{"id":48,"date":"2008-08-08T17:18:42","date_gmt":"2008-08-08T16:18:42","guid":{"rendered":"http:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/?p=48"},"modified":"2025-07-20T21:04:14","modified_gmt":"2025-07-20T20:04:14","slug":"appunti-per-un-percorso-dalla-terapia-allarte-e-ritorno-1-il-jazz","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2008\/08\/08\/appunti-per-un-percorso-dalla-terapia-allarte-e-ritorno-1-il-jazz\/","title":{"rendered":"Appunti per un percorso dalla terapia all&#8217;arte e ritorno. 1: il jazz"},"content":{"rendered":"<p>Questo post \u00e8 piuttosto lungo e forse nemmeno scorrevole, ma spero che non sia abbastanza\u00a0 confuso da impedire che qualcuno aggiunga la propria voce e lasci un commento. Ci terrei molto. Metto anche in conto di aver scritto cose non precisissime, muovendomi fra due territori (la terapia sistemica e il jazz) ed avendo pi\u00f9 pratica del primo che del secondo.<br \/>\nAllora: che c\u2019entra l&#8217;improvvisazione <strong>jazz<\/strong> con la terapia? Vedi il volume &#8220;Suoni inauditi&#8221; di <strong>Davide Sparti<\/strong> (c&#8217;\u00e8 una mia recensione <a href=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/?p=46\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">qui<\/a>, ma me ero occupato anche sul sito <a href=\"http:\/\/www.terapiasistemica.info\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">TerapiaSistemica.info<\/a>: dalla recensione pubblicata in <a href=\"http:\/\/www.terapiasistemica.info\/?p=62\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">questa pagina<\/a> riprendo alcuni dei pensieri che alimenteranno questi appunti).<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"alignleft\" style=\"margin: 3px;\" src=\"http:\/\/image.anobii.com\/anobi\/image_book.php?type=4&amp;item_id=01426cc6997e22e7f1&amp;time=0\" alt=\"\" \/>Per Sparti \u201cla vita \u00e8 un esercizio di improvvisazione\u201d (p. 222), e la dimensione improvvisativa \u00e8 innanzitutto una forma di interazione sociale, una <strong>\u201cpratica culturale\u201d<\/strong> la cui indagine riguarda la sociologia; gli strumenti dell&#8217;indagine sono l\u2019etnometodologia e l\u2019analisi della conversazione.<br \/>\nLa mia idea \u00e8 che tale indagine riguardi anche la psicologia e che sia di assoluta importanza per lo <strong>psicoterapeuta<\/strong>.<\/p>\n<p>Ora, \u00e8 noto che le metafore del <strong>testo <\/strong>e della narrazione hanno da tempo affiancato le metafore cibernetiche nel lavoro sistemico con le famiglie e i sistemi umani, anzi, talvolta si sono riproposte di superarle nella direzione di un linguaggio meno legato alle macchine e alla biologia. Vedi al proposito <a title=\"Lynn Hoffman\" href=\"http:\/\/www.terapiasistemica.info\/?p=53\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">questo storico articolo di <strong>Lynn Hoffman<\/strong><\/a>, che mi dette anni fa il permesso di pubblicarne <em>on line<\/em> la traduzione che ne avevo fatto assieme ad Adriana Valle:<\/p>\n<blockquote style=\"text-align: justify;\"><p>\u201cTerapia familiare: prima parte\u201d sembra aver trovato un finale provvisorio nel fatto che il paradigma cibernetico pu\u00f2 aver terminato la sua corsa. Come potrebbe apparire una \u201cTerapia familiare: seconda parte\u201d?<br \/>\n<em>(da \u201cCostruire realt\u00e0: un&#8217;arte di lenti\u201d)<\/em><\/p><\/blockquote>\n<p>Ma Lynn Hoffman non si limitava a descrivere il modo in cui le nuove metafore avevano preso il posto di, o si erano affinancate a, quelle gi\u00e0 note:<\/p>\n<blockquote style=\"text-align: justify;\"><p>Pensando in questo modo alla costruzione di significati, si potrebbe dire che persino la scelta delle modalit\u00e0 sensoriali in psicoterapia \u00e8 derivata socialmente. Pochi decenni fa, in base all\u2019interesse per la psicologia umanistica, la parola chiave era \u201csentimenti\u201d. I pi\u00f9 recenti modelli cognitivi hanno dato la priorit\u00e0 ai modi di \u201cvedere\u201d, e presumo che nel futuro il crescente interesse per le metafore della \u201cvoce\u201d indicher\u00e0 un differente modo di \u201cascoltare\u201d. <em>(ivi)<\/em><\/p><\/blockquote>\n<p>Dunque nel 1990 Lynn Hoffman tentava di profetizzare &#8211; con buon successo, potremmo dire oggi &#8211; quali <strong>metafore <\/strong>negli anni successivi avrebbero dato forma alla psicoterapia di derivazione sistemica.<\/p>\n<p>Il mio punto di vista \u00e8 che altrettanto illuminante \u00e8 la metafora del <strong>\u201csuonare insieme\u201d <\/strong>o dell\u2019\u201dimprovvisare collettivamente su un tema\u201d.<\/p>\n<p>L&#8217;ipotesi \u00e8 che nel concetto di musica improvvisata, non scritta, che nasce mentre alcuni la suonano e altri l\u2019ascoltano, si possa rinvenire un atteggiamento che in campo sistemico \u00e8 stato l\u2019approdo (temporaneo?) di un percorso che ha cambiato il modo di fare terapia: vale a dire quello che va dall&#8217;osservanza rigida del modello e dalla posizione di controllo dell&#8217;esperto a una posizione di collaborazione fra terapeuta e clienti, dove quello che emerge non \u00e8 una costruzione predeterminata ma una <em>qualit\u00e0 emergente <\/em>della relazione. &#8220;Un modello molto diverso, che fosse meno strategico e strumentale e pi\u00f9 <strong>collaborativo <\/strong>ed esplicito&#8221;, nelle parole di Lynn Hoffman (dall&#8217;articolo citato).<\/p>\n<p>L\u2019&#8221;irriverenza&#8221; di <strong><a href=\"http:\/\/www.terapiasistemica.info\/?p=36\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Gianfranco Cecchin<\/a><\/strong>, l&#8217;atteggiamento del terapeuta che usa le proprie teorie senza ritenerle verit\u00e0 definitive e anzi potendole mettere &#8220;fra parentesi&#8221;, e che richiede per\u00f2 una profonda conoscenza delle regole, per potersene affrancare, sembra avere analogie con il rapporto che c&#8217;\u00e8 fra l&#8217;improvvisatore e uno standard jazz nell\u2019improvvisazione boppistica. Che dire della famosa frase di <strong><a href=\"http:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Charlie_Parker\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Charlie Parker<\/a><\/strong>: &#8220;master your instrument, master the music; then forget all that shit and just play!&#8221; (&#8220;padroneggia il tuo strumento, padroneggia la musica, poi dimentica tutte quelle stronzate e <em>suona<\/em>!&#8221;), se non rimpiangere il fatto che il terapeuta milanese e il genio del sax hanno operato in momenti e luoghi troppo diversi per poter incontrarsi?<\/p>\n<p>Il discorso sarebbe da approfondire, e mi piacerebbe farlo con l&#8217;ausilio di musicisti e di persone competenti sul jazz e sulla musica improvvisata. Mi riservo di farlo: ma ho il sospetto che la terapia di Cecchin si possa ritenere profondamente parkeriana.<br \/>\n(Un altro approfondimento possibile: la collaborazione fra <strong>Charlie Parker e Dizzy Gillespie<\/strong> e quella fra <a href=\"http:\/\/www.cmtf.it\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin<\/strong><\/a>; se trovo un po&#8217; di tempo, non sarebbe male provare ad approfondire; anche questa credo possa essere un&#8217;ipotesi gravida di conseguenze interessanti).<\/p>\n<p>Altri spunti risalgono a una sera di qualche anno fa, quando assistetti a una performance del sestetto di <strong>Paolo Fresu<\/strong>. Fresu stava lavorando da anni sulle partiture di &#8220;Porgy and Bess&#8221; di <strong>Gershwin<\/strong>. Due aspetti mi rimasero impressi di quella serata (oltre la musica):<\/p>\n<p>1. Ad un certo punto della serata (che si svolgeva all&#8217;aperto in estate, nella piazza di una localit\u00e0 lacustre) l&#8217;<strong>orologio<\/strong> della torre inizi\u00f2 a battere le ventidue, giusto mentre il gruppo stava per attaccare uno dei brani in programma. Si fosse trattato di un concerto di musica classica, i musicisti si sarebbero fermati ed avrebbero atteso che tornasse il silenzio. Con grande divertimento dei presenti, invece, il batterista del sestetto (Morton Lund?) prese ad improvvisare &#8220;duettando&#8221; con l&#8217;orologio: in un certo senso, l&#8217;orologio con i suoi battiti ritmici non era &#8220;esterno&#8221; alla musica, i confini fra il palco e quello che accadeva fuori da esso sfumavano. Quel che accadeva di imprevisto non era di &#8220;disturbo&#8221; alla musica, ma anzi ne diventava parte. Questo suggeriva alcune idee sul <strong>setting<\/strong>, i suoi <strong>confini<\/strong>, le sue regole, la sua minore o maggiore flessibilit\u00e0.<\/p>\n<p>2. Il lavoro che da anni Fresu conduceva su <strong>&#8220;Porgy and Bess&#8221;<\/strong>, col contributo di varie formazioni di musicisti, in cui le partiture originali davano luogo ad arrangiamenti e soluzioni sempre diverse e che evolvevano nel tempo, mi ricordava da vicino un articolo di <a title=\"Carlos Sluzki\" href=\"http:\/\/sluzki.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>Carlos Sluzki<\/strong><\/a>, <a href=\"http:\/\/sluzki.com\/?articles&amp;id=90a\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">&#8220;Strange attractors and the transformation of Narratives in Therapy&#8221;<\/a>, tradotto (&#8220;La trasformazione terapeutica delle trame narrative&#8221;) sul n. 36\/1991 di <strong><a title=\"Terapia Familiare, Franco Angeli Ed.\" href=\"http:\/\/www.francoangeli.it\/riviste\/sommario.asp?IDRivista=68\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Terapia Familiare<\/a><\/strong>. In esso Sluzki illustra un modo di fare terapia per cui le storie portate dalla famiglia o dal cliente evolvono gradualmente nell&#8217;arco della terapia: evolve la <em>natura<\/em> delle storie e la <em>narrazione<\/em> delle storie.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 nella recensione del libro di Sparti ricordavo che negli anni 80 la critica jazz era impegnata nel decidere se gli <strong>\u201cimprovvisatori radicali\u201d<\/strong> (il chitarrista <a href=\"http:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Derek_Bailey\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>Derek Bailey<\/strong><\/a> su tutti, v. il video poco pi\u00f9 avanti, ma anche una schiera di musicisti che un cercava di introdurre un linguaggio improvvisativo che rifiutava strutture e vincoli alla creativit\u00e0) fossero veri musicisti, in grado di improvvisare decentemente su uno standard oltre che di emettere suoni apparentemente causali. Il decano della critica jazz italiana, <a href=\"http:\/\/centrostudi.sienajazz.it\/libroSJ.asp?lang=&amp;vis=5&amp;fcs=2\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>Arrigo Polillo<\/strong><\/a>, padre della storica rivista <a href=\"http:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Musica_Jazz\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>&#8220;Musica Jazz&#8221;<\/strong><\/a>, era particolarmente ostile alla musica di questa corrente emergente.<\/p>\n<p>Qualche anno fa <strong>Salvador Minuchin <\/strong>(sul &#8220;Journal of marital and family therapy&#8221;; in Italia la ripubblic\u00f2 &#8220;Terapia familiare&#8221;) propose una polemica simile: dov&#8217;\u00e8 finita la famiglia, e la terapia della famiglia, nella terapia postmoderna e conversazionalista?<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft\" style=\"border: 1px solid black; margin: 4px;\" src=\"http:\/\/image.anobii.com\/anobi\/image_book.php?type=3&amp;item_id=01d299e808085269eb&amp;time=1215796005\" alt=\"Darek Bailey: \" width=\"217\" height=\"328\" \/><\/p>\n<p>Allo stesso modo i critici pi\u00f9 &#8220;critici&#8221; sui musicisti improvvisatori si domandavano &#8220;che fine ha fatto il <strong><em>blues<\/em><\/strong> in questa musica improvvisata? Si pu\u00f2 ancora chiamare <em>jazz<\/em>?&#8221;. Come quei musicisti, i terapeuti conversazionalisti rivendicano un modo di fare terapia che &#8220;liberi&#8221; le persone (i clienti <em>in primis<\/em>, ma in buona misura anche i terapeuti) dalla &#8220;tirannia&#8221; dei modelli e delle idee precostituite.<\/p>\n<p>Nell&#8217;uno e nell&#8217;altro caso la questione del rapporto fra avanguardie e tradizione sembra rilevante; e in entrambi i casi si potrebbe rispondere: \u00e8 davvero possibile non avere regole? Il rifiuto di regole e struttura non \u00e8 esso stesso, paradossalmente, una <strong>regola <\/strong>che struttura fortemente la relazione e la comunicazione? E in effetti, nell&#8217;uno e nell&#8217;altro caso, argomenti del genere erano i preferiti (e, diciamolo, i pi\u00f9 difficilmente oppugnabili) di quanti guardavano con pi\u00f9 prudenza che entusiasmo a simili &#8220;svolte&#8221;.<\/p>\n<p>Questi sono solo alcuni aspetti da esplorare per approfondire la metafora della terapia come <strong>\u201cjam session\u201d<\/strong> di musica improvvisata (e della formazione alla terapia come training all\u2019improvvisazione collettiva), non solo nell\u2019analogia tra due forme di interazione creativa, ma anche nelle somiglianze tra le questioni epistemologiche che riguardano ciascuno di questi ambiti.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Questo post \u00e8 piuttosto lungo e forse nemmeno scorrevole, ma spero che non sia abbastanza\u00a0 confuso da impedire che qualcuno aggiunga la propria voce e lasci un <\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":6485,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_awef_post_faq_schema":[],"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[11],"tags":[53,89,97,125,157],"class_list":["post-48","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-psicologia-e-psicoterapia","tag-cura","tag-improvvisazione","tag-jazz","tag-musica","tag-sistemica"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v25.6 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Appunti per un percorso dalla terapia all&#039;arte e ritorno. 1: il jazz - Psicoterapia (e altre metafore)<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2008\/08\/08\/appunti-per-un-percorso-dalla-terapia-allarte-e-ritorno-1-il-jazz\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Appunti per un percorso dalla terapia all&#039;arte e ritorno. 1: il jazz - Psicoterapia (e altre metafore)\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"Questo post \u00e8 piuttosto lungo e forse nemmeno scorrevole, ma spero che non sia abbastanza\u00a0 confuso da impedire che qualcuno aggiunga la propria voce e lasci un commento. 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Ora, \u00e8 noto che le metafore del testo e della narrazione hanno da tempo affiancato le metafore cibernetiche nel lavoro sistemico con le famiglie e i sistemi umani, anzi, talvolta si sono riproposte di superarle nella direzione di un linguaggio meno legato alle macchine e alla biologia. Vedi al proposito questo storico articolo di Lynn Hoffman, che mi dette anni fa il permesso di pubblicarne on line la traduzione che ne avevo fatto assieme ad Adriana Valle: \u201cTerapia familiare: prima parte\u201d sembra aver trovato un finale provvisorio nel fatto che il paradigma cibernetico pu\u00f2 aver terminato la sua corsa. Come potrebbe apparire una \u201cTerapia familiare: seconda parte\u201d? (da \u201cCostruire realt\u00e0: un&#8217;arte di lenti\u201d) Ma Lynn Hoffman non si limitava a descrivere il modo in cui le nuove metafore avevano preso il posto di, o si erano affinancate a, quelle gi\u00e0 note: Pensando in questo modo alla costruzione di significati, si potrebbe dire che persino la scelta delle modalit\u00e0 sensoriali in psicoterapia \u00e8 derivata socialmente. Pochi decenni fa, in base all\u2019interesse per la psicologia umanistica, la parola chiave era \u201csentimenti\u201d. I pi\u00f9 recenti modelli cognitivi hanno dato la priorit\u00e0 ai modi di \u201cvedere\u201d, e presumo che nel futuro il crescente interesse per le metafore della \u201cvoce\u201d indicher\u00e0 un differente modo di \u201cascoltare\u201d. (ivi) Dunque nel 1990 Lynn Hoffman tentava di profetizzare &#8211; con buon successo, potremmo dire oggi &#8211; quali metafore negli anni successivi avrebbero dato forma alla psicoterapia di derivazione sistemica. Il mio punto di vista \u00e8 che altrettanto illuminante \u00e8 la metafora del \u201csuonare insieme\u201d o dell\u2019\u201dimprovvisare collettivamente su un tema\u201d. L&#8217;ipotesi \u00e8 che nel concetto di musica improvvisata, non scritta, che nasce mentre alcuni la suonano e altri l\u2019ascoltano, si possa rinvenire un atteggiamento che in campo sistemico \u00e8 stato l\u2019approdo (temporaneo?) di un percorso che ha cambiato il modo di fare terapia: vale a dire quello che va dall&#8217;osservanza rigida del modello e dalla posizione di controllo dell&#8217;esperto a una posizione di collaborazione fra terapeuta e clienti, dove quello che emerge non \u00e8 una costruzione predeterminata ma una qualit\u00e0 emergente della relazione. &#8220;Un modello molto diverso, che fosse meno strategico e strumentale e pi\u00f9 collaborativo ed esplicito&#8221;, nelle parole di Lynn Hoffman (dall&#8217;articolo citato). L\u2019&#8221;irriverenza&#8221; di Gianfranco Cecchin, l&#8217;atteggiamento del terapeuta che usa le proprie teorie senza ritenerle verit\u00e0 definitive e anzi potendole mettere &#8220;fra parentesi&#8221;, e che richiede per\u00f2 una profonda conoscenza delle regole, per potersene affrancare, sembra avere analogie con il rapporto che c&#8217;\u00e8 fra l&#8217;improvvisatore e uno standard jazz nell\u2019improvvisazione boppistica. Che dire della famosa frase di Charlie Parker: &#8220;master your instrument, master the music; then forget all that shit and just play!&#8221; (&#8220;padroneggia il tuo strumento, padroneggia la musica, poi dimentica tutte quelle stronzate e suona!&#8221;), se non rimpiangere il fatto che il terapeuta milanese e il genio del sax hanno operato in momenti e luoghi troppo diversi per poter incontrarsi? Il discorso sarebbe da approfondire, e mi piacerebbe farlo con l&#8217;ausilio di musicisti e di persone competenti sul jazz e sulla musica improvvisata. Mi riservo di farlo: ma ho il sospetto che la terapia di Cecchin si possa ritenere profondamente parkeriana. (Un altro approfondimento possibile: la collaborazione fra Charlie Parker e Dizzy Gillespie e quella fra Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin; se trovo un po&#8217; di tempo, non sarebbe male provare ad approfondire; anche questa credo possa essere un&#8217;ipotesi gravida di conseguenze interessanti). Altri spunti risalgono a una sera di qualche anno fa, quando assistetti a una performance del sestetto di Paolo Fresu. Fresu stava lavorando da anni sulle partiture di &#8220;Porgy and Bess&#8221; di Gershwin. Due aspetti mi rimasero impressi di quella serata (oltre la musica): 1. Ad un certo punto della serata (che si svolgeva all&#8217;aperto in estate, nella piazza di una localit\u00e0 lacustre) l&#8217;orologio della torre inizi\u00f2 a battere le ventidue, giusto mentre il gruppo stava per attaccare uno dei brani in programma. Si fosse trattato di un concerto di musica classica, i musicisti si sarebbero fermati ed avrebbero atteso che tornasse il silenzio. Con grande divertimento dei presenti, invece, il batterista del sestetto (Morton Lund?) prese ad improvvisare &#8220;duettando&#8221; con l&#8217;orologio: in un certo senso, l&#8217;orologio con i suoi battiti ritmici non era &#8220;esterno&#8221; alla musica, i confini fra il palco e quello che accadeva fuori da esso sfumavano. Quel che accadeva di imprevisto non era di &#8220;disturbo&#8221; alla musica, ma anzi ne diventava parte. Questo suggeriva alcune idee sul setting, i suoi confini, le sue regole, la sua minore o maggiore flessibilit\u00e0. 2. Il lavoro che da anni Fresu conduceva su &#8220;Porgy and Bess&#8221;, col contributo di varie formazioni di musicisti, in cui le partiture originali davano luogo ad arrangiamenti e soluzioni sempre diverse e che evolvevano nel tempo, mi ricordava da vicino un articolo di Carlos Sluzki, &#8220;Strange attractors and the transformation of Narratives in Therapy&#8221;, tradotto (&#8220;La trasformazione terapeutica delle trame narrative&#8221;) sul n. 36\/1991 di Terapia Familiare. In esso Sluzki illustra un modo di fare terapia per cui le storie portate dalla famiglia o dal cliente evolvono gradualmente nell&#8217;arco della terapia: evolve la natura delle storie e la narrazione delle storie. Gi\u00e0 nella recensione del libro di Sparti ricordavo che negli anni 80 la critica jazz era impegnata nel decidere se gli \u201cimprovvisatori radicali\u201d (il chitarrista Derek Bailey su tutti, v. il video poco pi\u00f9 avanti, ma anche una schiera di musicisti che un cercava di introdurre un linguaggio improvvisativo che rifiutava strutture e vincoli alla creativit\u00e0) fossero veri musicisti, in grado di improvvisare decentemente su uno standard oltre che di emettere suoni apparentemente causali. Il decano della critica jazz italiana, Arrigo Polillo, padre della storica rivista &#8220;Musica Jazz&#8221;, era particolarmente ostile alla musica di questa corrente emergente. Qualche anno fa Salvador Minuchin (sul &#8220;Journal of marital and family therapy&#8221;; in Italia la ripubblic\u00f2 &#8220;Terapia familiare&#8221;) propose una polemica simile: dov&#8217;\u00e8 finita la famiglia, e la terapia della famiglia, nella terapia postmoderna e conversazionalista? Allo stesso modo i critici pi\u00f9 &#8220;critici&#8221; sui musicisti improvvisatori si domandavano &#8220;che fine ha fatto il blues in questa musica improvvisata? Si pu\u00f2 ancora chiamare jazz?&#8221;. Come quei musicisti, i terapeuti conversazionalisti rivendicano un modo di fare terapia che &#8220;liberi&#8221; le persone (i clienti in primis, ma in buona misura anche i terapeuti) dalla &#8220;tirannia&#8221; dei modelli e delle idee precostituite. Nell&#8217;uno e nell&#8217;altro caso la questione del rapporto fra avanguardie e tradizione sembra rilevante; e in entrambi i casi si potrebbe rispondere: \u00e8 davvero possibile non avere regole? Il rifiuto di regole e struttura non \u00e8 esso stesso, paradossalmente, una regola che struttura fortemente la relazione e la comunicazione? E in effetti, nell&#8217;uno e nell&#8217;altro caso, argomenti del genere erano i preferiti (e, diciamolo, i pi\u00f9 difficilmente oppugnabili) di quanti guardavano con pi\u00f9 prudenza che entusiasmo a simili &#8220;svolte&#8221;. 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Ci terrei molto. Metto anche in conto di aver scritto cose non precisissime, muovendomi fra due territori (la terapia sistemica e il jazz) ed avendo pi\u00f9 pratica del primo che del secondo. Allora: che c\u2019entra l&#8217;improvvisazione jazz con la terapia? Vedi il volume &#8220;Suoni inauditi&#8221; di Davide Sparti (c&#8217;\u00e8 una mia recensione qui, ma me ero occupato anche sul sito TerapiaSistemica.info: dalla recensione pubblicata in questa pagina riprendo alcuni dei pensieri che alimenteranno questi appunti). Per Sparti \u201cla vita \u00e8 un esercizio di improvvisazione\u201d (p. 222), e la dimensione improvvisativa \u00e8 innanzitutto una forma di interazione sociale, una \u201cpratica culturale\u201d la cui indagine riguarda la sociologia; gli strumenti dell&#8217;indagine sono l\u2019etnometodologia e l\u2019analisi della conversazione. La mia idea \u00e8 che tale indagine riguardi anche la psicologia e che sia di assoluta importanza per lo psicoterapeuta. Ora, \u00e8 noto che le metafore del testo e della narrazione hanno da tempo affiancato le metafore cibernetiche nel lavoro sistemico con le famiglie e i sistemi umani, anzi, talvolta si sono riproposte di superarle nella direzione di un linguaggio meno legato alle macchine e alla biologia. Vedi al proposito questo storico articolo di Lynn Hoffman, che mi dette anni fa il permesso di pubblicarne on line la traduzione che ne avevo fatto assieme ad Adriana Valle: \u201cTerapia familiare: prima parte\u201d sembra aver trovato un finale provvisorio nel fatto che il paradigma cibernetico pu\u00f2 aver terminato la sua corsa. Come potrebbe apparire una \u201cTerapia familiare: seconda parte\u201d? (da \u201cCostruire realt\u00e0: un&#8217;arte di lenti\u201d) Ma Lynn Hoffman non si limitava a descrivere il modo in cui le nuove metafore avevano preso il posto di, o si erano affinancate a, quelle gi\u00e0 note: Pensando in questo modo alla costruzione di significati, si potrebbe dire che persino la scelta delle modalit\u00e0 sensoriali in psicoterapia \u00e8 derivata socialmente. Pochi decenni fa, in base all\u2019interesse per la psicologia umanistica, la parola chiave era \u201csentimenti\u201d. I pi\u00f9 recenti modelli cognitivi hanno dato la priorit\u00e0 ai modi di \u201cvedere\u201d, e presumo che nel futuro il crescente interesse per le metafore della \u201cvoce\u201d indicher\u00e0 un differente modo di \u201cascoltare\u201d. (ivi) Dunque nel 1990 Lynn Hoffman tentava di profetizzare &#8211; con buon successo, potremmo dire oggi &#8211; quali metafore negli anni successivi avrebbero dato forma alla psicoterapia di derivazione sistemica. Il mio punto di vista \u00e8 che altrettanto illuminante \u00e8 la metafora del \u201csuonare insieme\u201d o dell\u2019\u201dimprovvisare collettivamente su un tema\u201d. L&#8217;ipotesi \u00e8 che nel concetto di musica improvvisata, non scritta, che nasce mentre alcuni la suonano e altri l\u2019ascoltano, si possa rinvenire un atteggiamento che in campo sistemico \u00e8 stato l\u2019approdo (temporaneo?) di un percorso che ha cambiato il modo di fare terapia: vale a dire quello che va dall&#8217;osservanza rigida del modello e dalla posizione di controllo dell&#8217;esperto a una posizione di collaborazione fra terapeuta e clienti, dove quello che emerge non \u00e8 una costruzione predeterminata ma una qualit\u00e0 emergente della relazione. &#8220;Un modello molto diverso, che fosse meno strategico e strumentale e pi\u00f9 collaborativo ed esplicito&#8221;, nelle parole di Lynn Hoffman (dall&#8217;articolo citato). L\u2019&#8221;irriverenza&#8221; di Gianfranco Cecchin, l&#8217;atteggiamento del terapeuta che usa le proprie teorie senza ritenerle verit\u00e0 definitive e anzi potendole mettere &#8220;fra parentesi&#8221;, e che richiede per\u00f2 una profonda conoscenza delle regole, per potersene affrancare, sembra avere analogie con il rapporto che c&#8217;\u00e8 fra l&#8217;improvvisatore e uno standard jazz nell\u2019improvvisazione boppistica. Che dire della famosa frase di Charlie Parker: &#8220;master your instrument, master the music; then forget all that shit and just play!&#8221; (&#8220;padroneggia il tuo strumento, padroneggia la musica, poi dimentica tutte quelle stronzate e suona!&#8221;), se non rimpiangere il fatto che il terapeuta milanese e il genio del sax hanno operato in momenti e luoghi troppo diversi per poter incontrarsi? Il discorso sarebbe da approfondire, e mi piacerebbe farlo con l&#8217;ausilio di musicisti e di persone competenti sul jazz e sulla musica improvvisata. Mi riservo di farlo: ma ho il sospetto che la terapia di Cecchin si possa ritenere profondamente parkeriana. (Un altro approfondimento possibile: la collaborazione fra Charlie Parker e Dizzy Gillespie e quella fra Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin; se trovo un po&#8217; di tempo, non sarebbe male provare ad approfondire; anche questa credo possa essere un&#8217;ipotesi gravida di conseguenze interessanti). Altri spunti risalgono a una sera di qualche anno fa, quando assistetti a una performance del sestetto di Paolo Fresu. Fresu stava lavorando da anni sulle partiture di &#8220;Porgy and Bess&#8221; di Gershwin. Due aspetti mi rimasero impressi di quella serata (oltre la musica): 1. Ad un certo punto della serata (che si svolgeva all&#8217;aperto in estate, nella piazza di una localit\u00e0 lacustre) l&#8217;orologio della torre inizi\u00f2 a battere le ventidue, giusto mentre il gruppo stava per attaccare uno dei brani in programma. Si fosse trattato di un concerto di musica classica, i musicisti si sarebbero fermati ed avrebbero atteso che tornasse il silenzio. Con grande divertimento dei presenti, invece, il batterista del sestetto (Morton Lund?) prese ad improvvisare &#8220;duettando&#8221; con l&#8217;orologio: in un certo senso, l&#8217;orologio con i suoi battiti ritmici non era &#8220;esterno&#8221; alla musica, i confini fra il palco e quello che accadeva fuori da esso sfumavano. Quel che accadeva di imprevisto non era di &#8220;disturbo&#8221; alla musica, ma anzi ne diventava parte. Questo suggeriva alcune idee sul setting, i suoi confini, le sue regole, la sua minore o maggiore flessibilit\u00e0. 2. Il lavoro che da anni Fresu conduceva su &#8220;Porgy and Bess&#8221;, col contributo di varie formazioni di musicisti, in cui le partiture originali davano luogo ad arrangiamenti e soluzioni sempre diverse e che evolvevano nel tempo, mi ricordava da vicino un articolo di Carlos Sluzki, &#8220;Strange attractors and the transformation of Narratives in Therapy&#8221;, tradotto (&#8220;La trasformazione terapeutica delle trame narrative&#8221;) sul n. 36\/1991 di Terapia Familiare. In esso Sluzki illustra un modo di fare terapia per cui le storie portate dalla famiglia o dal cliente evolvono gradualmente nell&#8217;arco della terapia: evolve la natura delle storie e la narrazione delle storie. Gi\u00e0 nella recensione del libro di Sparti ricordavo che negli anni 80 la critica jazz era impegnata nel decidere se gli \u201cimprovvisatori radicali\u201d (il chitarrista Derek Bailey su tutti, v. il video poco pi\u00f9 avanti, ma anche una schiera di musicisti che un cercava di introdurre un linguaggio improvvisativo che rifiutava strutture e vincoli alla creativit\u00e0) fossero veri musicisti, in grado di improvvisare decentemente su uno standard oltre che di emettere suoni apparentemente causali. Il decano della critica jazz italiana, Arrigo Polillo, padre della storica rivista &#8220;Musica Jazz&#8221;, era particolarmente ostile alla musica di questa corrente emergente. Qualche anno fa Salvador Minuchin (sul &#8220;Journal of marital and family therapy&#8221;; in Italia la ripubblic\u00f2 &#8220;Terapia familiare&#8221;) propose una polemica simile: dov&#8217;\u00e8 finita la famiglia, e la terapia della famiglia, nella terapia postmoderna e conversazionalista? Allo stesso modo i critici pi\u00f9 &#8220;critici&#8221; sui musicisti improvvisatori si domandavano &#8220;che fine ha fatto il blues in questa musica improvvisata? Si pu\u00f2 ancora chiamare jazz?&#8221;. Come quei musicisti, i terapeuti conversazionalisti rivendicano un modo di fare terapia che &#8220;liberi&#8221; le persone (i clienti in primis, ma in buona misura anche i terapeuti) dalla &#8220;tirannia&#8221; dei modelli e delle idee precostituite. Nell&#8217;uno e nell&#8217;altro caso la questione del rapporto fra avanguardie e tradizione sembra rilevante; e in entrambi i casi si potrebbe rispondere: \u00e8 davvero possibile non avere regole? Il rifiuto di regole e struttura non \u00e8 esso stesso, paradossalmente, una regola che struttura fortemente la relazione e la comunicazione? E in effetti, nell&#8217;uno e nell&#8217;altro caso, argomenti del genere erano i preferiti (e, diciamolo, i pi\u00f9 difficilmente oppugnabili) di quanti guardavano con pi\u00f9 prudenza che entusiasmo a simili &#8220;svolte&#8221;. 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