{"id":5456,"date":"2024-08-19T16:09:27","date_gmt":"2024-08-19T15:09:27","guid":{"rendered":"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/?p=5456"},"modified":"2025-04-14T15:15:59","modified_gmt":"2025-04-14T14:15:59","slug":"lo-psicoterapeuta-online-fra-riservatezza-e-autosvelamento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2024\/08\/19\/lo-psicoterapeuta-online-fra-riservatezza-e-autosvelamento\/","title":{"rendered":"Lo psicoterapeuta online fra riservatezza e autosvelamento"},"content":{"rendered":"<div class=\"pdfprnt-buttons pdfprnt-buttons-post pdfprnt-top-right\"><a href=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5456?print=pdf\" class=\"pdfprnt-button pdfprnt-button-pdf\" target=\"_blank\"><img data-recalc-dims=\"1\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/plugins\/pdf-print\/images\/pdf.png?w=960&#038;ssl=1\" alt=\"image_pdf\" title=\"Visualizza PDF\" \/><span class=\"pdfprnt-button-title pdfprnt-button-pdf-title\">PDF<\/span><\/a><\/div><p>Mi fa molto piacere che <strong>Costanza Jesurum<\/strong>\u00a0sul suo blog\u00a0faccia il punto su una questione alla quale si dedica\u00a0da anni e sulla quale ci voleva che qualcuno\u00a0cominciasse a mettere insieme qualche pensiero.<br \/>\nLa questione riguarda quelli che fanno il suo e il mio mestiere, ed \u00e8 il modo in cui lo psicologo \u2013 lo psicoterapeuta in modo pi\u00f9 determinante, e lo psicoanalista, qual \u00e8 Costanza, in modo ancora pi\u00f9 peculiare \u2013 si trova a regolare i confini fra vita professionale e vita privata ora che tutti, con internet e i social network, siamo un po\u2019 pi\u00f9 pubblici.<span id=\"more-329\"><\/span><br \/>\nLa questione pone certamente degli interrogativi nuovi a tutti i colleghi che hanno un profilo Facebook, ma \u00e8 un banco di prova per chi, oltre a ricorrere ai mezzi di comunicazione per tenersi in contatto col prossimo, intenda non sacrificare una necessit\u00e0 espressiva che lo porta a coltivare la scrittura come \u2013 usando le parole di Costanza \u2013 \u201cmodalit\u00e0 di digestione dell\u2019esperienza\u201d e, aggiungo, di cura per le cose che lo nutrono personalmente e professionalmente. Ecco, il punto sta proprio nell\u2019accostamento di questi avverbi, perch\u00e9 \u2013 e questo spiega la portata per niente banale del problema \u2013 al\u00a0terapeuta\u00a0da sempre \u00e8 raccomandato\u00a0di segnare con la matita grossa i confini fra il privato e il mondo nel quale si incontrano pazienti. L\u2019<em>anonimato<\/em>\u00a0dell\u2019analista \u00e8 un\u00a0modo di proteggere la relazione clinica mantenendo la riservatezza sul\u00a0clinico, in modo che le fantasie del paziente sulla sua vita restassero n\u00e9 confermate n\u00e9 smentite, continuando cos\u00ec ad essere oggetto di transfert e proiezioni.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/freud_profilo.png?ssl=1\"><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" data-attachment-id=\"5457\" data-permalink=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2024\/08\/19\/lo-psicoterapeuta-online-fra-riservatezza-e-autosvelamento\/freud_profilo\/\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/freud_profilo.png?fit=853%2C358&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"853,358\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"freud_profilo\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/freud_profilo.png?fit=300%2C126&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/freud_profilo.png?fit=853%2C358&amp;ssl=1\" class=\"aligncenter size-full wp-image-5457\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/freud_profilo.png?resize=853%2C358&#038;ssl=1\" alt=\"\" width=\"853\" height=\"358\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/freud_profilo.png?w=853&amp;ssl=1 853w, https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/freud_profilo.png?resize=300%2C126&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/freud_profilo.png?resize=768%2C322&amp;ssl=1 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 853px) 100vw, 853px\" \/><\/a>\u00c8 propria della psicoanalisi appunto, questa preoccupazione, anche se capita che problemi posti dagli psicoanalisti si rivelino pertinenti anche per altre categorie di terapeuti. Nella mia comunit\u00e0 scientifica, che \u00e8 quella <a href=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2013\/08\/17\/milan-approach-la-via-italiana-alla-terapia-sistemica\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">sistemica<\/a>, ad esempio, non si \u00e8 mai arrivati a teorizzare una forma di\u00a0<em>anonimato<\/em>\u00a0del terapeuta, ma condividiamo molte buone ragioni per regolare con prudenza il traffico delle informazioni fra un dominio e l\u2019altro. Innanzitutto perch\u00e9 spesso lavoriamo con pi\u00f9 di una persona per volta: con famiglie o con coppie. E curare quel che nella stanza di terapia si sa di noi \u00e8 utile a proteggere quella forma di \u201cneutralit\u00e0\u201d (chi ha pratica con questo linguaggio capir\u00e0 perch\u00e9 uso le virgolette, gli altri lo capiranno fra un po\u2019) e di equidistanza per la quale non condividiamo con uno dei presenti pi\u00f9 di quanto condivideremmo con gli altri. Ma non \u00e8 solo questo. Anche nella relazione uno a uno, sebbene fantasie e proiezioni nel nostro modo di lavorare non abbiano la stessa centralit\u00e0 che per lo psicoanalista, molti professionisti sanno che \u00e8 sempre meglio che contenuti che possano sollecitare emozioni e sentimenti dei pazienti restino interni alla relazione\u00a0terapeutica.<br \/>\n\u201cMolti professionisti\u201d, dicevo, non tutti: e infatti, nella sistemica\u00a0come in altri ambiti teorici qualcuno teorizza l\u2019uso dell\u2019autosvelamento (<em>self-disclosure<\/em>\u00a0in letteratura) come vero e proprio strumento della relazione clinica, e lo raccomanda come essenziale. Mi \u00e8 capitato di confrontarmi con professionisti che affermavano che l\u2019autosvelamento del terapeuta sia addirittura una necessit\u00e0 etica di \u201cautenticit\u00e0\u201d nella relazione col paziente. Come si vede, il dibattito sulla questione \u00e8 gravato di robuste dosi di dogmatismo: lo svelamento di s\u00e9 \u00e8 da evitare assolutamente o \u00e8 da praticare con generosit\u00e0, tanto da identificarsi con la vera sostanza\u00a0di una relazione clinica vista non tanto come pratica sorretta da\u00a0un sapere teorico e tecnico, quanto come relazione umana il pi\u00f9 possibile sgombra da sovrastrutture.<br \/>\nFra questi due \u201cpoli\u201d dogmatici, ci sono autori e clinici che\u00a0raccomandano\u00a0lo svelamento occasionale di elementi di s\u00e9 e della propria biografia come una strategia utile a favorire riflessione e a\u00a0facilitare un avvicinamento emotivo fra terapeuta e paziente.<br \/>\nNon sono stato accuratissimo, ma mi interessa dare una misura dell\u2019enormit\u00e0 della questione. Soprattutto, mi interessa mostrare come gli argomenti dogmatici o strategici finora utilizzati per affrontare la questione diventino poco utili: non si tratta di misurare il grado di apertura che si intende dare alla relazione; si tratta di gestire consapevolmente un certo grado di trasparenza che ormai \u2013 da quando i clinici abitano anche\u00a0<em>online<\/em>\u00a0e sui social network \u2013 \u00a0caratterizza le nostre vite anche di terapeuti, a meno di non voler compiere improbabili scelte ascetiche o praticare l\u2019occultamento volontario.<\/p>\n<p>Costanza Jesurum, negli anni, ha affrontato la questione dapprima celandosi dietro allo pseudonimo con cui ha gestito il suo vecchio blog, e poi decidendo di uscire allo scoperto con\u00a0un nuovo blog\u00a0che porta il suo nome, inagurato pi\u00f9 o meno contemporaneamente al suo\u00a0profilo Facebook.<br \/>\nSebbene col nuovo corso abbia di molto ridimensionato i post autobiografici e personali, la costellazione delle sue identit\u00e0 virtuali indubbiamente svela di lei pi\u00f9 di quanto un tempo fosse accettabile. A questo si aggiunge l\u2019uso di\u00a0un suo peculiare linguaggio che mescola, come dice lei stessa, \u201calto e basso, romanesco e forbito, gioco letterario e gioco intellettuale\u201d, e che manco da lontano assomiglia al gergo nobile e quasi privato con cui si usa parlare di certe cose. Non vorrei usare l\u2019espressione \u201csperimenta linguaggi\u201d, perch\u00e9 spesso non si capisce cosa voglia dire, ma nel caso di Costanza avrebbe senso. Alternando un italiano, se non elegante almeno pregevole, a quel linguaggio divulga contenuti psicologici di un certo peso specifico e, ugualmente, racconta se stessa o dice la sua sull\u2019attualit\u00e0 politica.<\/p>\n<p>Vi invito a leggere\u00a0<a href=\"https:\/\/beizauberei.wordpress.com\/2016\/08\/02\/lo-psicologo-analista-che-abita-la-rete\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">il suo post<\/a>, perch\u00e9 Costanza racconta bene i modi in cui, nel tempo, ha appreso ad abitare molteplici territori e a giocare\u00a0con i loro\u00a0confini. E quel che racconta \u00e8, di fatto, come lo stare\u00a0<em>online<\/em>\u00a0ha contribuito a costruire la sua identit\u00e0 professionale e il modo in cui \u00e8 percepita come professionista. Questo mi pare un passaggio importante, che segna secondo me un salto di consapevolezza dove ancora molta parte della categoria\u00a0si pone il problema del modo pi\u00f9 \u201cdecoroso\u201d di stare in rete per promuovere il proprio lavoro \u2013 o danneggiandolo il meno possibile. Ma niente di quello che accade dentro questo schermo accade unilateralmente, e anzi\u00a0\u00e8 piuttosto una negoziazione costante\u00a0dell\u2019identit\u00e0. Quello che succede online non \u00e8 che tu mostri a pi\u00f9 gente possibile una cosa che esiste: ne crei una che non c\u2019era ancora. Se non si capisce questo, anche il professionista della psiche e della relazione continua a pensare a internet come a una versione espansa delle Pagine Gialle (e infatti ho l\u2019impressione\u00a0che questo equivoco sia ancora piuttosto diffuso). Non so se Costanza sarebbe d\u2019accordo con questa affermazione, ma io non penso che abbia \u201cusato\u201d internet per far conoscere il proprio peculiare modo di essere psicologa e terapeuta: penso che anzi quel modo lo abbia costruito nella relazione\u00a0col mezzo che usa e con lo sguardo di chi la segue.<\/p>\n<p>Parlando da qualche parte del libro\u00a0che ha pubblicato l\u2019anno scorso dicevo che la sua chiave per la divulgazione non \u00e8 quella di semplificare la materia che racconta, ma\u00a0\u00e8 una specie di pensiero ad alta voce. Quando si pensa ad alta voce probabilmente si usa un linguaggio meno forbito\u00a0di quello che si usa fra esperti: ma dopodich\u00e9, scegliere di condividere con qualcuno\u00a0il proprio pensiero ad alta voce significa contare sul fatto che quel qualcuno sia abbastanza intelligente da comprenderlo, sebbene non sia del mestiere. \u00c8 questo atto di fiducia, secondo me, quello che fa s\u00ec che le persone stiano al gioco e\u00a0accettino di entrare in un mondo che non conoscono: non il mettere a loro disposizione\u00a0una mappa banalizzata di quel mondo.<\/p>\n<p>Ecco, questo scrivere \u201cpensando ad alta voce\u201d \u00e8 anche un\u2019abilit\u00e0\u00a0che abbiamo imparato qua, nei blog e nei social network. Mi ricordo di un collega che un pomeriggio lasci\u00f2\u00a0sulla propria bacheca Facebook, a caldo, uno status irritato in cui diceva di essere stato lasciato ad aspettare da un paziente con cui aveva un appuntamento: non si era presentato alla seduta n\u00e9 aveva avvisato per tempo. Alla discussione pubblica su questo evento increscioso (il collega aveva preso un impegno col paziente e dunque aveva rinunciato ad\u00a0altri, e ora si ritrovava con un buco nell\u2019agenda: che si fa in questi casi? Si chiede di pagare ugualmente la seduta? Ma questa condizione era prevista nei patti? E che vuol dire dal punto di vista della relazione clinica quando\u00a0il paziente ti lascia l\u00ec ad aspettarlo?) parteciparono dapprima colleghi di orientamenti vari, poi la conversazione si allarg\u00f2. Un piccolo pubblico di non-psicologi (fra cui,\u00a0suppongo, anche clienti di psicoterapeuti!) disse la propria accanto ai pareri esperti, e il prodotto credo fu molto arricchente per gli uni e gli altri. Certo, quella conversazione violava un tab\u00f9 antico: i terapeuti (gli analisti, poi!) parlino delle loro cose in privato, e certamente mai come uno sfogo a caldo, con le balle che gli girano per un pomeriggio andato in vacca (fare le cose per sfogarsi, senza averci pensato almeno una mezz\u2019oretta, si chiama \u201cagito\u201d, ed \u00e8 ritenuto sommamente sconveniente). Ma che piaccia o no, il modo in cui funzionano oggi le nostre comunicazioni ci chiede di decidere cosa fare di quei tab\u00f9. Difenderli a tutti i costi o provare a capire cosa ci guadagniamo dal decostruirli? Probabilmente qualunque scelta \u00e8 lecita: meno utile \u00e8 lasciarsi \u201cagire\u201d da queste nuove possibilit\u00e0 senza avere un pensiero in merito.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/svelare.jpg?ssl=1\"><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" data-attachment-id=\"5460\" data-permalink=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2024\/08\/19\/lo-psicoterapeuta-online-fra-riservatezza-e-autosvelamento\/svelare\/\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/svelare.jpg?fit=518%2C480&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"518,480\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"svelare\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/svelare.jpg?fit=300%2C278&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/svelare.jpg?fit=518%2C480&amp;ssl=1\" class=\"alignleft wp-image-5460\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/svelare.jpg?resize=500%2C463&#038;ssl=1\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"463\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/svelare.jpg?w=518&amp;ssl=1 518w, https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/svelare.jpg?resize=300%2C278&amp;ssl=1 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Conservare un posto all\u2019ombra, gi\u00e0 da un po\u2019 di tempo a questa parte, era davvero complicato, e forse nemmeno cos\u00ec desiderabile. Molti di noi si sono avvicinati a questa professione spinti magari non dal solo desiderio di essere utili al prossimo, ma perch\u00e9 la psicologia e la cura fanno parte di un universo che sempre pi\u00f9 si interseca con altri universi. Ci sono miei\u00a0colleghi che sono\u00a0terapeuti e scrittori \u2013 e non \u00e8 necessario spiegare come questi mondi si alimentino a vicenda. Scrivono romanzi in cui, probabilmente, aprono anche spiragli sulla propria biografia, e affrontano la critica, vengono recensiti e di loro si parla in contesti extraclinici. Altri magari sono\u00a0terapeuti e musicisti: chi ne\u00a0conosce qualcuno sa che davvero non \u00e8 possibile capire quale dei due punti sia la partenza e quale l\u2019approdo. Suonano in pubblico e affrontano anch\u2019essi il rischio del giudizio.<\/p>\n<p>Ecco, per dire l\u2019entit\u00e0 della questione anche senza internet. A un certo punto, poi, arriva pure quello. E io, che ero cresciuto fra i libri di psicologia ma anche dentro quella straordinaria e libera esperienza di comunicazione che erano le radio private, colsi che\u00a0l\u00ec c\u2019era qualcosa che mi riguardava.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 dal 1999 feci il primo sito del mio studio, componevo pagine con quel poco di html che avevo imparato scaricando le pagine degli altri e guardandoci dentro. Non era particolarmente vivace, anche perch\u00e9 allora bisognava presentare i testi all\u2019Ordine professionale, che doveva valutarli ed eventualmente approvarli, proprio come una pubblicit\u00e0 qualsiasi. Non era ancora evidente a tutti che la rete era un\u2019altra cosa, aveva altri tempi e non era un oggetto statico e definitivo come un cartellone pubblicitario.<br \/>\nCol tempo le regole cambiarono. Io imparai a usare WordPress e i blog. Qualche anno dopo avevo un bel sito \u201cdi lavoro\u201d e a un certo punto superai la timidezza\u00a0e mi presi un dominio col mio nome. Il sito conteneva tutte le informazioni utili sul mio lavoro e la mia storia. Dentro, ma distinto, c\u2019era un blog dove\u00a0pubblicavo articoli troppo brevi, o troppo incompleti, o troppo colloquiali, per aspirare a diventare contributi per riviste o capitoli di libri, ma che l\u00ec, in quella cornice impegnata\u00a0ma informale, stavano bene. Avevo ripubblicato anche vecchi articoli di musica e tutto quello che faceva parte della mia vita, diciamo, intellettuale.<br \/>\nNel 2009 ci fu un evento che cambi\u00f2 per sempre il mio rapporto con la rete e mi\u00a0port\u00f2 a ragionare sul modo in cui le mie identit\u00e0 online interagivano fra di loro.<\/p>\n<p>L\u2019evento fu il terremoto dell\u2019Aquila \u2013 che \u00e8 la citt\u00e0 nella quale sono nato \u2013 e fu abbastanza naturale cominciare a pubblicare su quel blog i resoconti dei miei continui viaggi nella zona colpita: in fondo, sebbene si trattasse di diari intimi raccontati in prima persona, l\u2019oggetto erano le relazioni, la convivenza, il trauma.<br \/>\nErano diari, ma presto assunsero un altro valore. L\u2019informazione dei telegiornali e dei quotidiani\u00a0dalle zone terremotate era\u00a0una propaganda spietata\u00a0e mendace, e il raccontare in prima persona di chi andava o di chi c\u2019era assumeva giorno dopo giorno un valore\u00a0<em>politico<\/em>. Raccontare significava anche demistificare bugie e prendere posizione sull\u2019operato del governo di allora. Assunsi pienamente e attivamente quella prospettiva, ma questo mi poneva un problema, che mi faceva stare male ma di cui non mi accorsi subito, anche se qualcuno cercava di segnalarmelo: come fare ad evitare di avvalorare le mie prese di posizione con la cornice di\u00a0<em>autorevolezza professionale<\/em>\u00a0\u2013 data dal sito \u201cdi lavoro\u201d \u2013 dentro la quale stavano?<br \/>\nPoi, in luglio, pubblicai su Ibridamenti (fu un\u2019idea che era nata in una conversazione con Maddalena Mapelli) una storia \u201calternativa\u201d del terremoto ricostruita attraverso gli status di Facebook (era il\u00a0<em>vecchio<\/em>\u00a0Ibridamenti: il pezzo in questione sta adesso\u00a0<a href=\"https:\/\/web.archive.org\/web\/20200925001829\/https:\/\/massimogiuliani.wordpress.com\/2009\/07\/01\/out-facebook-laquila-il-terremoto-raccontato-dagli-status-1\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">sul mio blog<\/a>). Era sconvolgente, raccontava una storia del tutto diversa da quella della televisione. Il racconto di testimoni \u201cda dentro\u201d, che cominciava tre mesi prima della notte fatale, rendeva risibile tutta la pubblicistica sul tema \u201csi poteva prevedere?\u201d che riempiva i giornali in quei mesi. Il post usc\u00ec un\u00a0pomeriggio, e la mattina dopo mi chiamarono da Rainews per andare a parlarne quella sera stessa in diretta al TG. Fui presentato e intervistato come psicologo e raccontai di quel bell\u2019esperimento e dell\u2019importanza della rete in una vicenda come quella. All\u2019uscita dagli studi RAI di Corso Sempione riaccesi il cellulare e ricevetti una valanga di messaggini che mi incoraggiavano ad andare avanti e a dire le cose come stavano.<br \/>\nSi stavano sovrapponendo pi\u00f9 piani, e questo cominciava a confondermi.<br \/>\nCome psicologo, uno guarda il mondo e le relazioni altrui cercando di mantenere quella distanza necessaria a\u00a0comprendere le ragioni degli uni e degli\u00a0altri, e di descrivere e comprendere processi senza prendere posizione. Ma poi, lo psicologo ha anche delle conoscenze: \u00e8 esperto di relazioni, ha delle idee su quello che fa bene e quello che fa male. Queste conoscenze gli permettono anche\u00a0di distinguere vittime e carnefici e di prendere, se possibile, parte per le prima: ma \u00e8 giusto che questa postura e quella che dicevo un attimo fa siano distinte, e che non siano equivolcabili. Richiedono davvero di porsi in posizioni\u00a0molto diverse. La prima\u00a0\u00e8 pi\u00f9, diciamo cos\u00ec, \u201cin alto\u201d; la seconda\u00a0pi\u00f9 \u201cdentro\u201d.<br \/>\nMa poi c\u2019era un altro livello ancora. Il coinvolgimento che avevo con le vicende di cui avevo scritto era anche, davvero, profondamente personale e autobiografico. La citt\u00e0 terremotata era la citt\u00e0 in cui ero nato e avevo passato pi\u00f9 di un quarto di secolo e che sentivo volgarmente maltrattata.<\/p>\n<p>Cos\u00ec dopo un po\u2019 decisi di dividere in due\u00a0il mio blog: quello interno al sito avrebbe continuato a ospitare articoli che riguardavano il mio lavoro, mentre in un altro\u00a0trasferii parte dei post e continuai a pubblicare contenuti, diciamo, meno professionalmente connotati. Anche ricominciando a scrivere di musica, che era la mia passione pi\u00f9 antica, e di cose che mi riguardavano. E, certamente, continuando \u2013 fino a che ho avuto qualcosa da dire \u2013 a parlare dell\u2019Aquila e della violenza mediatica a cui la vedevo\u00a0sottoposta.<br \/>\nEcco, con l\u2019esperienza\u00a0online abbiamo sperimentato con ancora maggiore\u00a0evidenza come ciascuno di noi sia una comunit\u00e0 di \u201cs\u00e9\u201d complementari ma diversi, e per me la questione del disvelamento inevitabile\u00a0di parti del privato del clinico si traduce soprattutto nella necessit\u00e0\u00a0di mantenere la\u00a0chiarezza delle\u00a0cornici. Chiarire cornici\u00a0significa anche aver presente \u2013 e fare in modo che sia chiaro agli altri \u2013\u00a0<em>chi<\/em>\u00a0sta parlando in quel momento, e da quale collocazione.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/molteplicita-2-e1740064294174.jpg?ssl=1\"><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" data-attachment-id=\"5462\" data-permalink=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2024\/08\/19\/lo-psicoterapeuta-online-fra-riservatezza-e-autosvelamento\/molteplicita-2\/\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/molteplicita-2-e1740064294174.jpg?fit=600%2C368&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"600,368\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"molteplicita-2\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/molteplicita-2-e1740064294174.jpg?fit=300%2C184&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/molteplicita-2-e1740064294174.jpg?fit=600%2C368&amp;ssl=1\" class=\"alignleft size-full wp-image-5462\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/02\/molteplicita-2-e1740064294174.jpg?resize=600%2C368&#038;ssl=1\" alt=\"\" width=\"600\" height=\"368\" \/><\/a><\/p>\n<p>Un fatto inevitabile \u00e8 che la tua biografia ti insegue dovunque tu vada, e non resta ad aspettarti fuori dalla stanza di terapia. La mia data e il luogo di nascita stanno nascosti anche nel mio codice fiscale, e credo siano pubblicati in chiaro anche nel sito dell\u2019Ordine professionale. Che io sono nato a L\u2019Aquila, poi, \u00e8 un\u2019informazione che sta nei miei curriculum e dunque nel mio sito. Metteteci anche il fatto altrettanto ineludibile che io ho un accento differente da quello delle citt\u00e0 in cui lavoro, e sarebbe assurdo mantenere il mistero con tutti quelli che lo notano e mi domandano gentilmente da dove venga.<br \/>\nCos\u00ec, nell\u2019anno del terremoto \u00e8 capitato pi\u00f9 di una volta\u00a0che le persone che venivano in studio mi chiedessero notizie della mia citt\u00e0. Un giorno, appena arrivata in seduta, una coppia che attraversava un momento davvero complicato mi chiese con sincera partecipazione della salute dell\u2019Aquila. \u00c8\u00a0chiaro che il terapeuta non sta l\u00ec per dividere coi\u00a0clienti il peso delle cose che lo angustiano; e per\u00f2 nemmeno sarebbe stato utile chiudere la questione ricordando che avevamo ben altre cose di cui parlare. Sentivo quell\u2019interesse nei miei confronti come\u00a0una specie di ringraziamento per\u00a0quello che stavamo facendo insieme da diversi mesi. Comunicai\u00a0loro questo pensiero, risposi con molta gratitudine e\u00a0restammo per un po\u2019 sull\u2019argomento del loro interesse nei confronti della tragedia e del mio coinvolgimento in essa. E il terremoto\u00a0divent\u00f2 piano piano, nella conversazione, una metafora di ben altro. Mura fragili, senso di precariet\u00e0, desiderio di rientrare nella propria casa, diventarono altrettante immagini\u00a0attraverso le quali guardare a quello che stava accadendo loro. E l\u2019intensit\u00e0 con cui quel giorno parlammo della loro crisi non\u00a0l\u2019avremmo ritrovata nelle occasioni successive. Fu molto utile. Ecco, per me la chiarezza delle cornici significa per esempio che ci sono contenuti che possono tracimare da un contesto in un altro, ma il senso dello stare in quella stanza in quel tempo \u00e8 usare per uno scopo ben chiaro \u2013 quello del benessere dei pazienti \u2013 qualunque materiale o evento ci si presenti.<\/p>\n<p>Io penso che oggi un modo responsabile per il clinico di vigilare su quei confini stia nel mantenere aperta la riflessione al riguardo e nello sviluppare una consapevolezza degli strumenti tecnologici che usa.<br \/>\nPer alcuni colleghi un modo di essere consapevoli \u00e8, ad esempio, quello di aggiungere \u201cpsicologo\u201d, \u201cpsicoterapeuta\u201d, o \u201cpsicoanalista\u201d al nome del loro profilo su Facebook. Non della \u201cpagina\u201d professionale: del profilo. Ricordo che tempo fa un collega psicoanalista decise di togliere la qualifica professionale\u00a0dal nome del suo profilo Facebook. Molti suoi contatti discussero quella scelta pubblicamente, qualcuno\u00a0la riteneva anche sbagliata. A un occhio esterno poteva sembrare un problema di poco conto, ma in quella scelta passava una presa di posizione che teneva conto di\u00a0un secolo di dibattito sulla questione.<br \/>\nIl social network offre\u00a0i modi per occuparci di fare chiarezza fra cornici. Penso che la responsabilit\u00e0 del clinico stia anche nel conoscerli e nello spendere un po\u2019 di tempo per utilizzarli. Su Facebook possiamo dividere i nostri contatti in liste e poi configurare regole di riservatezza generali e particolari per ciascun post. Possiamo decidere con\u00a0chi condividere un articolo scientifico, una presa di posizione politica o le foto delle vacanze. Possiamo dare tutto a tutti, o possiamo scegliere diversamente: l\u2019importante \u00e8 che la scelta sia il frutto di una decisione nostra le cui premesse ci siano chiare, e non casuali o imposte\u00a0dallo strumento, o dal fatto che \u00e8 pi\u00f9 facile rendere tutto pubblico (o non pubblicare niente). Se riteniamo che non dovremmo mostrare molto della nostra vita extraprofessionale ai nostri pazienti, \u00e8 possibile persino decidere di mostrare a una parte dei contatti i soli contenuti di tipo scientifico. Il prezzo di questa attenzione \u00e8 di qualche secondo ogni volta che si pubblica qualcosa.\u00a0Alcuni di noi affiancano al lavoro clinico la scrittura e la produzione di libri e articoli; talvolta le persone ci cercano sul social network come cercano qualunque altro autore. Perch\u00e9 no? Il fatto che il social network si presti bene alla comunicazione \u201cda molti a molti\u201d non vuol dire che quello sia l\u2019unico modo possibile di utilizzarlo. Entro quei limiti\u00a0ampissimi possiamo esercitare la nostra responsabilit\u00e0 per decidere di volta in volta il grado di pubblicit\u00e0 e la direzione del messaggio. Insomma: se non lo facciamo non \u00e8 perch\u00e9\u00a0<em>non si pu\u00f2<\/em>.<br \/>\nOgni volta che uno compie scelte di quel genere, quello che offre di s\u00e9\u00a0\u00e8 un \u201cs\u00e9\u201d differente. Siamo d\u2019accordo che senza la dicitura \u201cpsicoanalista\u201d, quel collega non era\u00a0<em>esattamente<\/em>\u00a0la stessa persona di prima? Non perch\u00e9 non sia pi\u00f9 uno psicoanalista, ma per la posizione che il fatto di esserlo assume nel suo modo di definirsi rispetto a noi. Ecco, conoscere\u00a0questa comunit\u00e0 di \u201cs\u00e9\u201d che ogni professionista \u00e8, e la pluralit\u00e0 di cornici che essa \u00e8 in grado di generare, mi pare una delle nuove frontiere etiche del lavoro del terapeuta, al di l\u00e0 delle soluzioni dogmatiche o basate su qualche criterio di \u201cefficacia\u201d che ci siamo dati fino ad oggi. Soprattutto, per superare qualunque rigidit\u00e0, \u00e8 necessario sapere che i confini fra questi \u201cs\u00e9\u201d\u00a0non sono (pi\u00f9) netti, ma anzi piuttosto sfumati e\u00a0<em>fuzzy<\/em>. E pertanto non ci sono porte da chiudere a chiave o muri che nascondano alla vista. Questo forse ha\u00a0causato \u2013 e causer\u00e0 in futuro \u2013 anche errori da parte nostra, ma le cose ci richiedono\u00a0di farci domande che prima non avevano ragione di esistere. Affidarci a\u00a0soluzioni facili o standard \u00e8 un po\u2019 pi\u00f9 rischioso\u00a0che dare\u00a0una risposta sbagliata.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mi fa molto piacere che Costanza Jesurum\u00a0sul suo blog\u00a0faccia il punto su una questione alla quale si dedica\u00a0da anni e sulla quale ci voleva che qualcuno\u00a0cominciasse<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":6112,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_awef_post_faq_schema":[],"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[360,11,12],"tags":[285,39,284,88,171],"class_list":["post-5456","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-disseminazioni","category-psicologia-e-psicoterapia","category-web","tag-autosvelamento","tag-blog","tag-costanza-jesurum","tag-ibridamenti","tag-web"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v25.6 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Lo psicoterapeuta online fra riservatezza e autosvelamento - Psicoterapia (e altre metafore)<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2024\/08\/19\/lo-psicoterapeuta-online-fra-riservatezza-e-autosvelamento\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Lo psicoterapeuta online fra riservatezza e autosvelamento - Psicoterapia (e altre metafore)\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"PDFMi fa molto piacere che Costanza Jesurum\u00a0sul suo blog\u00a0faccia il punto su una questione alla quale si dedica\u00a0da anni e sulla quale ci voleva che qualcuno\u00a0cominciasse a mettere insieme qualche pensiero. La questione riguarda quelli che fanno il suo e il mio mestiere, ed \u00e8 il modo in cui lo psicologo \u2013 lo psicoterapeuta in modo pi\u00f9 determinante, e lo psicoanalista, qual \u00e8 Costanza, in modo ancora pi\u00f9 peculiare \u2013 si trova a regolare i confini fra vita professionale e vita privata ora che tutti, con internet e i social network, siamo un po\u2019 pi\u00f9 pubblici. La questione pone certamente degli interrogativi nuovi a tutti i colleghi che hanno un profilo Facebook, ma \u00e8 un banco di prova per chi, oltre a ricorrere ai mezzi di comunicazione per tenersi in contatto col prossimo, intenda non sacrificare una necessit\u00e0 espressiva che lo porta a coltivare la scrittura come \u2013 usando le parole di Costanza \u2013 \u201cmodalit\u00e0 di digestione dell\u2019esperienza\u201d e, aggiungo, di cura per le cose che lo nutrono personalmente e professionalmente. Ecco, il punto sta proprio nell\u2019accostamento di questi avverbi, perch\u00e9 \u2013 e questo spiega la portata per niente banale del problema \u2013 al\u00a0terapeuta\u00a0da sempre \u00e8 raccomandato\u00a0di segnare con la matita grossa i confini fra il privato e il mondo nel quale si incontrano pazienti. L\u2019anonimato\u00a0dell\u2019analista \u00e8 un\u00a0modo di proteggere la relazione clinica mantenendo la riservatezza sul\u00a0clinico, in modo che le fantasie del paziente sulla sua vita restassero n\u00e9 confermate n\u00e9 smentite, continuando cos\u00ec ad essere oggetto di transfert e proiezioni. \u00c8 propria della psicoanalisi appunto, questa preoccupazione, anche se capita che problemi posti dagli psicoanalisti si rivelino pertinenti anche per altre categorie di terapeuti. Nella mia comunit\u00e0 scientifica, che \u00e8 quella sistemica, ad esempio, non si \u00e8 mai arrivati a teorizzare una forma di\u00a0anonimato\u00a0del terapeuta, ma condividiamo molte buone ragioni per regolare con prudenza il traffico delle informazioni fra un dominio e l\u2019altro. Innanzitutto perch\u00e9 spesso lavoriamo con pi\u00f9 di una persona per volta: con famiglie o con coppie. E curare quel che nella stanza di terapia si sa di noi \u00e8 utile a proteggere quella forma di \u201cneutralit\u00e0\u201d (chi ha pratica con questo linguaggio capir\u00e0 perch\u00e9 uso le virgolette, gli altri lo capiranno fra un po\u2019) e di equidistanza per la quale non condividiamo con uno dei presenti pi\u00f9 di quanto condivideremmo con gli altri. Ma non \u00e8 solo questo. Anche nella relazione uno a uno, sebbene fantasie e proiezioni nel nostro modo di lavorare non abbiano la stessa centralit\u00e0 che per lo psicoanalista, molti professionisti sanno che \u00e8 sempre meglio che contenuti che possano sollecitare emozioni e sentimenti dei pazienti restino interni alla relazione\u00a0terapeutica. \u201cMolti professionisti\u201d, dicevo, non tutti: e infatti, nella sistemica\u00a0come in altri ambiti teorici qualcuno teorizza l\u2019uso dell\u2019autosvelamento (self-disclosure\u00a0in letteratura) come vero e proprio strumento della relazione clinica, e lo raccomanda come essenziale. Mi \u00e8 capitato di confrontarmi con professionisti che affermavano che l\u2019autosvelamento del terapeuta sia addirittura una necessit\u00e0 etica di \u201cautenticit\u00e0\u201d nella relazione col paziente. Come si vede, il dibattito sulla questione \u00e8 gravato di robuste dosi di dogmatismo: lo svelamento di s\u00e9 \u00e8 da evitare assolutamente o \u00e8 da praticare con generosit\u00e0, tanto da identificarsi con la vera sostanza\u00a0di una relazione clinica vista non tanto come pratica sorretta da\u00a0un sapere teorico e tecnico, quanto come relazione umana il pi\u00f9 possibile sgombra da sovrastrutture. Fra questi due \u201cpoli\u201d dogmatici, ci sono autori e clinici che\u00a0raccomandano\u00a0lo svelamento occasionale di elementi di s\u00e9 e della propria biografia come una strategia utile a favorire riflessione e a\u00a0facilitare un avvicinamento emotivo fra terapeuta e paziente. Non sono stato accuratissimo, ma mi interessa dare una misura dell\u2019enormit\u00e0 della questione. Soprattutto, mi interessa mostrare come gli argomenti dogmatici o strategici finora utilizzati per affrontare la questione diventino poco utili: non si tratta di misurare il grado di apertura che si intende dare alla relazione; si tratta di gestire consapevolmente un certo grado di trasparenza che ormai \u2013 da quando i clinici abitano anche\u00a0online\u00a0e sui social network \u2013 \u00a0caratterizza le nostre vite anche di terapeuti, a meno di non voler compiere improbabili scelte ascetiche o praticare l\u2019occultamento volontario. Costanza Jesurum, negli anni, ha affrontato la questione dapprima celandosi dietro allo pseudonimo con cui ha gestito il suo vecchio blog, e poi decidendo di uscire allo scoperto con\u00a0un nuovo blog\u00a0che porta il suo nome, inagurato pi\u00f9 o meno contemporaneamente al suo\u00a0profilo Facebook. Sebbene col nuovo corso abbia di molto ridimensionato i post autobiografici e personali, la costellazione delle sue identit\u00e0 virtuali indubbiamente svela di lei pi\u00f9 di quanto un tempo fosse accettabile. A questo si aggiunge l\u2019uso di\u00a0un suo peculiare linguaggio che mescola, come dice lei stessa, \u201calto e basso, romanesco e forbito, gioco letterario e gioco intellettuale\u201d, e che manco da lontano assomiglia al gergo nobile e quasi privato con cui si usa parlare di certe cose. Non vorrei usare l\u2019espressione \u201csperimenta linguaggi\u201d, perch\u00e9 spesso non si capisce cosa voglia dire, ma nel caso di Costanza avrebbe senso. Alternando un italiano, se non elegante almeno pregevole, a quel linguaggio divulga contenuti psicologici di un certo peso specifico e, ugualmente, racconta se stessa o dice la sua sull\u2019attualit\u00e0 politica. Vi invito a leggere\u00a0il suo post, perch\u00e9 Costanza racconta bene i modi in cui, nel tempo, ha appreso ad abitare molteplici territori e a giocare\u00a0con i loro\u00a0confini. E quel che racconta \u00e8, di fatto, come lo stare\u00a0online\u00a0ha contribuito a costruire la sua identit\u00e0 professionale e il modo in cui \u00e8 percepita come professionista. Questo mi pare un passaggio importante, che segna secondo me un salto di consapevolezza dove ancora molta parte della categoria\u00a0si pone il problema del modo pi\u00f9 \u201cdecoroso\u201d di stare in rete per promuovere il proprio lavoro \u2013 o danneggiandolo il meno possibile. Ma niente di quello che accade dentro questo schermo accade unilateralmente, e anzi\u00a0\u00e8 piuttosto una negoziazione costante\u00a0dell\u2019identit\u00e0. Quello che succede online non \u00e8 che tu mostri a pi\u00f9 gente possibile una cosa che esiste: ne crei una che non c\u2019era ancora. Se non si capisce questo, anche il professionista della psiche e della relazione continua a pensare a internet come a una versione espansa delle Pagine Gialle (e infatti ho l\u2019impressione\u00a0che questo equivoco sia ancora piuttosto diffuso). Non so se Costanza sarebbe d\u2019accordo con questa affermazione, ma io non penso che abbia \u201cusato\u201d internet per far conoscere il proprio peculiare modo di essere psicologa e terapeuta: penso che anzi quel modo lo abbia costruito nella relazione\u00a0col mezzo che usa e con lo sguardo di chi la segue. Parlando da qualche parte del libro\u00a0che ha pubblicato l\u2019anno scorso dicevo che la sua chiave per la divulgazione non \u00e8 quella di semplificare la materia che racconta, ma\u00a0\u00e8 una specie di pensiero ad alta voce. Quando si pensa ad alta voce probabilmente si usa un linguaggio meno forbito\u00a0di quello che si usa fra esperti: ma dopodich\u00e9, scegliere di condividere con qualcuno\u00a0il proprio pensiero ad alta voce significa contare sul fatto che quel qualcuno sia abbastanza intelligente da comprenderlo, sebbene non sia del mestiere. \u00c8 questo atto di fiducia, secondo me, quello che fa s\u00ec che le persone stiano al gioco e\u00a0accettino di entrare in un mondo che non conoscono: non il mettere a loro disposizione\u00a0una mappa banalizzata di quel mondo. Ecco, questo scrivere \u201cpensando ad alta voce\u201d \u00e8 anche un\u2019abilit\u00e0\u00a0che abbiamo imparato qua, nei blog e nei social network. Mi ricordo di un collega che un pomeriggio lasci\u00f2\u00a0sulla propria bacheca Facebook, a caldo, uno status irritato in cui diceva di essere stato lasciato ad aspettare da un paziente con cui aveva un appuntamento: non si era presentato alla seduta n\u00e9 aveva avvisato per tempo. Alla discussione pubblica su questo evento increscioso (il collega aveva preso un impegno col paziente e dunque aveva rinunciato ad\u00a0altri, e ora si ritrovava con un buco nell\u2019agenda: che si fa in questi casi? Si chiede di pagare ugualmente la seduta? Ma questa condizione era prevista nei patti? E che vuol dire dal punto di vista della relazione clinica quando\u00a0il paziente ti lascia l\u00ec ad aspettarlo?) parteciparono dapprima colleghi di orientamenti vari, poi la conversazione si allarg\u00f2. Un piccolo pubblico di non-psicologi (fra cui,\u00a0suppongo, anche clienti di psicoterapeuti!) disse la propria accanto ai pareri esperti, e il prodotto credo fu molto arricchente per gli uni e gli altri. Certo, quella conversazione violava un tab\u00f9 antico: i terapeuti (gli analisti, poi!) parlino delle loro cose in privato, e certamente mai come uno sfogo a caldo, con le balle che gli girano per un pomeriggio andato in vacca (fare le cose per sfogarsi, senza averci pensato almeno una mezz\u2019oretta, si chiama \u201cagito\u201d, ed \u00e8 ritenuto sommamente sconveniente). Ma che piaccia o no, il modo in cui funzionano oggi le nostre comunicazioni ci chiede di decidere cosa fare di quei tab\u00f9. Difenderli a tutti i costi o provare a capire cosa ci guadagniamo dal decostruirli? Probabilmente qualunque scelta \u00e8 lecita: meno utile \u00e8 lasciarsi \u201cagire\u201d da queste nuove possibilit\u00e0 senza avere un pensiero in merito. &nbsp; Conservare un posto all\u2019ombra, gi\u00e0 da un po\u2019 di tempo a questa parte, era davvero complicato, e forse nemmeno cos\u00ec desiderabile. Molti di noi si sono avvicinati a questa professione spinti magari non dal solo desiderio di essere utili al prossimo, ma perch\u00e9 la psicologia e la cura fanno parte di un universo che sempre pi\u00f9 si interseca con altri universi. Ci sono miei\u00a0colleghi che sono\u00a0terapeuti e scrittori \u2013 e non \u00e8 necessario spiegare come questi mondi si alimentino a vicenda. Scrivono romanzi in cui, probabilmente, aprono anche spiragli sulla propria biografia, e affrontano la critica, vengono recensiti e di loro si parla in contesti extraclinici. Altri magari sono\u00a0terapeuti e musicisti: chi ne\u00a0conosce qualcuno sa che davvero non \u00e8 possibile capire quale dei due punti sia la partenza e quale l\u2019approdo. Suonano in pubblico e affrontano anch\u2019essi il rischio del giudizio. Ecco, per dire l\u2019entit\u00e0 della questione anche senza internet. A un certo punto, poi, arriva pure quello. E io, che ero cresciuto fra i libri di psicologia ma anche dentro quella straordinaria e libera esperienza di comunicazione che erano le radio private, colsi che\u00a0l\u00ec c\u2019era qualcosa che mi riguardava. Gi\u00e0 dal 1999 feci il primo sito del mio studio, componevo pagine con quel poco di html che avevo imparato scaricando le pagine degli altri e guardandoci dentro. Non era particolarmente vivace, anche perch\u00e9 allora bisognava presentare i testi all\u2019Ordine professionale, che doveva valutarli ed eventualmente approvarli, proprio come una pubblicit\u00e0 qualsiasi. Non era ancora evidente a tutti che la rete era un\u2019altra cosa, aveva altri tempi e non era un oggetto statico e definitivo come un cartellone pubblicitario. Col tempo le regole cambiarono. Io imparai a usare WordPress e i blog. Qualche anno dopo avevo un bel sito \u201cdi lavoro\u201d e a un certo punto superai la timidezza\u00a0e mi presi un dominio col mio nome. Il sito conteneva tutte le informazioni utili sul mio lavoro e la mia storia. Dentro, ma distinto, c\u2019era un blog dove\u00a0pubblicavo articoli troppo brevi, o troppo incompleti, o troppo colloquiali, per aspirare a diventare contributi per riviste o capitoli di libri, ma che l\u00ec, in quella cornice impegnata\u00a0ma informale, stavano bene. Avevo ripubblicato anche vecchi articoli di musica e tutto quello che faceva parte della mia vita, diciamo, intellettuale. Nel 2009 ci fu un evento che cambi\u00f2 per sempre il mio rapporto con la rete e mi\u00a0port\u00f2 a ragionare sul modo in cui le mie identit\u00e0 online interagivano fra di loro. L\u2019evento fu il terremoto dell\u2019Aquila \u2013 che \u00e8 la citt\u00e0 nella quale sono nato \u2013 e fu abbastanza naturale cominciare a pubblicare su quel blog i resoconti dei miei continui viaggi nella zona colpita: in fondo, sebbene si trattasse di diari intimi raccontati in prima persona, l\u2019oggetto erano le relazioni, la convivenza, il trauma. Erano diari, ma presto assunsero un altro valore. L\u2019informazione dei telegiornali e dei quotidiani\u00a0dalle zone terremotate era\u00a0una propaganda spietata\u00a0e mendace, e il raccontare in prima persona di chi andava o di chi c\u2019era assumeva giorno dopo giorno un valore\u00a0politico. Raccontare significava anche demistificare bugie e prendere posizione sull\u2019operato del governo di allora. Assunsi pienamente e attivamente quella prospettiva, ma questo mi poneva un problema, che mi faceva stare male ma di cui non mi accorsi subito, anche se qualcuno cercava di segnalarmelo: come fare ad evitare di avvalorare le mie prese di posizione con la cornice di\u00a0autorevolezza professionale\u00a0\u2013 data dal sito \u201cdi lavoro\u201d \u2013 dentro la quale stavano? Poi, in luglio, pubblicai su Ibridamenti (fu un\u2019idea che era nata in una conversazione con Maddalena Mapelli) una storia \u201calternativa\u201d del terremoto ricostruita attraverso gli status di Facebook (era il\u00a0vecchio\u00a0Ibridamenti: il pezzo in questione sta adesso\u00a0sul mio blog). Era sconvolgente, raccontava una storia del tutto diversa da quella della televisione. Il racconto di testimoni \u201cda dentro\u201d, che cominciava tre mesi prima della notte fatale, rendeva risibile tutta la pubblicistica sul tema \u201csi poteva prevedere?\u201d che riempiva i giornali in quei mesi. Il post usc\u00ec un\u00a0pomeriggio, e la mattina dopo mi chiamarono da Rainews per andare a parlarne quella sera stessa in diretta al TG. Fui presentato e intervistato come psicologo e raccontai di quel bell\u2019esperimento e dell\u2019importanza della rete in una vicenda come quella. All\u2019uscita dagli studi RAI di Corso Sempione riaccesi il cellulare e ricevetti una valanga di messaggini che mi incoraggiavano ad andare avanti e a dire le cose come stavano. Si stavano sovrapponendo pi\u00f9 piani, e questo cominciava a confondermi. Come psicologo, uno guarda il mondo e le relazioni altrui cercando di mantenere quella distanza necessaria a\u00a0comprendere le ragioni degli uni e degli\u00a0altri, e di descrivere e comprendere processi senza prendere posizione. Ma poi, lo psicologo ha anche delle conoscenze: \u00e8 esperto di relazioni, ha delle idee su quello che fa bene e quello che fa male. Queste conoscenze gli permettono anche\u00a0di distinguere vittime e carnefici e di prendere, se possibile, parte per le prima: ma \u00e8 giusto che questa postura e quella che dicevo un attimo fa siano distinte, e che non siano equivolcabili. Richiedono davvero di porsi in posizioni\u00a0molto diverse. La prima\u00a0\u00e8 pi\u00f9, diciamo cos\u00ec, \u201cin alto\u201d; la seconda\u00a0pi\u00f9 \u201cdentro\u201d. Ma poi c\u2019era un altro livello ancora. Il coinvolgimento che avevo con le vicende di cui avevo scritto era anche, davvero, profondamente personale e autobiografico. La citt\u00e0 terremotata era la citt\u00e0 in cui ero nato e avevo passato pi\u00f9 di un quarto di secolo e che sentivo volgarmente maltrattata. Cos\u00ec dopo un po\u2019 decisi di dividere in due\u00a0il mio blog: quello interno al sito avrebbe continuato a ospitare articoli che riguardavano il mio lavoro, mentre in un altro\u00a0trasferii parte dei post e continuai a pubblicare contenuti, diciamo, meno professionalmente connotati. Anche ricominciando a scrivere di musica, che era la mia passione pi\u00f9 antica, e di cose che mi riguardavano. E, certamente, continuando \u2013 fino a che ho avuto qualcosa da dire \u2013 a parlare dell\u2019Aquila e della violenza mediatica a cui la vedevo\u00a0sottoposta. Ecco, con l\u2019esperienza\u00a0online abbiamo sperimentato con ancora maggiore\u00a0evidenza come ciascuno di noi sia una comunit\u00e0 di \u201cs\u00e9\u201d complementari ma diversi, e per me la questione del disvelamento inevitabile\u00a0di parti del privato del clinico si traduce soprattutto nella necessit\u00e0\u00a0di mantenere la\u00a0chiarezza delle\u00a0cornici. Chiarire cornici\u00a0significa anche aver presente \u2013 e fare in modo che sia chiaro agli altri \u2013\u00a0chi\u00a0sta parlando in quel momento, e da quale collocazione. Un fatto inevitabile \u00e8 che la tua biografia ti insegue dovunque tu vada, e non resta ad aspettarti fuori dalla stanza di terapia. La mia data e il luogo di nascita stanno nascosti anche nel mio codice fiscale, e credo siano pubblicati in chiaro anche nel sito dell\u2019Ordine professionale. Che io sono nato a L\u2019Aquila, poi, \u00e8 un\u2019informazione che sta nei miei curriculum e dunque nel mio sito. Metteteci anche il fatto altrettanto ineludibile che io ho un accento differente da quello delle citt\u00e0 in cui lavoro, e sarebbe assurdo mantenere il mistero con tutti quelli che lo notano e mi domandano gentilmente da dove venga. Cos\u00ec, nell\u2019anno del terremoto \u00e8 capitato pi\u00f9 di una volta\u00a0che le persone che venivano in studio mi chiedessero notizie della mia citt\u00e0. Un giorno, appena arrivata in seduta, una coppia che attraversava un momento davvero complicato mi chiese con sincera partecipazione della salute dell\u2019Aquila. \u00c8\u00a0chiaro che il terapeuta non sta l\u00ec per dividere coi\u00a0clienti il peso delle cose che lo angustiano; e per\u00f2 nemmeno sarebbe stato utile chiudere la questione ricordando che avevamo ben altre cose di cui parlare. Sentivo quell\u2019interesse nei miei confronti come\u00a0una specie di ringraziamento per\u00a0quello che stavamo facendo insieme da diversi mesi. Comunicai\u00a0loro questo pensiero, risposi con molta gratitudine e\u00a0restammo per un po\u2019 sull\u2019argomento del loro interesse nei confronti della tragedia e del mio coinvolgimento in essa. E il terremoto\u00a0divent\u00f2 piano piano, nella conversazione, una metafora di ben altro. Mura fragili, senso di precariet\u00e0, desiderio di rientrare nella propria casa, diventarono altrettante immagini\u00a0attraverso le quali guardare a quello che stava accadendo loro. E l\u2019intensit\u00e0 con cui quel giorno parlammo della loro crisi non\u00a0l\u2019avremmo ritrovata nelle occasioni successive. Fu molto utile. Ecco, per me la chiarezza delle cornici significa per esempio che ci sono contenuti che possono tracimare da un contesto in un altro, ma il senso dello stare in quella stanza in quel tempo \u00e8 usare per uno scopo ben chiaro \u2013 quello del benessere dei pazienti \u2013 qualunque materiale o evento ci si presenti. Io penso che oggi un modo responsabile per il clinico di vigilare su quei confini stia nel mantenere aperta la riflessione al riguardo e nello sviluppare una consapevolezza degli strumenti tecnologici che usa. Per alcuni colleghi un modo di essere consapevoli \u00e8, ad esempio, quello di aggiungere \u201cpsicologo\u201d, \u201cpsicoterapeuta\u201d, o \u201cpsicoanalista\u201d al nome del loro profilo su Facebook. Non della \u201cpagina\u201d professionale: del profilo. Ricordo che tempo fa un collega psicoanalista decise di togliere la qualifica professionale\u00a0dal nome del suo profilo Facebook. Molti suoi contatti discussero quella scelta pubblicamente, qualcuno\u00a0la riteneva anche sbagliata. A un occhio esterno poteva sembrare un problema di poco conto, ma in quella scelta passava una presa di posizione che teneva conto di\u00a0un secolo di dibattito sulla questione. Il social network offre\u00a0i modi per occuparci di fare chiarezza fra cornici. 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La questione riguarda quelli che fanno il suo e il mio mestiere, ed \u00e8 il modo in cui lo psicologo \u2013 lo psicoterapeuta in modo pi\u00f9 determinante, e lo psicoanalista, qual \u00e8 Costanza, in modo ancora pi\u00f9 peculiare \u2013 si trova a regolare i confini fra vita professionale e vita privata ora che tutti, con internet e i social network, siamo un po\u2019 pi\u00f9 pubblici. La questione pone certamente degli interrogativi nuovi a tutti i colleghi che hanno un profilo Facebook, ma \u00e8 un banco di prova per chi, oltre a ricorrere ai mezzi di comunicazione per tenersi in contatto col prossimo, intenda non sacrificare una necessit\u00e0 espressiva che lo porta a coltivare la scrittura come \u2013 usando le parole di Costanza \u2013 \u201cmodalit\u00e0 di digestione dell\u2019esperienza\u201d e, aggiungo, di cura per le cose che lo nutrono personalmente e professionalmente. Ecco, il punto sta proprio nell\u2019accostamento di questi avverbi, perch\u00e9 \u2013 e questo spiega la portata per niente banale del problema \u2013 al\u00a0terapeuta\u00a0da sempre \u00e8 raccomandato\u00a0di segnare con la matita grossa i confini fra il privato e il mondo nel quale si incontrano pazienti. L\u2019anonimato\u00a0dell\u2019analista \u00e8 un\u00a0modo di proteggere la relazione clinica mantenendo la riservatezza sul\u00a0clinico, in modo che le fantasie del paziente sulla sua vita restassero n\u00e9 confermate n\u00e9 smentite, continuando cos\u00ec ad essere oggetto di transfert e proiezioni. \u00c8 propria della psicoanalisi appunto, questa preoccupazione, anche se capita che problemi posti dagli psicoanalisti si rivelino pertinenti anche per altre categorie di terapeuti. Nella mia comunit\u00e0 scientifica, che \u00e8 quella sistemica, ad esempio, non si \u00e8 mai arrivati a teorizzare una forma di\u00a0anonimato\u00a0del terapeuta, ma condividiamo molte buone ragioni per regolare con prudenza il traffico delle informazioni fra un dominio e l\u2019altro. Innanzitutto perch\u00e9 spesso lavoriamo con pi\u00f9 di una persona per volta: con famiglie o con coppie. E curare quel che nella stanza di terapia si sa di noi \u00e8 utile a proteggere quella forma di \u201cneutralit\u00e0\u201d (chi ha pratica con questo linguaggio capir\u00e0 perch\u00e9 uso le virgolette, gli altri lo capiranno fra un po\u2019) e di equidistanza per la quale non condividiamo con uno dei presenti pi\u00f9 di quanto condivideremmo con gli altri. Ma non \u00e8 solo questo. Anche nella relazione uno a uno, sebbene fantasie e proiezioni nel nostro modo di lavorare non abbiano la stessa centralit\u00e0 che per lo psicoanalista, molti professionisti sanno che \u00e8 sempre meglio che contenuti che possano sollecitare emozioni e sentimenti dei pazienti restino interni alla relazione\u00a0terapeutica. \u201cMolti professionisti\u201d, dicevo, non tutti: e infatti, nella sistemica\u00a0come in altri ambiti teorici qualcuno teorizza l\u2019uso dell\u2019autosvelamento (self-disclosure\u00a0in letteratura) come vero e proprio strumento della relazione clinica, e lo raccomanda come essenziale. Mi \u00e8 capitato di confrontarmi con professionisti che affermavano che l\u2019autosvelamento del terapeuta sia addirittura una necessit\u00e0 etica di \u201cautenticit\u00e0\u201d nella relazione col paziente. Come si vede, il dibattito sulla questione \u00e8 gravato di robuste dosi di dogmatismo: lo svelamento di s\u00e9 \u00e8 da evitare assolutamente o \u00e8 da praticare con generosit\u00e0, tanto da identificarsi con la vera sostanza\u00a0di una relazione clinica vista non tanto come pratica sorretta da\u00a0un sapere teorico e tecnico, quanto come relazione umana il pi\u00f9 possibile sgombra da sovrastrutture. Fra questi due \u201cpoli\u201d dogmatici, ci sono autori e clinici che\u00a0raccomandano\u00a0lo svelamento occasionale di elementi di s\u00e9 e della propria biografia come una strategia utile a favorire riflessione e a\u00a0facilitare un avvicinamento emotivo fra terapeuta e paziente. Non sono stato accuratissimo, ma mi interessa dare una misura dell\u2019enormit\u00e0 della questione. Soprattutto, mi interessa mostrare come gli argomenti dogmatici o strategici finora utilizzati per affrontare la questione diventino poco utili: non si tratta di misurare il grado di apertura che si intende dare alla relazione; si tratta di gestire consapevolmente un certo grado di trasparenza che ormai \u2013 da quando i clinici abitano anche\u00a0online\u00a0e sui social network \u2013 \u00a0caratterizza le nostre vite anche di terapeuti, a meno di non voler compiere improbabili scelte ascetiche o praticare l\u2019occultamento volontario. Costanza Jesurum, negli anni, ha affrontato la questione dapprima celandosi dietro allo pseudonimo con cui ha gestito il suo vecchio blog, e poi decidendo di uscire allo scoperto con\u00a0un nuovo blog\u00a0che porta il suo nome, inagurato pi\u00f9 o meno contemporaneamente al suo\u00a0profilo Facebook. Sebbene col nuovo corso abbia di molto ridimensionato i post autobiografici e personali, la costellazione delle sue identit\u00e0 virtuali indubbiamente svela di lei pi\u00f9 di quanto un tempo fosse accettabile. A questo si aggiunge l\u2019uso di\u00a0un suo peculiare linguaggio che mescola, come dice lei stessa, \u201calto e basso, romanesco e forbito, gioco letterario e gioco intellettuale\u201d, e che manco da lontano assomiglia al gergo nobile e quasi privato con cui si usa parlare di certe cose. Non vorrei usare l\u2019espressione \u201csperimenta linguaggi\u201d, perch\u00e9 spesso non si capisce cosa voglia dire, ma nel caso di Costanza avrebbe senso. Alternando un italiano, se non elegante almeno pregevole, a quel linguaggio divulga contenuti psicologici di un certo peso specifico e, ugualmente, racconta se stessa o dice la sua sull\u2019attualit\u00e0 politica. Vi invito a leggere\u00a0il suo post, perch\u00e9 Costanza racconta bene i modi in cui, nel tempo, ha appreso ad abitare molteplici territori e a giocare\u00a0con i loro\u00a0confini. E quel che racconta \u00e8, di fatto, come lo stare\u00a0online\u00a0ha contribuito a costruire la sua identit\u00e0 professionale e il modo in cui \u00e8 percepita come professionista. Questo mi pare un passaggio importante, che segna secondo me un salto di consapevolezza dove ancora molta parte della categoria\u00a0si pone il problema del modo pi\u00f9 \u201cdecoroso\u201d di stare in rete per promuovere il proprio lavoro \u2013 o danneggiandolo il meno possibile. Ma niente di quello che accade dentro questo schermo accade unilateralmente, e anzi\u00a0\u00e8 piuttosto una negoziazione costante\u00a0dell\u2019identit\u00e0. Quello che succede online non \u00e8 che tu mostri a pi\u00f9 gente possibile una cosa che esiste: ne crei una che non c\u2019era ancora. Se non si capisce questo, anche il professionista della psiche e della relazione continua a pensare a internet come a una versione espansa delle Pagine Gialle (e infatti ho l\u2019impressione\u00a0che questo equivoco sia ancora piuttosto diffuso). Non so se Costanza sarebbe d\u2019accordo con questa affermazione, ma io non penso che abbia \u201cusato\u201d internet per far conoscere il proprio peculiare modo di essere psicologa e terapeuta: penso che anzi quel modo lo abbia costruito nella relazione\u00a0col mezzo che usa e con lo sguardo di chi la segue. Parlando da qualche parte del libro\u00a0che ha pubblicato l\u2019anno scorso dicevo che la sua chiave per la divulgazione non \u00e8 quella di semplificare la materia che racconta, ma\u00a0\u00e8 una specie di pensiero ad alta voce. Quando si pensa ad alta voce probabilmente si usa un linguaggio meno forbito\u00a0di quello che si usa fra esperti: ma dopodich\u00e9, scegliere di condividere con qualcuno\u00a0il proprio pensiero ad alta voce significa contare sul fatto che quel qualcuno sia abbastanza intelligente da comprenderlo, sebbene non sia del mestiere. \u00c8 questo atto di fiducia, secondo me, quello che fa s\u00ec che le persone stiano al gioco e\u00a0accettino di entrare in un mondo che non conoscono: non il mettere a loro disposizione\u00a0una mappa banalizzata di quel mondo. Ecco, questo scrivere \u201cpensando ad alta voce\u201d \u00e8 anche un\u2019abilit\u00e0\u00a0che abbiamo imparato qua, nei blog e nei social network. Mi ricordo di un collega che un pomeriggio lasci\u00f2\u00a0sulla propria bacheca Facebook, a caldo, uno status irritato in cui diceva di essere stato lasciato ad aspettare da un paziente con cui aveva un appuntamento: non si era presentato alla seduta n\u00e9 aveva avvisato per tempo. Alla discussione pubblica su questo evento increscioso (il collega aveva preso un impegno col paziente e dunque aveva rinunciato ad\u00a0altri, e ora si ritrovava con un buco nell\u2019agenda: che si fa in questi casi? Si chiede di pagare ugualmente la seduta? Ma questa condizione era prevista nei patti? E che vuol dire dal punto di vista della relazione clinica quando\u00a0il paziente ti lascia l\u00ec ad aspettarlo?) parteciparono dapprima colleghi di orientamenti vari, poi la conversazione si allarg\u00f2. Un piccolo pubblico di non-psicologi (fra cui,\u00a0suppongo, anche clienti di psicoterapeuti!) disse la propria accanto ai pareri esperti, e il prodotto credo fu molto arricchente per gli uni e gli altri. Certo, quella conversazione violava un tab\u00f9 antico: i terapeuti (gli analisti, poi!) parlino delle loro cose in privato, e certamente mai come uno sfogo a caldo, con le balle che gli girano per un pomeriggio andato in vacca (fare le cose per sfogarsi, senza averci pensato almeno una mezz\u2019oretta, si chiama \u201cagito\u201d, ed \u00e8 ritenuto sommamente sconveniente). Ma che piaccia o no, il modo in cui funzionano oggi le nostre comunicazioni ci chiede di decidere cosa fare di quei tab\u00f9. Difenderli a tutti i costi o provare a capire cosa ci guadagniamo dal decostruirli? Probabilmente qualunque scelta \u00e8 lecita: meno utile \u00e8 lasciarsi \u201cagire\u201d da queste nuove possibilit\u00e0 senza avere un pensiero in merito. &nbsp; Conservare un posto all\u2019ombra, gi\u00e0 da un po\u2019 di tempo a questa parte, era davvero complicato, e forse nemmeno cos\u00ec desiderabile. Molti di noi si sono avvicinati a questa professione spinti magari non dal solo desiderio di essere utili al prossimo, ma perch\u00e9 la psicologia e la cura fanno parte di un universo che sempre pi\u00f9 si interseca con altri universi. Ci sono miei\u00a0colleghi che sono\u00a0terapeuti e scrittori \u2013 e non \u00e8 necessario spiegare come questi mondi si alimentino a vicenda. Scrivono romanzi in cui, probabilmente, aprono anche spiragli sulla propria biografia, e affrontano la critica, vengono recensiti e di loro si parla in contesti extraclinici. Altri magari sono\u00a0terapeuti e musicisti: chi ne\u00a0conosce qualcuno sa che davvero non \u00e8 possibile capire quale dei due punti sia la partenza e quale l\u2019approdo. Suonano in pubblico e affrontano anch\u2019essi il rischio del giudizio. Ecco, per dire l\u2019entit\u00e0 della questione anche senza internet. A un certo punto, poi, arriva pure quello. E io, che ero cresciuto fra i libri di psicologia ma anche dentro quella straordinaria e libera esperienza di comunicazione che erano le radio private, colsi che\u00a0l\u00ec c\u2019era qualcosa che mi riguardava. Gi\u00e0 dal 1999 feci il primo sito del mio studio, componevo pagine con quel poco di html che avevo imparato scaricando le pagine degli altri e guardandoci dentro. Non era particolarmente vivace, anche perch\u00e9 allora bisognava presentare i testi all\u2019Ordine professionale, che doveva valutarli ed eventualmente approvarli, proprio come una pubblicit\u00e0 qualsiasi. Non era ancora evidente a tutti che la rete era un\u2019altra cosa, aveva altri tempi e non era un oggetto statico e definitivo come un cartellone pubblicitario. Col tempo le regole cambiarono. Io imparai a usare WordPress e i blog. Qualche anno dopo avevo un bel sito \u201cdi lavoro\u201d e a un certo punto superai la timidezza\u00a0e mi presi un dominio col mio nome. Il sito conteneva tutte le informazioni utili sul mio lavoro e la mia storia. Dentro, ma distinto, c\u2019era un blog dove\u00a0pubblicavo articoli troppo brevi, o troppo incompleti, o troppo colloquiali, per aspirare a diventare contributi per riviste o capitoli di libri, ma che l\u00ec, in quella cornice impegnata\u00a0ma informale, stavano bene. Avevo ripubblicato anche vecchi articoli di musica e tutto quello che faceva parte della mia vita, diciamo, intellettuale. Nel 2009 ci fu un evento che cambi\u00f2 per sempre il mio rapporto con la rete e mi\u00a0port\u00f2 a ragionare sul modo in cui le mie identit\u00e0 online interagivano fra di loro. L\u2019evento fu il terremoto dell\u2019Aquila \u2013 che \u00e8 la citt\u00e0 nella quale sono nato \u2013 e fu abbastanza naturale cominciare a pubblicare su quel blog i resoconti dei miei continui viaggi nella zona colpita: in fondo, sebbene si trattasse di diari intimi raccontati in prima persona, l\u2019oggetto erano le relazioni, la convivenza, il trauma. Erano diari, ma presto assunsero un altro valore. L\u2019informazione dei telegiornali e dei quotidiani\u00a0dalle zone terremotate era\u00a0una propaganda spietata\u00a0e mendace, e il raccontare in prima persona di chi andava o di chi c\u2019era assumeva giorno dopo giorno un valore\u00a0politico. Raccontare significava anche demistificare bugie e prendere posizione sull\u2019operato del governo di allora. Assunsi pienamente e attivamente quella prospettiva, ma questo mi poneva un problema, che mi faceva stare male ma di cui non mi accorsi subito, anche se qualcuno cercava di segnalarmelo: come fare ad evitare di avvalorare le mie prese di posizione con la cornice di\u00a0autorevolezza professionale\u00a0\u2013 data dal sito \u201cdi lavoro\u201d \u2013 dentro la quale stavano? Poi, in luglio, pubblicai su Ibridamenti (fu un\u2019idea che era nata in una conversazione con Maddalena Mapelli) una storia \u201calternativa\u201d del terremoto ricostruita attraverso gli status di Facebook (era il\u00a0vecchio\u00a0Ibridamenti: il pezzo in questione sta adesso\u00a0sul mio blog). Era sconvolgente, raccontava una storia del tutto diversa da quella della televisione. Il racconto di testimoni \u201cda dentro\u201d, che cominciava tre mesi prima della notte fatale, rendeva risibile tutta la pubblicistica sul tema \u201csi poteva prevedere?\u201d che riempiva i giornali in quei mesi. Il post usc\u00ec un\u00a0pomeriggio, e la mattina dopo mi chiamarono da Rainews per andare a parlarne quella sera stessa in diretta al TG. Fui presentato e intervistato come psicologo e raccontai di quel bell\u2019esperimento e dell\u2019importanza della rete in una vicenda come quella. All\u2019uscita dagli studi RAI di Corso Sempione riaccesi il cellulare e ricevetti una valanga di messaggini che mi incoraggiavano ad andare avanti e a dire le cose come stavano. Si stavano sovrapponendo pi\u00f9 piani, e questo cominciava a confondermi. Come psicologo, uno guarda il mondo e le relazioni altrui cercando di mantenere quella distanza necessaria a\u00a0comprendere le ragioni degli uni e degli\u00a0altri, e di descrivere e comprendere processi senza prendere posizione. Ma poi, lo psicologo ha anche delle conoscenze: \u00e8 esperto di relazioni, ha delle idee su quello che fa bene e quello che fa male. Queste conoscenze gli permettono anche\u00a0di distinguere vittime e carnefici e di prendere, se possibile, parte per le prima: ma \u00e8 giusto che questa postura e quella che dicevo un attimo fa siano distinte, e che non siano equivolcabili. Richiedono davvero di porsi in posizioni\u00a0molto diverse. La prima\u00a0\u00e8 pi\u00f9, diciamo cos\u00ec, \u201cin alto\u201d; la seconda\u00a0pi\u00f9 \u201cdentro\u201d. Ma poi c\u2019era un altro livello ancora. Il coinvolgimento che avevo con le vicende di cui avevo scritto era anche, davvero, profondamente personale e autobiografico. La citt\u00e0 terremotata era la citt\u00e0 in cui ero nato e avevo passato pi\u00f9 di un quarto di secolo e che sentivo volgarmente maltrattata. Cos\u00ec dopo un po\u2019 decisi di dividere in due\u00a0il mio blog: quello interno al sito avrebbe continuato a ospitare articoli che riguardavano il mio lavoro, mentre in un altro\u00a0trasferii parte dei post e continuai a pubblicare contenuti, diciamo, meno professionalmente connotati. Anche ricominciando a scrivere di musica, che era la mia passione pi\u00f9 antica, e di cose che mi riguardavano. E, certamente, continuando \u2013 fino a che ho avuto qualcosa da dire \u2013 a parlare dell\u2019Aquila e della violenza mediatica a cui la vedevo\u00a0sottoposta. Ecco, con l\u2019esperienza\u00a0online abbiamo sperimentato con ancora maggiore\u00a0evidenza come ciascuno di noi sia una comunit\u00e0 di \u201cs\u00e9\u201d complementari ma diversi, e per me la questione del disvelamento inevitabile\u00a0di parti del privato del clinico si traduce soprattutto nella necessit\u00e0\u00a0di mantenere la\u00a0chiarezza delle\u00a0cornici. Chiarire cornici\u00a0significa anche aver presente \u2013 e fare in modo che sia chiaro agli altri \u2013\u00a0chi\u00a0sta parlando in quel momento, e da quale collocazione. Un fatto inevitabile \u00e8 che la tua biografia ti insegue dovunque tu vada, e non resta ad aspettarti fuori dalla stanza di terapia. La mia data e il luogo di nascita stanno nascosti anche nel mio codice fiscale, e credo siano pubblicati in chiaro anche nel sito dell\u2019Ordine professionale. Che io sono nato a L\u2019Aquila, poi, \u00e8 un\u2019informazione che sta nei miei curriculum e dunque nel mio sito. Metteteci anche il fatto altrettanto ineludibile che io ho un accento differente da quello delle citt\u00e0 in cui lavoro, e sarebbe assurdo mantenere il mistero con tutti quelli che lo notano e mi domandano gentilmente da dove venga. Cos\u00ec, nell\u2019anno del terremoto \u00e8 capitato pi\u00f9 di una volta\u00a0che le persone che venivano in studio mi chiedessero notizie della mia citt\u00e0. Un giorno, appena arrivata in seduta, una coppia che attraversava un momento davvero complicato mi chiese con sincera partecipazione della salute dell\u2019Aquila. \u00c8\u00a0chiaro che il terapeuta non sta l\u00ec per dividere coi\u00a0clienti il peso delle cose che lo angustiano; e per\u00f2 nemmeno sarebbe stato utile chiudere la questione ricordando che avevamo ben altre cose di cui parlare. Sentivo quell\u2019interesse nei miei confronti come\u00a0una specie di ringraziamento per\u00a0quello che stavamo facendo insieme da diversi mesi. Comunicai\u00a0loro questo pensiero, risposi con molta gratitudine e\u00a0restammo per un po\u2019 sull\u2019argomento del loro interesse nei confronti della tragedia e del mio coinvolgimento in essa. E il terremoto\u00a0divent\u00f2 piano piano, nella conversazione, una metafora di ben altro. Mura fragili, senso di precariet\u00e0, desiderio di rientrare nella propria casa, diventarono altrettante immagini\u00a0attraverso le quali guardare a quello che stava accadendo loro. E l\u2019intensit\u00e0 con cui quel giorno parlammo della loro crisi non\u00a0l\u2019avremmo ritrovata nelle occasioni successive. Fu molto utile. Ecco, per me la chiarezza delle cornici significa per esempio che ci sono contenuti che possono tracimare da un contesto in un altro, ma il senso dello stare in quella stanza in quel tempo \u00e8 usare per uno scopo ben chiaro \u2013 quello del benessere dei pazienti \u2013 qualunque materiale o evento ci si presenti. Io penso che oggi un modo responsabile per il clinico di vigilare su quei confini stia nel mantenere aperta la riflessione al riguardo e nello sviluppare una consapevolezza degli strumenti tecnologici che usa. Per alcuni colleghi un modo di essere consapevoli \u00e8, ad esempio, quello di aggiungere \u201cpsicologo\u201d, \u201cpsicoterapeuta\u201d, o \u201cpsicoanalista\u201d al nome del loro profilo su Facebook. Non della \u201cpagina\u201d professionale: del profilo. Ricordo che tempo fa un collega psicoanalista decise di togliere la qualifica professionale\u00a0dal nome del suo profilo Facebook. Molti suoi contatti discussero quella scelta pubblicamente, qualcuno\u00a0la riteneva anche sbagliata. A un occhio esterno poteva sembrare un problema di poco conto, ma in quella scelta passava una presa di posizione che teneva conto di\u00a0un secolo di dibattito sulla questione. Il social network offre\u00a0i modi per occuparci di fare chiarezza fra cornici. 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