{"id":6944,"date":"2026-07-02T14:54:09","date_gmt":"2026-07-02T13:54:09","guid":{"rendered":"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/?p=6944"},"modified":"2026-07-03T05:56:13","modified_gmt":"2026-07-03T04:56:13","slug":"in-questa-stanza-nessuno-e-sbagliato-seconda-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2026\/07\/02\/in-questa-stanza-nessuno-e-sbagliato-seconda-parte\/","title":{"rendered":"In questa stanza nessuno \u00e8 sbagliato (seconda parte)"},"content":{"rendered":"<div class=\"pdfprnt-buttons pdfprnt-buttons-post pdfprnt-top-right\"><a href=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6944?print=pdf\" class=\"pdfprnt-button pdfprnt-button-pdf\" target=\"_blank\"><img data-recalc-dims=\"1\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/plugins\/pdf-print\/images\/pdf.png?w=960&#038;ssl=1\" alt=\"image_pdf\" title=\"Visualizza PDF\" \/><span class=\"pdfprnt-button-title pdfprnt-button-pdf-title\">PDF<\/span><\/a><\/div><p style=\"text-align: left;\"><em>Questo articolo \u00e8 uscito in anteprima per gli abbonati alla \u00a0mia newsletter di\u00a0<a href=\"https:\/\/steady.page\/it\/sistemica\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Steady<\/a>.<br \/>\n<a href=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/newsletter\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Puoi abbonarti<\/a>\u00a0per ricevere via e-mail in anteprima gli articoli del blog.<\/em><\/p>\n<h3>Riassunto<\/h3>\n<p><a href=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2026\/06\/22\/in-questa-stanza-nessuno-e-sbagliato-prima-parte\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong><em>Nella prima parte di questo articolo<\/em><\/strong><\/a><em>\u00a0ho descritto alcuni passaggi (inventati) di una seduta (inventata) con una famiglia (inventata: ho chiamato Ricky e Joanie i figli, Howard e Marion i genitori). Nella peculiare modalit\u00e0 di lavoro della terapia sistemica si vede come ciascun membro della famiglia sia contemporaneamente osservato e osservatore, narrato e narratore, e ognuno abbia voce in capitolo nelle descrizioni che emergono. Il senso \u00e8 quello di disegnare una rappresentazione della famiglia fatta di punti di vista diversi, dove tutti i contributi sono legittimi e buoni. In questa seconda parte si chiude il cerchio.<\/em><\/p>\n<h3><strong>Mistero e comunicazione<\/strong><\/h3>\n<p>Il punto, dunque, non \u00e8 conoscere\u00a0<em>davvero<\/em>\u00a0la realt\u00e0 effettiva di quella famiglia, il punto \u00e8 costruire descrizioni che risultino da una molteplicit\u00e0 di racconti, tutti con uguale diritto di cittadinanza e legittimit\u00e0. La discussione su torti e ragioni \u00e8 molto meno interessante.<\/p>\n<p>La metafora del \u201cdiritto di cittadinanza\u201d delle storie \u2014 che rimanda a un tema di convivenza, all\u2019essere straniero o nativo \u2014 mi fa pensare a uno studioso che non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 da quindici anni,\u00a0<strong>Barnett Pearce<\/strong>, autore di fondamentali studi sulla comunicazione, cio\u00e8 sui modi in cui le persone costruiscono forme di coordinazione reciproca nello scambiarsi messaggi sulle rispettive esperienze, sulle rispettive visioni, su quello che pensano e quello in cui credono. Pearce si \u00e8 interessato soprattutto al modo in cui le persone proteggono o, al contrario, mettono a rischio le proprie premesse personali e culturali nell\u2019incontro con l\u2019altro, con il\u00a0<em>nativo<\/em>\u00a0di un\u2019altra cultura.<br \/>\nPer capire come questo si salder\u00e0, fra un po\u2019, col discorso che abbiamo cominciato, teniamo presente questo: Pearce si riferisce all\u2019incontro fra culture, e lo fa in quegli anni \u201890 in cui anche noi in Italia conosciamo importanti flussi migratori. I servizi pubblici e la clinica in generale si misurano con modi di costruire il mondo talvolta incomprensibili, ma che non possono essere liquidati come\u00a0<em>sbagliati<\/em>. Valutare comportamenti di &#8220;non nativi\u201d della nostra cultura attribuendo a quei comportamenti significati che daremmo noi \u00e8 un atteggiamento comprensibile ma ingenuo. E oltre che ingenuo, pericoloso: immaginate cosa succederebbe se la scuola, o un servizio sociale, o comunque un soggetto che ha a che fare con la salute dei pi\u00f9 deboli, trovandosi a confrontare forme di organizzazione familiare e di cura dei piccoli con un modello che ritiene normale, decidesse che quella tale famiglia, che so, immigrata dal Maghreb, merita di essere messa sotto osservazione. O se dei professionisti della salute mentale, davanti a persone con ideazioni magari a sfondo religioso, decidessero che di diagnosticarle come delirio mistico o come manifestazioni psicotiche. Dicevo \u201cimmaginate cosa succederebbe\u201d, ma di fatto succedeva. Per questo in quegli anni abbiamo familiarizzato con l\u2019etnopsicologia, l\u2019etnopsichiatria, la psichiatria culturale e in generale con un filone di idee che metteva in discussione un pensiero che era, nei fatti, colonialista e del tutto impreparato ad accogliere la differenza.<\/p>\n<p>La differenza culturale \u00e8 il grande tema di quel periodo. Ma, eccoci qua, in qualche misura ciascuno di noi costruisce il mondo in una maniera e in base a premesse che possono essere incomprensibili e incommensurabili per il dirimpettaio, o anche per un familiare, o per il partner \u2014 che \u00e8 una persona formata in una storia differente, in una cultura familiare che forse solo in parte assomiglia all\u2019altra.<br \/>\nIl lavoro di Pearce contribu\u00ec ad alimentare una sensibilit\u00e0 e un quadro concettuale per descrivere quel grado di alterit\u00e0 che esiste, irriducibile, anche nell\u2019incontro fra quanti si sentono ugualmente \u201cnativi\u201d. La stanza di terapia, e al sommo grado quella della terapia della famiglia, \u00e8 un luogo di\u00a0<em>incontro fra differenze<\/em>.<\/p>\n<p>\u00c8 soprattutto in\u00a0<em>Comunicazione e condizione umana<\/em>\u00a0che Pearce ci racconta come tutto questo diventa comunicazione. C\u2019\u00e8 un passaggio in quel libro in cui l\u2019autore descrive quello che accade quando ci troviamo davanti a un comportamento e lo approviamo o disapproviamo presumendo di conoscerne il significato. Scrive Pearce:<\/p>\n<blockquote><p>\u201cCosa significa avere i capelli verdi, indossare calzini bianchi o orecchini? Quando trattiamo gli altri come se fossimo del posto, li giudichiamo in base ai nostri standard e\u00a0<em>diamo per scontato che ci\u00f2 significhi per loro la stessa cosa che significherebbe per noi se fossimo noi a farlo<\/em>\u201d.<\/p><\/blockquote>\n<p>Questo ha conseguenze evidenti e concrete: se davanti al tipo con i capelli verdi decidiamo che quello \u00e8 un segnale di ostilit\u00e0 o aggressivit\u00e0, lo tratteremo di conseguenza. Ma sospendere il giudizio, pensare \u201cforse per lui significa qualcosa di diverso da quello che significa per me\u201d \u00e8 una possibilit\u00e0 che ci concediamo difficilmente, perch\u00e9 comporta accettare una quota di\u00a0<em>mistero<\/em>\u00a0che fatichiamo a tollerare. Addirittura quello che non comprendiamo potrebbe non essere incomprensibile\u00a0<em>ora<\/em>, perch\u00e9 non ne sappiamo abbastanza, ma potrebbe esserlo e basta. Perch\u00e9 quell\u2019atto appartiene a una cornice, e io osservo il mondo dentro la\u00a0<em>mia<\/em>\u00a0cornice. Valutarlo in base alla mia cornice pu\u00f2 produrre al massimo un giudizio moralistico, e non mi permette di aprire alla molteplicit\u00e0 dei significati. E tutti noi ci troviamo nella condizione di accettare che potremmo convivere fianco a fianco con modi di costruire il mondo, con atti, comportamenti e riti che non possiamo capire. E di accettare che convivere non significa condividere tutti i significati, o capire alla perfezione quelli dell\u2019altro, ma pensare l\u2019individuo con cui stiamo conversando come un\u00a0<em>mistero<\/em>.<br \/>\nChi di voi avverte un piccolo groppo alla gola in questo momento?<\/p>\n<p><img data-recalc-dims=\"1\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/assets.steadyhq.com\/production\/post\/3d4ec335-bae8-43a8-a2e4-858e7ecf09ec\/uploads\/images\/banuef4zce\/Screenshot_2026-06-20_alle_07.26.29.png?w=960&#038;ssl=1\" alt=\"\" \/><\/p>\n<p>Questo conto aperto col mistero lo saldiamo in modi diversi, e lo facciamo nella comunicazione. Gruppi culturalmente omogenei condividono ad esempio uno stile di\u00a0<strong>comunicazione monoculturale<\/strong>: prevede un\u2019unica visione del mondo e chi comunica \u00e8 convinto che il proprio modo di vedere le cose sia l\u2019unico \u201cnaturale\u201d. Non esiste diversit\u00e0, e quando la si incontra la si ritiene una manifestazione di bizzarria o di malattia. Zero mistero, le proprie convinzioni restano al sicuro. La\u00a0<strong>comunicazione etnocentrica<\/strong>, invece, \u00e8 tipica di culture che pure si confrontano con la diversit\u00e0, ma dividono il mondo fra\u00a0<em>noi<\/em>\u00a0(quelli giusti, quelli superiori) e\u00a0<em>loro<\/em>: i cattivi, gli inferiori, quelli che non condividono i nostri valori, ma se decidessimo di \u201cesportarli\u201d non c\u2019\u00e8 ragione per cui non dovrebbero accoglierli e comprendere che sono\u00a0<em>oggettivamente<\/em>\u00a0superiori; se questo avviene al prezzo di qualche vita, beh, la verit\u00e0 varr\u00e0 pure qualche sacrificio. Sebbene con un po\u2019 pi\u00f9 fatica rispetto al monoculturalismo \u2014 ma sempre al prezzo di essere ciechi senza sapere di essere ciechi \u2014 si pu\u00f2 restare nelle proprie certezze ed evitarsi l\u2019impiccio di qualunque forma di mistero.<br \/>\nLe cose si complicano nei contesti in cui vige la\u00a0<strong>comunicazione modernista<\/strong>: nella societ\u00e0 occidentale industrializzata il continuo cambiamento \u00e8 una specie di feticcio, il confronto con la diversit\u00e0 \u00e8 ricercato, \u00e8 una forma di progresso che viene perseguita al costo di rinunciare a qualcosa delle proprie premesse, in nome della convivenza: questa \u00e8 possibile, ed \u00e8 fondamentalmente una questione di buona volont\u00e0; se accetti di perdere qualcosa puoi fare spazio all\u2019altro.<br \/>\nInfine la\u00a0<strong>comunicazione<\/strong>\u00a0<strong>cosmopolita<\/strong>\u00a0\u00e8 la forma di comunicazione pi\u00f9 consapevole in un mondo pluralista; contempla l\u2019esistenza di molteplici visioni del mondo, tutte valide per chi le vive; cos\u00ec le differenze possono convivere senza che nessuno rinunci a nulla, in cambio di una certa disponibilit\u00e0 ad accettare l\u2019esistenza del mistero.<br \/>\nNella comunicazione cosmopolita per stare insieme non abbiamo bisogno che le nostre idee siano coerenti, abbiamo bisogno della curiosit\u00e0 di raccontarcele a vicenda. Evidentemente questa forma di comunicazione \u00e8 l\u2019unica che eviti conflitti distruttivi e favorisca convivenze pacifiche e sostenibili.<br \/>\nCerto, \u00e8 complicato. \u00c8 la differenza che passa fra staccare dalla parete della stanza il crocifisso (che \u00e8 il modo in cui la cultura modernista si pone il problema della convivenza) e, per esempio, appendere alla stessa parete tutti i simboli religiosi cari alle persone che quella stanza frequentano. \u00c8 una posizione che genera una quantit\u00e0 di problemi: ad esempio quello di definire \u201creligioso\u201d in un modo valido per tutti, o come fare per chi una fede religiosa non ce l\u2019ha. Ma la comunicazione cosmopolita assomiglia a una condizione a cui tendere, pi\u00f9 che a un set di soluzioni o a una forma istituzionalizzata e \u201cperfetta\u201d di comunicazione. \u201cPerfetto\u201d \u00e8 il monoculturalismo, \u201cperfetto\u201d \u00e8 l\u2019etnocentrismo, che costruiscono mondi chiari, comprensibili e col minimo possibile di mistero. Non hanno difetti. Anzi, uno ce l\u2019hanno: ci stanno conducendo al disastro.<\/p>\n<p>Un esempio luminoso di comunicazione etnocentrica l\u2019ho trovato in una recente intervista al ministro dell\u2019Istruzione. Alla domanda di un giornalista che muove da una tesi non dimostrata (\u201cmolti episodi di cronaca vedono come protagonisti i cosiddetti italiani di seconda generazione\u201d: il pensiero etnocentrico ha ragione per definizione, non deve dimostrare nulla n\u00e9 portare statistiche) risponde che \u201cci\u00f2 che serve \u00e8\u00a0<em>integrazione<\/em>, che significa qualcosa di pi\u00f9 esigente, e\u00a0<em>reciproco<\/em>\u201d. Ma il ministro dell\u2019Ossimoro non vede che non c\u2019\u00e8 niente di \u201creciproco\u201d in una idea di \u201cintegrazione\u201d intesa in senso unidirezionale: \u00e8 lo straniero che deve\u00a0<em>integrarsi<\/em>, cio\u00e8 diventare tutt\u2019uno coi nativi. Ma cosa rende difficile l\u2019integrazione? Il fatto che \u201cl\u2019Occidente ha rinnegato se stesso\u201d, e dunque se non ha una identit\u00e0 forte, non sa cosa chiedere, anzi esigere, dallo straniero. Non solo l\u2019integrazione che il ministro ha in mente prevede una forte distinzione di\u00a0<em>noi<\/em>\u00a0e\u00a0<em>loro<\/em>, ma il problema \u00e8 che\u00a0<em>noi<\/em>\u00a0non \u00e8 scritto tutto in maiuscole e grassetto come dovrebbe essere. \u00c8 un\u00a0<em>noi<\/em>\u00a0\u201crelativista\u201d, un noi smidollato che avendo smarrito la propria verit\u00e0 (anzi:\u00a0<em>la<\/em>\u00a0verit\u00e0, che \u00e8 la stessa cosa) non sa come insegnarla a chi non la conosce.<\/p>\n<p>Quando si parla di queste cose, a volte la discussione si chiude con l\u2019epiteto di\u00a0<em>buonista<\/em>\u00a0o\u00a0<em>illuso<\/em>, rivolto da uno dei partecipanti all\u2019altro. Ma per come la vedo, se in una cornice modernista la vicinanza e il dialogo sono una questione di impegno e dedizione, un contesto cosmopolita semplicemente prende atto che l\u2019altro \u00e8 l\u00ec dietro l\u2019angolo, e che la convivenza semplicemente \u00e8 una\u00a0<em>necessit\u00e0<\/em>. Non \u00e8 questione di buoni sentimenti, \u00e8 la considerazione che puoi anche piallare complessit\u00e0 e differenze, ma ti assumi la responsabilit\u00e0 del fatto che il mondo vada in fiamme. La comunicazione cosmopolita non ha a che fare con l\u2019avere ragione o torto, \u00e8 una pratica che rende possibile il coordinamento senza richiedere un accordo tra i partecipanti: possiamo restare diversi, possiamo continuare a credere in cose diverse. Sono ragioni di ordine differente che ci fanno stare vicini.<br \/>\nMa dicevamo della terapia della famiglia\u2026<\/p>\n<h3>Torniamo da Ricky, Joanie, Marion e Howard<\/h3>\n<p>Pearce sostiene che non abbiamo esempi del tutto soddisfacenti di comunicazione cosmopolita. Essa \u00e8 una necessit\u00e0 che ha cominciato a mostrarsi in tempi relativamente recenti. Nella vita quotidiana assistiamo pi\u00f9 frequentemente a modalit\u00e0 etnocentriche o, quando va bene, moderniste.<br \/>\nFa per\u00f2 alcuni \u2014 pochissimi \u2014 esempi di contesti in cui forme seppure imperfette di comunicazione cosmopolita esistono e si evolvono. In particolare dice:<\/p>\n<blockquote><p>\u201cUn\u2019\u00e9quipe di terapeuti familiari di Milano, in Italia, svilupp\u00f2 un metodo di intervento che rappresenta un esempio di comunicazione cosmopolita.\u201d<\/p><\/blockquote>\n<p>Cio\u00e8: la modalit\u00e0 di lavoro che vi ho illustrato\u00a0nella prima parte\u00a0di questo articolo \u00e8 nel novero delle poche, incompiute forme di quella modalit\u00e0 di comunicazione che dobbiamo pensare come necessaria per il futuro di una convivenza fra individui e gruppi. Cercare soluzioni ai problemi in quella comunicazione anzich\u00e9 nel chiuso della scatola cranica di un individuo fa parte delle possibilit\u00e0 che quel futuro si d\u00e0. Ascoltare i pazienti non come persone che \u201channo\u201d problemi, ma come persone che \u201cpresentano\u201d problemi apre a un vocabolario che descrive non delle cause, ma dei modelli di coordinazione delle relazioni Considerare le storie delle persone chiamando ad una responsabilit\u00e0 condivisa tutti i membri del sistema ha a che fare nientedimeno che \u2014 lo scrivo consapevole della sproporzione \u2014 con la\u00a0<em>pace<\/em>.<\/p>\n<p>Ecco, l\u2019aspetto politico a cui mi riferisco \u00e8 questo. Un\u2019idea di cura condivisa, di responsabilit\u00e0 nel sistema pi\u00f9 ampio, di rifiuto di qualunque definizione di un sintomo come qualcosa che sta accadendo a qualcuno che \u00e8 strutturalmente \u201cfallato\u201d e dev\u2019essere ricondotto a comportamenti accettabili. Quel modo di fare domande intorno alla scelt di Ricky non cerca cause n\u00e9 colpe, ma tende a descrivere il modo in cui le persone si compongono fra loro intorno a quello che definiscono problema: quest\u2019ultimo ricava senso a partire non dalla domanda \u201cperch\u00e9?\u201d, ma dalla domanda \u201ccome si connette con la rete delle comunicazioni e dei significati di tutti?\u201d.<\/p>\n<p>In questo modo si invita tutti i membri a stabilire connessioni che in precedenza non vedevano, a rileggere il significato di certe azioni e di certi problemi. Si chiede alle persone, confidando che possono e sanno farlo, di porsi in posizione di osservatori delle proprie azioni e contemporaneamente in una posizione da cui dar credito agli altri, ad esempio a una persona che descrive la percezione che una seconda persona ha di una terza. \u00c8 una posizione che &#8220;comporta un insieme diverso di diritti e doveri&#8221;, dice Pearce.<br \/>\nL&#8217;atteggiamento del o della terapeuta in questa rete \u00e8 una posizione che un tempo chiamavamo\u00a0<em>neutralit\u00e0<\/em>: ma\u00a0<em>neutralit\u00e0<\/em> \u00e8 una parola che fa pensare a un atteggiamento di ricezione passiva, di accettazione inerte di qualunque cosa venga detta. Cos\u00ec nel tempo abbiamo preferito definire <em>curiosit\u00e0<\/em>\u00a0quell&#8217;atteggiamento, perch\u00e9\u00a0<em>curiosit\u00e0<\/em>\u00a0implica la posizione attiva di chi non si limita a dire &#8220;va bene questo e va bene quello&#8221;, ma si fa domande: &#8220;in quale contesto possibile va bene questo e va bene anche quello? Che responsabilit\u00e0 mi richiede immaginare quel contesto e provare a costruirlo?&#8221;.<\/p>\n<p>\u00c8 evidente come qualunque ritorno al \u201csintomo\u201d individuale, qualunque riduzione della sofferenza alla sua base neurologica, qualunque esaltazione di aspetti taumaturgici della cura a scapito del lavoro paziente di coordinamento delle voci coincide con il liquidare per sempre la ricchezza di un pensiero che, come si comprende, va assai oltre la sua applicazione nella clinica. \u00c8 la rinuncia definitiva a dire qualcosa di minimamente complesso sul mondo e sulla salute delle relazioni. Ma \u00e8 incoraggiante che, al di l\u00e0 degli sparuti esempi indicati allora da Pearce, oggi possiamo raccontare lo sviluppo di pratiche dialogiche, di contesti di mediazione in vari generi di conflitto, di esperimenti arditi come la giustizia riparativa o come progetti internazionali di riconciliazione. La stessa terapia relazionale, mentre si abbandona a forme di riflusso verso un pensiero diagnostico e oggettivante, altrove si assume le conseguenze epistemologiche ed etiche del continuare ad aprire vie alla complessit\u00e0 per prendersi cura delle relazioni umane e di quelle fra gli umani e i loro contesti.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Seconda parte, dove si spiegano le implicazioni del fare domande in un certo modo, e cosa c&#8217;entra tutto questo con la pace e la convivenza.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":6943,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_awef_post_faq_schema":[],"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[11],"tags":[391,392,393,193],"class_list":["post-6944","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-psicologia-e-psicoterapia","tag-conversazione-terapeutica","tag-domande","tag-psicoterapia-sistemica","tag-terapia-familiare"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v25.6 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>In questa stanza nessuno \u00e8 sbagliato (seconda parte) - Psicoterapia (e altre metafore)<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2026\/07\/02\/in-questa-stanza-nessuno-e-sbagliato-seconda-parte\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"In questa stanza nessuno \u00e8 sbagliato (seconda parte) - Psicoterapia (e altre metafore)\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"Seconda parte, dove si spiegano le implicazioni del fare domande in un certo modo, e cosa c&#039;entra tutto questo con la pace e la convivenza.\" \/>\n<meta property=\"og:url\" content=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2026\/07\/02\/in-questa-stanza-nessuno-e-sbagliato-seconda-parte\/\" \/>\n<meta property=\"og:site_name\" content=\"Psicoterapia (e altre metafore)\" \/>\n<meta property=\"article:published_time\" content=\"2026-07-02T13:54:09+00:00\" \/>\n<meta property=\"article:modified_time\" content=\"2026-07-03T04:56:13+00:00\" \/>\n<meta property=\"og:image\" content=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/cunningham02-e1783000119827.png\" \/>\n\t<meta property=\"og:image:width\" content=\"900\" \/>\n\t<meta property=\"og:image:height\" content=\"600\" \/>\n\t<meta property=\"og:image:type\" content=\"image\/png\" \/>\n<meta name=\"author\" content=\"Massimo Giuliani\" \/>\n<meta name=\"twitter:card\" content=\"summary_large_image\" \/>\n<meta name=\"twitter:label1\" content=\"Scritto da\" \/>\n\t<meta name=\"twitter:data1\" content=\"Massimo Giuliani\" \/>\n\t<meta name=\"twitter:label2\" content=\"Tempo di lettura stimato\" \/>\n\t<meta name=\"twitter:data2\" content=\"13 minuti\" \/>\n<script type=\"application\/ld+json\" class=\"yoast-schema-graph\">{\"@context\":\"https:\/\/schema.org\",\"@graph\":[{\"@type\":\"Article\",\"@id\":\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2026\/07\/02\/in-questa-stanza-nessuno-e-sbagliato-seconda-parte\/#article\",\"isPartOf\":{\"@id\":\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2026\/07\/02\/in-questa-stanza-nessuno-e-sbagliato-seconda-parte\/\"},\"author\":{\"name\":\"Massimo Giuliani\",\"@id\":\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/#\/schema\/person\/96a7c25951bd3e6361e04bef144dd920\"},\"headline\":\"In questa stanza nessuno \u00e8 sbagliato (seconda parte)\",\"datePublished\":\"2026-07-02T13:54:09+00:00\",\"dateModified\":\"2026-07-03T04:56:13+00:00\",\"mainEntityOfPage\":{\"@id\":\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2026\/07\/02\/in-questa-stanza-nessuno-e-sbagliato-seconda-parte\/\"},\"wordCount\":2390,\"publisher\":{\"@id\":\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/#\/schema\/person\/96a7c25951bd3e6361e04bef144dd920\"},\"image\":{\"@id\":\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2026\/07\/02\/in-questa-stanza-nessuno-e-sbagliato-seconda-parte\/#primaryimage\"},\"thumbnailUrl\":\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/cunningham02-e1783000119827.png?fit=900%2C600&ssl=1\",\"keywords\":[\"conversazione terapeutica\",\"domande\",\"psicoterapia sistemica\",\"terapia familiare\"],\"articleSection\":[\"Psicologia &amp; 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