Perché una psicoterapia a distanza
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L’inizio: cambiamenti nel mondo del lavoro
Negli anni in cui in Italia fra gli psicologi si discuteva con un po’ di resistenze sulla possibilità di una terapia a distanza, mi capitarono alcune occasione di lavorare online. Dapprima per supervisioni cliniche con colleghi lontani (era il 2010). Poi, dal 2013 in modo occasionale, per consulenze e psicoterapie in casi in cui una consulenza cominciata “in presenza” rischiava di interrompersi perché il paziente si trasferiva o non aveva più la possibilità di chiedere permessi sul lavoro. Forse era l’onda lunga della crisi finanziaria del 2008, certo in quel periodo la situazione di vita di molte persone con un rapporto di lavoro dipendente diventava più complicata. Era più difficile prendersi un’ora, era più difficile prevedere i turni di lavoro.
Insomma, abbiamo cominciato a pensare al supporto dei media nella relazione terapeutica non perché fosse “trendy”, ma perché era necessario.
Seconda fase: italiani all’estero
Un salto di qualità nella pratica della terapia in remoto fu legata anche qui a un passaggio culturale e sociale. La generazione che si affacciava sul mondo del lavoro o che mirava a maggiori possibilità di realizzazione di quante ne trovasse in patria a volte lasciava l’Italia per andare a vivere in altri posti, in Europa o in altri continenti.
Chi vive all’estero, anche se è perfettamente padrone della nuova lingua, quando chiede un aiuto psicologico il più delle volte chiede di poter parlare di sé nella lingua in cui ha cominciato a dar nome ale proprie emozioni. Nella lingua madre, insomma.
Questo passaggio aiutò a pensare alle specificità di una relazione terapeutica (individuale, di coppia, familiare) che nasca direttamente online. Che sempre più l’esperienza ci diceva che era possibile, ma a patto di avere con le tecnologie digitali un rapporto di familiarità tale da apprezzare le sfumature e le peculiarità di un relazione “mediata dalla macchina”, Diversamente da quel che dicono voci scettiche, questa non ha per forza un valore minore o una profondità diversa dalle relazioni “in presenza”.
Terza fase: la pandemia
È noto che dal 2020 questa pratica ha conosciuto una espansione formidabile e una maggiore accettazione da parte della comunità dei clinici. È accaduto per via della chiusura degli studi di psicoterapia in conseguenza della pandemia di Covid-19. Evitare la vicinanza fisica in stanza di terapia e nelle sale d’attesa era lo scopo. L’Ordinanza 514, punto 11, della Regione Lombardia (22 marzo) diceva: “Sono chiuse le attività degli studi professionali salvo quelle relative ai servizi indifferibili e urgenti o sottoposti a termini di scadenza”.
Gli psicologi che avevano già esperienza di lavoro in remoto operarono il passaggio alla nuova modalità senza fatica, molti altri si riorganizzarono efficacemente.
Una pratica con caratteristiche proprie
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All’inizio dell’esperienza della presa in carico online usavo mettere la condizione di un incontro in studio all’inizio o dopo un certo numero di sedute online. Si è evidenziato nel tempo che – laddove ci siano le possibilità – incontrarsi in studio a un certo punto del percorso può essere certamente una buona esperienza, ma la riuscita e la validità della terapia non sono per nulla limitate se l’incontro “in presenza” non è possibile. D’altra parte, l’abbiamo visto, molto spesso la terapia online si svolge con persone, famiglie o coppie di lingua italiana che vivono molto distanti.
Dunque l’esperienza ci insegna ogni giorno che la terapia a distanza è una pratica con delle sue specificità e ha senso non soltanto in appoggio a una terapia “tradizionale”. Oggi sappiamo che è possibile una terapia che nasca già online e che questa non ha nulla di meno di una terapia in studio.
Sta dunque alla sensibilità e all’esperienza del professionista valutare i pro e i contro di questa scelta caso per caso. Come per qualunque altra scelta clinica.