi” è come dire “Ho letto Freud, dice che i sogni son desideri”, cioè una banalizzazione e anche piuttosto sbracata: a parte questo, dicevo, c’è qualche ragione per pensare che esista un collegamento fra questi due momenti (il 31 dicembre e il 3 gennaio) della comunicazione del padre dei 5 Stelle? Perché Grillo “arruola” Watzlawick nella sua strategia comunicativa?

Innanzitutto, per chi non lo conoscesse: chi era Paul Watzlawick? È stato uno studioso del quale il tempo ha visto (forse giustamente) ridimensionate alcune intuizioni, ma resta uno che ha cambiato il nostro modo di pensare alla comunicazione. Nato in Austria, parlava sette lingue (compreso un ottimo italiano, la lingua del paese in cui si era laureato in filosofia). A trentatré anni era diventato analista junghiano. A Palo Alto, dopo le incomprensioni con Gregory Bateson e la reciproca presa di distanza, aveva legato il proprio nome al gruppo che alla fine degli anni Sessanta avrebbe ideato (a partire dalle idee dell’antropologo inglese) una rivoluzionaria teoria della comunicazione. Conosceva gran parte del mondo e aveva vissuto in Oriente e Occidente. Quando conosci tante lingue diverse, sperimenti che ognuna di esse è un universo di pensiero e che il linguaggio non è un modo così fedele di rappresentare quello che c’è “là fuori”. Watzlawick coltivava anche per questo la convinzione che nella comunicazione si costruiscono visioni del mondo e che ciascuna di esse è incommensurabile rispetto alle altre.

Paul Watzlawick è un autore importante dell’epistemologia costruttivista, cioè di una posizione filosofica che vede ciascuno di noi — in quanto osservatori della realtà — come un piccolo universo autoreferenziale. Cioè quando guardiamo il mondo non lo vediamo se non attraverso il filtro della nostra storia, della nostra esperienza, di come siamo fatti. Come se non bastasse, quando comunichiamo quello che vediamo, possiamo farlo soltanto attraverso il tramite del linguaggio, che non è neutro. Ne consegue che l’idea di poter essere oggettivi dobbiamo ragionevolmente mettercela via. Con un paio di conseguenze decisive:

ogni descrizione del mondo (o della crisi economica, o del computer su cui sto scrivendo) sarà una più o meno utile approssimazione alla realtà, inevitabilmente soggettiva;

se non possiamo avere una descrizione “oggettiva” del mondo, più descrizioni da più punti di vista possono costituire, tutte insieme, la descrizione che meglio rende conto della complessità del reale.

Dico questo sapendo di operare una sintesi brutale, ma dal momento che qualcuno ha tirato per la giacchetta uno studioso così complesso in un dibattito che riguarda tutti, mi sembrerebbe anche giusto chiarirne il nesso con ciò che ci interessa da vicino, pur col sacrificio dell’accuratezza. Peraltro le posizioni in seno a questo movimento sono numerose con differenze anche marcate, e Paul Watzlawick è soltanto uno dei suoi tanti esponenti. Ma fatemi passare la semplificazione.

Grillo lo cita in due passaggi chiave di un discorso caotico, una selva fitta di non sequitur che ricorda una tecnica ipnotica (la “tecnica della confusione” è illustrata giusto nel volume in questione) che oggi forse va forte più nel marketing che nella terapia. Ma perché Watzlawick? A quale scopo mette le mani su un autore così complesso per farne un uso così sommario?

Una possibilità è che Grillo cerchi supporto e legittimazione (non nel libro, ma nella sua volgarizzazione di Capodanno: “Ci sono varie cose che indicano la realtà, dipende dal punto di vista. La realtà è qualcosa di strano, politicamente ed economicamente: non si riesce a capire”) alla sparata che arriverà tre giorni dopo: quella della giuria popolare “delle notizie”.

Peraltro, a mio avviso, nella bibliografia di Watzlawick il libro citato da Grillo è quello più mainstream e non proprio il più lucido. Ma forse, nelle sue ambiguità, si presta bene ad essere piegato a qualche scopo retorico.
 Grillo si rivolge, dunque, a un teorico che si è distinto per una posizione di scetticismo circa la possibilità di descrivere oggettivamente il reale. Su questa premessa (“La realtà non si riesce a capire”) torna tre giorni dopo a fare una proposta che gioca sulla confusione fra una visione moderatamente antioggettiva del mondo (“la realtà non è quella che si vede”) e il suo cavallo di battaglia, la versione blandamente e paranoicamente antisistema di quella visione (come dire: “la realtà non è quella che ci fanno vedere”).

3. Una posizione “scettica” significa che qualunque punto di vista ha senso? Tutti possono parlare di tutto?

Si riaccende la polemica sulla “post-verità” come contrapposizione di saperi esperti e saperi senza fondamento alcuno: l’utente medio di Facebook, in virtù di chissà cosa, decide cosa è vero e cosa no. Si tratti di medicina, di economia o di fatti di cronaca.
 Le domande importanti mi pare siano almeno due:

I) Una posizione, diciamo così, antirealista legittima chiunque a discutere da esperto di qualunque cosa? Dunque ha torto il dottor Burioni a scegliere di discutere solo con chi abbia una competenza in merito? Qualunque punto di vista ha il valore di qualunque altro?

II) Quella posizione esclude la possibilità di poterci fidare di “fatti” e saperi dimostrabili?

A mio avviso le risposte sono due no, anche piuttosto netti. Perché ho l’impressione che in tutto il nostro parlare di punti di vista diversi e legittimi, si sia perso per la strada qualche pezzo importante. E sia Grillo, sia i commentatori di cose che non conoscono, traggono legittimazione non in quelle teorie ma in una loro tragica volgarizzazione.
 Per rispondere alle due domande:

I) Se definiamo, per così dire, “antirealista” la posizione di cui stiamo parlando, non è necessariamente nel senso che nega l’esistenza di qualcosa al di fuori del linguaggio, ma perché resta scettica sulla possibilità di rappresentare oggettivamente quel “qualcosa” e mantiene l’attenzione sui modi in cui noi costruiamo la realtà esperienziale in cui pensiamo, viviamo e incontriamo il prossimo.

Ora, sappiamo che ci sono persone che credono di poter curare il cancro col succo di limone. Nel loro universo autoreferenziale funziona così. E infatti, se un amico guarirà dal cancro, questo convaliderà quell’universo. Se un altro morirà, non so, magari non aveva usato abbastanza succo di limone o non l’aveva fatto secondo le regole. In quell’universo sarà comunque “confermato” che il limone cura il cancro. Però.

La realtà, d’accordo, non sarà rappresentabile oggettivamente: ma una rappresentazione che sia il prodotto di anni di lavoro, riflessione e convalida e, soprattutto, di condivisione con una vasta comunità di osservatori (gli altri studiosi) sarà una rappresentazione che godrà di una approssimazione alla realtà che la renderà più “utile” a interagire con essa (per esempio, a salvarsi la pelle). Posso anche pensare che la rappresentazione del mondo in cui la chemioterapia cura il cancro e quella in cui il succo di limone cura il cancro siano entrambe parziali: eppure, parziale per parziale, decido di fidarmi più della prima. Come approssimazione giudico che sia un’approssimazione più “utile”. Conosco più persone sopravvissute con le radiazioni che col limone, per esempio. Una teoria più complessa, che preveda un numero più ampio di variabili, mi ispira più fiducia di una che riduce tutto a due o tre risposte. E poi metteteci pure che ho delle ragioni personali non necessariamente razionali per cui mi ispirano fiducia gli oncologi che conosco. Se epistemologicamente considero i due universi come prodotti dello stesso processo, ho pur sempre gli strumenti per decidere in quale dei due sentirmi più al sicuro.

II) Dicevo, può darsi che io non possa conoscere il “cancro” in sé, o la “psiche” o la “meningite”, se devo accettare che siamo universi “chiusi” e lontani, che dunque non esiste davvero “informazione”, che nessuno comunica con nessuno (e tantomeno lo cambia), e nessuno conosce davvero niente. Eppure alcuni dei nostri tentativi di approssimarci alla realtà “là fuori” si dimostrano più utili di altri, tanto da poter scegliere di fidarsi di quelli. Bene.

Allora: quando caspita è successo che la storia che la realtà è una polifonia di punti di vista (“La realtà della realtà” di Watzlawick, di cui Grillo si impadronisce, non dice che la realtà “non è quello che pensiamo di vedere”: dice invece che è tante cose insieme!) è diventata “la realtà è una *competizione* di narrazioni”? Quando un’idea cooperativa della conoscenza è diventata un match?

Io non solo credo che il punto di vista di chi pensa che i vaccini facciano venire l’autismo non sia equiparabile al punto di vista di chi li studia da cinquant’anni: penso che non dovrebbe nemmeno esserlo. Non è quello che intendevamo quando dicevamo che tutti i punti di vista concorrono alla descrizione della realtà complessa. Come siamo passati da “Descriviamo la realtà da molteplici punti di vista” a “Botte da orbi per contendersi la vista dal buco della chiave?”.

La polemica di qualche anno fa dei “nuovi realisti” secondo i quali il postmoderno finiva per dar voce ai populismi mediatici, calzava perfettamente a questa caricatura. Ma è possibile una declinazione più utile e più ragionevole di quell’idea originaria: al riguardo della quale vorrei raccontarvi qualcosa.

4. Esperti di cosa? Condizioni per un sapere “a più voci”

L’idea che la realtà sia costituita da molteplici punti di vista ha profondamente influenzato vari ambiti delle professioni di cura. Se la realtà emerge da una descrizione collaborativa, quel particolare processo teso a incidere sulla realtà, che è la cura, può diventare una pratica collaborativa. In medicina ad esempio è nata la Medicina Narrativa, che al di là della definizione ormai piuttosto di moda, è nata sull’impegno di professionisti che continuano a lavorare per una relazione medico-paziente che veda quest’ultimo “presente a pieno titolo nella relazione di cura”, come dice il mio amico Giorgio Bert che sulle questioni del potere nel rapporto di cura scriveva già negli anni Settanta cose originali.
 In nessun modo questo ha a che fare con qualche tipo di intercambiabilità dei punti di vista: il contributo prezioso che il paziente fornisce alla cura è la propria esperienza, che è incommensurabilmente altra da quella del curante. Il solo punto di vista esperto di quest’ultimo non rende conto della complessità della relazione di cura: la sua esperienza e quella del paziente, insieme, si avvicinano di più a quella complessità. Dal confronto con l’esperienza dell’altro, il medico apprende, e il suo stesso modo di lavorare, di stare nella relazione terapeutica, ne esce trasformato.

Chi mi conosce mi ha ascoltato cento volte raccontare l’esperienza di una ricerca qualitativa e narrativa che è ampiamente riferita in questo articolo ma soprattutto in questo video che riporta tutta la storia completata dalle riflessioni scaturite negli anni successivi. Ci torno spesso perché ha modificato alcuni elementi importanti del mio modo di lavorare e anche di pensare al mio lavoro. La considero uno dei momenti cruciali della mia formazione.
 Si tratta di un lavoro in cui un certo numero di clinici interessati alla cura dei disturbi alimentari si è messo in ascolto di ragazze, donne, pazienti, ex pazienti, che conoscevano o avevano conosciuto in gioventù l’esperienza dell’anoressia. Ne è emerso un sapere sulla cura che ha messo fortemente in questione alcuni dei princìpi che come terapeuti diamo per acquisiti e scontati, e che indusse alcuni di noi a una riflessione critica su di essi. Oggi ne sappiamo un po’ di più, non perché le pazienti ci abbiano spiegato qualche teoria alternativa sul sintomo anoressico, ma perché ci hanno raccontato la loro esperienza come pazienti di medici, psicologi, terapeuti. E mettere la nostra esperienza accanto alla loro ha reso più complesso quello che sappiamo del processo di cura, e anche quello che pensiamo dell’anoressia, dato che il primo entra pesantemente nella definizione della seconda.

Per tornare ai social network: la mia amica Anna tiene ormai da quasi due anni sul proprio profilo Facebook un diario aperto della sua storia di malattia. La tosse, la febbre, e poi l’attesa e poi la diagnosi. E la speranza, la paura, il rapporto bello e di grande affidamento con medici e infermieri, i lunghi mesi passati in isolamento e i brevi ritorni a casa (ma in una casa resa adeguata alle sue estreme esigenze di asetticità), l’aggressione della malattia al suo corpo, il venir meno delle energie, la nostalgia per la vita di fuori, l’amore per la buona tavola, quello per le persone care (che poteva avvicinare solo con mille restrizioni), e quello per i suoi cani (che manco a parlarne). Il sollievo e poi le notizie non rassicuranti, e la ricerca di un donatore, e l’attesa, e finalmente l’identificazione di uno compatibile. E le fantasie sull’identità di quest’ultimo. E di nuovo la speranza, e insieme la vicinanza e la trepidazione di centinaia di persone che commentano sul suo profilo, fra le cinquemila (ma in realtà molte di più, dal momento che il suo profilo è totalmente aperto) che la seguono ogni giorno. È una storia intima e pubblica insieme, un documento vero e spietato, una testimonianza insostituibile sulla malattia vissuta in prima persona. C’è nel suo racconto una sola, minima traccia di pretesa sovrapposizione fra la sua competenza e quella dei dottori? Mai, in due anni.

Rappresenta il suo (iper)testo un contributo a un sapere più ampio e più “vero” sulla malattia e sui processi di cura? Secondo me certamente lo è, e pure di notevole importanza.

Allora. Che differenza c’è fra queste esperienze e lo sbraitare di commentatori che parlano di quello che non sanno? L’esperienza. Il raccontare qualcosa che ha attraversato il tuo corpo e la tua esistenza. Qualcosa che hai scolpito addosso. I tuoi studi, la tua ricerca. O la tua sofferenza, le tue lotte.
 Una posizione che escluda la possibilità di essere oggettivi riguardo quello che si conosce, deve chiamare in causa la responsabilità: dico questo perché l’ho sperimentato, perché è inscritto nel mio corpo; perché ne rispondo, infine. E rispondo delle conseguenze, se è vero che descrivere le cose non è meramente fotografarle, ma contribuire alla loro costruzione.
 Quanti che gridano di cose più grandi di loro possono assumersi quella responsabilità?

5. Ma insomma: la scienza è democratica?

È molto curiosa l’idea che la scienza sia democratica solo nella misura in cui accoglie, con pari diritto, il contributo di chiunque su qualunque cosa. Ovviamente questa è una deformazione dell’idea di una scienza non autoritaria, ma (a mio avviso) è anche una banalizzazione becera di qualunque contributo che si opponga al realismo ingenuo nella cura.
 Come scrive Carlo Rovelli:

“La legge che Anassimandro cerca per comprendere il cosmo è sorella di quella che i cittadini della pòlis greca cercano per organizzarsi. In entrambi casi non è più legge divina, né data una volta per tutte, ma è ridiscussa in continuazione.”

Vuol dire che la democraticità della scienza sta nel fatto che essa affronta il rischio del confronto con una comunità di osservatori. Come la città scopre di non avere più bisogno di un re-dio per esistere, e accetta che le scelte migliori per tutti emergano come prodotto di una discussione fra molti, così l’argomentare per convergere verso una conclusione diventa la base della ricerca scientifica. Chi porta la responsabilità di una competenza accetta anche che il proprio sapere venga messo in discussione continuamente (vedi Carlo Rovelli: “Cos’è la scienza”, Mondadori 2014).
 Ancora, la scienza (la medicina, per quel che ci riguarda) trova ragione di dirsi democratica nell’ascolto della voce di chi di quelle competenze è il destinatario. Ascoltare quella voce significa transigere di tanto in tanto a spiegazioni fantasiose e senza alcuna base? No. Ma può darsi che quelle voci ostili al sapere medico parlino anche di un rapporto con la medicina e la cura viste come lontane e poco rassicuranti. Decidere di ascoltarle non vuol dire prenderle alla lettera, ma dialogare con quel sentimento. Accogliere la paura e lo smarrimento: che non significa sostituire la cura necessaria, che spaventa, con gli impacchi della nonna.

Grazie a Massimo Schinco, Ada Piselli e Giorgio Bert: i primi due perché (sebbene non sia sicuro che il contenuto di questo post rifletta appieno le loro idee), parlarne con loro mi ha aiutato a chiarirmi alcune questioni. Il terzo per un po’ di altre cose che riguardano questo post, fra cui l’avermi segnalato il libro di Carlo Rovelli.

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