{"id":5804,"date":"2025-01-15T16:30:19","date_gmt":"2025-01-15T15:30:19","guid":{"rendered":"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/?p=5804"},"modified":"2025-04-14T15:15:57","modified_gmt":"2025-04-14T14:15:57","slug":"luigi-boscolo-e-unidea-di-responsabilita-questo-mi-ricorda-una-storia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2025\/01\/15\/luigi-boscolo-e-unidea-di-responsabilita-questo-mi-ricorda-una-storia\/","title":{"rendered":"Luigi Boscolo e un\u2019idea di responsabilit\u00e0 (questo mi ricorda una storia\u2026)"},"content":{"rendered":"<div class=\"pdfprnt-buttons pdfprnt-buttons-post pdfprnt-top-right\"><a href=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5804?print=pdf\" class=\"pdfprnt-button pdfprnt-button-pdf\" target=\"_blank\"><img data-recalc-dims=\"1\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/plugins\/pdf-print\/images\/pdf.png?w=960&#038;ssl=1\" alt=\"image_pdf\" title=\"Visualizza PDF\" \/><span class=\"pdfprnt-button-title pdfprnt-button-pdf-title\">PDF<\/span><\/a><\/div><p>In occasione del decennale della morte di Luigi Boscolo recupero un mio articolo pubblicato sul sito &#8220;Il seme e l&#8217;albero&#8221; della Fondazione Istituto Andrea Devoto. Il sito \u00e8 offline e il contributo non \u00e8 pi\u00f9 reperibile.<br \/>\n<em>(La foto di apertura \u00e8 di <strong>Diego Terazzi<\/strong>)<\/em>.<\/p>\n<h3 class=\"p1\"><b>1. Due pensieri. Anzi, tre <\/b><\/h3>\n<p class=\"p3\">Luigi Boscolo lo conobbi una sera verso la fine degli anni Novanta. Non ero pi\u00f9 giovanissimo, ma nel corso del decennio avevo letto i libri che aveva scritto insieme a Paolo Bertrando (il monumentale \u201cI tempi del tempo\u201d, Boscolo e Bertrando, 1993; \u201cTerapia sistemica individuale\u201d, Boscolo e Bertrando, 1996) e li avevo trovati cos\u00ec illuminanti, che avrebbero indirizzato gran parte delle mie scelte professionali degli anni successivi. Compresa quella di tornare a Milano a riprendere la mia formazione.<\/p>\n<p class=\"p3\">Avevo gi\u00e0 alle spalle una formazione sistemica alla terapia della famiglia (l\u2019idea che le persone stanno bene o stanno male per questioni che le connettono alle altre persone l\u2019avevo assunta ormai da anni come un assioma), ma avevo colto nel tempo che la profondit\u00e0 dello sguardo dei Maestri nasceva dal fatto che tutti avevano prima conosciuto altre strade, per lo pi\u00f9 quella della psicoanalisi. Avevo dunque deciso di percorrere la strada a ritroso fino ai fondamenti della psicologia psicoanalitica, per poi poter tornare a Milano a riprendere dall\u2019inizio \u2014 dai cinque assiomi della comunicazione \u2014 la formazione sistemica. Scelsi di riprenderla al Centro Milanese di Terapia della Famiglia di via Leopardi, dove la lettura di quei libri mi aveva indirizzato. (Nel periodo immediatamente successivo avrei letto anche i libri di Gianfranco Cecchin, e il loro impatto su di me sarebbe stato di uguale intensit\u00e0, ma in quel momento chi aveva avuto la forza di riportarmi a Milano erano quei due robusti volumi ormai pi\u00f9 che consumati dalle letture ripetute e meditate.)<\/p>\n<p class=\"p3\">Essere accolto al Centro da Boscolo insieme a un gruppo di aspiranti allievi come me, e ascoltarlo parlare, fu un\u2019esperienza entusiasmante e sconcertante insieme. Quella sera ripartii da Milano cercando di spiegarmi due pensieri piuttosto insistenti, che non riuscivo a comprendere completamente.<\/p>\n<p class=\"p3\">Il primo: c\u2019era una distanza considerevole fra il Luigi Boscolo che mi ero immaginato e quello che incontrai. Non assomigliava affatto allo studioso di cui mi ero fatto un ritratto mentale attraverso i suoi libri. Aveva un carisma e<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>un\u2019autorevolezza di un genere che non mi aspettavo, e che gli derivavano da qualcosa che non sapevo definire. E non riguardava soltanto la corporatura imponente, che pure la sua parte l\u2019aveva.<\/p>\n<p class=\"p3\">Il secondo: avevo fatto la cosa giusta (deviare negli anni precedenti il mio percorso formativo per abitare un altro pensiero almeno per un periodo della mia vita), ma per ragioni che sospettavo essere completamente diverse da quelle che mi ero dato all\u2019inizio. Le ragioni dettate dalle mie voci interne \u2014 precipitato delle voci dei colleghi di formazione, di quelli pi\u00f9 esperti e degli insegnanti \u2014 erano state del tipo: \u201cpi\u00f9 ne sai e meglio \u00e8\u201d; oppure: \u201ccome fai a fare lo psicologo senza conoscere la diagnosi?\u201d; o ancora: \u201cil linguaggio pi\u00f9 diffuso \u00e8 quello della psicoanalisi, bisogna impararlo e parlarlo\u201d. Tutte ragionevoli (se si sorvola sul fatto che l\u2019ultima, cos\u00ec formulata, continua a sembrarmi di ispirazione vagamente colonialista: devi conoscere e possibilmente fare tuo il pensiero prevalente; e perch\u00e9? Ma perch\u00e9 \u00e8 prevalente!). Tutte giuste, ma ad un tratto avevo il sospetto che ci fosse qualcosa di pi\u00f9.<\/p>\n<p class=\"p3\">E poi c\u2019era un terzo pensiero, che era un pensiero su questi due pensieri: e cio\u00e8 che fossero in qualche modo collegati fra loro. E che anche quel modo mi fosse piuttosto nebuloso ma che avesse a che fare con qualcosa che andava anche parecchio oltre la psicoterapia.<\/p>\n<h3 class=\"p1\"><b>2. Dall\u2019osservazione dei sistemi all\u2019osservazione dell\u2019osservatore (The Times They Are a-Changin\u2019)<\/b><\/h3>\n<p class=\"p3\">Luigi Boscolo \u00e8 scomparso nello scorso gennaio, e la terapia sistemica nata dalla tradizione milanese ha perso l\u2019ultimo dei suoi Maestri.<\/p>\n<p class=\"p3\">Dieci anni prima ci aveva lasciato Gianfranco Cecchin, che con Boscolo aveva condiviso un pezzo di vita a cominciare dall\u2019amicizia che li aveva visti crescere insieme, per continuare con la formazione negli Stati Uniti fino all\u2019esperienza della terapia sistemica a Milano col deciso abbandono della psicoanalisi. Nel 1980 insieme avevano lasciato il gruppo di Mara Selvini Palazzoli \u2014 il gruppo di <em>Paradosso e controparadosso<\/em>\u00a0(Selvini Palazzoli et al., 1975) \u2014 per cominciare a fare formazione con professionisti della clinica e dei servizi sociali alla terapia sistemica della famiglia (si veda Bertrando e Toffanetti, 2000). Mara Selvini continu\u00f2 con Giuliana Prata la propria ricerca sulle determinanti relazionali e familiari della follia e del disturbo alimentare. L\u2019una sentiva il bisogno di consolidare la propria conoscenza, gli altri probabilmente fremevano dalla voglia di prendere un nuovo aereo e incontrare voci diverse. Boscolo e Cecchin erano tornati dagli Stati Uniti per dedicarsi all\u2019avventura con Mara Selvini e, del quartetto, erano forse i due soggetti inquieti, che avevano visto il mondo e mal sopportavano la vita stanziale e quasi monacale del ricercatore.<\/p>\n<p class=\"p3\">Secondo me nella loro biografia c\u2019\u00e8 un altro dato importante, la cui incidenza sulla loro inquietudine e sulla loro voglia di cambiamento \u00e8 ancora tutta da valutare: non solo si erano formati come psichiatri e psicoanalisti fuori dall\u2019Italia, ma avevano vissuto, in un periodo che non era un periodo qualunque, in un posto che dal punto di vista della vita culturale e dell\u2019impatto sul mondo intero, non era un posto come un altro.<\/p>\n<p class=\"p3\">Vivere alla met\u00e0 degli anni Sessanta nel Greenwich Village \u2014 il quartiere di New York che da Broadway si estende fino al fiume Hudson, e dove peraltro Boscolo conobbe Jacqueline Pereira che arrivava da Haiti e che sarebbe diventata sua moglie \u2014 significava respirare l\u2019aria di un luogo in cui le arti proliferavano, e la ricchezza della tradizione \u2014 nella musica e nella letteratura innanzitutto \u2014 conviveva con una forte urgenza di nuovo. Per capirci meglio: al Greenwich di quegli anni Bob Dylan maturava la cosiddetta \u201csvolta elettrica\u201d che lo port\u00f2 nel 1965 ad essere contestato dai puristi del folk ma anche a incidere due album da cui la musica sarebbe ripartita per direzioni che fino ad allora erano state impensabili. Alla fine del decennio precedente il Village era stato uno dei luoghi simbolo della Beat Generation, con la presenza di scrittori che vi avevano preso casa, o che per lo meno ne frequentavano assiduamente i locali: Ginsberg, Ferlinghetti, Burroughs, lo stesso Kerouac nel Greenwich e nel confinante East Village sperimentavano linguaggi nuovi che regalavano alla parlata colloquiale il ritmo della musica jazz. Per via degli affitti convenienti, nel quartiere affluivano sia artisti locali che studenti provenienti da fuori. Parliamo di un posto e di un momento storico in cui si faceva strada la convinzione che le cose erano quelle che erano, ma nulla impediva che potessero anche essere differenti.<\/p>\n<p class=\"p3\">E al di l\u00e0 di quanto Luigi Boscolo potesse essere interessato a quei movimenti \u2014 quel che so per certo \u00e8 che \u00e8 stato un buon ascoltatore di jazz \u2014 nei suoi racconti recenti di quegli anni sorrideva spesso dello shock vissuto da un giovane cresciuto nella provincia italiana, lenta e tradizionalista, davanti all\u2019attrazione di qualcosa che per lui era cos\u00ec nuova e inconsueta.<\/p>\n<p class=\"p3\">Fra le cause della scissione del 1980 c\u2019\u00e8 probabilmente una crescente divergenza sul piano epistemologico, che \u00e8 possibile intuire dall\u2019ultimo articolo firmato insieme. Il fondamentale \u201cIpotizzazione, circolarit\u00e0, neutralit\u00e0\u201d (Selvini Palazzoli et al., 1980) risente di una costante ambiguit\u00e0 intorno al significato di \u201cipotizzazione\u201d, che di volta in volta rimanda al metodo sperimentale e al criterio di verificabilit\u00e0 delle ipotesi, oppure a un processo di continua produzione di versioni della realt\u00e0, dove la verificabilit\u00e0 e la falsificabilit\u00e0 non hanno lo scopo di giungere a una teoria, ma soltanto quello di mantenere aperto quel processo di produzione di idee. Quella divergenza verr\u00e0 a sua volta amplificata dagli effetti della scissione. Raccontano infatti Boscolo e Cecchin (in Semboloni, s. d.) che i professionisti che incontravano in giro per il mondo, o che arrivano a Milano per vederli lavorare e apprendere quel modo di fare terapia, con loro grande sorpresa erano meno interessati ai pattern e ai funzionamenti delle famiglie che alla loro esperienza: \u201cMentre noi parlavamo sempre di famiglie, gli allievi parlavano dei terapeuti, per cui siamo stati costretti a osservare i nostri comportamenti\u201d.<\/p>\n<p class=\"p3\">La spinta ad autoosservarsi nel proprio lavoro e a considerarsi interni al processo osservato fu una grande occasione per sviluppare quella attitudine che poi, con l\u2019incontro con Maturana e von Foerster, ebbe un\u2019adeguata cornice teorica ed epistemologica nel paradigma della cibernetica di secondo ordine.<\/p>\n<h3 class=\"p1\"><b>3. Una rete di idee<\/b><\/h3>\n<p class=\"p3\">Il pensiero di Boscolo e di Cecchin del periodo successivo alla scissione del primo gruppo milanese fu abbondantemente influenzato da Gregory Bateson: quello delle opere pubblicate in Italia da Adelphi, finalmente, e non pi\u00f9 quello che ci era arrivato filtrato e deformato dalle terapie strategiche nate al MRI Palo Alto (Watzlawick et al., 1967).<\/p>\n<p class=\"p3\">Quando Boscolo spiegava la teoria che usava, faceva pensare al Bateson di \u201cPerch\u00e9 racconti delle storie?\u201d (Bateson e Bateson, 1989). In quel metalogo, alla figlia che gli domanda come mai si esprima spesso attraverso storie, Bateson risponde con una storiella: quella di un tale che vuole comprendere il modo di pensare di un calcolatore e perci\u00f2 gli domanda: \u201cCalcoli che penserai mai come un essere umano?\u201d. La macchina si mette al lavoro e gli risponde con un foglio di carta stampato, che dice: \u201cquesto mi ricorda una storia\u201d. Insomma, pensare come un essere umano non \u00e8 se non pensare per storie. E quando Boscolo parlava del proprio lavoro, raccontava la terapia di Milano come un percorso che andava dallo studio approfondito di Palo Alto, dal periodo di <em>Paradosso e controparadosso<\/em> e della cibernetica di primo ordine, a quella di secondo ordine, al costruttivismo, fino alla narrativa, al cosiddetto \u201cpost-Milano\u201d, al decostruttivismo. Non poteva raccontarla che come una storia, e trovava sterile qualunque riduzione a uno solo dei momenti di quella storia. Pur da affascinante e talentoso narratore (Giuliani, 2014), non gli andava gi\u00f9 una visione appiattita sulle storie, sulla narrativa e sulla conversazione. In questo era fortemente sintonizzato col Bateson che raccomandava una visione binoculare della realt\u00e0, cio\u00e8 l\u2019uso di una doppia descrizione<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>(Bateson, 1984): essere dotati di due occhi potrebbe apparire come uno straordinario spreco. Dunque, se abbiamo due retine innervate e un chiasma ottico con i suoi complessi percorsi di ridistribuzione delle informazioni, tutto questo deve comportare un formidabile vantaggio evolutivo. Il confronto tra i dati raccolti da un occhio e quelli forniti dall\u2019altro costruisce la dimensione della profondit\u00e0, perch\u00e9 non mostra solo \u201ccose\u201d, ma differenze: e quelle differenze producono una mappa tridimensionale della realt\u00e0 che un solo occhio, per quanto si sforzi di guardare bene, non avr\u00e0 mai.<\/p>\n<p class=\"p3\">In un seminario condotto a Bologna nel 1992, Boscolo proponeva una metafora batesoniana:<\/p>\n<p class=\"p3\">\u201c(\u2026) la metafora di pi\u00f9 occhi. E credo che sia coerente col paradigma della complessit\u00e0, secondo il quale c\u2019\u00e8 una rete di teorie che ha pi\u00f9 la possibilit\u00e0 di dare una visione pi\u00f9 comprensiva, che si avvicina a \u201cci\u00f2 che pu\u00f2 essere\u201d il mondo esterno. Quindi io questa rete di teoria le vedrei una rete di esperienze, rete di teorie attraverso le quali io sono passato nella <i>mia<\/i> esperienza di terapeuta e ricercatore (\u2026) A me piace molto la metafora di Bateson, quando dice \u2018con due occhi vedi pi\u00f9 che con un occhio\u2019. Perch\u00e9 vedi una dimensione, vedi la profondit\u00e0. \u2018Two ponts of view are better than one\u2019, due punti di vista sono migliori di uno. E anche tre punti di vista, o quattro punti di vista possono essere migliori di uno. E a questo punto, delle esperienze che ho avuto fino adesso, nel momento in cui leggo la realt\u00e0 che mi sta di fronte, posso utilizzare questi diversi occhi. Allora posso utilizzare l\u2019occhio della prima cibernetica, e pensare al sistema osservato come se fosse staccato dall\u2019osservatore; poi con l\u2019occhio della cibernetica di secondo ordine; con \u2018occhio del costruttivismo; con l\u2019occhio [che vede] le relazioni umane nel senso di <i>patterns<\/i>, come si vedevano ai tempi di Watzlawick e di <em>Paradosso e controparadosso<\/em>; oppure nel modo che va per la maggiore adesso: vederle nel senso di storie: i pazienti, i clienti, vengono con una storia e in qualche modo, nel contatto col terapeuta o col consulente vengono a emergere delle storie alternative. (\u2026) Io credo che sia importante imparare molto bene una teoria; conoscere bene la relazione tra premesse e tecnica di una teoria, tra il pensiero e il fare; conoscer e, in un certo senso, i limiti, i <i>boundaries<\/i> della teoria stessa; avere un\u2019idea dell\u2019ortodossia (\u2026) Per\u00f2 poi, conosciuta questa, essa non \u00e8 nient\u2019altro che una lente con cui vediamo il mondo esterno. E ogni lente vede una certa cosa e non ne vede altre. Come una teoria, che \u00e8 una rete che prende certi pesci ma non ne prende degli altri .\u201d (Boscolo, in Boscolo e Cecchin, 1992)<\/p>\n<p class=\"p3\">Attenzione, perch\u00e9 il discorso si proietta ben al di l\u00e0 della stanza di terapia e si pone delle ambizioni ben pi\u00f9 ampie che fornire una cornice teorica per il microcontesto della relazione clinica. Qua si parla della responsabilit\u00e0 di chi osservi la realt\u00e0 \u2014 nei suoi vari livelli di contesto \u2014 e si ponga l\u2019obiettivo di capirne qualcosa per incidere su di essa in un modo il pi\u00f9 possibile responsabile ed eticamente accettabile.<\/p>\n<p class=\"p3\">E dunque: in una prospettiva di complessit\u00e0 (Bocchi e Ceruti, 1985), guardare il mondo e le relazioni con una sola lente non basta. \u00c8 quello che fa dire a Boscolo e Bertrando (1996) che pensare sistemico oggi significa avere una cornice olistica in grado di accogliere pi\u00f9 punti di vista. Ma la questione \u00e8: se osservo il mondo attraverso pi\u00f9 teorie all\u2019interno di altrettante cornici riduzionistiche, qual \u00e8 l\u2019elemento unificante? Cos\u2019\u00e8 che connette e d\u00e0 senso a questa molteplicit\u00e0 di punti di vista? Cosa fa di tutte quelle voci accolte nella \u201ccornice olistica\u201d una polifonia organizzata anzich\u00e9 un frastuono da cui non emerge senso?<\/p>\n<p class=\"p3\">La risposta a questa seconda questione \u00e8: sono io \u2014 terapeuta, ricercatore, studioso, osservatore insomma \u2014<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>con la mia storia umana e professionale.<\/p>\n<p class=\"p3\">Scrivevano gli autori, a proposito del lavoro nei servizi, in cui convivono professioni e formazioni differenti:<\/p>\n<p class=\"p3\">\u201c\u00c8 un contesto simile a quello delle societ\u00e0 multiculturali e multietniche, in cui non \u00e8 pi\u00f9 lecito richiedere a ogni gruppo di annullarsi nel crogiolo dei valori comuni (il <i>melting pot<\/i>), ma \u00e8 necessario accettare che ogni posizione sia presente in una sorta di insalatiera culturale (la <i>salad bowl<\/i>). (\u2026) Secondo noi \u00e8 possibile trovare una coerenza e un minimo denominatore comune tra i diversi linguaggi delle varie teorie, sviluppando cos\u00ec un metalinguaggio che ci permetta di lavorare con le nostre differenze rispettando tutti gli altri che lavorano con noi\u201d (Boscolo e Bertando, ivi, p. 38)<\/p>\n<p class=\"p3\">\u00c8 un modo di vedere le cose che vale anche per il dialogo interno fra i vari \u201cs\u00e9\u201d e le varie lenti che possiede un osservatore. Pearce (1998) direbbe che quel \u201cmetalinguaggio\u201d \u00e8 pi\u00f9 una questione di coordinamento che di coerenza. Per ottenere coerenza, \u00e8 necessario che ogni punto di vista rinunci a qualcosa di s\u00e9. Il coordinamento, al contrario, \u00e8 un modo di comporre punti di vista che non richiede un sacrificio, ma la disponibilit\u00e0 a tollerare differenze. La \u201crete di teorie\u201d di cui parlava Boscolo non richiede l\u2019annullamento di qualcuna di esse in favore di altre.<\/p>\n<p class=\"p3\">Sempre in quel libro, Boscolo e Bertrando introducono una concetto che, sulle prime, pu\u00f2 provocare un certo smarrimento. A me lo provoc\u00f2: si trattava pur sempre del terapeuta che aveva, con altri, condotto il movimento sistemico attraverso alcuni decisivi salti di paradigma! Che, col gruppo di <em>Paradosso e controparadosso<\/em>, aveva promosso una presa di distanza dal modello analitico, come Watzlawick e gli altri di Palo Alto stavano facendo negli Stati Uniti. E che ora, invece, suggeriva una prospettiva <i>epigenetica<\/i> in cui invece di negare o mettere da parte quel che \u00e8 venuto prima, un buon modo di procedere \u00e8 quello di vedere le idee come stratificate, con le nuove che si appoggiano sulle precedenti; proponeva, in fin dei conti, di sacrificare un po\u2019 della chiarezza delle posizioni a quanto di buono accumulato nel corso del tempo.<\/p>\n<p class=\"p3\">Una rete di teorie che mi permetta di vedere <i>pi\u00f9 cose<\/i> \u00e8 certamente coerente con l\u2019imperativo etico di von Foerster, per il quale l\u2019etica \u00e8 strettamente connessa a una scelta epistemologica (\u201cAgir\u00f2 sempre in modo da accrescere il numero totale delle possibilit\u00e0 di scelta\u201d: si veda Bertrando e Bianciardi, 2006).<\/p>\n<p class=\"p3\">Questa posizione mi rende ad esempio possibile scegliere in un particolare momento del processo in cui ne abbia bisogno \u2014 magari per sciogliere una <i>impasse<\/i> \u2014 una prospettiva altra, che magari mi \u00e8 stata utile in passato, per poi tornare nella mia teoria preferita. \u00c8 questo movimento di entrare e uscire da una teoria, che differenzia questo approccio epigenetico da una banale mescolanza eclettica di modelli. Se conosco le differenze fra le diverse prospettive da cui mi pongo, so anche quando assumerne una e perch\u00e9, e fino a quando. E se le prospettive fra cui scelgo di volta in volta sono quelle che ho conosciuto, o mi sono state utili, o mi hanno emozionato in passato, allora forse sar\u00e0 pur eccessivo dire che il mio modello coincide con la mia storia, ma certo la mia biografia non \u00e8 semplicemente la lavagna sulla quale scrivo la mia teoria \u2014 e della cui pulizia devo preoccuparmi, affinch\u00e9 la teoria e l\u2019azione siano scritte pi\u00f9 chiaro possibile. Essa \u00e8 un testo che con la mia teoria si intreccia in un ipertesto in continua evoluzione (Giuliani, in Giuliani e Nascimbene, 2009).<\/p>\n<p class=\"p1\">A proposito, allora, di quei due pensieri (anzi, tre)<\/p>\n<p class=\"p3\">Dunque in una visione epigenetica del s\u00e9 professionale, nessuna fotografia pu\u00f2 render conto della complessa rete di punti di vista e modi di essere che costituisce l\u2019osservatore.<\/p>\n<p class=\"p3\">Certamente, il ritratto mentale che mi ero fatto dell\u2019autore che sarebbe diventato il mio maestro era influenzato dal fatto che nella stesura di quei libri il contributo del coautore Paolo Bertrando, in termini di sistematizzazione del pensiero, aveva un peso importante; e probabilmente c\u2019entravano anche le mie precedenti esperienze di incontro con clinici e autori vari. Ma il rigore etico e teorico che emerge dalla letteratura che porta il suo nome non definivano, da soli, l\u2019uomo che si poteva incontrare in carne e ossa al Centro Milanese. Altrettanto lo definivano la giovialit\u00e0 e il modo \u2014 pi\u00f9 conviviale che serioso \u2014 che aveva di condividere il proprio sapere e la propria esperienza; lo connotavano il naturale istinto di narratore altrettanto che la lucidit\u00e0 del teorico. E lo spessore dell\u2019esperienza di lavorare con lui nasceva \u2014 esattamente come la visione tridimensionale \u00e8 il prodotto della visione binoculare \u2014 proprio nello spazio tra queste differenti dimensioni della sua personalit\u00e0 e della sua storia.<\/p>\n<p class=\"p3\">Spesso nell\u2019evoluzione dei modelli teorici, dietro lo schermo del \u201cpurismo\u201d, che obbliga a prendere sdegnosamente le distanze dalle idee precedenti, queste ultime sopravvivono come una sorta di \u201cnon detto\u201d: qualche volta esso \u00e8 noto ai teorici, che si limitano a non sottolinearle troppo; altre volte forse resta oscuro persino ad essi, che s\u2019illudono di essersi liberati di una eredit\u00e0 del passato: e invece spesso quel \u201cnon detto\u201d contiene la parte che rende pi\u00f9 efficaci le terapie (si veda Boscolo e Bertrando, 2002, oltre al gi\u00e0 citato 1996). Ma, ancora, il \u201cnon detto\u201d \u00e8 anche quel che ci appartiene come individui che fanno parte di una storia, di un gruppo, di una cultura (Schinco, 2002), e che compone il nostro modo di essere terapeuti non meno che le teorie che dichiariamo. \u00c8 tutto ci\u00f2 che di implicito stava nel suo modo di raccontare storie: implicito per lui, e misterioso per me che lo leggevo e ne disegnavo un ritratto mentale. Mistero che quella sera in parte si disvel\u00f2 nel suo accento veneto macchiato qua e l\u00e0 di simpatici anglicismi inconsapevoli, nella sua fisicit\u00e0 affabile e nel suo modo di gesticolare.<\/p>\n<p class=\"p3\">Osservandolo negli anni che seguirono cercai la risposta alla seconda questione sorta da quel primo incontro: in che modo si componevano in lui i diversi \u201cstrati\u201d della sua storia epigenetica di terapeuta? Si manifestavano, mi parve di poter rispondere a un certo punto, in due modi soprattutto: uno nei contenuti, l\u2019altro \u2014 diciamo \u2014 nel modo di pensare.<\/p>\n<p class=\"p3\">Ad esempio, termini e categorie che risalivano alla sua attivit\u00e0 di psicoanalista emergevano all\u2019improvviso nelle sue riflessioni sulle famiglie che vedevamo in terapia. Ci fu un periodo, mentre lo affiancavo come assistente nella mia formazione alla didattica, che mi apparve molto interessato all\u2019uso della categoria del narcisismo. Ma non in funzione di una connotazione diagnostica del paziente al di l\u00e0 dello specchio della stanza di terapia: piuttosto, per descrivere il rapporto peculiare che quella persona aveva col sipario dello specchio unidirezionale e con chi lo guardava, invisibile, al di qua di quello specchio. Era dunque una metafora per parlare di relazioni e del palcoscenico della vita, senza dimenticare mai che lui come osservatore, e noi che da un\u2019altra prospettiva osservavamo l\u2019osservatore nell\u2019atto di osservare, interagivamo \u2014 dal palco o dalla platea \u2014 nella creazione di quel che osservavamo e che definivamo con una punta di scetticismo \u201crealt\u00e0\u201d.<\/p>\n<p class=\"p3\">\u00c8 cos\u00ec che ci insegnava che il modo di pensare di un clinico disponibile ad accogliere dentro di s\u00e9 tutte le voci, anche dissonanti, che vengono dalla sua storia, \u00e8 un modo di pensare creativo e rigoroso insieme. Creativo nel muoversi nel setting<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>e nel linguaggio clinco, rigoroso nella riflessone sulla propria storia e sul proprio modo di guardare.<\/p>\n<p class=\"p3\">Dunque, conoscere un pensiero pi\u00f9 \u201ctradizionale\u201d per poi costruire sopra qualcosa di nuovo, non \u00e8 una operazione di addizione (un sapere pi\u00f9 un altro sapere fa due saperi) n\u00e9 di sottrazione (se acquisisco un nuovo sapere, cancello quello precedente), ma di moltiplicazione e di elevazione a potenza. Perch\u00e9 ti aiuta a pensare non pi\u00f9 per \u201ccose\u201d e \u201cfatti\u201d, ma per differenze e differenze tra differenze: e la realt\u00e0 non \u00e8 in uno dei punti di vista che adotti ma nel tuo movimento continuo fra l\u2019uno, l\u2019altro e l\u2019altro ancora di quelli.<\/p>\n<p class=\"p3\">Chi ci esortava a studiare la diagnosi per dare al nostro pensiero una base pi\u00f9 solida, perdeva di vista che se di basi ne hai pi\u00f9 d\u2019una, saranno anche solide \u2014 ma diventano soprattutto <i>provvisorie<\/i>. E a quelli che raccomandavano una \u201cintegrazione\u201d \u2014 parola ambigua che ritroviamo anche in altri contesti della nostra vita: e quasi mai indica una scoperta reciproca, ma piuttosto una forma di adattamento coatto e unidirezionale \u2014 fra modelli per avere una visione del mondo pi\u00f9 \u201cveritiera\u201d, sfuggiva che quell\u2019integrazione \u00e8 un\u2019esperienza personale, autobiografica: che dunque non si pu\u00f2 insegnare, perch\u00e9 diversa per ciascuno, ma semmai soltanto incoraggiare.<\/p>\n<p class=\"p3\">In tutto questo, quello che si capisce \u00e8 che considerare la propria storia, e dunque se stessi, come la \u201clente\u201d attraverso la quale vedere le cose, ha a che fare con l responsabilit\u00e0. Quella responsabilit\u00e0 che ti porta a dire \u201cquesto \u00e8 quello che vedo <i>io<\/i>\u201d e che ti insinua il sospetto che forse ben poco si possa affermare se non in prima persona. Che \u00e8 forse una delle ragioni per cui questo contributo mi \u00e8 venuto come mi \u00e8 venuto, e per cui, quando ho cominciato a domandarmi come ricordare Luigi Boscolo per chi non lo ha conosciuto, mi sono accorto che pi\u00f9 me lo domandavo e pi\u00f9 mi veniva in mente una storia.<\/p>\n<h3 class=\"p1\"><b>Bibliografia<\/b><\/h3>\n<ul>\n<li class=\"p1\">Bateson G. (1984), <i>Mente e Natura. Un&#8217;unit\u00e0 necessaria<\/i>. Milano, Adelphi.<\/li>\n<li class=\"p1\">Bateson M. C. (1989), <i>Metalogo. Perch\u00e9 racconti delle storie? <\/i>In Bateson G. e Bateson M. C., <i>Dove gli angeli esitano. <\/i>Milano, Adelphi.<\/li>\n<li class=\"p1\">Bertrando P., Toffanetti D. (2000), <i>Storia della terapia familiare. Le persone, le idee. <\/i>Milano, Raffaello Cortina.<\/li>\n<li class=\"p1\">Bertrando P., Bianciardi M. (2006), Possibilit\u00e0 e responsabilit\u00e0. L\u2019etica di Heinz von Foerster, il postmoderno e la pratica clinica. In Barbetta P., Toffanetti D. (a cura di), <i>Divenire umano. Von Foerster e l\u2019analisi del discorso clinico<\/i>. Roma, Meltemi, pp. 73-99.<\/li>\n<li class=\"p1\">Bocchi G., Ceruti M. (a cura di) (1985), <i>La sfida della complessit\u00e0<\/i>. Milano, Feltrinelli.<\/li>\n<li class=\"p1\">Boscolo L., Bertrando P. (1993), <i>I tempi del tempo<\/i>. Torino, Bollati Boringhieri.<\/li>\n<li class=\"p1\">Boscolo L., Bertrando P. (1996), <i>Terapia sistemica individuale<\/i>. Milano, Raffaello Cortina.<\/li>\n<li class=\"p1\">Boscolo L., Bertrando P. (2002), <i>La scatola vuota. Usi della teoria sistemica<\/i>. Connessioni, 11, pp. 37-52.<\/li>\n<li class=\"p1\">Boscolo L., Cecchin G. F. (1992), S<i>toria del Milan Approach<\/i> (a cura di Giuliani M.). Youtube, <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=NQT7L5S6cqI\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><span class=\"s1\">https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=NQT7L5S6cqI<\/span><\/a> (consultato il 2 agosto 2015).<\/li>\n<li class=\"p1\">Giuliani M. (2014), <i>Il bambino sistemico e l\u2019acqua sporca<\/i>. Riflessioni sistemiche, n. 11. <a href=\"https:\/\/www.aiems.eu\/pubblicazioni\/rs_collezione\/rs11\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><span class=\"s1\">http:\/\/www.aiems.eu\/archivio\/11_numero.html<\/span><\/a> (consultato il 29 agosto 2015).<\/li>\n<li class=\"p1\">Giuliani M., Nascimbene F. (2009), <i>La terapia come ipertesto<\/i>. Torino, Antigone.<\/li>\n<li class=\"p1\">Selvini Palazzoli M., Boscolo L., Cecchin G.F., Prata, G. (1975), <i>Paradosso e Controparadosso<\/i>. Milano, Feltrinelli. Nuova ed. 2003. Milano. Raffaello Cortina.<\/li>\n<li class=\"p1\">Selvini Palazzoli M., Boscolo L., Cecchin G.F., Prata, G. (1980), <i>Ipotizzazione, circolarit\u00e0, neutralit\u00e0<\/i>, Terapia Familiare, 7, 1980.<\/li>\n<li class=\"p1\">Pearce B. W. (1998), <i>Comunicazione e condizione umana<\/i>. Milano, Franco Angeli.<\/li>\n<li class=\"p1\">Schinco M. (2002), <i>O divina bellezza, o meraviglia. Uno psicoterapeuta ascolta Turandot. <\/i>Milano, Carab\u00e0.<\/li>\n<li class=\"p1\">Semboloni P. G. (s. d.), <i>Intervista con il Dott. Luigi Boscolo e il Dott. Gian Franco Cecchin, Codirettori del Centro Milanese di Terapia della Famiglia<\/i>. Psychiatry on line Italia, <a href=\"http:\/\/www.psychiatryonline.it\/node\/2219\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">http:\/\/www.psychiatryonline.it\/node\/2219<\/a> (consultato il 29 luglio 2015).<\/li>\n<li class=\"p1\">Watzlawick P., Beavin J. H., Jackson D. D. (1967). <i>Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi<\/i>. Roma, Astrolabio.<\/li>\n<\/ul>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In occasione del decennale della morte di Luigi Boscolo recupero un mio articolo pubblicato sul sito &#8220;Il seme e l&#8217;albero&#8221; della Fondazione Istituto Andrea Devoto&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":5806,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_awef_post_faq_schema":[],"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[360,11],"tags":[179,190,191],"class_list":["post-5804","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-disseminazioni","category-psicologia-e-psicoterapia","tag-centro-milanese-di-terapia-della-famiglia","tag-luigi-boscolo","tag-terapia-sistemica"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v25.6 - 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