{"id":6992,"date":"2026-09-01T06:10:19","date_gmt":"2026-09-01T05:10:19","guid":{"rendered":"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/?p=6992"},"modified":"2026-09-22T08:36:36","modified_gmt":"2026-09-22T07:36:36","slug":"lintegrazione-fra-sistemica-e-emdr","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2026\/09\/01\/lintegrazione-fra-sistemica-e-emdr\/","title":{"rendered":"L\u2019&#8221;integrazione\u201d fra sistemica e EMDR: quanto costa un letto alla locanda di Procuste?"},"content":{"rendered":"<p class=\"p10\" style=\"text-align: left;\"><em>Dopo un post e varie conversazioni in privato sulla questione, alcuni colleghi mi hanno chiesto di mettere in fila i miei argomenti, con approfondimenti e citazione delle fonti. Mi sono lasciato convincere.<\/em><br \/>\n<em>Rendo disponibile qui il risultato: la forma della \u201clettera aperta\u201d mi pareva la pi\u00f9 aderente allo spirito con cui mi sono messo a scrivere.<\/em><br \/>\n<em>Si pu\u00f2 <strong><a href=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Procuste_sistemica_EMDR_lettera.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">scaricare in formato pdf<\/a><\/strong> ma, a beneficio anche dei motori di ricerca, riporto il testo di seguito in questa pagina.<\/em><br \/>\n<em><span style=\"color: #993300;\"><strong>Chi volesse commentare pu\u00f2 <a style=\"color: #993300;\" href=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/contatti\/\">scrivere qui<\/a><\/strong><span style=\"color: #000000;\">.<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/span><\/em><\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong><span style=\"font-size: 22px; color: #808080;\">Una lunga lettera aperta ai colleghi del Milan Approach sull\u2019integrazione con l\u2019EMDR<\/span><\/strong><\/p>\n<h1 style=\"text-align: left;\"><strong>Quanto costa un letto alla locanda di Procuste?<\/strong><\/h1>\n<p>di Massimo Giuliani <sup><a href=\"#footnote_1_6992\" id=\"awef_ident_1_6992\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Psicologo e psicoterapeuta, Didatta del Centro Milanese di Terapia della 1 Famiglia.\">1<\/a><\/sup><\/p>\n<h3><strong>0. Premessa<\/strong><\/h3>\n<p>Care Colleghe, cari Colleghi,<br \/>\nalcuni di voi sanno che dall\u2019indomani del congresso \u201cSistemi e violenze\u201d in conversazioni private e in post sul blog esprimo alcuni dubbi, e pi\u00f9 di qualcuno mi ha detto che sarebbe stato utile metterli in fila, approfondirli e dotarli di riferimenti bibliografici. Mi sono fatto convincere, ma alla fine avevo in mano un saggio che mi persuadeva nel contenuto ma a cui mancava qualcosa. L\u2019ho riscritto in forma di lettera, perch\u00e9 rendeva meglio il mio spirito. \u00c8 un messaggio personale con cui rivolgo tre domande (pi\u00f9 una). Ho lasciato comunque l\u2019impianto bibliografico della prima versione: spero che cos\u00ec si veda l\u2019impegno che ci ho messo, e spero che si veda che questo impegno (come la lunghezza di questo scritto) \u00e8 proporzionale alla considerazione che ho per le colleghe e i colleghi a cui volevo arrivare.<\/p>\n<p>Per i meno aggiornati: sto parlando di come il metodo EMDR (<em>Eye Movement Desensitization and Reprocessing<\/em>, cio\u00e8 \u201cdesensibilizzazione e riprocessamento attraverso i movimenti oculari\u201d) ha conquistato, forte di una procedura solidamente manualizzata e di un corredo di validazioni scientifiche, la fiducia di terapeute e terapeuti in pi\u00f9 di un ambito teorico clinico, fra cui ampie parti del mondo sistemico e, per quel che mi riguarda da vicino, del Milan Approach. Il quale, lo sappiamo, non \u00e8 proprio un pensiero omogeneo, e per\u00f2 alcuni punti fermi ce li ha, nel modo in cui l\u2019ecologia della mente di Bateson, la cibernetica del secondo ordine e il costruttivismo hanno riconfigurato la clinica (Barbetta e Telfener, 2019, Telfener <em>et al<\/em>., 2024). \u00c8 il pensiero che ha preso forma attraverso il lavoro di Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin dopo la scissione del primo gruppo di Milano, e non lo dico per pedanteria storica, ma perch\u00e9 sar\u00e0 utile per chi legge tenere a mente questi passaggi (rimando chi non ne sapesse abbastanza a Bertrando e Toffanetti, 2000).<\/p>\n<p>Vedo nel <em>trapianto<\/em> dell\u2019EMDR nel Milan Approach un fenomeno che per dimensioni e impatto segna un passaggio storico: il metodo \u00e8 entrato nelle scuole di specializzazione (Mosconi <em>et al<\/em>., 2014; Floris, 2024) e nel curriculum di molti allievi che in cerca di una nicchia nel mercato della clinica si affidano alla formazione in questa tecnica di grande richiamo e di consolidato <em>appeal<\/em> non solo clinico. Proprio perch\u00e9 tutto questo non sta soltanto nelle scelte di singole, per quanto numerose, persone, ma si presenta con i contorni di una ingente operazione culturale, spero riterrete legittimi questi pensieri ad alta voce.<br \/>\nQuesto <em>innesto<\/em> (scusate la scelta dei termini, ma si capir\u00e0 poi perch\u00e9 ho qualche problema con la parola \u201cintegrazione\u201d) avviene decenni dopo l\u2019archiviazione delle tecniche istruttive di ispirazione strategica in seguito alle nuove ragioni epistemologiche ed etiche che inquadravano in un\u2019altra luce un patrimonio storico che pure, come sappiamo, aveva fatto la fortuna del modello (v. Barbetta e Giuliani, 2013; Barbetta, 2017). Quelle ragioni indicavano la necessit\u00e0 di un modo di lavorare meno occulto, pi\u00f9 cooperativo (Hoffman, 1990). Una domanda cruciale era se la remissione di un sintomo fosse, da sola, un criterio per definire efficace ed eticamente plausibile un intervento cos\u00ec orientato dalla finalit\u00e0 cosciente (v. Bateson, 1972), e cosa comportasse per la clinica sistemica misurarsi con la cornice teorica della nuova cibernetica dell\u2019osservatore (von Foerster, 1981).<br \/>\n\u00c8 un percorso, a mio modo di vedere, non ancora compiuto e forse un punto d\u2019arrivo non ce l\u2019ha. Una \u201cterapia dei sistemi osservanti\u201d \u00e8 pi\u00f9 una direzione da seguire, un modo di porsi le domande, che una collezione di risposte. E per\u00f2 nel bel mezzo di questo viaggio, sballottati da un improvviso testacoda, ci siamo trovati a celebrare l\u2019\u201dintegrazione\u201d (scusate le virgolette) con pratiche che rimettono al centro l\u2019individuo come oggetto, anzi un suo organo (il cervello), anzi una parte di esso, astratto da qualunque considerazione contestuale.<\/p>\n<p>Lo dico con chiarezza: non ci sono confini o purezze da difendere, e se la sistemica che pratichiamo preferisce da anni definirsi un \u201capproccio\u201d anzich\u00e9 un \u201cmodello\u201d (Barbetta, 2017) non \u00e8 per una questione banalmente nominalistica, ma avviene proprio in seguito a quel ripensamento di pratiche, teorie ed epistemologie. Proprio perch\u00e9 \u201capproccio\u201d, dunque libero dall\u2019autorit\u00e0 coercitiva di un \u201cmodello\u201d, essa \u00e8 in grado di accogliere nella propria cornice esperienze e idee anche molto diverse. Ma in questo caso non parliamo delle scelte responsabili e creative che un o una professionista esercita nella relazione con le proprie premesse: parliamo invece di un\u2019operazione di giustapposizione innescata \u201ca freddo\u201d dall\u2019alto e che diventa la nuova narrazione che il Milan Approach propone di s\u00e9.<\/p>\n<p>So che fra i motivi di questa operazione c\u2019\u00e8 anche la necessit\u00e0 di trovare legittimazione scientifica fra le altre psicoterapie attraverso le <em>evidence-based practices<\/em> (EBP), cio\u00e8 le valutazioni di efficacia basate su prove misurabili. Queste richiedono alle pratiche di cura di poter essere descritte attraverso protocolli, scansioni in fasi manualizzate e misurabili. Ma il processo sistemico \u00e8 guidato pi\u00f9 dalla circolarit\u00e0 della conversazione che da tecniche ripetibili, e pertanto non \u00e8 mai stato a proprio agio con le metodologie quantitative. Cos\u00ec si fanno strada proposte di manualizzarne le pratiche (Mosconi e Trotta, 2021) e di introdurvi tecniche standardizzate che nascono gi\u00e0 pronte per affrontare la prova delle ricerche di efficacia.<br \/>\nNessuno sembra almeno un po\u2019 interdetto dal principio che se uno strumento di misurazione non \u00e8 adeguato a misurare un oggetto, invece di mettere in discussione lo strumento inadeguato, piuttosto si manomette l\u2019oggetto. Continuo a pensare a Procuste (<em>Procruste<\/em> per qualcuno), un brav\u2019uomo che non negava mai la propria ospitalit\u00e0 ai viandanti nella sua locanda sul monte Coridallo, a ovest di Atene, e dopo averli rifocillati offriva loro un letto. Peccato che non sempre il letto avesse la misura giusta per gli ospiti, ma lui aveva trovato il modo perch\u00e9 fosse sempre perfetto: se l\u2019avventore era troppo corto lo costringeva a energiche trazioni per allungarlo, e se era troppo lungo lo amputava con un\u2019ascia.<\/p>\n<p>Ma vado con ordine. Credo che, prima di dirvi le mie perplessit\u00e0, per facilitare la comprensione di chi non avesse ben chiara la questione dovr\u00f2 provare a riassumere i punti salienti del metodo e della teoria dell\u2019EMDR. Spero di essere chiaro nonostante la sintesi, ma naturalmente pi\u00f9 di me sono attendibili i testi \u201cufficiali\u201d, a cominciare da quelli della sua ideatrice (v. per esempio Shapiro, 2018).<\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\"><strong>Il metodo: l\u2019EMDR<\/strong><\/h4>\n<p>Della narrazione sull\u2019EMDR fa parte una storia sull\u2019origine del metodo (Shapiro, 2012, pp. 27-28), che immagino vada presa come una specie di mito fondativo: una storia letterariamente coinvolgente e capace di creare comunit\u00e0, ma non necessariamente dotata di rigorosa fondatezza storica. La storia dice che un giorno della fine degli anni \u201980, passeggiando in un parco, Shapiro speriment\u00f2 che un pensiero che la tormentava era sparito improvvisamente. Fece uno sforzo per richiamarlo alla mente, ma quello non aveva pi\u00f9 la stessa \u201ccarica\u201d disturbante. Continuando a passeggiare, not\u00f2 che quando le veniva in mente quel genere di pensieri, i suoi occhi iniziavano a muoversi rapidamente da una parte all\u2019altra e si spostavano diagonalmente, dopodich\u00e9 il pensiero si era allontanato dalla coscienza. Shapiro richiamava il pensiero e lo trovava meno \u201cforte\u201d. Eseguiva i movimenti oculari e, dice, \u201ci miei sentimenti cambiavano\u201d.<br \/>\nDi l\u00ec la nascita di questa terapia, scandita in otto passaggi (Shapiro, 2018; Shapiro e Maxfield, 2002). Nel primo (\u201cstoria del paziente\u201d), verificato che il paziente sia \u201cpronto\u201d dal punto di vista della \u201cstabilit\u00e0 personale\u201d e dei \u201cvincoli attuali\u201d, si raccoglie la storia del sintomo e delle cause, si definiscono obiettivi e miglioramenti desiderati. Nel secondo (\u201cpreparazione\u201d), di contenuto e durata variabile, si spiegano tecnica e principi base dell\u2019EMDR; attraverso tecniche di visualizzazione e di rilassamento ci si assicura che il paziente sia in grado di eliminare piccoli gradi di disturbo e che abbia risorse per sopportare eventuali emozioni spiacevoli nell\u2019affrontare ricordi.<br \/>\nLa terza fase (\u201cvalutazione\u201d) \u00e8 quella della raccolta di dettagli sull\u2019immagine legata al ricordo disturbante, dell\u2019identificazione di un \u201cpensiero negativo\u201d (vale a dire una autovalutazione disadattiva collegata all\u2019evento) e di un &#8220;pensiero positivo\u201d (che il paziente desidererebbe al posto della cognizione negativa); gli si domanda quanto lo senta \u201cvero\u201d in quel momento su una scala da 1 a 7 (la scala VOC, <em>validity of cognition<\/em>); infine, in quale punto del corpo il ricordo si fa sentire.<br \/>\nNella quarta (\u201cdesensibilizzazione\u201d) si domanda quanto quel ricordo sia disturbante in quel momento su una scala da 0 a 10 (la scala SUD, \u201cunit\u00e0 soggettiva di disturbo\u201d); si interviene cos\u00ec con la stimolazione alternata (movimento degli occhi, suoni alternati, <em>tapping<\/em>) fino a che la SUD arriva a zero, che significa che la disfunzione legata all&#8217;evento \u00e8 stata eliminata. La quinta consiste nella\u201cinstallazione\u201d della cognizione positiva, cio\u00e8 delle parole positive scelte nella terza fase: per esempio \u201cora ho il controllo\u201d; alla fine il punteggio VOC dovrebbe essere 7.<br \/>\nUna volta \u201cinstallata\u201d la cognizione positiva, nella sesta fase (&#8220;scansione del corpo\u201d) si domanda se nel corpo resti qualche fastidio residuo: nel qual caso, si ripete l\u2019\u201delaborazione\u201d. Nella fase di \u201cchiusura\u201d (la settima) si concorda col paziente che se emergessero nuovi pensieri disturbanti ne prender\u00e0 nota per riparlarne in seduta, e infine nell\u2019ottava (\u201crivalutazione\u201d) si torna a \u201cmisurare\u201d il disturbo sulla scala SUD per assicurarsi che il processo sia stato \u201ccompletato\u201d.<\/p>\n<p>La letteratura sull\u2019EMDR non ha fornito una spiegazione definitiva da attribuire ai meccanismi d\u2019azione. L\u2019aggiornata revisione sistematica di Landin-Romero <em>et al.<\/em> (2018) evidenziava la necessit\u00e0 di approfondire la conoscenza di quei meccanismi, le cui spiegazioni fornite fino ad allora erano classificate in tre categorie: modelli psicologici, psicofisiologici e neurobiologici. Fra i primi, quello pi\u00f9 ricorrente fa riferimento alla memoria di lavoro: immaginiamo un sistema esecutivo centrale che si occupa dell\u2019integrazione e del coordinamento delle informazioni; immaginiamo che sia fatto di sottosistemi, fra cui un sistema \u201cvisuo-spaziale\u201d: se certi ricordi sono conservati nel taccuino visuo-spaziale, il doppio compito (concentrarsi sui ricordi traumatici e contemporaneamente seguire lo stimolo proposto) richieder\u00e0 una competizione per le capacit\u00e0 limitate del sistema e per la memoria di lavoro dell&#8217;esecutivo centrale. In questa competizione le immagini disturbanti perderanno vividezza.<br \/>\nFra i modelli psicofisiologici c\u2019\u00e8 quello proposto dalla stessa Shapiro (2018): i movimenti oculari ritmici e multisaccadici nell\u2019EMDR funzionerebbero come un meccanismo di inibizione cerebrale con riduzione dell\u2019ansia quando associati al ricordo traumatico, allo stesso modo in cui il materiale che emerge durante il sogno viene desensibilizzato dai movimenti oculari rapidi (REM).<br \/>\nInfine fra i modelli neurobiologici \u2014 che hanno avuto impulso dalle tecniche di <em>neuroimaging<\/em> \u2014 una ipotesi \u00e8 che i movimenti oculari facilitino l\u2019elaborazione della memoria associativa e il recupero della memoria episodica favorendo la comunicazione interemisferica tramite il corpo calloso.<\/p>\n<p>Quale che sia la spiegazione, il metodo \u2014 originariamente applicato in modo particolare allo stress post-traumatico \u2014 \u00e8 diventato abbastanza in fretta una risposta a una discreta lista di disturbi. Numerosi studi (v. Devilly, 2002) attribuiscono al metodo la capacit\u00e0 di migliorare il dolore, di curare il PTSD geriatrico e nei pazienti dementi, i disturbi dissociativi, il disturbo di panico, le fobie, il lutto e le disfunzioni sessuali; di guarire dal gioco d&#8217;azzardo patologico, dalle dipendenze da droghe chimiche, dai problemi di personalit\u00e0; di essere d\u2019aiuto nelle prestazioni aziendali e nell\u2019atletica \u2014 ma anche nelle discipline equestri come il dressage, ch\u00e9 magari c\u2019\u00e8 chi se lo sta domandando.<\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\"><strong>La teoria: l\u2019AIP<\/strong><\/h4>\n<p>La cornice teorica che Shapiro ha costruito per spiegare il funzionamento dell&#8217;EMDR (Shapiro, 2018; Shapiro e Laliotis, 2010) \u00e8 il modello <em>Adaptive Information Processing<\/em> (nella prima edizione del manuale era <em>Accelerated Information Processing<\/em>; resta immutata la sigla: AIP). L\u2019AIP sostiene che il trauma rimarrebbe \u201cimmagazzinato\u201d in modo patologico e i movimenti oculari riattiverebbero un sistema naturale di elaborazione il cui funzionamento, abbiamo visto, \u00e8 spiegato in modi diversi, ma che consisterebbe nel permettere al cervello di completare \u201cspontaneamente\u201d il processamento. Il modello AIP, infatti, teorizza l\u2019esistenza di un sistema innato di elaborazione delle informazioni che immagazzina nuove esperienze nelle reti di memoria associando e collegando in uno stato adattivo pensieri, immagini, emozioni e sensazioni associati alle esperienze. La patologia si manifesterebbe quando le nuove informazioni vengono elaborate in modo inadeguato e immagazzinate, con pensieri, sensazioni ed emozioni distorti, in una modalit\u00e0 disadattiva.<br \/>\nSe questi ricordi rimangono in quella condizione senza essere elaborati, quando uno stimolo esterno simile a quell\u2019esperienza innesca sensazioni e immagini del trauma essi diventano la base del PTSD (il disturbo da stress post-traumatico). Forme di stimolazione bilaterale come i movimenti oculari, favorirebbero l&#8217;elaborazione di quei ricordi traumatici e quindi l\u2019eliminazione dei sintomi.<\/p>\n<h3 style=\"text-align: left;\"><strong>1. Prima domanda: ma siamo sicuri che l\u2019integrazione con l\u2019EMDR porter\u00e0 in dote una solida legittimazione scientifica?<\/strong><\/h3>\n<p>Premetto che meritano il massimo rispetto tutti quei pazienti che dall\u2019EMDR hanno ricavato sollievo. Se dei dubbi sul metodo sono fondati, questo vuol dire che quelle persone hanno incontrato terapeuti che, al di l\u00e0 delle teorie e degli strumenti, hanno instaurato un\u2019alleanza efficace. In quella distanza che sempre esiste fra il racconto della terapia \u2014 la sua misurazione, se preferite \u2014 e quello che succede nella stanza, c\u2019\u00e8 la relazione terapeutica.<br \/>\nProver\u00f2 a unire i puntini di un percorso che passa attraverso svariate ricerche e meta-analisi sul metodo EMDR, condotte nell\u2019ambito delle metodologie e<em>vidence based<\/em>: che dunque non mettono in discussione il paradigma sperimentale, anzi lo assumono pienamente, e proprio dalla sua applicazione rigorosa concludono che le affermazioni trionfali sull&#8217;EMDR avrebbero bisogno di essere temperate da una certa prudenza. Anzi, quello che ne emerge sembra spiegare la mordace e citatissima affermazione di McNally (1999, p. 619), direttore della formazione clinica presso il dipartimento di psicologia dell&#8217;Universit\u00e0 di Harvard: \u201c\u2026ci\u00f2 che \u00e8 efficace nell\u2019EMDR non \u00e8 nuovo, e ci\u00f2 che \u00e8 nuovo non \u00e8 efficace\u201d.<br \/>\nIl procedimento di scomporre un oggetto per dire cosa funziona e cosa no non \u00e8 la parte che mi importa di pi\u00f9, ma se stiamo parlando dell\u2019oggetto grazie al quale si spera di essere accolti nel salotto buono delle terapie <em>evidence based<\/em>, la coerenza con le premesse scientifche non \u00e8 un dettaglio.<\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\"><strong>Procuste sul suo stesso letto: EMDR e ricerca<\/strong><\/h4>\n<p>Alla fine degli anni \u201990 del secolo scorso esiste una letteratura tale da permettere a Cahill <em>et al.<\/em> (1999) di passare in rassegna <em>dismantling studies<\/em> per rispondere a due domande: l\u2019EMDR funziona? E se s\u00ec, perch\u00e9? La loro conclusione \u00e8 che l&#8217;EMDR sembra in grado di ridurre almeno alcuni indicatori di disagio rispetto al gruppo di controllo nel disturbo da stress post-traumatico, nel disturbo di panico e nell&#8217;ansia di parlare in pubblico. Non sembra meno efficace di trattamenti non validati \u2014 come rilassamento e ascolto attivo \u2014 ma gli autori osservano che nessuno studio ha confrontato direttamente l&#8217;EMDR con un trattamento validato in modo indipendente per il PTSD (altrettanto segnalano Devilly e Spence, 1999). Nel trattamento delle fobie altre tecniche si sono dimostrate pi\u00f9 efficaci, ma soprattutto dalla revisione degli studi di smantellamento non emergono prove che i movimenti oculari facciano la differenza per l\u2019esito. Dunque, spiegano, non \u00e8 chiaro perch\u00e9 l&#8217;EMDR funzioni, ma probabilmente non per i movimenti oculari. Ipotizzano che la variabile procedurale pi\u00f9 rilevante sia quella gi\u00e0 nota, cio\u00e8 l\u2019\u201desposizione\u201d al ricordo traumatico, e consigliano di attendere ulteriori ricerche per capirne di pi\u00f9. Ma nell\u2019attesa si domandano:: in un panorama in cui gi\u00e0 esistono cure indicate per i disturbi d\u2019ansia, c\u2019era davvero bisogno di un altro trattamento?, cio\u00e8: il nuovo trattamento \u00e8 migliore o peggiore dei precedenti? Herbert <em>et al<\/em>. (2000) sostengono con parole piuttosto dirette che \u201cl\u2019EMDR rappresenta un ottimo strumento per <em>illustrare le differenze tra tecniche terapeutiche scientifiche e pseudoscientifiche<\/em>\u201d (corsivo mio). Analizzano le prove di efficacia dell\u2019EMDR e le tecniche di quello che chiamano \u201cmarketing pseudoscientifico\u201d che ne hanno promosso la diffusione e l&#8217;accettazione da parte dei professionisti. Gli autori non negano una certa utilit\u00e0 del metodo, ma si domandano se la cornice teorica e commerciale costruita intorno ad esso non sia sproporzionata rispetto alle prove disponibili. Le loro critiche sono molto circostanziate: all\u2019AIP dedicano alcune pagine, per concludere che il linguaggio neuropsicologico del modello \u00e8 pi\u00f9 sofisticato che fornito di basi sperimentali adeguate. Il confronto fra pazienti trattati con EMDR e pazienti in lista d\u2019attesa mostra un vantaggio dell\u2019EMDR nella cura di ansia, PTSD e ricordi traumatici \u2014 in sostanza l\u2019EMDR \u00e8 meglio che <em>non fare nulla<\/em>. Ma quando il confronto \u00e8 con counseling non direttivo, training di rilassamento o biofeedback, i vantaggi dell\u2019EMDR si fanno irrisori o non emergono differenze. Non appare superiore alle terapie di esposizione e alla CBT, e anzi in alcuni studi di follow-up risulta meno efficace. E, di nuovo, i movimenti oculari o qualunque altra forma di stimolazione bilaterale non fanno alcuna differenza. Devilly (2002) aggiunge che eventuali benefici iniziali svaniscono nel tempo.<br \/>\nLa meta-analisi di Davidson e Parker (2001) prende in esame 34 studi, con la cura di escludere dal campione ricerche da cui emergono problemi metodologici. Le questioni che affronta sono l\u2019efficacia dell\u2019EMDR, il ruolo dei movimenti oculari (o di altri stimoli alternati), la formazione specifica del terapeuta presso l&#8217;EMDR Institute e se la tecnica funzioni meglio per alcuni disturbi o in alcune popolazioni. Come nella ricerca farmacologica, la prima prova riguarda la differenza fra il trattamento da testare e nessun trattamento: l\u2019EMDR si conferma pi\u00f9 efficace che non fare niente, ma non pi\u00f9 di altre terapie di esposizione e cognitivo comportamentali. Sugli effetti della formazione, l\u2019esclusione degli studi con terapeuti non certificati dall&#8217;EMDR Institute lascia immutati i risultati. Anche qui, da 13 studi e 6 tesi non pubblicate che confrontano l\u2019EMDR con la stessa procedura ma senza movimenti oculari (EFixDR, \u201cDesensibilizzazione e rielaborazione a occhi fissi\u201d), non emerge un beneficio incrementale significativo attribuibile ai movimenti oculari, n\u00e9 sulle misure di processo n\u00e9 su quelle di esito. A ci\u00f2 si aggiunge un numero di studi, per quanto esiguo, con anche altri tipi di stimoli alternati (<em>tapping<\/em>, suoni): anche qui, nessuna differenza, e tali componenti della procedura vengono dichiarati decisamente superflui.<\/p>\n<p>Insomma, con le conclusioni interlocutorie volano anche parole grosse: ma quando studiosi come Perkins e Rouanzoin (2002) reagiscono con vigore alle accuse di \u201cpseudoscienza\u201d, definendole \u201ccalunnie personali\u201d, sul piano del contenuto ammettono comunque delle \u201ccriticit\u00e0\u201d nel metodo.<br \/>\nC\u2019\u00e8 un aspetto che mi sembra macroscopico, ed \u00e8 quello su cui puntano l\u2019attenzione Rosen e Davison (2003), quando affermano che i sistemi di catalogazione delle terapie supportate empiricamente dovrebbero tener conto dell\u2019efficacia della terapia, anzich\u00e9 di trademark e peso imprenditoriale. Osservano come l\u2019EMDR, in virt\u00f9 del marchio registrato, goda di una classificazione a parte rispetto a procedure analoghe che vengono raggruppate sotto la dizione \u201cterapie di esposizione\u201d: eppure in confronto a quelle gli studi non ne confermano la superiorit\u00e0. Definiscono l\u2019EMDR \u201cun recente esempio di un trattamento privo di qualsiasi collegamento credibile con la scienza psicologica\u201d. Aggiungono che \u201cil metodo \u00e8 stato promosso in modo aggressivo con diverse affermazioni che non hanno ricevuto supporto empirico\u201d e rimandano al citato Herbert <em>et al<\/em>. (2000) per una trattazione di quelli che ritengono gli aspetti \u201cpseudoscientifici&#8221; del metodo.<\/p>\n<p>Sui toni agguerriti della promozione del metodo e sulla risonanza mediatica che hanno accompagnato la sua diffusione senza precedenti, mi pare sia difficile obiettare. L\u2019agenzia ANSA nel 2017 parla della \u201ctecnica del movimento degli occhi che debella i traumi e le paure\u201d. Per il programma 20\/20 della ABC \u00e8 la \u201csvolta entusiasmante\u201d nel trattamento dell\u2019ansia. Vedo questo entusiasmo rimbalzare in una infinit\u00e0 di video di professionisti e <em>influencer<\/em> su Youtube e nelle conversazioni sui forum, dove ci si interroga sull\u2019efficacia del metodo anche sulla ricrescita dei capelli.<br \/>\nUna rivista a larghissima tiratura definisce in un titolo l\u2019EMDR \u201cla terapia scelta da Chiara Ferragni per superare un trauma\u201d. Attori, cantanti e celebrit\u00e0 come Miley Cyrus, il principe Harry, Lady Gaga, Jameela Jamil, Sandra Bullock, Lily Allen, Michele Bravi, Elena Santarelli, vengono intervistati sulla loro esperienza con l\u2019EMDR e le storie vengono rilanciate dai siti di organismi e professionisti EMDR che ne raccontano le infanzie trascurate e li definiscono \u201ctestimonial d\u2019eccezione\u201d, vellicando il desiderio del pubblico di identificarsi con persone di successo. Scelte di comunicazione e linguaggio, converrete, hanno meno a che fare con la scienza che con un marketing a volte, come dire?, eticamente spensierato: i pazienti diventano \u201ctestimonial\u201d e il fatto di essere mediaticamente esposti li rende \u201cd\u2019eccezione\u201d rispetto agli altri.<br \/>\nQuesta capacit\u00e0 di creare <em>hype<\/em> e costruire intorno alla pratica una sorta di <em>community<\/em> attraverso social e pubblicistica, genera libri come una guida per i pazienti (Croitoru, 2014), che contiene passaggi non proprio di scientifica sobriet\u00e0, come \u201cBenvenuti nella rivoluzione!\u201d e \u201cCredo che la dottoressa Shapiro dovrebbe vincere il premio Nobel per la rivoluzione che l\u2019EMDR ha portato nel campo della psicologia e della salute, e per il contributo che questo metodo ha dato al miglioramento di milioni di vite in tutto il mondo\u201d.<br \/>\nNon riesco a separare l\u2019EMDR dalla sua narrazione pubblica, perch\u00e9 credo che le aspettative positive su di esso non possano essere disgiunte dalla sua fama, cos\u00ec come l\u2019<em>appeal<\/em> mediatico del metodo e il furore agonistico dei suoi supporter hanno contribuito a rendere il metodo molto popolare fra le terapeute e i terapeuti in formazione. E questo \u00e8 comprensibile, perch\u00e9 \u00e8 una tecnica chiara e maneggiabile, ed \u00e8 raccomandata per diverse applicazioni. E immagino anche che garantisca una nicchia di mercato in un panorama sempre pi\u00f9 segnato dalla sovrappopolazione e dalla competizione, per la sua popolarit\u00e0 oltre che per la facilit\u00e0 con cui spiega un po\u2019 tutto e un po\u2019 tutto sana. Tanti pazienti \u2014 che meritano rispetto \u2014 sono incoraggiati dalla rinomanza di un metodo rapido ed efficace, e lo richiedono esplicitamente.<\/p>\n<p>Tornando a Herbert <em>et al<\/em>., (2000), \u00e8 difficile non prenderli sul serio quando affermano: \u201cSe si eliminano i movimenti oculari dall&#8217;EMDR (le prime due lettere), rimangono le componenti del trattamento gi\u00e0 note e supportate empiricamente, ovvero l&#8217;esposizione e le terapie cognitive (le ultime due lettere)\u201d (p. 303). Calcano la mano citando il riferimento di McNally (1999) al mesmerismo (la commissione istituita da Luigi XVI nel 1784 concluse che gli effetti di quella terapia erano attribuibili alla suggestione e non al \u201cmagnetismo animale\u201d come pretendeva Mesmer, screditando cos\u00ec il medico tedesco e tutto il suo movimento). Come il metodo di Shapiro \u00e8 stato dichiarato \u201cprobabilmente efficace\u201d perch\u00e9 dimostrato statisticamente superiore all\u2019assenza di trattamento, dicono, anche quella commissione avrebbe potuto dichiarare \u201cprobabilmente efficace\u201d il magnetismo animale.<\/p>\n<p>Diciamo che da parecchia letteratura ricavo l\u2019impressione che l\u2019EMDR mi richieda di metterci un credito di fiducia, che non mi pare proprio un presupposto scientifico. Patihis et al. (2020) sostengono che Shapiro, dopo aver presentato il metodo nella sua ricerca di dottorato nel 1989, inizi\u00f2 a promuoverlo con una certa premura quando molti studiosi ritenevano premature le affermazioni sui movimenti oculari bilaterali e il loro effetto sulla comunicazione tra gli emisferi del cervello e il recupero dei ricordi traumatici.<br \/>\nTornando alle meta-analisi, fra le pi\u00f9 recenti c\u2019\u00e8 quella di Cuijpers <em>et al<\/em>. (2020) che passa in rassegna 76 studi di efficacia per concludere che dove L&#8217;EMDR mostra un vantaggio su altre terapie, lo perde del tutto negli studi con un basso rischio di bias. Risultati pi\u00f9 significativi emergono per l&#8217;EMDR nel trattamento delle fobie e dell&#8217;ansia da prestazione, ma il numero di studi \u00e8 troppo limitato e, ancora, il rischio di bias troppo elevato. Insomma, gli studi sono molto eterogenei, il rischio di <em>publication bias<\/em> \u00e8 forte, le indicazioni di parzialit\u00e0 (allegiance) da parte dei ricercatori non mancano. La loro conclusione \u00e8 persino prudente: non ci sono prove sufficienti per trarre conclusioni sui vantaggi dell\u2019EMDR n\u00e9 per raccomandarne l\u2019uso in altri problemi di salute mentale, al di l\u00e0 dei benefici sul PTSD nel breve termine, per via di una letteratura metodologicamente troppo debole.<br \/>\nParliamo dello stesso Cuijpers che in uno studio precedente (Lee, Cuijpers, 2013) traeva conclusioni favorevoli sui movimenti oculari, in risposta a precedenti meta-analisi che a loro volta ne mettevano in dubbio l\u2019utilit\u00e0. Ma alla sua meta-analisi del 2013 Devilly <em>et al<\/em>. (2014) avevano contestato che trascurasse numerosi studi rilevanti e ne contasse due volte degli altri, compreso quello di uno dei coautori.<\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\"><strong>La \u201ccintura protettiva\u201d<\/strong><\/h4>\n<p>Non mi importa tanto interrogare questi lavori \u2014 ed altri che giungono a conclusioni simili \u2014 per sapere se il metodo funzioni o meno: mi interessa di pi\u00f9 cosa si vede addentrandosi nella ricerca quantitativa sull\u2019EMDR. Cercando di capire come sia possibile che uno stesso autore \u00e8 citato sia da sostenitori che da detrattori, quel che si vede \u00e8 che quando gli studi dichiarano \u201cefficace\u201d l\u2019EMDR intendono \u201cefficace\u201d nel confronto con la lista d\u2019attesa (cio\u00e8 che \u00e8 meglio che non fare niente); oppure quando dicono che dimostra una certa efficacia clinica, non sono certi che sia superiore a quella di altri metodi; o aggiungono che s\u00ec, pare che funzioni, ma la qualit\u00e0 media e i publication bias non ci permettono di giungere a conclusioni pi\u00f9 definitive. Soprattutto, in gran quantit\u00e0 dicono che se c\u2019\u00e8 qualcosa che funziona, non sono i movimenti oculari.<br \/>\nHerbert <em>et al.<\/em> (2000) sostengono che il \u201cnucleo duro\u201d di assunzioni dell\u2019AIP non generi previsioni nuove e confermate, ma sopravviva grazie a quella che il filosofo della scienza Lakatos (1980) chiama una \u201ccintura protettiva\u201d di ipotesi ausiliarie aggiunte volta per volta: se i <em>dismantling studies<\/em> ridimensionano il valore dei movimenti oculari, l\u2019&#8217;EMDR sposta la spiegazione al \u201cdoppio compito\u201d, poi ad altro ancora, senza che nessuna di queste riformulazioni generi previsioni verificabili nuove. Che mi pare un modo di argomentare piuttosto ricorrente, che blinda il metodo rispetto a quasi qualunque critica: ogni volta che i dati portano un risultato negativo, i fautori del metodo ricorrono puntualmente a spiegazioni nuove. Per esempio che i ricercatori non avevano ricevuto una formazione adeguata (ma le ricerche misurano in esattamente zero la differenza fra terapeuti con formazione ufficiale e quelli che non l\u2019hanno ricevuta), e poi che la valutazione non era imparziale. Davanti agli studi che mostravano che la formazione ufficiale di Livello I non produceva risultati, la formazione di Livello II divenne obbligatoria; i risultati nulli della formazione di II livello, allora, vennero liquidati come conseguenza di una formazione incompleta.<\/p>\n<p>Negli ultimi anni, via via che cresceva la popolarit\u00e0 dell\u2019EMDR, anche i toni dei detrattori si sono fatti pi\u00f9 accesi. Non mi riferisco a qualche scanzonato narrativista, no: cito autori di cui non \u00e8 in discussione l\u2019adesione al paradigma sperimentale e al razionalismo critico di Popper. In fondo anche a Procuste, per intervento di Teseo, tocc\u00f2 provare il supplizio del suo letto.<br \/>\nIl contributo di Cox e Codd (2023) ha un titolo che \u00e8 un po\u2019 bollettino dal fronte, un po\u2019 chiamata alle armi: \u201cI sostenitori delle terapie per il disturbo da stress post-traumatico basate sulla ricerca stanno subendo sconfitte su molti fronti: cosa intendiamo fare al riguardo?\u201d. Gli autori addirittura vedono nei movimenti oculari un avversario dell\u2019EBP. A nome degli <em>\u201cAdvocates of Research Supported Treatments\u201d<\/em> \u2014 che \u00e8 un termine coniato in ambito accademico per indicare medici e psicologi che sostengono il primato dei trattamenti di cura supportati dalla ricerca scientifica <em>evidence based<\/em> \u2014 si scagliano contro l\u2019EMDR, che vedono precipitare verso la pseudoscienza. A dar credito ai dismantling studies, dicono, esso fallisce proprio nell\u2019aspetto caratterizzante della sua tecnica, cio\u00e8 i movimenti oculari. Auspicano un\u2019azione collettiva degli ARST per restituire alle persone il diritto di ricevere cure <em>evidence based<\/em> per i loro traumi e per promuovere la presenza di ARST negli enti di accreditamento accademico e nei ruoli decisionali, in modo che i \u201cnon-ARST\u201d non vengano rimborsati dalle assicurazioni. Sostengono che, anche curando il posizionamento nelle ricerche sul web, vada accresciuto l\u2019ascendente di ARST sul pubblico che invece, come tanti operatori della salute, \u00e8 influenzato da personaggi come Bessel van der Kolk e Peter Levine, molto in voga ma non sempre benedetti dalle evidenze scientifiche e con uno scarso credito negli ambienti governativi e di ricerca.<\/p>\n<p>Ecco, mi preoccupa un matrimonio dal quale il Milan Approach si aspetta di ereditare il viatico per l\u2019empireo della scienza quella vera, quando persino frange di custodi degli EST (<em>empirically supported treatments<\/em>) prendono sdegnosamente le distanze da quel metodo.<br \/>\nIl colpo di scena, in tutta questa confusione su cosa funziona e cosa no, \u00e8 quello dell\u2019American Psychological Association che decide nel 2025 di non raccomandare pi\u00f9 l\u2019EMDR come trattamento di prima linea per il PTSD e lo declassa a trattamento di seconda linea. Sostiene l\u2019APA che \u201cl\u2019EMDR pu\u00f2 essere una psicoterapia efficace per il PTSD, sebbene non sia chiaro il meccanismo d\u2019azione specifico\u201d: sono fragili le certezze sui movimenti oculari (APA, 2025, p. 42) e insufficienti le repliche ai dismantling studies che sollevano dubbi. Tradotto: probabilmente funziona, generalmente non pi\u00f9 di altre tecniche e comunque non per le ragioni per cui dice di funzionare.<\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\"><strong>Conflitti e bias<\/strong><\/h4>\n<p>Giustamente, poco dopo \u00e8 arrivata la replica tempestiva di Lee <em>et al<\/em>. (2026): la posizione dell\u2019APA, dicono, sarebbe in contraddizione con quelle di altri organismi e si spiegherebbe con revisioni datate, evidenze di qualit\u00e0 inferiore e criteri pi\u00f9 conservativi rispetto ad altre linee guida internazionali. \u00c8 una replica \u201cistituzionale\u201d, su una pubblicazione dell\u2019EMDRIA, l\u2019associazione internazionale dei terapeuti EMDR, e almeno quattro dei sei autori sono didatti o membri con cariche importanti in organismi EMDR. Nulla da ridire, naturalmente, \u00e8 una replica legittima. Viene dalla stessa rivista che si dichiara la pi\u00f9 attiva nella ricerca sull&#8217;EMDR (Bogolyubova e Lovakov, 2023), avendo pubblicato da sola il 32,8 % di tutta la letteratura sull\u2019argomento, e lo rivendica con comprensibile orgoglio. E per\u00f2 qui ho un problema. Scusate, davvero un terzo della ricerca \u00e8 fatta in casa? Se Teseo volesse di nuovo legare Procuste al suo stesso letto gli ricorderebbe che sono proprio le regole dell\u2019EBP ad attribuire una certa importanza alla terziet\u00e0 di chi parla, perch\u00e9 sia considerato affidabile.<br \/>\nC\u2019\u00e8 una dettagliatissima analisi di Zimmerman e Marcus (2024) sulla letteratura, da cui emerge che \u2014 sebbene non si possa necessariamente dire che il bias invalida la ricerca \u2014 i <em>trial<\/em> negli studi EMDR hanno maglie piuttosto larghe rispetto alla <em>researcher allegiance<\/em>, la \u201cfedelt\u00e0 del ricercatore\u201d, se si tiene conto almeno dei conflitti di interesse dichiarati. Ma c\u2019\u00e8 chi si \u00e8 preso la briga di spulciare i curriculum per contare i conflitti di interesse occulti: \u00e8 toccato nientemeno che al CICAP, il Comitato di controllo delle affermazioni sul paranormale e sulle pseudoscienze (Coco, 2024). Il CICAP, colleghe e colleghi, quello che si occupa di avvistamenti UFO e rabdomanti.<br \/>\nCosa ci dicono tutte queste ricerche, coi loro dubbi? Che l\u2019EMDR non funziona? No, non possono dirci nemmeno questo: possono mostrarci solo un oggetto disincarnato e scomposto in pezzi. Mostrano che il credito di scientificit\u00e0 che convenzionalmente queste pratiche conferiscono ha un costo alto, quello della disgregazione dell\u2019oggetto studiato in parti isolate e indipendenti. Esse semplicemente misurano una cosa che non esiste nella realt\u00e0.<\/p>\n<p>Eppure l\u00e0 fuori c\u2019\u00e8 chi discute dello strapotere del metodo quantitativo nella clinica (Wampold e Imel, 2015); l\u00e0 fuori si parla di ricerche qualitative (Blasi, 2010), della loro marginalit\u00e0 \u2014 che \u00e8 il vero grande nodo della questione \u2014 e della loro urgenza, che \u00e8 ben spiegata da Barbetta <em>et al<\/em>. (2022, p. 8):<\/p>\n<blockquote><p>\u201cIn sintesi, consideriamo la psicologia come una scienza culturale e la psicoterapia come un\u2019arte applicata, che richiede molta pi\u00f9 sensibilit\u00e0 verso le sfumature e le sottigliezze che verso le competenze statistiche. Questo \u00e8 il motivo per cui consideriamo la terapia un\u2019arte complessa che necessita di una metodologia di ricerca qualitativa. (\u2026) il nostro problema \u00e8 come affrontare la questione della responsabilit\u00e0\u201d.<\/p><\/blockquote>\n<p>Non \u00e8 che \u2014 la butto l\u00ec \u2014 alla nostra autorevolezza fra le psicoterapie gioverebbe alimentare quel dibattito, portare la nostra voce l\u00ec, per promuovere modalit\u00e0 di ricerca che colgano il senso del nostro specifico modo di lavorare, le sue \u201csfumature e sottigliezze\u201d, anzich\u00e9 partecipare al <em>mainstream<\/em> indistinto che sgomita per un posto sul letto di Procuste delle EBP?<\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\"><strong>\u201cLa mente non \u00e8 un videoregistratore\u201d<\/strong><\/h4>\n<p>In tutto questo, come \u00e8 successo che siamo tornati all\u2019idea, fondamentalmente cognitivista, del cervello come elaboratore dei informazioni e del trauma come un oggetto che vi si deposita? E soprattutto della memoria come archivio pi\u00f9 o meno accessibile? Ma poi: era davvero necessario, quando gli stessi capisaldi di questa idea del trauma fanno storcere il naso a tanta parte del mondo EBP?<\/p>\n<p>Dicevo della polemica degli ARST contro Bessel van Der Kolk.<br \/>\nPer avere la misura dell\u2019impatto di questo autore sulla nostra cultura e sul nostro pensiero, considerate un libro (Van der Kolk, 2014) circolato in tre milioni di copie <sup><a href=\"#footnote_2_6992\" id=\"awef_ident_2_6992\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Dato, oggi ampiamente superato, dal sito dell&rsquo;editore: https:\/\/www.penguin.co.uk\/books\/259420\/the-body-keeps-the-score-by-kolk-besselvan-der\/9780141978611.\">2<\/a><\/sup>, restato per sette anni in cima alla classifica dei best seller di Times, con traduzioni in trentasei lingue e con un sequel opzionato per dieci milioni di dollari<sup><a href=\"#footnote_3_6992\" id=\"awef_ident_3_6992\" class=\"footnote-link footnote-identifier-link\" title=\"Dati dal sito Literary Hub: https:\/\/lithub.com\/the-body-keeps-the-score-sequel-just-got-an-eight-figure-deal\/, ma anche il numero delle traduzioni oggi &egrave; da aggiornare.\">3<\/a><\/sup>. La definizione di \u201cbibbia del trauma\u201d che gli tribut\u00f2 la scrittrice Tara Westover su Twitter \u00e8 diventata l\u2019appellativo con cui lo si indica spesso, anche nel sito dell\u2019editore. \u00c8 il testo che ha promosso l\u2019idea che del trauma possano sopravvivere nel corpo ricordi impliciti e privi di una narrazione, e quindi \u00e8 comunemente citato in lavori sull\u2019EMDR anche in area sistemica.<br \/>\nFra chi mette in discussione la costellazione di teorie che va da Van der Kolk all\u2019AIP una delle voci pi\u00f9 stentoree \u00e8, ancora, quella di Richard McNally. Nel suo contributo \u201cSfatare i miti sul trauma e la memoria\u201d (2005) contesta la centralit\u00e0 di meccanismi dissociativi e il fatto che i ricordi di un trauma vengano repressi. Sostiene che i teorici dell\u2019amnesia traumatica dissociativa facciano confusione perch\u00e9 citano a sostegno studi che interpretano in modo errato, giacch\u00e9 \u201cla codifica incompleta non \u00e8 amnesia traumatica\u201d (p. 819). Il criterio del DSM-IV per il PTSD relativo all'&#8221;incapacit\u00e0 di ricordare un aspetto importante del trauma&#8221; \u00e8 inattendibile, considerato che \u201cla mente non funziona come un videoregistratore\u201d e che dunque non ha senso credere che ogni aspetto di un&#8217;esperienza traumatica venga codificato nella memoria fin dal principio. Anzi, in una condizione di forte attivazione (arousal), le persone per lo pi\u00f9 prestano attenzione agli elementi centrali dell&#8217;evento a scapito di quelli periferici.<\/p>\n<p>La questione dei ricordi recuperati tocca tasti dolorosi, tanto che McNally (<em>ivi<\/em>, p. 818) afferma: \u201cquesta linea di ragionamento errata ha ispirato la cosiddetta \u2018terapia della memoria recuperata\u2019, probabilmente la pi\u00f9 grave catastrofe che abbia colpito il campo della salute mentale dall&#8217;era della lobotomia\u201d. E in Italia Convertino <em>et al<\/em>. (2022, pre-print) citano il tristemente famoso caso dei \u201cdiavoli della bassa modenese\u201d per sostenere che \u201cla creazione di false memorie sia un fenomeno imponente, alla base del quale ci sarebbero meccanismi cognitivi e sociocognitivi\u201d. Contestano affermazioni come \u201ci ricordi inconsci repressi portano a problemi di salute, fisica e mentale, e il recupero della memoria repressa \u00e8 cruciale per alleviare i sintomi\u201d (citando Van der Kolk e Fisler, 1995), che sono diffuse nella letteratura scientifica ma che, a loro avviso, non tengono conto del dibattito, fiorente sin dagli anni \u201990, su memoria e suggestionabilit\u00e0.<br \/>\nUn altro autore piuttosto impegnato in questo filone \u00e8 lo psichiatra Joel Paris (2023): la \u201ccultura del trauma\u201d, dice, \u00e8 la tendenza a dare per scontata l\u2019esistenza di un trauma infantile come fattore di rischio per l\u2019adulto. Sulla base del lavoro di Allan Young (1995), antropologo che aveva studiato il PTSD in un ospedale della Veterans Administration, Paris argomenta la natura di costrutto sociale del trauma, e sostiene che le tecnologie cui ricorre il discorso diagnostico, la rappresentazione sociale, gli interessi istituzionali e le stesse aspettative culturali contribuiscono a reificare questa categoria nosografica. Ma il PTSD non assume la stessa forma sintomatica in tutti i periodi, ci sono differenze storiche in ci\u00f2 che viene definito trauma e le risposte al trauma possono essere diverse da quelle previste dai criteri del DSM-5 o dell&#8217;ICD-11. Elementi che vengono ritenuti cruciali, come i flashback, non erano segnalati nei soldati britannici prima della Guerra del Golfo del 1991; piuttosto, sensazioni di debolezza, sintomi somatici, ansia e depressione erano i disturbi ricorrenti nelle guerre precedenti (Jones e Wessely, 2005).<br \/>\nIl PTSD, allora, non \u00e8 l\u2019oggetto discreto di cui si parla, ma un costrutto (insieme a quello di \u201ccause traumatiche\u201d) che dipende da fattori storici e dal tempo. Secondo Paris la diagnosi di PTSD \u2014 e in generale l\u2019attribuzione dell\u2019infelicit\u00e0 a cause traumatiche \u2014 \u00e8 sostenuta culturalmente dal fatto che le persone possono identificare un agente e definirsi come vittime (condizione che talvolta ha anche implicazioni economiche). Che non vuol dire mettere in dubbio che le persone stiano male, ma discutere che tale diagnosi coincida con l\u2019oggetto circoscrivibile e immutabile nel tempo di cui parlano i manuali diagnostici e non vada invece considerata un costrutto eterogeneo. Che \u00e8 esattamente la postura che noi siamo abituati a tenere al cospetto di un qualunque fenomeno, ma da un po\u2019 di tempo ti fa passare per un tipo un po\u2019 originale.<\/p>\n<p>Eppure, sempre l\u00e0 fuori, ci sono voci che discutono seriamente la costruzione storica del concetto di trauma e le sue implicazioni sociali (Bonomi, 2000; Salvini in Stecca, 2015). Ci sono autori (Haslam, 2016; Baes <em>et al<\/em>. 2023; Haslam e McGrath, 2024) che studiano il concept creep, vale a dire l\u2019inflazione semantica per cui i concetti psicologici \u2014 \u201ctrauma\u201d su tutti \u2014 mentre si estendono orizzontalmente per includere fenomeni nuovi, contemporaneamente si estendono verso il basso per includere fenomeni di minore gravit\u00e0. Noi celebriamo congressi dove si sente dire che la classe di eventi definiti \u201ctrauma\u201d va dal campo di concentramento al tradimento coniugale.<br \/>\nIn campo sistemico e altrove si parla di trauma sullo sfondo dell\u2019aggressione ai diritti umani, dove lo sguardo degli psicologi non \u00e8 circoscritto ai sintomi di cui occuparsi, e la pratica clinica non \u00e8 disgiunta da un pensiero sull\u2019etica delle relazioni e della stessa professione (Barbetta e Scaduto, 2021).<br \/>\nMi pare serio e rigoroso il modo in cui di recente una stampa non specialistica muove obiezioni importanti, a beneficio del grande pubblico, sul best seller di Van der Kolk (v. Carr, 2023, Nietfeld, 2025, De Roeck, 2026). Articoli a larga diffusione passano al setaccio l\u2019uso che fa delle fonti, l\u2019accuratezza scientifica e l\u2019aspetto politico della teoria, oltre che di una diagnosi (la PTSD) che \u00e8 nata per il riconoscimento sociale ed economico della condizione dei reduci del Vietnam e delle sue comorbilit\u00e0, e che ha finito per essere applicata ad eventi distantissimi da quelli, fino alla violenza domestica. Ops! il New York Magazine \u00e8 arrivato prima di noi.<\/p>\n<p>Dunque seguendo la logica delle EBP, che permette di smembrare la realt\u00e0 e di misurarne dei pezzi separati (\u00e8 il presupposto della scientificit\u00e0), a questo punto la domanda dovrebbe essere: ma se i movimenti oculari, o le sue varianti successive, non hanno nulla a che fare con gli esiti che questo metodo vanta, cosa rimane?<br \/>\nRosen e Davison (2003) ci mostrano come quella logica che separa e isola si ritorca facilmente contro s\u00e9 stessa: immaginano un terapeuta ciarlatano che fa indossare ai pazienti con fobia della guida un grande cappello viola con dei magneti, mentre applica tecniche di rilassamento; li informa con toni molto convincenti che i magneti agiscono sui campi energetici, migliorano la coerenza interemisferica e combattono l&#8217;evitamento fobico. Chiama il suo metodo \u201cdesensibilizzazione e rimobilizzazione elettromagnetica\u201d (eMDR), conduce un singolo trial randomizzato controllato contro nessun trattamento e infine richiede l\u2019inserimento del cappello viola nell\u2019elenco delle terapie sperimentali.<\/p>\n<p>Ecco, io, ve lo dico chiaramente, non penso che quella di Shapiro sia una \u201cterapia del cappello viola\u201d e, sul serio, tutti questi numeri non mi confermano n\u00e9 la sua efficacia n\u00e9 il contrario. Certo, una cosa ve la voglio dire: io non lo so se comprerei un\u2019auto usata da chi lancia un metodo la cui scientificit\u00e0 \u00e8 garantita da prove di efficacia oggettiva e poi, quando gli studi mettono in questione addirittura il meccanismo che intitola il metodo, si tiene strette la \u201cE\u201d e la \u201cM\u201d del marchio. Ma insomma, <em>transeat<\/em>.<\/p>\n<h3 style=\"text-align: left;\"><strong>2. Seconda domanda: ma tutto questo non vi ricorda una vecchia storia?<\/strong><\/h3>\n<p>Ma \u201ccosa rimane se tolgo un pezzo?\u201d \u00e8 una domanda coerente con lo spirito della ricerca e<em>vidence based<\/em>, in cui pezzi della realt\u00e0 si possono separare e isolare per misurarli uno alla volta. In quella logica, se tolgo quel pezzo del metodo rimangono due individui che parlano in una stanza. Ricorda qualcosa? Si chiama <em>conversazione terapeutica<\/em>. Le reificazioni e le brandizzazioni del mercato della psicoterapia possono chiamarla esposizione e assegnarne l\u2019esclusiva a uno dei modelli pi\u00f9 in voga e pi\u00f9 favoriti dalle EBP, ma parlare del proprio dolore, delle proprie brutte esperienze, dei propri ricordi ingombranti, \u00e8 quello che le persone fanno tutti i giorni nella stanza di terapia. Rievocare una sofferenza in un\u2019altra cornice, dentro una relazione dalla quale si attendono un certo tipo di ascolto, \u00e8 il senso di quello che facciamo da sempre.<br \/>\nGuardando il processo nel suo complesso non scomponibile, invece, ci spostiamo da una cornice intrapsichica a una culturale, relazionale e <em>rituale<\/em>. La domanda non \u00e8 pi\u00f9 \u201cqual \u00e8 l\u2019effetto dei movimenti oculari sul cervello?\u201d, ma \u201cche tipo di contesto terapeutico costruisce quella particolare pratica, nel contesto pi\u00f9 grande della sua narrazione pubblica?\u201d.<\/p>\n<p>Intorno alle due persone nella stanza (una che racconta il proprio ricordo pi\u00f9 terribile, l\u2019altra che propone di fare delle cose che si susseguono e si ripetono) c\u2019\u00e8 l\u2019enorme influenza del libro di Van der Kolk su quello che pensiamo del trauma, c\u2019\u00e8 la scienza ufficiale, ci sono riviste e social network che partecipano alla conversazione sul metodo, scuole di psicoterapia che inventano \u201cintegrazioni\u201d (e ci sono io che scrivo queste pagine). I valori dell\u2019EMDR sono testimoniati quotidianamente da personaggi che hanno presa sul pubblico, in un contesto che continuamente lo legittima e lo incoraggia e in cui quotidianamente tengono desta l\u2019attenzione sia le voci esultanti che quelle scettiche che si rincorrono nella letteratura scientifica. L\u2019idea dell\u2019AIP che il trauma sia un evento che mina l\u2019<em>agency<\/em> del paziente perch\u00e9 genera un\u2019informazione che il suo cervello non riesce a elaborare in modo sano e induce un senso di impotenza e di perdita del controllo sul proprio corpo e sulla propria esistenza \u00e8 un caposaldo culturale attraverso il quale le persone danno senso alla propria esperienza.<\/p>\n<p>La tecnica della desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari chiede al paziente di sfidare quell\u2019impotenza guardando in faccia il suo ricordo pi\u00f9 spaventoso e associando ad esso un apparato rituale, che consiste nei movimenti oculari \u2014 o in altre pratiche ritmiche come il <em>tapping<\/em> \u2014 e nelle domande sulle scale VOC e SUD.<br \/>\nSe qui ci fosse il calcolatore di Bateson, direbbe \u201cQuesto mi ricorda una storia!\u201d. Perch\u00e9 tutto questo assomiglia molto da vicino alla struttura del <em>rito<\/em>. Vi propongo temporaneamente questa chiave di lettura, non perch\u00e9 la ritenga pi\u00f9 \u201cvera\u201d dell\u2019AIP ma perch\u00e9 mi pare che se proviamo a guardare all\u2019EMDR oltre il linguaggio delle neuroscienze, come a un dispositivo simbolico, emerga una prospettiva interessante.<\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\"><strong>Apparati mitico rituali nell\u2019EMDR e nella terapia strategica<\/strong><\/h4>\n<p>Ernesto De Martino, nel descrivere il fenomeno della \u201cfattura\u201d, del \u201cmalocchio\u201d, si riferisce alla sensazione di essere \u201clegati\u201d, a una percezione di \u201cessere-agito-da\u201d. La vittima della fattura, dell\u2019\u201caffascino\u201d, si vive come soggiogata da una forza ostile che \u00e8 in essa e che \u2014 fuori dal suo controllo \u2014 la inibisce o la costringe.<br \/>\n\u201cCefalgia, sonnolenza, spossatezza, rilassamento, ipocondria accompagnano spesso la fascinazione: ma l\u2019esperienza di una forza indomabile e funesta resta il tratto caratteristico\u201d (1959, p. 8). La fascinazione \u00e8 agita da un agente fascinatore su una vittima \u2014 c\u2019\u00e8 anche il caso in cui l\u2019agente ha una forma umana, e la fascinazione si defnisce \u201cmalocchio\u201d, come dire \u201csguardo invidioso\u201d. \u201cLegamento\u201d \u00e8 la parola chiave, perch\u00e9 evoca qualcosa che stringe e non lascia che il sangue fluisca liberamente nelle vene.<br \/>\nPer De Martino la crisi \u00e8 crisi di presenza (1948), \u00e8 l\u2019essere-agito-da, essere dominato da una fattura, un affascino, e quindi perdere la capacit\u00e0 di scegliere, di agire come soggetti. Non \u00e8 tanto rilevante la qualit\u00e0 del sintomo, l\u2019eziologia e la diagnosi insomma, quanto il \u201csentirsi agito\u201d, \u201cdominato\u201d da quella forza occulta, dall\u2019angoscia di non essere il soggetto della storia.<br \/>\nBernardi (1988) cita il caso descritto da De Martino in Lucania, in cui dopo il parto la donna si reca al fiume e vi immerge pi\u00f9 volte la placenta recitando la formula: <em>\u201ccome se jegne sta borza d\u2019acqua, cuss\u00ec se pozzano angh\u00ec sti menne de latte\u201d<\/em> (\u201ccome si riempie questa borsa di acqua, cos\u00ec si possano riempire questi seni di latte\u201d). L\u2019intento non \u00e8 solo di evitare l\u2019agalattia: \u00e8 ancora di pi\u00f9 sventare l\u2019impotenza psicologica sperimentata davanti a quel rischio.<br \/>\nQualcosa di simile fanno i contadini che tornano da una dura giornata col mal di testa (lo \u201cscindone\u201d) che come una cinghia stretta intorno al capo minaccia la successiva giornata di lavoro, necessaria alla sopravvivenza come lo \u00e8 il latte. Il contadino invoca il sole, a cui attribuisce sia la causa che la terapia: <em>\u201clevati cigghie come se leva \u2018o sole, come se leva Ddie Sante Salvatore\u201d<\/em> (\u201clevati mal di testa come si leva il sole, come si leva Dio santo salvatore\u201d). La risoluzione del sintomo non \u00e8 altrettanto importante che sentirsi \u201cslegato\u201d, sentirsi di nuovo parte della storia. Per capire quell\u2019angoscia va considerato il contesto di questi riti, una cultura in cui le condizioni di vita sono costantemente a rischio e il bisogno di sentirsi parte in causa nel determinare la propria sorte \u00e8 particolarmente angoscioso.<\/p>\n<p>Il modo in cui Bernardi (1988) guarda a De Martino ci riguarda, perch\u00e9 va in cerca di convergenze con un altro antropologo, Gregory Bateson, e perch\u00e9 c\u2019entra con gli aspetti rituali della terapia. Descrive il \u201csimbolismo mitico-rituale\u201d (v. De Martino, 1961) come un\u2019istituzione magico-religiosa che implica un elemento mitico, ideoverbale (astratto); un elemento rituale, comportamentale (concreto); la mediazione di un sistema simbolico e intersoggettivo che rende quella pratica significativa e praticabile e le d\u00e0 legittimazione culturale. Ci\u00a0 riguarda perch\u00e9 De Martino trae e rielabora dalla psichiatria e dalla filosofia esistenzialista i concetti di essere-agito-da, della forza inibente della crisi, di impotenza a scegliere, e di l\u00ec l\u2019accento sull\u2019esperienza di essere dominati e agiti-da, sul sentirsi soggiogati da quella forza misteriosa: \u00e8 a quel vissuto, non al sintomo, che si rivolge la dinamica di cura e di risoluzione della crisi. Che \u00e8, appunto,\u201ccrisi della presenza\u201d (De Martino, 1948), cio\u00e8 perdita della capacit\u00e0 di esserci nel mondo come soggetto attivo, centro di decisione morale e culturale. \u00c8 a quella crisi che rispondono la magia e il rito, in cerca di riscatto dall\u2019assoggettamento al potere di tutto quello che non si pu\u00f2 governare. Per De Martino la guarigione da quell\u2019impotenza avviene inserendo mito e rito in un contesto storico di valori intersoggettivi che apre a una scelta.<\/p>\n<p>Due sono le ragioni del fatto che ricorro a Ernesto De Martino. Una \u00e8 che se pensiamo alla condizione di essere-agito-da, se pensiamo a quel potere che minaccia la presenza e fa precipitare in una condizione di impotenza nello scegliere, se pensiamo a quella \u201cforza indomabile e funesta\u201d, nel linguaggio attuale stiamo pensando al \u201ctrauma\u201d. La seconda \u00e8 che c\u2019\u00e8 qualcosa nell\u2019EMDR che ha le caratteristiche di un potente apparato rituale: il protocollo delle otto fasi, i movimenti oculari (o il <em>tapping<\/em>, o altri tipi di stimolazioni alternate), le domande stereotipate e ripetitive, le misurazioni SUD e VOC, la ripetizione delle serie di azioni, la gestione della \u201cchiusura\u201d. \u00c8 ripetibile, \u00e8 codificato, \u00e8 indipendente dalle preferenze personali. Il terapeuta non segue qualche forma di circolarit\u00e0 nelle proprie azioni: officia una procedura.<\/p>\n<p>L\u2019elemento ideoverbale, il mito, \u00e8 riconoscibile nella cognizione negativa: \u201csono incapace\u201d, \u201cnon ho valore\u201d, \u201cnon riuscir\u00f2 mai\u201d, \u201csono in pericolo\u201d, l\u2019elemento narrativo tanto potente da organizzare il senso dell\u2019esperienza. Il rito offre una cornice culturale in grado di restituire al soggetto la sua presenza; \u00e8 un modo che \u00e8 gi\u00e0 stato sperimentato dalla comunit\u00e0. Attraverso esso il problema subisce una destorificazione in un piano metastorico: la crisi non \u00e8 pi\u00f9 un evento unico, che minaccia la presenza: se lo scindone, come la fattura, la fascinazione, il morso della taranta, \u00e8 un evento che minaccia me ora, \u00e8 un evento concreto e unico, il rito \u00e8 un\u2019azione compiuta una volta per tutte, un \u201cexemplum\u201d (Bernardi, cit., p. 38). La puerpera che riempie d&#8217;acqua la placenta per scongiurare l\u2019agalattia non compie un gesto isolato, recita un rito che ha gi\u00e0 \u201crisolto\u201d nel passato quel tipo di crisi. Come dire: \u201cso che si pu\u00f2 fare, che esiste un\u2019azione che possa restituirmi il controllo\u201d.<br \/>\nL\u2019evento negativo \u201cviene ritualmente riassorbito in una viva esemplarit\u00e0 mitica risolutiva\u201d (Bernardi, <em>ibidem<\/em>) e nella prospettiva metastorica perde la sua minacciosit\u00e0. La \u201cscelta\u201d \u00e8 la possibilit\u00e0 di uscire dalla posizione di impotenza e conquistare una posizione in cui le possibilit\u00e0 di scelta si moltiplicano, in cui la persona si riprende la sua <em>agency<\/em>. \u00c8 da quel piano metastorico che la persona pu\u00f2 guardare dall\u2019esterno il suo doppio legame, la logica bloccata nella quale era invischiata. Bernardi infatti mette a confronto il mondo magico descritto da De Martino con la teoria di Bateson, che contiene un apparato mitico-rituale coi suoi possibili effetti psicoterapici, a partire dalla prima formulazione di \u201cdoppio legame\u201d (Bateson <em>et al<\/em>., 1956). So di non doverlo ricordare a nessuno, ma sempre per la maggiore comodit\u00e0 di chiunque stia leggendo: \u00e8 quella situazione relazionale in cui \u00e8 possibile riconoscere due o pi\u00f9 persone, un\u2019esperienza ripetuta che contiene una ingiunzione negativa primaria e una seconda ingiunzione, che di solito si situa a livello non verbale, in conflitto con la prima a un livello pi\u00f9 astratto \u2014 ma, come quella, sostenuta da punizioni o da segnali che minacciano la sopravvivenza \u2014 e una terza ingiunzione che impedisce alla vittima di abbandonare il campo. Fra messaggi che si negano reciprocamente, l\u2019individuo \u00e8 incapace di analizzare la loro contraddizione (Bateson 1972, pp. 249-252). Nella confusione in cui opera la comunicazione umana fra livelli di astrazione diversi (enunciativo, metalinguistico, metacomunicativo) nasce il paradosso: ma sappiamo che questo stesso paradosso, indotto in un contesto terapeutico, diventa \u201cun ingrediente necessario di quel processo di cambiamento che chiamiamo psicoterapia\u201d (<em>ivi<\/em>, p. 233), dunque non pi\u00f9 patogeno. In quest\u2019ottica sia il mito\/rito sia il paradosso terapeutico producono una sospensione della distinzione reale\/non-reale, l\u2019accettazione paradossale \u201cdi una metafora come cosa vera\u201d.<\/p>\n<p>Questa \u201carea di esperienza crepuscolare\u201d (Bernardi, cit., p. 40) \u00e8 da sempre nota alla letteratura sistemica, perch\u00e9 \u00e8 quella dimensione libera dalla finalit\u00e0 cosciente nella quale \u00e8 possibile e legittima la comunicazione metaforica (Giuliani, 2016). \u00c8 quella dimensione che ha a che fare con lo stato quasi-ipnotico, indotto dalla cornice, dalle parole, dall\u2019accoglienza, dal rilassamento, caratterizzata da uno stato di coscienza non ordinario (Schinco, 2002 e 2011). Come nello stato ipnotico in cui si trova il creativo, la terapia \u00e8 caratterizzata dalla creazione di idee nuove e fertili in uno stato di isolamento sensoriale e di concentrazione. \u00c8 una condizione che non si riscontra nella vita quotidiana, dove anzi un simile isolamento sarebbe di grave impaccio alla comunicazione normale, e che richiede di essere preservato in un modo che nella vita quotidiana darebbe luogo a comportamenti asociali (Schinco, 2002, p. 150).<br \/>\nIn quell\u2019\u201darea crepuscolare\u201d, dice Bernardi (cit.) si trovano anche il gioco, l\u2019arte, l\u2019umorismo, e l\u2019oggetto transizionale di Winnicott, ed \u00e8 l\u00ec che diventa possibile ci\u00f2 che nella logica ordinaria in cui \u00e8 bloccato chi \u00e8 \u201cagito-da\u201d \u00e8 impossibile: la scelta, cio\u00e8 il cambiamento.<\/p>\n<p>Come il rito per De Martino destorifica il negativo per mezzo di un orizzonte metastorico, Bateson vede quell\u2019orizzonte metastorico nel peculiare contesto istituito dalla psicoterapia. Quel mito che si destorifica corrisponde al paradosso che sospende i normali confini fra tipi logici. Entrambi costituiscono una sospensione temporanea delle cornici ordinarie, della distinzione fra reale e non reale. In entrambi i casi questo apre alla ridefinizione di valori intersoggettivi.<br \/>\nPer entrambi i processi c\u2019\u00e8 un momento risolutivo, uno sblocco: la \u201cscelta\u201d, direbbe De Martino; la \u201cridefinizione dei rapporti\u201d, direbbe Bateson.<\/p>\n<p>Volendo, possiamo trovare nella descrizione del processo miticorituale analogie con la psicoterapia in senso ampio. Ma le strategie paradossali di cambiamento che da Milton Erickson, attraverso Palo Alto, sono arrivate a Milano, nella prima fase della nostra storia, appaiono come la forma pi\u00f9 essenziale dell\u2019apparato rituale-simbolico in terapia. Erickson, che aveva quel suo modo inimitabile di muoversi nel paradosso (Haley, 1973), a volte forniva ai pazienti suggerimenti post-ipnotici che li distogliessero dalle loro paure. Qualcuno ricorder\u00e0 la storia della persona che temeva gli ascensori, a cui Erickson induceva delle sensazioni alle piante dei piedi mentre quella si recava in un ufficio in cima a un grattacielo. Concentrata sulle sensazioni ai piedi durante la salita, prendeva l\u2019ascensore senza paura e una volta fatta quella esperienza con successo avrebbe potuto ripeterla in futuro.<\/p>\n<p>Ora arrivo al cuore della mia domanda: se in Erickson che chiede alla paziente di concentrare l\u2019attenzione sui piedi mentre sta nell\u2019esperienza terrificante c\u2019\u00e8 una analogia con un terapeuta che chiede di concentrare l\u2019attenzione sul movimento delle dita a qualcuno che ha ancora nelle orecchie l\u2019eco del proprio racconto angoscioso, allora \u2014 scusatemi \u2014 ma non sar\u00e0 che da anni stiamo parlando di una idea antica come fosse una novit\u00e0?<br \/>\nNell\u2019approccio strategico come in quello dell\u2019AIP il terapeuta introduce un elemento rituale che accompagna l\u2019esperienza traumatizzante e permette di scoprirsi capaci di tollerarla. Tutt\u2019e due le pratiche, attraverso una prescrizione di \u201cdoppia attenzione\u201d (all\u2019elemento mitico e a quello rituale), ricontestualizzano un sintomo dentro una cornice di cui esso diventa un elemento con assai meno potere strutturante. Tutt\u2019e due, peraltro, sono costruite intorno a una variazione sul tema della mente individuale come \u201cscatola nera\u201d chiusa al mondo: che per la prima resta rigorosamente blindata, giacch\u00e9 tutto quello che conta \u00e8 fuori; e che per la seconda, al contrario, contiene in s\u00e9 tutto il necessario.<br \/>\nMa tutt\u2019e due ricavano legittimazione culturale e emozionale da un discorso pubblico: per quanto le proporzioni siano difficilmente paragonabili, allora c\u2019era un contesto culturale costituito dalla fama di Palo Alto e del gruppo di terapeuti di Milano che venivano dalla storia di Mara Selvini, oggi c\u2019\u00e8 un sistema mediatico fatto di <em>best seller<\/em> internazionali, social network, pubblicazioni divulgative, comunicazione aggressiva.<\/p>\n<h3 style=\"text-align: left;\"><strong>3. Terza domanda: come si incastrano le due epistemologie?<\/strong><\/h3>\n<p>Vi chiedo scusa della formulazione un po\u2019 brutale della domanda. Ascolto resoconti di casi, leggo gli articoli, comprendo l\u2019intento di \u201cfare interagire gli interventi in modo armonioso e reciprocamente complementare\u201d (Mosconi e Trotta, 2026), apprezzo l\u2019attenzione con cui questo scopo \u00e8 perseguito: ma ho un problema sulla cornice pi\u00f9 generale, e quindi sulla possibilit\u00e0 di una \u201cconcezione unitaria (\u2026) di ci\u00f2 che genera sofferenza psichica\u201d (<em>ivi<\/em>, p. 71).<\/p>\n<p>Nella prospettiva sistemica al centro dell\u2019attenzione non \u00e8 tanto l&#8217;oggetto in s\u00e9, quanto le descrizioni dell\u2019oggetto, il discorso sull\u2019oggetto, il suo significato in una rete di relazioni. Come non possediamo territori ma solo mappe, cos\u00ec non sappiamo un granch\u00e9 dell\u2019oggetto, n\u00e9 abbiamo accesso ad esso in quanto tale. L\u2019accesso possibile alla realt\u00e0 \u00e8 quello attraverso il linguaggio, anzi: \u201cIl fuori \u00e8 fatto dal linguaggio, \u00e8 il linguaggio che produce l\u2019esterno\u201d (von Foerster in Telfener, 2009, p. 48). Un sintomo, un trauma, una diagnosi o un conflitto sono costruzioni discorsive che organizzano le relazioni e che sono organizzate dalle relazioni. Non sono oggetti pi\u00f9 o meno nascosti che si possono \u201cscoprire\u201d. Nel linguaggio di Foucault (1969), la follia, la malattia, la devianza, il trauma non sono semplicemente dati: diventano tali entro pratiche discorsive.<br \/>\nIl pensiero sistemico sposta l\u2019attenzione dal referente ai processi di significazione: la realt\u00e0 non \u00e8 qualcosa di cui offrire la descrizione pi\u00f9 vera; le descrizioni si differenziano in base alle possibilit\u00e0 che aprono, non alla loro aderenza a quel che descrivono.<br \/>\nNon c\u2019\u00e8 un linguaggio grazie al quale un osservatore esterno al sistema pu\u00f2 dire qualcosa sulle cose che succedono nella realt\u00e0: quel linguaggio e quell\u2019osservatore <em>sono parte<\/em> delle cose che succedono nella realt\u00e0. La sistemica pertanto ha mostrato negli anni una certa propensione a occuparsi del discorso sull\u2019oggetto anzich\u00e9 dell\u2019oggetto in s\u00e9, con la premessa che il discorso sull\u2019oggetto costituisce il modo in cui l\u2019oggetto prende forma. Di qui, una forma di curiosit\u00e0, ad esempio, verso la diagnosi non come descrizione veritiera dello stato di un individuo, quanto come atto linguistico che ha delle conseguenze sulla costruzione del discorso e quindi della realt\u00e0. Queste mi sembrano le premesse minime condivise, ma voi ditemi se mi sono perso qualcosa.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 ora, improvvisamente, irrompe nel quadro teorico il realismo rappresentazionista che considera i \u201ctraumi\u201d come \u201ccose\u201d discretizzabili (si pu\u00f2 distinguere un trauma con la \u201ct\u201d minuscola e uno con la \u201cT\u201d maiuscola, v. Montano, Borz\u00ec, 2019) nel sistema nervoso e accessibili oggettivamente. La realt\u00e0 precede la narrazione e il trauma \u00e8 l\u00ec, al di l\u00e0 di come viene raccontato.<br \/>\n\u00c8 un salto concettuale che comporta delle domande, ma sembra che quando la risposta a una domanda \u00e8 \u201cintegrazione\u201d, quella sia la spiegazione ultima, non c\u2019\u00e8 bisogno d\u2019altro.<br \/>\nMa intanto, se il trauma \u00e8 l\u00ec ad attendere di essere asportato come un\u2019appendicite, il paziente \u00e8 il corpo sul tavolo del chirurgo, e tutto quello che abbiamo detto negli anni sulla costruzione collaborativa del cambiamento (Hoffman, 1990; Giuliani, 2016, Ganda e Canova, 2023) si risolve in una spiegazione esauriente della tecnica operatoria prima dell\u2019anestesia.<br \/>\nTorna il terapeuta agente del cambiamento, e nessuno spiega come si concilia con la cognizione di sistemi autopoietici, che comporta l\u2019impossibilit\u00e0 di indurre cambiamenti intenzionali.<\/p>\n<p>Non \u00e8 un problema nuovo. Dell disse molti anni fa (1980) che la ricerca sul familiare nella schizofrenia ha sofferto di un problema sin dagli anni \u201950. Le teorie erano una mescolanza di teoria familiare e teoria individuale che metteva insieme due epistemologie: una basata su relazione e differenze, l&#8217;altra basata su forza, quantit\u00e0 e caratteristiche. Cos\u00ec la ricerca \u00e8 andata avanti sul presupposto che la differenza fra le teorie familiari e le altre fosse nel fatto che, semplicemente, postulano un diverso insieme di fattori eziologici. Ma la lettura sistemica ed ecologica non sostiene, banalmente, che bisogna cercare \u201ccause\u201d diverse: sostiene che il concetto di \u201ccausa\u201d \u00e8 meno utile che pensare a un pattern relazionale in cui paziente, famiglia, e persino il sistema psichiatrico che lo tratta, sono tutti co-costitutivi dello stesso fenomeno. Ma questo equivoco continua a circolare in tanta letteratura che resta \u201cessenzialmente aristotelica\u201d, dice Paul Dell (cit., p. 6), e questo credo ci porti ai giorni nostri.<br \/>\nLo stesso Bateson si avvide che la prima formulazione del doppio vincolo (Bateson <em>et al<\/em>., 1956) riecheggiava le idee di Frieda FrommReichmann (1948) sulla madre schizofrenogena. Cos\u00ec nelle formulazioni successive (Bateson, 1979) la teoria del doppio vincolo \u00e8 un\u2019epistemologia, un modo radicalmente diverso di osservare o classifcare il mondo. Si concentra su modelli di interazione e non su eventi, o individui distinti. Non \u00e8 l\u2019individuo con la diagnosi ad essere schizofrenico, lo \u00e8 il modello di interazione di cui \u00e8 parte. I genitori non causano la schizofrenia con i doppi legami, sono tutte le parti a comportarsi in un certo modo nel quadro di un certo modello interattivo.<\/p>\n<p>Io sostengo che una ambiguit\u00e0 del genere esista ancora e sopravviva alle scissioni, ma anche che sia inevitabile in una comunit\u00e0 che valorizza la pluralit\u00e0 delle voci su un\u2019ortodossia che non esiste perch\u00e9 semplicemente non \u00e8 possibile. Ma credo sia il frutto di una reifcazione fallace vedere le diverse teorie come strumenti diversi per lavorare su cause diverse (se \u00e8 un conflitto hai la sistemica, se \u00e8 un trauma hai l\u2019EMDR). L\u2019idea che per ogni sintomo \u201cfunzioni\u201d lo strumento indicato \u00e8 ricalcata sul modello medico: se hai una gamba rotta c\u2019\u00e8 l\u2019ortopedico, ma se hai un infarto ci vuole il cardiologo. Ma qui non parliamo di attrezzi diversi per compiti diversi, parliamo di progetti epistemologici, ciascuno valutabile solo secondo i propri criteri. Quando esprimo i miei dubbi qualcuno mi risponde \u201cma s\u00ec, avrai anche ragione, per\u00f2 funziona\u201d. \u00c8 una risposta che mi confonde tutte le volte. Dal punto di vista dell\u2019ecologia della mente, un sintomo che sparisce \u201cseparando\u201d il suo portatore dal sistema, configura una \u201cguarigione\u201d? O non piuttosto un processo del tutto isomorfo alla patologia? E allora cosa vuol dire \u201cfunziona\u201d, come se fosse un\u2019affermazione neutra e indipendente da qualunque cornice valoriale?<br \/>\nLa sistemica ha da sempre una relazione problematica con i criteri delle EBP, perch\u00e9 funziona in un altro modo e perch\u00e9 li ritiene inadeguati al proprio oggetto, che \u00e8 costituito da sistemi autopoietici, che cio\u00e8 non possono essere istruiti dall&#8217;esterno in modo predittivo e deterministico (Maturana e Varela, 1980). Ha sostituito la ricerca di una verit\u00e0 essenziale con la pratica, pi\u00f9 impervia e meno realista, del perseguire una sorta di \u201cviabilit\u00e0\u201d nell\u2019interazione con la realt\u00e0 (von Glasersfeld, 1984).<br \/>\nStiamo parlando dunque dell\u2019esercizio di integrare due approcci cui sottostanno epistemologie che hanno presupposti piuttosto differenti su questioni fondamentali, con la speranza che uno erediti la misurabilit\u00e0 dell\u2019altro.<\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\"><strong>Epigenetici e integrati<\/strong><\/h4>\n<p>Mosconi e Trotta (2026) ricordano, a sostegno dell\u2019\u201dintegrazione\u201d, come Bateson raccomandi i vantaggi del vedere le cose da due punti di vista. Giusto, ma se parliamo dello stesso Bateson che ruppe col gruppo che a Palo Alto portava il suo nome, per via del progetto di Watzlawick <em>et al<\/em>. (1967) di ricavare dai suoi studi sulla comunicazione un modello di tecnica terapeutica, \u00e8 difficile vedere nel suo principio della visione binoculare un incoraggiamento a una \u201cintegrazione\u201d con procedure e protocolli.<br \/>\nLa posizione del terapeuta fra i molteplici punti di vista e i molteplici strumenti che si offrono a sua disposizione \u00e8 una questione che non si presenta da oggi e che richiede di percorrere vie che non passano attraverso l\u2019istituzionalizzazione di un modello, ma piuttosto per la responsabilit\u00e0 epistemologica di ciascuno. In Boscolo e Bertrando (1996) si racconta dei primi tentativi di Luigi Boscolo di \u201cintegrare\u201d la teoria psicoanalitica con l\u2019approccio strategico-sistemico che stava sperimentando pi\u00f9 di recente. La giustapposizione di due pensieri generava il \u201cdisturbante stato d\u2019animo di sentirsi scisso in due\u201d e \u201cla creazione di un contesto confusivo\u201d (p. 5). Quel processo di armonizzazione di idee diverse prosegu\u00ec in modo intermittente, occultato in alcuni tratti dalla convinzione che si potesse ricacciare indietro le idee \u201cdi prima\u201d, e questo risolveva apparentemente la dissonanza. Ma a un altro livello si faceva strada la consapevolezza che quel che \u00e8 inscritto nella nostra biografia ci ha attraversato lasciando una traccia: non sparisce, ma se ingenuamente crediamo che possa farlo, finisce per costituire un archivio di \u201cnon detto\u201d, di idee che lavorano ma delle quali siamo meno consapevoli. Quello che i due autori concettualizzarono come \u201capproccio epigenetico\u201d, allora, era un modo di accogliere quell\u2019archivio di \u201cnon detto\u201d che contiene anche le idee e le teorie che abbiamo abbandonato. Ma tutto questo \u00e8 un\u2019operazione di assunzione di responsabilit\u00e0 sul proprio modo di costruire la realt\u00e0, ed \u00e8 un processo che ciascuno di noi affronta faccia a faccia con la propria biografia. Non cerca l\u2019efficacia o l\u2019oggettivit\u00e0, o uno strumento che \u201cfunzioni\u201d meglio in modo da giustapporlo ai propri: \u00e8 una dichiarazione di responsabilit\u00e0 epistemologica sulla propria memoria, sulla propria formazione e la propria storia personale e professionale. Non \u00e8 la costruzione consapevole di un modello condotta integrando pezzi di teorie, o <em>sostituendoli<\/em> secondo un criterio di utilit\u00e0. \u00c8 un processo che nasce dall\u2019accoglimento di parti di s\u00e9.<\/p>\n<p>Dicevo pi\u00f9 su di quel percorso senza un punto di arrivo che va dalle tecniche paradossali verso idee pi\u00f9 complesse. In un certo senso quello spazio vuoto che era occupato dalle tecniche ha lasciato inevasa una domanda: in che modo questa nuova e sofisticata epistemologia pu\u00f2 generare strumenti di cambiamento? Mi pare che la risposta pi\u00f9 convincente che abbiamo trovato \u2014 con l\u2019aiuto di Luigi Boscolo \u2014 sta proprio nell\u2019approccio epigenetico, ed \u00e8 affidata alla responsabilit\u00e0 del singolo terapeuta. Richiede lavoro e conoscenza della propria storia.<br \/>\nLa necessit\u00e0 di salvaguardare una pluralit\u00e0 di lenti \u00e8 evocata anche in un recente articolo corale alla cui stesura abbiamo partecipato come docenti del Centro Milanese di Terapia della Famiglia, col coordinamento di Umberta Telfener (Telfener <em>et al<\/em>., 2024, p. 11):<\/p>\n<blockquote><p>\u201cAltre teorie mutuate da altri modelli clinici possono prestarsi come descrizioni temporanee del processo sistemico in atto (attaccamento, idee legate al trauma, teorie legate alla neuro-psico-endocrinologia, ecc.) ma senza che queste ipotesi siano fissate in un&#8217;idea definita e chiusa (una diagnosi). Piuttosto, vengono <em>utilizzate come supporti temporanei<\/em>, una sorta di sgabello pieghevole che viene costantemente spostato, cambiando posizione, allo stesso modo in cui cambiamo il nostro aspetto e la nostra descrizione\u201d (corsivo mio).<\/p><\/blockquote>\n<p>\u00c8 un lungo scritto che illustra nel terzo decennio del 2000 lo stato dell\u2019arte dell\u2019approccio e, come fu, allora, per \u201cIpotizzazione, circolarit\u00e0, neutralit\u00e0\u201d, si estende a cavallo di uno spazio in cui convivono differenze, e l\u2019ampiezza di quello spazio si pu\u00f2 misurare oggi nella distanza tra la frase \u201cutilizzate come supporti temporanei\u201d e l\u2019avanzata dell\u2019EMDR quale componente \u201cintegrato\u201d e stabile della sistemica. A differenza di allora, oggi abbiamo gli strumenti concettuali per tenere insieme premesse diverse, modi per costruire cornici pi\u00f9 grandi, ma far finta che le premesse non siano diverse non pu\u00f2 essere uno di quelli. Confrontare esplicitamente le ragioni del costruttivismo e quelle dell\u2019aprirsi la strada fra i metodi che legittimano le psicoterapie pu\u00f2 essere un\u2019occasione di evoluzione.<\/p>\n<p>Non si tratta soltanto di trovare mediazioni su singoli punti: se esista un accesso diretto al trauma o se la memoria sia una costruzione emergente dall\u2019interazione; se il terapeuta sia uno scopritore di condizioni disadattative o un conversatore co-costruttore di senso; se il significato sia da scoprire o se sia co-creato; se la realt\u00e0 preceda la narrazione o se sia quello che costruiamo insieme; se il cambiamento sia la processazione di un trauma o la costruzione di una nuova storia; se l\u2019informazione sia un contenuto o una \u201cdifferenza che fa la differenza\u201d; e nemmeno se la mente stia nel cervello o invece sia distribuita in sistemi che generano pattern ricorsivi. Credo si tratti prima ancora di capire dove arriva la nostra responsabilit\u00e0 di osservatori del secondo ordine se il nostro sguardo \u00e8 sempre pi\u00f9 orientato da teorie prescrittive su cosa guardare e perch\u00e9. Insomma: una \u201cintegrazione\u201d pu\u00f2 risolversi nella giustapposizione di premesse opposte come se dicessero cose compatibili?<\/p>\n<h3 style=\"text-align: left;\"><strong>4. E, dunque, quarta domanda: qual \u00e8 il prezzo giusto per un letto da Procuste?<\/strong><\/h3>\n<p>Mi \u00e8 chiaro che l\u2019operazione di cui stiamo parlando nasce come risposta a una \u201ccrisi di presenza\u201d della sistemica, alla prospettiva di non avere voce, e mi \u00e8 chiara la necessit\u00e0 di una base sicura che consolidi il suo status. Guardacaso, consolidare lo status delle scienze psicologiche \u00e8 esattamente la ragione per cui nel 2006 l\u2019APA defin\u00ec la pratica basata sulle evidenze in psicologia (EBPP) come \u201cl&#8217;integrazione della migliore ricerca disponibile con la competenza clinica nel contesto delle caratteristiche, della cultura e delle preferenze del paziente\u201d (APA Presidential Task Force on Evidence-Based Practice, 2006, p. 271). Se quella base sicura \u00e8 il modello medico, rappresentato dalla pratica EBPP, oggi per la sistemica la via possibile per arrivarci \u00e8 l\u2019AIP.<br \/>\nMosconi e Trotta (2021) sostengono che \u201cIpotizzazione, circolarit\u00e0, neutralit\u00e0\u201d costitu\u00ec nella sostanza un primo tentativo di manualizzazione della terapia sistemica. Hanno ragione nel sottolineare che l\u2019intento dichiarato del Gruppo di Milano nella stesura di quella \u201cguida\u201d \u00e8 \u201cla ricerca di metodiche descrivibili e trasmissibili che erodessero spazio a stereotipi come: fiuto, sesto senso, ecc.\u201d (Selvini Palazzoli, Boscolo, Cecchin, Prata, 1980, p. 101). Condivido che in quello scritto storico, e nella definizione delle tre direttive, fosse piuttosto esplicito l\u2019intento di porre le basi per una metodologia trasmissibile. Ma gli stessi Mosconi e Trotta raccontano come di l\u00ec a poco quelle tre linee guida paradossalmente mostrarono una direzione per i terapeuti di due tendenze opposte, addirittura di qua e di l\u00e0 da una \u201cnetta linea di demarcazione\u201d. La definizione che danno di quei terapeuti \u00e8 molto chiarificatrice: \u201corientati alla famiglia\u201d gli uni, \u201corientati alla relazione terapeutica\u201d gli altri. Accadde insomma che, dopo aver steso quelle linee guida, una parte del gruppo prosegu\u00ec il lavoro in direzione della ricerca sulle famiglie e della manualizzazione della terapia, di una forma di riproducibilit\u00e0 in fasi che scandissero il processo terapeutico; un\u2019altra, invece, si assunse le conseguenze radicali della circolarit\u00e0 e prosegu\u00ec nella direzione dello studio della relazione terapeutica in una cornice costruttivista e narrativa.<\/p>\n<p>Ora, se quello che sto per dirvi vi sembra una lettura dietrologica ci penser\u00f2. Io credo per\u00f2 che fu quello scritto a rendere evidente in superficie una faglia sotterranea che gi\u00e0 attraversava il gruppo: di l\u00e0 una concezione popperiana dell\u2019ipotesi e di qua una posizione in cui le ipotesi servono per generare altre ipotesi, non per trovare una descrizione \u201cvera\u201d delle relazioni. Per quelli che si riconoscevano in questa seconda posizione e in quella che veniva identificata come \u201ccibernetica del secondo ordine\u201d (von Foerster, 1981), il principio della circolarit\u00e0 divent\u00f2 il modo di descrivere un processo nel quale i soggetti coinvolti stanno in un flusso di conversazione e sono essi stessi, e nessun altro, che ne determinano regole e confini. \u00c8 il fatto che ci facciamo guidare dalla circolarit\u00e0 a rendere la conversazione terapeutica un processo difficile da modellizzare. Questo non vuol dire che non abbia bisogno di regole e di linee guida, e non \u00e8 vero che queste siano esclusive di processi modellizzabili e ripetibili: non lo \u00e8 l\u2019arte, per esempio, eppure nessuno negherebbe che la creazione artistica funzioni secondo regole anche piuttosto severe (Giuliani, 2017), e credo che questo sarebbe un buon punto di partenza condiviso in una conversazione con Andrea Mosconi. Tanto per dissipare il dubbio che la met\u00e0 del gruppo \u201corientata alla relazione terapeutica\u201d, facesse terapia cantando \u201cAnything Goes\u201d, va detto che anch\u2019essa non abbandon\u00f2 elementi relativamente stabili e ripetibili della pratica sistemica, come la presenza di una \u00e9quipe di supervisione in dialogo con i colleghi nella stanza, o lo specchio unidirezionale. Conserv\u00f2 la suddivisione in cinque parti della seduta. Studi\u00f2 autori che avevano classificato e sistematizzato aspetti conversazionali della seduta. Guard\u00f2 ad autori come Karl Tomm (1987a, 1987b, 1988), con la sua sistematizzazione meticolosa dei tipi di domande, come Peggy Penn che la stessa attenzione riserv\u00f2 alle domande sul futuro (1985), come Carlos Sluzki che sulla \u201ctrasformazione delle trame narrative\u201d spacca il capello in quattro catalogando ogni micromovimento narrativo (1991).<\/p>\n<p>Secondo Wampold e Imel (2015, pp. 27-30) quella presa di posizione dell\u2019APA (cit.) sulle pratiche EBPP costituisce un passo verso l&#8217;adozione del modello medico, per tre ragioni: la prima \u00e8 che i criteri EBPP orientano chiaramente la psicoterapia verso il disturbo, il problema; la seconda \u00e8 che solo i trattamenti somministrati tramite un manuale (che \u00e8 uno strumento della medicina) sono certificabili come EST, e dunque soprattutto trattamenti cognitivo-comportamentali che sono quelli che meglio si offrono al paradigma dei trial clinici; la terza ragione \u00e8 che i criteri per gli EST sono fondamentalmente modellati su quelli di approvazione dei farmaci della FDA, che richiedono prove sia per la specificit\u00e0 sia per l\u2019efficacia: e la specificit\u00e0 si stabilisce dimostrando la superiorit\u00e0 rispetto a un placebo o l&#8217;equivalenza con un trattamento gi\u00e0 certificato.<br \/>\nIl modello medico viene adottato per rafforzare lo status della psicoterapia ma l&#8217;adozione dello schema degli EST, al contrario, ha generato una egemonia del primo sulla seconda, creando un modello medico in psicoterapia. Se il modello in medicina comporta una malattia, una spiegazione biologica, un meccanismo di cambiamento, delle azioni terapeutiche e una specificit\u00e0, nel passaggio alla psicologia l\u2019unica differenza \u00e8 che la spiegazione non \u00e8 biologica ma psicologica. Resta un disturbo, resta la sua spiegazione, restano un meccanismo di cambiamento e delle azioni terapeutiche. E non basta: i criteri EST non lo pretendono, ma i sostenitori di uno specifico trattamento sosterranno che le azioni specifiche previste da quel trattamento siano curative attraverso i percorsi specificati nella base teorica del trattamento stesso. Creeranno etichette, <em>brand<\/em>, per reificare un repertorio di strumenti specifici del proprio modello (vi dicevo pi\u00f9 su circa l\u2019\u201desposizione\u201d nella CBT).<\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\"><strong>Desistemicizzazione e depoliticizzazione della cura<\/strong><\/h4>\n<p>Il metodo EMDR viene definito dalla stessa ideatrice (in Shapiro e Laliotis, 2010) come \u201ccompatibile con la pratica psicodinamica, cognitivo-comportamentale e sistemica\u201d. L\u2019\u201cintegrabilit\u00e0\u201d \u00e8 nelle sue premesse, lo strumento viene presentato come nato gi\u00e0 pronto, \u201cchiavi in mano\u201d, per essere associato ad altri: non alternativo, ma complementare con l\u2019ecosistema di strumenti gi\u00e0 esistenti e gi\u00e0 radicati nelle abitudini. A me sembra che questo sia un approccio inedito in campo clinico, non mi pare di ricordare un metodo terapeutico che venisse promosso come un nuovo programma interfacciabile con tutti i sistemi operativi. Una pratica simile \u00e8 nota nell\u2019economia, e si chiama \u201chorizontal compatibility strategy\u201d (v. Besen e Farrell, 1994).<br \/>\nMa quando parlo di scollamenti epistemologici non penso tanto a una frattura narrativa, a una bruttura estetica, a due colori che non stanno bene uno accanto all\u2019altro. Penso a delle conseguenze concrete, e quelle conseguenze riguardano quello che vogliamo offrire ai nostri pazienti.<br \/>\nParlo di quelle conseguenze facendo mio il termine \u201cdepoliticizzazione\u201d al quale da anni sta lavorando e dando spessore Franco Della Maggiora (2026), che descrive come, nel contesto culturale neoliberista, il modello biomedico spinga verso la biologizzazione e la individualizzazione della sofferenza mentale. Nella sua definizione, \u201cdepoliticizzazione\u201d in psicoterapia \u00e8 \u201cun processo costituito da operazioni cognitive che consistono nel tentare di oscurare o sottrarre alla discussione teorico-clinica gli aspetti dell\u2019esistenza connessi alla sua dimensione pubblica, ossia a tutto ci\u00f2 (teorie e prassi) che riguarda la convivenza di soggetti in una societ\u00e0\u201d (p. 28). In quanto lente che guarda relazioni prima che processi intrapsichici, la sistemica ha avuto sempre come oggetto proprio la convivenza fra soggetti, e nella sua storia ha incluso nella propria visuale anche i contesti allargati per guardare come non solo le persone e le famiglie, ma anche essa stessa, sono immerse in narrazioni che generano significati (McNamee e Gergen, 1992).<\/p>\n<p>Barnett Pearce (1989) iscriveva l\u2019intervista sistemica del Gruppo di Milano nel novero delle rarissime forme realizzate dell\u2019utopia di una comunicazione veramente cosmopolita. \u00c8 un grande riconoscimento all\u2019opera dei quattro Maestri di Milano: ma \u00e8 anche, a mio modo di vedere, un aspetto che d\u00e0 veramente senso a quello che facciamo tutti i giorni. Vuol dire che in quel modo di fare domande c\u2019\u00e8 un\u2019idea sulle relazioni, sulle differenze e sulla convivenza. Sulla pace, persino. Per me questo \u00e8 fonte di un grande senso di responsabilit\u00e0 ed \u00e8 la principale delle ragioni per cui riscelgo ogni giorno di stare dentro la storia del Milan Approach.<br \/>\nNella nostra idea di terapeuta, diciamo, eticamente consapevole abbiamo accolto il dubbio se un intervento \u201cefficace\u201d pu\u00f2 essere quello che riduce al silenzio un sintomo che solleva un conflitto. Oppure che riporta il paziente a condizioni che lo rendano di nuovo compatibile col sistema produttivo. Una voce di grande lucidit\u00e0 che si \u00e8 occupata di questo negli anni recenti non \u00e8 la voce di un sistemico, e non \u00e8 nemmeno la voce di un clinico: Marco Rovelli (2024) discute i legami fra salute mentale e neoliberismo, e il modo in cui la salute mentale finisce per coincidere con la piena produttivit\u00e0, e il suo contrario con ci\u00f2 che la minaccia. Il suo libro, da una posizione totalmente estranea al dibattito fra i modelli terapeutici, reclama uno sguardo globale e sistemico su questioni che vengono strumentalmente inquadrate nei termini del \u201cmalfunzionamento\u201d individuale.<br \/>\nNella nostra idea di terapeuta \u201ceticamente consapevole\u201d, ancora, ci siamo fatti domande su quale sia il rapporto fra quello che facciamo e le premesse familiari e culturali di tipo autoritario e patriarcale della cultura nelle quali operiamo (Goldner, 1985; Olson, 2000). Da decenni c\u2019\u00e8 chi imbastisce un pensiero sul potere e sulle premesse culturali, e sul rischio che la figura di cura si faccia garante di quei valori (v. Gergen in Isari, 2025).<\/p>\n<p>Ebbene, non c\u2019\u00e8 in questo riduzionismo che torna a identificare la mente con l\u2019organo e che abdica non dico al relazionale, ma persino allo psichico, una sostanziale rinuncia a un pensiero sul contesto e sul presente? Magari ci conquisteremo l\u2019accoglienza di Procuste, ma non vedete il rischio della riduzione alla marginalizzazione di una vicenda del pensiero che in questo passaggio storico individualista e violento \u00e8 ancora pi\u00f9 necessaria?<br \/>\nNon avete l\u2019impressione che il pensiero sistemico, l\u00e0 fuori, sia muto? Non siamo nei media, raramente qualcuno ci chiede un parere sulla realt\u00e0. Per\u00f2 stiamo lavorando sodo per farci accettare dal modello biomedico.<br \/>\nAttraversiamo un momento storico in cui le cose che il movimento sistemico sa fare \u2014 mettere al centro la relazione, pensare in termini di responsabilit\u00e0 condivisa, costruire modi creativi di pensare al conflitto, di comprendere ragioni e punti di vista, di affrontare crisi e, s\u00ec, traumi \u2014 sono competenze necessarie come mai prima.<\/p>\n<p>Quando parlo delle mie perplessit\u00e0 sull\u2019integrazione con l\u2019EMDR, una delle risposte che mi sento dare \u00e8 che \u201cin fondo \u00e8 solo una tecnica\u201d. Ma una tecnica non \u00e8 mai \u201csolo una tecnica\u201d, perch\u00e9 non \u00e8 mai ideologicamente neutra. Ogni intervento definisce in qualche modo i suoi obiettivi, e ad ogni obiettivo soggiace una visione dell\u2019individuo e delle relazioni. Pensare che le nostre azioni possano essere semplicemente \u201cpragmatiche\u201d \u00e8 illusorio. La stanza di terapia sta dentro un contesto culturale, ed \u00e8 un interfaccia con quel contesto. Vedere che torniamo a una posizione ingenua di pretesa neutralit\u00e0 (\u201c\u00e8 solo una tecnica\u201d) disorienta.<br \/>\nUno dei concetti pi\u00f9 semplici e pi\u00f9 fondamentali della terapia sistemica, quello di \u201cpaziente designato\u201d a proposito del portatore del sintomo (Bateson, 1972), non \u00e8 <em>neutro<\/em>. Era forse, al tempo, l\u2019idea pi\u00f9 politica che qualcuno avesse introdotto nella clinica. Non solo liberava il \u201cmalato\u201d dallo stigma: leggeva il problema in una cornice di assunzione condivisa di responsabilit\u00e0 e vedeva nel \u201ccattivo\u201d, nel difettoso, il punto del sistema in cui si concentra e si manifesta una sofferenza collettiva.<br \/>\nNon \u00e8 che lo sforzo di assecondare il paradigma medico ci sta richiedendo il prezzo di una definitiva de-sistemicizzazione della cura?<\/p>\n<p>Tornando al parallelo con il simbolismo mitico-rituale di De Martino, a me pare che nell\u2019EMDR l\u2019elemento della \u201cscelta\u201d resti marginale: il gestore del rito resta l\u2019esperto, il terapeuta, mentre in De Martino la puerpera e il contadino col mal di testa sono gli attori principali del rito di guarigione, i titolari di <em>agency<\/em>. Il sofferente \u00e8 protagonista attivo e possessore della magia. \u00c8 la puerpera a recitare lo scongiuro e a compiere il gesto; \u00e8 il contadino che invoca il sole; \u00e8 la tarantata a ballare \u2014 \u00e8 il suo corpo, non quello dell\u2019esperto, a dar vita al rito.<br \/>\nAnche nella prescrizione paradossale \u00e8 la paziente a salire sull\u2019ascensore, sebbene \u201cdistratta\u201d dall\u2019apparente irrilevanza del pensiero che il terapeuta le prescrive di pensare.<br \/>\nOggi parliamo di tecniche in cui \u00e8 il terapeuta a prendere le decisioni, a governare il ritmo della stimolazione bilaterale, a giudicare se una serie \u00e8 \u201ccompleta\u201d. Il terapeuta \u00e8 l\u2019artefice del cambiamento, lavora su un materiale che per definizione \u00e8 ignoto al paziente. \u00c8 lui che conosce le domande e anche le risposte giuste. \u201cInstalla\u201d idee utili nel paziente, che segue il dito, si affida e \u201clascia che accada\u201d.<\/p>\n<p>Mi domando che fine faccia quella dimensione collettiva e valoriale, quella scelta che per De Martino \u00e8 sempre \u201cscelta secondo valori intersoggettivi\u201d (tecnica, morale, arte, rapporti giuridici e politici, religione) e per Bateson \u00e8 \u201cridefinizione dei rapporti\u201d. Ho assistito a interi congressi in cui si parlava di un cambiamento che \u00e8 riorganizzazione neurologica interna. Dov\u2019\u00e8 il piano comunitario e intersoggettivo, in cui abbiamo sempre pensato incarnato il cambiamento?<br \/>\nEppure attraversiamo un momento della storia del pensiero in cui l\u2019intuizione di Bateson del \u201cbastone del cieco\u201d, di una mente come un circuito complesso non circoscritto dentro il cervello n\u00e9 dentro il corpo appare davvero fertile e promettente. Thomas Fuchs, successore di Karl Jaspers all\u2019Universit\u00e0 di Heidelberg, scrive di una \u201cvisione sistemica della mente\u201d (2002) in cui \u201cil ruolo del cervello nei fenomeni mentali \u00e8 comparabile al ruolo del cuore nel sistema circolatorio o del polmone nel sistema respiratorio\u201d (p. 261): un ruolo nella relazione fra il soggetto e il mondo, come la respirazione non riguarda solo i polmoni e nemmeno l\u2019organismo in s\u00e9, ma uno scambio con l\u2019ambiente. Cos\u00ec nel suo libro pi\u00f9 recente (2017) immagina una svolta delle neuroscienze spinta dalla considerazione che il cervello \u00e8 un organo mediatore nelle interazioni fra l\u2019interno e l\u2019ambiente esterno di un corpo umano. E immagina quest\u2019ultimo come l\u2019avrebbe immaginato Bateson, un corpo che non finisce ai confini dell\u2019epidermide, una mente che non \u00e8 pi\u00f9 un prodotto di quell\u2019organo ma una attivit\u00e0 della soggettivit\u00e0 incarnata.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 una cibernetica della cosiddetta \u201cterza ondata\u201d (Yuk, 2024) che amplia la visione sistemica della relazione fino ad addentrarsi nel rapporto col non-umano, e cio\u00e8 con l\u2019ambiente e con le macchine. C&#8217;\u00e8 il suo braccio filosofico, il postumanesimo (Haraway, 1985\/2018; Hayles, 1999; Clark, 2003) che riparte dalla mente incarnata di Varela <em>et al<\/em>. (1991) e da Bateson, per parlare dell\u2019uomo nel sistema pi\u00f9 grande \u2014 che include la tecnologia e l\u2019intelligenza artificiale \u2014 e dunque dei grandi temi della salute del pianeta. Storici, filosofi, sociologi, studiosi di media, riprendono il discorso iniziato dalle Macy Conferences per rispondere a un bisogno enorme di una lettura sistemica e globale della realt\u00e0 \u2014 e non manca, da quelle parti, chi prova a dire qualcosa sul trauma (Baelo-Allue, 2022). Non difendo nessuna \u201cidentit\u00e0\u201d perch\u00e9 non penso che esista una identit\u00e0 e non proteggo nessuna tradizione perch\u00e9 penso che il concetto stesso di tradizione sia un imbroglio. Ma credo che gli esseri umani abbiano una storia, e l\u00e0 fuori c\u2019\u00e8 una storia che reclama la nostra presenza, perch\u00e9 \u00e8 la nostra storia.<\/p>\n<h3 style=\"text-align: left;\"><strong>5. Conclusioni: dialogare con Procuste<\/strong><\/h3>\n<p>Vorrei aggiungere un\u2019ultima considerazione per prevenire un\u2019altra replica che arriva di consueto agli argomenti che ho esposto fin qui, e che arriver\u00e0 anche stavolta: cio\u00e8 che contestare questa \u201cintegrazione\u201d \u00e8 sbagliato perch\u00e9 la sistemica \u00e8 sempre stata aperta al <em>dialogo<\/em>. Non mi pare un argomento lucido, almeno finch\u00e9 confonde dialogo con assimilazione. Si pu\u00f2 dialogare fra portatori di premesse incommensurabili (Pearce, 1989), e spesso si deve, ma il dialogo \u00e8 quella relazione in cui due epistemologie si interrogano reciprocamente e fanno lo sforzo di conoscersi; non \u00e8 integrazione, se \u201cintegrazione\u201d \u00e8 tradurre una delle due nel linguaggio dell\u2019altra. Nessuno qui difende un\u2019ortodossia o una \u201cpurezza\u201d sistemica contro le contaminazioni: niente di tutto questo \u00e8 a rischio, lo sono piuttosto le condizioni per un dialogo autentico fra epistemologie.<br \/>\nUna condizione per il dialogo \u00e8 partecipare alla pari, ma se il dialogo comincia con \u201cqual \u00e8 il tuo protocollo? Quali sono i tuoi numeri?\u201d, la cornice \u00e8 stata scelta, e <em>non \u00e8<\/em> una cornice di dialogo. \u00c8 una cornice in cui il modello medico produce un&#8217;asimmetria di legittimazione: l&#8217;incontro non avviene fra due soggetti che negoziano reciprocamente i propri presupposti, ma fra un soggetto che entra gi\u00e0 investito dell\u2019autorit\u00e0 di definire le pratiche discorsive rilevanti e un altro che finisce per giustificarsi entro i confini di quel discorso. Perch\u00e9 ad essere accoglienti e aperti all\u2019incontro ma a patto di stabilirne la misura e le condizioni, son capaci tutti. Anche Procuste.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ed ora grazie veramente a chi \u00e8 riuscito a leggermi fin qui. Grazie anche a chi si \u00e8 intrattenuto con me in conversazioni sull\u2019argomento, da quel famoso congresso del 2023 in poi. Ho portato con me tutte quelle voci, e scrivere queste parole \u00e8 stato come rispondere a loro. Grazie perch\u00e9 oggi credo di aver detto finalmente tutto quello che volevo dire. E grazie al Centro Milanese, che \u00e8 una delle poche \u201ccase\u201d che sento di avere e che vale la fatica di spendere due anni della mia vita (eh, gi\u00e0) a scrivere queste righe, a cercare argomenti e a connettere quelli che gi\u00e0 avevo in testa, per dare parole a tutte queste emozioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\">Massimo Giuliani<\/p>\n<h3 style=\"text-align: left;\"><strong>I testi che ho citato<\/strong><\/h3>\n<ul>\n<li>American Psychological Association (2025), \u201cA.P.A. 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