{"id":3765,"date":"2015-03-26T23:45:14","date_gmt":"2015-03-26T22:45:14","guid":{"rendered":"http:\/\/www.massimogiuliani.it\/ipertesti\/?p=3765"},"modified":"2025-03-07T14:04:04","modified_gmt":"2025-03-07T13:04:04","slug":"come-pelle-lintera-umanita-appartenenza-e-prossimita-nellera-digitale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2015\/03\/26\/come-pelle-lintera-umanita-appartenenza-e-prossimita-nellera-digitale\/","title":{"rendered":"Come pelle l\u2019intera umanit\u00e0. Appartenenza e prossimit\u00e0 nell\u2019era digitale"},"content":{"rendered":"<p><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft\" style=\"border: 1px solid black; margin-left: 5px; margin-right: 5px;\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/lenews.info\/files\/lenews.info\/2015\/03\/logo_piccolo.jpg?resize=300%2C229\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"229\" \/><\/p>\n<p><i>Questo \u00e8 il testo della relazione che avevo preparato per il mio intervento a <a href=\"http:\/\/biennaledemocrazia.it\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>Biennale Democrazia<\/strong><\/a> il 26 marzo 2015, per l&#8217;evento <a href=\"http:\/\/biennaledemocrazia.it\/eventi\/passaggi-didentita-2\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">&#8220;Passaggi d&#8217;identit\u00e0&#8221;<\/a>, al quale ho partecipato con <strong>Adriano Zamperini<\/strong> e con <strong>Alessandro Lombardo<\/strong> che ha coordinato.<br \/>\nNon\u00a0coincide\u00a0totalmente col testo che ho\u00a0presentato &#8211; parzialmente improvvisando &#8211; e che sar\u00e0 disponibile in\u00a0video sul sito di Biennale Democrazia.<\/i><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h4><strong>1. Dove comincio e dove finisco<\/strong><\/h4>\n<p>Non fece in tempo, <b>Marshall <\/b><b>McLuhan<\/b>, a rendersi conto di quanto fosse profetica la sua visionaria affermazione <b>\u201cNell\u2019era elettrica abbiamo come pelle l\u2019intera umanit\u00e0\u201d<\/b>.<\/p>\n<p>A McLuhan, sociologo che ha detto cose illuminanti sui media, dobbiamo l\u2019intuizione che essi funzionano come altrettante estensioni della nostra pelle. Dove i \u201cmedia\u201d non sono solo i mezzi di comunicazione come li intendiamo: a McLuhan interessava la televisione altrettanto che l\u2019abbigliamento, le case e i mezzi di locomozione. Tutto quanto \u00e8 pensato per arrivare a toccare gli altri, <!--more-->o per consolidare i nostri confini, \u00e8 un <i>medium<\/i>. Le pareti dei nostri appartamenti, le mura delle citt\u00e0, le culture, i treni, sono in questo senso una seconda pelle. I mezzi di comunicazione estendono metaforicamente i confini della nostra epidermide.<\/p>\n<p>A dispetto delle apparenze, niente di nuovo: il passaggio a cui assistiamo con lo sviluppo dei nuovi media non segna una discontinuit\u00e0 radicale rispetto al passato. La storia dell\u2019evoluzione delle tecnologie \u00e8 la storia dello sforzo di espandere la propria pelle <b>oltre i confini corporei<\/b>. Oggi viviamo \u2014 n\u00e9 pi\u00f9, n\u00e9 meno \u2014 un capitolo di quella storia.<\/p>\n<p>Identificare i nostri confini attiene a una delle questioni storiche della psicologia. \u00c8 il problema di definire l\u2019<b>individuo<\/b> e la sua <b>mente<\/b>, e viene da lontano, da prima che si cominciasse a riflettere sui media. Alcune tradizioni racchiudono la mente dentro i confini dell\u2019individuo (dentro la sua pelle), altre devono ricorrere alla descrizione di circuiti pi\u00f9 complessi che comprendono <i>anche<\/i> l\u2019individuo, senza i quali nulla di quest\u2019ultimo sarebbe comprensibile.<\/p>\n<p>Che dentro quei confini ci sia anche &#8220;quello che ci appartiene\u201d lo diceva <strong>William James<\/strong> pi\u00f9 di cento anni fa: un altro profeta.<\/p>\n<p><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft\" style=\"margin-left: 5px; margin-right: 5px;\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/i.ytimg.com\/vi\/7hOMAGEB7Ko\/hqdefault.jpg?resize=300%2C200\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"200\" \/>Gregory Bateson scrisse: \u201dSupponiamo che io sia cieco e che usi un <b>bastone<\/b> e vada a tentoni. In quale punto comincio io? Il mio sistema mentale finisce all&#8217;impugnatura del bastone? O finisce con la mia epidermide? Comincia a met\u00e0 del bastone? O alla punta del bastone? Tutte queste sono domande senza senso.&#8221;<\/p>\n<p>Dunque pensare a vari strati di pelle che racchiudono un \u201cme\u201d pi\u00f9 prossimale o che lo proiettano a contatto con la pelle di qualcun altro mi offre una buona metafora per parlare di dove comincio e soprattutto di dove finisco.<\/p>\n<p>Anche se parlarne come di un \u201cconfine\u201d, sebbene mutevole, gi\u00e0 non mi soddisfa pi\u00f9. La pelle non \u00e8 una barriera passiva: \u00e8 un vero e proprio <strong>organo<\/strong>. Sente, comunica, sceglie. \u00c8 dotata di sensori chimici che le permettono di percepire e selezionare. Lascia entrare delle sostanze e ne libera altre dal corpo all\u2019ambiente circostante.<\/p>\n<p>Prima di arrivare qui, oggi, a parlarvi di queste cose, ho fatto un piccolo esperimento con gli appunti di questa relazione. Ne ho estratto dei brani e li ho pubblicati \u2014 virgolettati e attribuiti a un autore inesistente \u2014 sulla mia bacheca Facebook.<\/p>\n<p>Alcuni amici hanno fatto delle domande, altri hanno scritto commenti che hanno perturbato il mio testo. Hanno suggerito implicazioni che non mi erano venute in mente e che un po\u2019 hanno <strong>modificato<\/strong> quello che penso e che vi sto dicendo. La mia \u201cpelle\u201d, cos\u00ec, ha lasciato entrare sostanze che un po\u2019 mi hanno modificato.<\/p>\n<p>Dunque se io sono definito dai miei confini, il \u201cme\u201d che vedete ed ascoltate parlare con voi in questo momento non \u00e8 esattamente lo stesso che ieri sera parlava con mia figlia, e anche quello non era lo stesso che poche ore prima faceva una seduta familiare in studio. La mia pelle non incorpora gli stessi pezzi di realt\u00e0 in ciascuno di questi contesti.<\/p>\n<p>Ripensiamo a Bateson e al bastone.<\/p>\n<p>Io sto scrivendo la mia relazione per questo incontro. Spargo online dei pezzi dei miei pensieri. Altre persone li raccolgono, li integrano, li modificano, li perturbano in qualche modo e me li restituiscono.<\/p>\n<p>Fra parentesi: \u00e8 cos\u00ec da sempre. Sebbene sia pi\u00f9 chiaro agli autori di articoli scientifici di scienze \u201cdure\u201d che a noi cultori di scienze umane, ogni creazione \u00e8 sempre in qualche misura creazione di una mente pi\u00f9 ampia. Un articolo di biologia porta anche sette o otto nomi di autori, perch\u00e9 il docente o il collega che ha messo a disposizione fonti altrimenti irreperibili d\u00e0 in qualche modo un contributo autoriale insostituibile. Nel nostro ambito invece tendiamo pi\u00f9 a mettere in evidenza il nostro nome per dire \u201cquesto libro sono io, qui comincio e qui finisco, proprio come le pagine fra il davanti e il dietro della copertina rigida\u201d.<\/p>\n<p>Ma dicevo della mia relazione e di ci\u00f2 che l&#8217;ha perturbata.<\/p>\n<p>Dunque: in quale punto finisco io? Il mio <b>sistema mentale<\/b> finisce alla punta delle mie dita? Sul display del dispositivo? O sulla tastiera dei miei amici? O anche oltre?<\/p>\n<p>Conosco una persona che per il suo recente compleanno &#8220;tondo&#8221; si \u00e8 regalata il \u201cviaggio della vita\u201d. Sta attraversando Europa e Asia con molti mezzi e alloggia in posti ben poco turistici. Io e molti altri suoi amici seguiamo il suo viaggio attraverso le foto che pubblica quotidianamente su Facebook. \u00c8 piuttosto appassionante condividere un\u2019esperienza personale e profonda; <b>intima<\/b> e <b>pubblica<\/b> insieme. Forse intima perch\u00e9 condivisa con persone che in qualche modo ha scelto. Sui social network si pu\u00f2 scegliere fin dove espandere la propria pelle; \u00e8 un fatto poco considerato da quanti paventano la fine di qualunque forma di riservatezza (e non parlo di <a href=\"http:\/\/www.repubblica.it\/politica\/2015\/03\/25\/news\/quintarelli_antiterrorismo_privacy-110447154\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">cose cos\u00ec<\/a>; parlo della facolt\u00e0 di scegliere con chi, fra quanti sono in contatto con noi, condividere ciascun contenuto).<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright\" src=\"http:\/\/image.anobii.com\/anobi\/image_book.php?item_id=013b374b5a467aba96&amp;time=&amp;type=4\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"300\" \/>Per qualche giorno abbiamo anche perso di vista la nostra amica, e ce lo aspettavamo. Lo aveva annunciato. \u00c8 stato quando ha visitato Auschwitz. \u00c8 rimasta sconnessa per scelta, forse nella convinzione che se una cosa non si pu\u00f2 condividerla con una profondit\u00e0 almeno paragonabile a quella con cui si sperimenta, \u00e8 meglio non provarci nemmeno. Meglio il silenzio e lasciarsi attraversare dall\u2019esperienza, e ascoltarla, e ascoltarsi.<\/p>\n<p>L\u2019altro giorno sulla sua bacheca appare il messaggio:<\/p>\n<blockquote><p>\u201cSono nel deserto di Gobi e all&#8217;improvviso mi sono ritrovata collegata!\u201d<\/p><\/blockquote>\n<p>Ce l\u2019ha comunicato con divertimento e anche noi abbiamo trovato buffo che dal cuore desolato della Mongolia fosse possibile aggiornare il proprio status quando spedire una email dall\u2019ufficio non \u00e8 sempre un atto banale.<\/p>\n<p>Nei commenti a quello status ci ha raccontato l\u2019esperienza sconvolgente di poco prima, del camminare da sola nel mezzo del deserto, nello \u201cspazio vuoto\u201d. Prima di ora non era possibile raccontare la <strong>solitudine<\/strong> in diretta.<\/p>\n<p>Dunque si pu\u00f2 tacere e scegliere di restare soli con le proprie emozioni calde, e ascoltarle, o si pu\u00f2 scegliere di condividerle, e scegliere con chi, forse dissipandone un po\u2019 l\u2019impatto. Cio\u00e8: si pu\u00f2 decidere fin dove espandere la propria pelle. Chi sa farlo, anzich\u00e9 affidarsi ai limiti dati dal dispositivo, ne ricava un\u2019esperienza migliore.<\/p>\n<p>Discutendo dell\u2019esperienza della nostra amica, una conoscenza comune commenta con una storia propria:<\/p>\n<blockquote><p>\u201c(\u2026) qualche mese fa ho fatto una breve esperienza di viaggio abbastanza solitaria e remota: da sola in un cottage di fronte all&#8217;oceano sull&#8217;isola di Lewis. La connessione mi ha permesso di essere sola ma non isolata, di condividere emozioni ma anche di sperimentare una solitudine molto profonda, di essere molto lontana, quasi inaccessibile, ma di potermi avvicinare, in modo selettivo, e di sentire la vicinanza di coloro con cui avevo scelto di condividere momenti. Esperienza bellissima.\u201d<\/p><\/blockquote>\n<p>\u201cSola ma non isolata\u201d, \u201ccondividere ma anche sperimentare una solitudine profonda\u201d, \u201cessere lontana, ma potermi avvicinare\u201d, e poterlo fare \u201cin modo selettivo\u201d. L\u2019esperienza della distanza e del confine non si riduce a stare lontano o stare vicino ma diventa un modo di regolare avvicinamento e distanziamento. \u201cAllontanarsi\u201d e \u201cavvicinarsi\u201d sono concetti di livello meta rispetto a \u201clontano\u201d e \u201cvicino\u201d. In ciascuno dei due c\u2019\u00e8 il \u201clontano\u201d e il \u201cvicino\u201d.<\/p>\n<h4><strong>2. Due gradi e mezzo<\/strong><\/h4>\n<p>Nel mio mestiere, la psicoterapia, una delle parole chiave di maggiore fortuna \u00e8 <b>\u201cempatia\u201d<\/b>. \u00c8 una specie di dogma, non si mette nemmeno in discussione: il terapeuta \u00e8 empatico o non \u00e8. Uno dei miei maestri che non ci sono pi\u00f9, Gianfranco Cecchin, non aveva in simpatia la parola. In una conversazione con l\u2019altro maestro, Luigi Boscolo, decise che le avrebbe preferito <b>\u201ctele-patia\u201d<\/b>. Che, dove \u00a0\u201cen-patia\u201d ha a che fare col \u201csentire dentro di s\u00e9\u201d, non significa proprio stare <i>fuori<\/i> e <i>distante<\/i>. Significa per\u00f2 poter regolare la distanza, poter fare un passo avanti e uno indietro se lo si desidera. Peraltro, qualche volta un passo indietro aiuta a vedere meglio. Lo sa il matematico che ogni tanto deve allontanarsi dalla lavagna piena di numeri per avere un\u2019idea di quello che sta facendo. Non pu\u00f2 sentirsi \u201cdentro\u201d il processo se non fa un passo indietro per contemplarlo.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft\" style=\"margin-left: 5px; margin-right: 5px;\" src=\"https:\/\/upload.wikimedia.org\/wikipedia\/commons\/5\/5e\/Niels_Bohr_Date_Unverified_LOC.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"360\" \/>Dicevamo del regolare l\u2019espansione della nostra pelle nella comunicazione e dell\u2019avere abbastanza competenza e consapevolezza per farlo. Tornando alla metafora del bastone, Niels Bohr disse che la relazione col bastone pu\u00f2 essere <b>\u201csalda\u201d<\/b> o <b>\u201clasca\u201d<\/b>: pi\u00f9 stretto tengo il bastone, meno lo sento. Sentir\u00f2 con la pelle e i muscoli della mano e del braccio la strada e le irregolarit\u00e0 del terreno. Se lo tengo \u201cmolle\u201d, \u201clasco\u201d, invece, sentir\u00f2 solo il bastone muoversi nella mano.<\/p>\n<p>Pu\u00f2 essere una buona metafora per dire che il modo di evitare l\u2019assoggettamento alla tecnologia \u00e8 sviluppare una consapevolezza del rapporto con essa, anzich\u00e9 starne lontani.<\/p>\n<p>Chi ha una relazione \u201csalda\u201d con la tecnologia ha il vissuto di comunicare con esseri umani: <b>la macchina \u201cscompare\u201d<\/b>. Chi ha una relazione \u201clasca\u201d sente di interagire con una macchina (sono quelli che dicono \u201ca me non piace il computer\u201d, come se il mezzo fosse il fine). Le prime volte che guidiamo la macchina guardiamo le leve, il volante, le lucine, le lancette\u2026 Quando diventiamo esperti guardiamo la strada, pensiamo all\u2019arrivo. La presenza del mezzo <i>sfuma<\/i>. Nella comunicazione online sperimentiamo la presenza di altri individui, in una sorta di <b>\u201cprossimit\u00e0 virtuale\u201d<\/b>, che \u00e8 una forma di vicinanza non fisica ma psicologica. Anche\u00a0 quest\u2019ultima non \u00e8 una scoperta dei social network. Tuttavia ci interessa pi\u00f9 di prima comprendere in quanti modi possiamo essere \u201cvicini\u201d. Il \u201cmondo piccolo\u201d \u00e8 sempre pi\u00f9 piccolo: i \u201csei gradi di separazione\u201d ipotizzati da Stanley Milgram sono oggi circa <strong>due e mezzo<\/strong>.<\/p>\n<p>Per essere chiari, io non sostengo che questa elasticit\u00e0 estrema della nostra pelle porti solo conseguenze buone. Credo che viviamo tutti in una specie di choc fra l\u2019avere tutto molto vicino e il sentire distanti delle cose importanti di cui vorremmo mantenere il controllo. Pi\u00f9 che in passato abbiamo possibilit\u00e0 di toccarci l\u2019un l\u2019altro ed entrare in con-tatto, ma pi\u00f9 che in passato percepiamo lontane e invisibili le cause di quello che ci succede. \u00c8 sotto gli occhi di tutti che stiamo pi\u00f9 male ma non sappiamo perch\u00e9. Abbiamo meno soldi ma non vediamo la mano che ce li ha sottratti.<\/p>\n<p>Sentiamo il mondo vicino e ci pare di comprendere tutto. Nello stesso tempo, i \u201ccentri\u201d nei quali si decidono le cose importanti li sentiamo distanti e ignoti (\u201cCe lo chiede l\u2019Europa\u201d, ci dicono. Ma chi \u00e8? Che faccia ha? Con chi prendersela?). Persino il cibo che mangiamo \u00e8 spesso prodotto a grandi distanze da noi e non ne sappiamo nulla. La nostra salute dipende da variabili sempre pi\u00f9 incontrollabili. Il mondo ci \u00e8 contemporaneamente squadernato e occulto. Credo che un prodotto di questo <em>choc<\/em> sia il cosiddetto complottiamo, che \u00e8 l&#8217;idea paradossale che le cose siano misteriose e nello stesso tempo facilmente spiegabili.<\/p>\n<p>Io sto proponendo una metafora orizzontale e di movimento: tatto, contatto, toccarsi. Per entrare in contatto ci <strong>muoviamo<\/strong>, ci espandiamo l\u2019uno verso l\u2019altro. Non sopra, non sotto: <i>verso<\/i>. Noi siamo definiti da quello che la nostra pelle tocca e ingloba.<\/p>\n<p>Altre metafore di quello che ci definisce sono metafore verticali e immobili. Quella di maggior successo \u00e8 la metafora delle radici, secondo la quale l\u2019identit\u00e0 \u00e8 piantata nel terreno della tradizione, dal quale trae nutrimento e legittimit\u00e0. \u00c8 la tradizione, il passato a definirci: a dirci chi siamo.<\/p>\n<h4><strong>3. Le radici e la pelle<\/strong><\/h4>\n<p><strong>Maurizio Bettini<\/strong> ha scritto <a href=\"http:\/\/www.macchiatoinchiostro.it\/i-giovedi-della-rive-gauche\/i-giovedi-della-rive-gauche-maurizio-bettini-contro-le-radici\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">\u201cContro le radici\u201d<\/a>: sembra un titolo impertinente e cinico, ma Bettini \u00e8 un latinista. Di tutto pu\u00f2 essere accusato tranne che di disprezzo per le \u201cradici\u201d e il passato. Fa capire come il nostro bisogno di maneggiare concetti astratti (l\u2019identit\u00e0 lo \u00e8) facendo ricorso a concetti concreti ci ha portato a reificare la metafora delle radici: tanto che non si pu\u00f2 pensare all\u2019identit\u00e0 senza ricorrere a quelle.<\/p>\n<p>\u00c8 una metafora che viene utilizzata ampiamente oggi nel discorso identitario e tende ad essere una metafora che esclude: l\u2019identit\u00e0 definita attraverso le radici \u00e8 un\u2019identit\u00e0 che ha bisogno di chiudere fuori qualcuno. Che posto hanno in questa metafora coloro che non condividono le \u201cradici\u201d dell\u2019albero? Possono essere qualcosa di pi\u00f9 che uccelli che si posano sui suoi rami per poi volare via appena possibile?<\/p>\n<p>A volte le metafore si ipostatizzano e cristallizzano un significato univoco, costituendo cos\u00ec dispositivi di <strong>autorit\u00e0<\/strong> (nel senso che spiega ancora Bettini: \u201cSe dunque si congiungono per via di metafora radici e tradizione, si fa di quest\u2019ultima qualcosa non solo di biologicamente necessario, ma anche di fondamentale nell\u2019esperienza e nell\u2019identit\u00e0 di una persona\u201d).<\/p>\n<p>Ad esempio, l&#8217;uso tradizionale e identitario che si fa solitamente delle radici considera solo una parte di un processo: il nutrimento attraverso le radici va verso il tronco, i rami e le foglie. Ma le foglie, che sono state nutrite dalle radici, quando muoiono cadono a terra: verso le radici. L\u00ec, per l\u2019azione di altri esseri viventi, diventano nutrimento per il terreno e la pianta: e cos\u00ec \u2014 circolarmente \u2014 le radici tornano a nutrirsi del presente, che le alimenta e le trasforma dopo essersene nutrito.<br \/>\nNoi siamo certamente definiti dal modo in cui ci nutriamo per tramite delle nostre radici; ma almeno altrettanto lo siamo dal modo in cui retroagiamo con le nostre radici e le trasformiamo.<br \/>\nE in che modo possiamo <strong>retroagire<\/strong> sulle radici? Raccontandole. Abbiamo delle radici perch\u00e9 le raccontiamo e le rielaboriamo e le attualizziamo nella memoria, nella narrazione e rinarrazione. E a chi raccontarci se non a qualcuno che non conosca la nostra storia?<br \/>\nAbbiamo bisogno di qualcuno che ci faccia domande e a cui fare domande: chi sei? Raccontami di te. Non ti conosco e non posso conoscerti attraverso le lenti con cui conosco me. Posso solo farti domande.<\/p>\n<p>Per coltivare le nostre radici, dunque, abbiamo bisogno dello <strong>straniero<\/strong>.<\/p>\n<p>Ma mi domando se nuove metafore non renderebbero conto in maniera meno ambigua del fatto che noi non siamo definiti solo dal passato da cui veniamo, ma anche dalle connessioni che stabiliamo nel presente e dal futuro a cui tendiamo.<\/p>\n<p>Cosa cambia nel nostro modo di percepirci se ci pensiamo non come piante radicate in un terreno? Se pensiamo per esempio ai luoghi, alle citt\u00e0 e alle tradizioni a cui apparteniamo come a una <i>pelle<\/i>.<\/p>\n<p>La pelle racchiude ma vive per il tatto e il <strong>contatto<\/strong>. Delimitando nello spazio, conserva l\u2019identit\u00e0 ma per farlo ha bisogno di comunicare con l\u2019esterno e di far entrare sostanze dall\u2019ambiente. Non \u00e8 una semplice barriera, \u00e8 un filtro attivo: regola le nostre relazioni con l\u2019altro, con quello che \u00e8 <i>fuori<\/i> di noi.<\/p>\n<p>La pelle ha un irresistibile bisogno della pelle dell\u2019altro:\u00a0 anche attraverso il contatto con un\u2019altra pelle, presiede alla regolazione del calore. Nei bambini piccoli presiede alla regolazione delle glicemia. Modifica l\u2019ambiente circostante perch\u00e9 filtra sostanze e le lascia passare, e seleziona quelle da cui saremo modificati. Ci mette in contatto con l\u2019esterno perch\u00e9 \u00e8 un organo di senso: non soltanto perch\u00e9 presiede al tatto, ma perch\u00e9 vibra al suono. Poi racconta la nostra storia: ne porta i segni e le ferite (la pelle si vede: le radici no).<\/p>\n<p>La tradizione \u00e8 una seconda pelle che resta viva solo cambiando continuamente, come la pelle che rinnova completamente tutte le sue cellule nell\u2019arco di alcune settimane. Ma una tradizione-pelle, diversamente da una tradizione-radice, \u00e8 un corredo che cerca il contatto con altre tradizioni e che in quel contatto si contamina e si modifica. E non pretende di essere unica.<\/p>\n<p>Io, per esempio, sono nato in una citt\u00e0 dell\u2019Abruzzo montano dalla pelle pallida. Quella della mia citt\u00e0 natale \u00e8 una pelle che condivido con molte persone: era una pelle fresca e spessa, oggi \u00e8 una pelle lacerata e segnata da <strong>cicatrici<\/strong>.<\/p>\n<p>Ho toccato altri luoghi-pelle e di molti di quelli ho ancora una memoria tattile, ricordo l\u2019impressione sulle dita. Alcune di quelle sono diventate un\u2019altra mia pelle. Cos\u00ec \u00e8 stato con la pelle calda e sudaticcia di Roma, cos\u00ec con quella levigata di Milano.<\/p>\n<p>Ho sfiorato e toccato molte persone; con alcune di queste ho tessuto una pelle comune.<\/p>\n<p><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.pallaoro.it\/images\/derma.jpg?resize=300%2C200\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"200\" \/>Infatti la pelle non ha a che fare soltanto coi natali. Mi sento qualche volta comodo e in buona compagnia dentro la pelle della mia professione. Una pelle dentro la quale si sta bene, poi, \u00e8 quella comune delle persone che hanno la stessa passione. Che passano ore dentro quella pelle a parlare di musica, di scrittori o di film.<\/p>\n<p>Le persone con cui ho uno strato di pelle in comune sono quelle con cui mi piace stare connesso e che ho voglia di rivedere quando posso. Alcune sono quelle con cui ho scelto di vivere. Gran parte della mia vita si svolge dentro quella pelle, gran parte delle cose importanti accadono o risuonano l\u00ec dentro.<\/p>\n<p>Tutti i miei strati di pelle definiscono quello che sono in un dato momento. In alcune di esse si sta comodi e protetti, in altre filtra pi\u00f9 il freddo o i suoni di fuori, ma in ciascuna c\u2019\u00e8 un\u2019esperienza diversa, c\u2019\u00e8 un odore diverso e una luce tutta sua.<\/p>\n<p>Dentro una pelle comune, poi, ciascuno ha la propria, che \u00e8 diversa da tutte le altre. Ha un proprio colore e i segni lasciati dalla vita, diversi da pelle a pelle. Ma ciascuna di queste sta dentro quello strato esterno che appartiene anche a molti altri.<\/p>\n<p>Le radici sono piantate o no; la pelle pu\u00f2 toccare e non toccare, ma pu\u00f2 anche sfiorare, avvicinarsi, sentire calore senza contatto eccetera. \u00c8 una connessione col mondo che non ci costringe a immaginarci per sempre piantati in un posto per poterci riconoscere. Le radici sono in un posto, un involucro come la pelle pu\u00f2 essere composto di tanti strati e con tante altre pelli pu\u00f2 essere in contatto pi\u00f9 o meno stretto. Possiamo essere all\u2019altro capo del mondo, ma la nostra pelle, il nostro involucro, ci definisce e ci rende riconoscibili. E sar\u00e0 a casa dovunque trover\u00e0 contatto, calore e un posto morbido dove fermarsi.<\/p>\n<p>________________<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><i>Grazie per i commenti su Facebook (in ordine di apparizione) a Laura Bert, Lorenza Boninu, Maristella Sartor, Elena Nicolini, Claudia Boscolo, Massimo Schinco, Costanza Jesurum, Barbara Summa, Adriana Branchini, Bianca Mollicone, Marco Tarantino, Daniele Muriano.<\/i><\/p>\n<p><i>Per gli scambi in privato grazie a Massimo Schinco e Ada Piselli.<\/i><\/p>\n<p><i>Le amiche Facebook \u201cviaggiatrici\u201d sono Marina Callegari e Adriana Branchini.<\/i><\/p>\n<p><i>Grazie ad Adriano Zamperini per le conversazioni in treno sulla vicinanza psicologica e a Tito Sartori per tutto il lavoro svolto insieme che un giorno o l\u2019altro vedr\u00e0 la luce.<\/i><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La mia relazione per Biennale Democrazia (26 marzo 2015), nell\u2019evento \u201cPassaggi d\u2019identit\u00e0\u201d, al quale ho partecipato con Adriano Zamperini e con Alessandro Lombardo che ha coordinato.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":3792,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_awef_post_faq_schema":[],"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[262,185,13,12],"tags":[280,118,267],"class_list":["post-3765","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-comunicazione-media","category-relazioni","category-societa","category-web","tag-marshall-mcluhan","tag-mass-media","tag-nuovi-media"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v25.6 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Come pelle l\u2019intera umanit\u00e0. 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