{"id":2426,"date":"2010-01-25T00:00:29","date_gmt":"2010-01-24T23:00:29","guid":{"rendered":"http:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/?p=2426"},"modified":"2025-03-24T19:18:44","modified_gmt":"2025-03-24T18:18:44","slug":"in-treatment-anno-secondo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2010\/01\/25\/in-treatment-anno-secondo\/","title":{"rendered":"In Treatment, anno\u00a0secondo"},"content":{"rendered":"<figure id=\"attachment_4078\" aria-describedby=\"caption-attachment-4078\" style=\"width: 408px\" class=\"wp-caption alignleft\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2010\/01\/intreatment_paul_gina.jpg?ssl=1\"><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" data-attachment-id=\"4078\" data-permalink=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2010\/01\/25\/in-treatment-anno-secondo\/intreatment_paul_gina\/\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2010\/01\/intreatment_paul_gina.jpg?fit=640%2C425&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"640,425\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"intreatment_paul_gina\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2010\/01\/intreatment_paul_gina.jpg?fit=300%2C199&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2010\/01\/intreatment_paul_gina.jpg?fit=640%2C425&amp;ssl=1\" class=\"wp-image-4078\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2010\/01\/intreatment_paul_gina.jpg?resize=408%2C271&#038;ssl=1\" alt=\"Paul Weston (Gabriel Byrne) con Gina Toll (Dianne Wiest)\" width=\"408\" height=\"271\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2010\/01\/intreatment_paul_gina.jpg?w=640&amp;ssl=1 640w, https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2010\/01\/intreatment_paul_gina.jpg?resize=300%2C199&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2010\/01\/intreatment_paul_gina.jpg?resize=226%2C150&amp;ssl=1 226w, https:\/\/i0.wp.com\/www.massimogiuliani.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2010\/01\/intreatment_paul_gina.jpg?resize=150%2C100&amp;ssl=1 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 408px) 100vw, 408px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-4078\" class=\"wp-caption-text\">Paul Weston (Gabriel Byrne) con Gina Toll (Dianne Wiest)<\/figcaption><\/figure>\n<p>Il collega <a href=\"http:\/\/www.osservatoriopsicologia.it\/chi_siamo\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Luigi D&#8217;Elia<\/a> mi ha chiesto per il sito\u00a0dell&#8217;<a href=\"http:\/\/www.osservatoriopsicologia.it\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Osservatorio sulla psicologia nei media<\/a> un commento sulla serie TV <strong>&#8220;In Treatment&#8221;<\/strong>, di cui <a href=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/index.php\/2008\/11\/26\/in-treatment-e-la-terapia-in-tivu\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">avevo parlato<\/a> al termine della prima stagione. Ripubblico qui l&#8217;<em>articolo uscito per l&#8217;Osservatorio, scritto durante la visione della seconda (grazie, Luigi!).<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">*********<\/p>\n<p>Con colpevole ritardo sto riordinando le puntate della seconda stagione di <strong>&#8220;In Treatment&#8221;<\/strong>, grazie ai soliti contatti negli Stati Uniti che mi permettono di vedere gli episodi in inglese. La mia non \u00e8 una presa di posizione contro il doppiaggio: \u00e8 solo che in &#8220;In Treatment&#8221; il realismo dei dialoghi, la recitazione asciutta da <strong>&#8220;teatro televisivo&#8221;<\/strong>, per dirla con Aldo Grasso, soffrono parecchio la trasposizione in italiano. Cos\u00ec mi sono messo in cerca degli originali.<br \/>\nIntanto credo che sulle nostre reti satellitari la programmazione sia terminata, mentre negli Stati Uniti si annuncia la terza serie.<br \/>\nAvevo gi\u00e0 scritto <a href=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/index.php\/2008\/11\/26\/in-treatment-e-la-terapia-in-tivu\/\">da qualche parte<\/a> di trovare questo esperimento (ricapitoliamo: serial della HBO, che ripropone pari pari uno script israeliano; protagonista uno <em>shrink,<\/em> uno strizzacervelli; cinque puntate alla settimana, ogni puntata una seduta, venerd\u00ec supervisione) assai distante dalla psicoterapia raccontata in maniera spesso dozzinale in tanto cinema (non in tutto). Ma c&#8217;\u00e8 un elemento che in questa seconda stagione \u00e8 ancora pi\u00f9 <strong>valorizzato<\/strong>, e scusate se la prendo un po&#8217; alla lontana, partendo da un altro evento del 2009 che ha suscitato curiosit\u00e0 intorno al nostro mestiere. Fra un po&#8217; capirete l&#8217;accostamento.<\/p>\n<p>\u00c8 <a href=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/index.php\/2009\/09\/16\/open-rorschach\/\" target=\"_self\">successo<\/a>, credo a cavallo dell&#8217;estate, che in coincidenza con la scadenza dei diritti sulle tavole del test di <strong>Rorschach<\/strong>, qualcuno le abbia <a href=\"http:\/\/en.wikipedia.org\/wiki\/Rorschach_test\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">pubblicate<\/a> su <strong>Wikipedia<\/strong> inglese (a colori e ad alta definizione), con ampie spiegazioni per ciascuna macchia e senza trascurare le percentuali delle risposte e dei dettagli frequenti.<br \/>\nComprensibilmente nella comunit\u00e0 professionale, e in particolare in quella dei rorschachisti, lo sconcerto \u00e8 stato grande, tanto da far temere il tramonto dello strumento principe della <strong>psicodiagnostica<\/strong>: tutti sanno che un test proiettivo affida la propria attendibilit\u00e0 al fatto di essere pressoch\u00e9 sconosciuto al pubblico e pertanto di indurre risposte quanto pi\u00f9 possibile &#8220;spontanee&#8221; e non condizionate.<\/p>\n<p>Insomma, diciamo cos\u00ec: c&#8217;\u00e8 un sapere psicologico che per essere utile deve restare <strong>segreto<\/strong> a quelli che ne sono l&#8217;oggetto.<\/p>\n<p>Ora torno a <strong>&#8220;In Treatment&#8221;<\/strong> e vedo di chiarire il nesso che trovo con questa vicenda.<br \/>\nNella prima stagione assistevamo al lavoro del terapeuta <strong>Paul Weston<\/strong> (con la faccia di Gabriel Byrne, <em>semper laudetur<\/em>) e alle vicende di alcuni clienti del suo studio. Ma, puntata dopo puntata, nella narrazione si faceva spazio il mondo di Paul: la crisi matrimoniale che Paul affrontava con Kate; le sue connessioni con il rovente transfert della cliente del luned\u00ec, Laura; le questioni etiche e cliniche che attraversavano tutto questo, esplorate nelle puntate del venerd\u00ec col supporto della pi\u00f9 anziana collega Gina.<br \/>\nQuestioni che di solito non escono dai confini delle conversazioni fra professionisti, l\u00ec costituivano la materia prima di una avvincente narrazione. E non certo per un pubblico di esperti: &#8220;In Treatment&#8221; \u00e8 stato insieme un <strong>esperimento<\/strong> di televisione &#8220;colta&#8221; e un prodotto di <strong>successo<\/strong> per l&#8217;emittente americana.<\/p>\n<p>In questa seconda stagione gli autori osano ancora di pi\u00f9.<br \/>\nNella prima puntata Paul Weston (che vive in una nuova casa a Brooklin, con un nuovo studio: il divorzio da Kate \u00e8 ormai consumato) viene ricevuto in uno studio di avvocati: \u00e8 stato denunciato dal padre di <strong>Alex<\/strong>, il pilota che abbiamo conosciuto nella prima stagione e che \u00e8 morto durante il suo ultimo volo. Scoprir\u00e0 che la legale che dovr\u00e0 occuparsi del suo caso \u00e8 <strong>Mia<\/strong>, una paziente di venti anni prima: una relazione terapeutica complessa, che ha lasciato strascichi che complicheranno la costruzione della difesa di Paul.<br \/>\nAl centro del primo episodio, dunque, ci saranno aspetti <strong>etico-legali<\/strong> della professione, come la responsabilit\u00e0 del terapeuta quando intorno alla morte di un cliente si configura l&#8217;ipotesi di suicidio, e persino la questione se prendere appunti durante le sedute tuteli il professionista davanti alla legge. E tutto questo diventa &#8211; magia di una sceneggiatura strepitosa e di interpreti notevoli &#8211; roba capace di tenerti incollato allo schermo e di farti maledire i titoli di coda.<br \/>\nNon solo: sempre di pi\u00f9 la narrazione gira intorno ai limiti, alle fragilit\u00e0 e alle ferite di Paul, che \u00e8 un uomo che cade, anche, e che ferisce a sua volta: mica quel maestro di vita e quella <strong>guida morale<\/strong> che certe volte la nostra tv ci propina.<br \/>\nAncora pi\u00f9 dell&#8217;anno scorso la vita privata di Paul, i suoi <strong>interrogativi<\/strong> di uomo e di professionista, quel che accade prima e dopo la seduta di terapia insomma, sono il cuore del racconto.<\/p>\n<p>Allora secondo me un fenomeno come &#8220;In Treatment&#8221; va conosciuto anche perch\u00e9 \u00e8 un segnale di una <strong>trasformazione<\/strong> culturale che coinvolge la nostra professione. Una disciplina che per parecchi anni ha fondato parte della sua efficacia sul fatto di essere segreta ai pi\u00f9 oggi si misura con un modo di sentire &#8211; del quale la conoscenza orizzontale e la <strong>condivisione<\/strong> dell&#8217;informazione prodotte dalla rete sono insieme effetto, concausa e contesto &#8211; per il quale \u00e8 sempre pi\u00f9 difficile immaginare un esperto che fondi il suo &#8220;potere&#8221; sulla gelosa protezione della sua conoscenza.<br \/>\nNon so se mai la psicoterapia sia stata una torre d&#8217;avorio dall&#8217;alto della quale i professionisti guardavano, non visti, alla societ\u00e0 che li circondava: certo oggi per ogni sapere \u00e8 pi\u00f9 adeguata la metafora del <strong>laboratorio di vetro<\/strong>.<br \/>\nCredo di non sorprendere nessuno se dico che un clinico &#8211; con esperienza non per forza pluridecennale, ma anche soltanto di dieci o dodici anni &#8211; misura questa differenza di clima, questa richiesta delle persone di essere considerate pi\u00f9 competenti, di non affidarsi ciecamente e passivamente all&#8217;esperto.<br \/>\nLa gente vuole saperne di pi\u00f9; qualche volta legge i libri che leggiamo anche noi e ultimamente guarda &#8220;In Treatment&#8221;.<\/p>\n<p>In Italia, intanto, gli show televisivi divulgano una cultura psicologica folkloristica e un modello di terapeuta che apparentemente rinuncia al suo ruolo di esperto severo e distante, ma solo per scambiarlo con quello non meno severo e distante del fustigatore di costumi.<br \/>\nBen venga anche quello. Ma intanto non si pu\u00f2 che benedire esperimenti come <strong>&#8220;In Treatment&#8221;<\/strong> che contribuiscono a un maggiore pluralismo nell&#8217;immaginario sul nostro mestiere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il collega Luigi D&#8217;Elia mi ha chiesto per il sito\u00a0dell&#8217;Osservatorio sulla psicologia nei media un commento sulla serie TV &#8220;In Treatment&#8221;, di cui avevo parlato al<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":5290,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_awef_post_faq_schema":[],"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[15,262,11,13],"tags":[53,90,118,141,365,305],"class_list":["post-2426","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-cinema-tv","category-comunicazione-media","category-psicologia-e-psicoterapia","category-societa","tag-cura","tag-in-treatment","tag-mass-media","tag-psicologia","tag-serie-tv","tag-tv"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v25.6 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>In Treatment, anno\u00a0secondo - Psicoterapia (e altre metafore)<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/www.massimogiuliani.it\/blog\/2010\/01\/25\/in-treatment-anno-secondo\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"In Treatment, anno\u00a0secondo - Psicoterapia (e altre metafore)\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"Il collega Luigi D&#8217;Elia mi ha chiesto per il sito\u00a0dell&#8217;Osservatorio sulla psicologia nei media un commento sulla serie TV &#8220;In Treatment&#8221;, di cui avevo parlato al termine della prima stagione. 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Avevo gi\u00e0 scritto da qualche parte di trovare questo esperimento (ricapitoliamo: serial della HBO, che ripropone pari pari uno script israeliano; protagonista uno shrink, uno strizzacervelli; cinque puntate alla settimana, ogni puntata una seduta, venerd\u00ec supervisione) assai distante dalla psicoterapia raccontata in maniera spesso dozzinale in tanto cinema (non in tutto). Ma c&#8217;\u00e8 un elemento che in questa seconda stagione \u00e8 ancora pi\u00f9 valorizzato, e scusate se la prendo un po&#8217; alla lontana, partendo da un altro evento del 2009 che ha suscitato curiosit\u00e0 intorno al nostro mestiere. Fra un po&#8217; capirete l&#8217;accostamento. \u00c8 successo, credo a cavallo dell&#8217;estate, che in coincidenza con la scadenza dei diritti sulle tavole del test di Rorschach, qualcuno le abbia pubblicate su Wikipedia inglese (a colori e ad alta definizione), con ampie spiegazioni per ciascuna macchia e senza trascurare le percentuali delle risposte e dei dettagli frequenti. Comprensibilmente nella comunit\u00e0 professionale, e in particolare in quella dei rorschachisti, lo sconcerto \u00e8 stato grande, tanto da far temere il tramonto dello strumento principe della psicodiagnostica: tutti sanno che un test proiettivo affida la propria attendibilit\u00e0 al fatto di essere pressoch\u00e9 sconosciuto al pubblico e pertanto di indurre risposte quanto pi\u00f9 possibile &#8220;spontanee&#8221; e non condizionate. Insomma, diciamo cos\u00ec: c&#8217;\u00e8 un sapere psicologico che per essere utile deve restare segreto a quelli che ne sono l&#8217;oggetto. Ora torno a &#8220;In Treatment&#8221; e vedo di chiarire il nesso che trovo con questa vicenda. Nella prima stagione assistevamo al lavoro del terapeuta Paul Weston (con la faccia di Gabriel Byrne, semper laudetur) e alle vicende di alcuni clienti del suo studio. Ma, puntata dopo puntata, nella narrazione si faceva spazio il mondo di Paul: la crisi matrimoniale che Paul affrontava con Kate; le sue connessioni con il rovente transfert della cliente del luned\u00ec, Laura; le questioni etiche e cliniche che attraversavano tutto questo, esplorate nelle puntate del venerd\u00ec col supporto della pi\u00f9 anziana collega Gina. Questioni che di solito non escono dai confini delle conversazioni fra professionisti, l\u00ec costituivano la materia prima di una avvincente narrazione. E non certo per un pubblico di esperti: &#8220;In Treatment&#8221; \u00e8 stato insieme un esperimento di televisione &#8220;colta&#8221; e un prodotto di successo per l&#8217;emittente americana. In questa seconda stagione gli autori osano ancora di pi\u00f9. Nella prima puntata Paul Weston (che vive in una nuova casa a Brooklin, con un nuovo studio: il divorzio da Kate \u00e8 ormai consumato) viene ricevuto in uno studio di avvocati: \u00e8 stato denunciato dal padre di Alex, il pilota che abbiamo conosciuto nella prima stagione e che \u00e8 morto durante il suo ultimo volo. Scoprir\u00e0 che la legale che dovr\u00e0 occuparsi del suo caso \u00e8 Mia, una paziente di venti anni prima: una relazione terapeutica complessa, che ha lasciato strascichi che complicheranno la costruzione della difesa di Paul. Al centro del primo episodio, dunque, ci saranno aspetti etico-legali della professione, come la responsabilit\u00e0 del terapeuta quando intorno alla morte di un cliente si configura l&#8217;ipotesi di suicidio, e persino la questione se prendere appunti durante le sedute tuteli il professionista davanti alla legge. E tutto questo diventa &#8211; magia di una sceneggiatura strepitosa e di interpreti notevoli &#8211; roba capace di tenerti incollato allo schermo e di farti maledire i titoli di coda. Non solo: sempre di pi\u00f9 la narrazione gira intorno ai limiti, alle fragilit\u00e0 e alle ferite di Paul, che \u00e8 un uomo che cade, anche, e che ferisce a sua volta: mica quel maestro di vita e quella guida morale che certe volte la nostra tv ci propina. Ancora pi\u00f9 dell&#8217;anno scorso la vita privata di Paul, i suoi interrogativi di uomo e di professionista, quel che accade prima e dopo la seduta di terapia insomma, sono il cuore del racconto. Allora secondo me un fenomeno come &#8220;In Treatment&#8221; va conosciuto anche perch\u00e9 \u00e8 un segnale di una trasformazione culturale che coinvolge la nostra professione. Una disciplina che per parecchi anni ha fondato parte della sua efficacia sul fatto di essere segreta ai pi\u00f9 oggi si misura con un modo di sentire &#8211; del quale la conoscenza orizzontale e la condivisione dell&#8217;informazione prodotte dalla rete sono insieme effetto, concausa e contesto &#8211; per il quale \u00e8 sempre pi\u00f9 difficile immaginare un esperto che fondi il suo &#8220;potere&#8221; sulla gelosa protezione della sua conoscenza. Non so se mai la psicoterapia sia stata una torre d&#8217;avorio dall&#8217;alto della quale i professionisti guardavano, non visti, alla societ\u00e0 che li circondava: certo oggi per ogni sapere \u00e8 pi\u00f9 adeguata la metafora del laboratorio di vetro. Credo di non sorprendere nessuno se dico che un clinico &#8211; con esperienza non per forza pluridecennale, ma anche soltanto di dieci o dodici anni &#8211; misura questa differenza di clima, questa richiesta delle persone di essere considerate pi\u00f9 competenti, di non affidarsi ciecamente e passivamente all&#8217;esperto. La gente vuole saperne di pi\u00f9; qualche volta legge i libri che leggiamo anche noi e ultimamente guarda &#8220;In Treatment&#8221;. In Italia, intanto, gli show televisivi divulgano una cultura psicologica folkloristica e un modello di terapeuta che apparentemente rinuncia al suo ruolo di esperto severo e distante, ma solo per scambiarlo con quello non meno severo e distante del fustigatore di costumi. Ben venga anche quello. 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Ripubblico qui l&#8217;articolo uscito per l&#8217;Osservatorio, scritto durante la visione della seconda (grazie, Luigi!). ********* Con colpevole ritardo sto riordinando le puntate della seconda stagione di &#8220;In Treatment&#8221;, grazie ai soliti contatti negli Stati Uniti che mi permettono di vedere gli episodi in inglese. La mia non \u00e8 una presa di posizione contro il doppiaggio: \u00e8 solo che in &#8220;In Treatment&#8221; il realismo dei dialoghi, la recitazione asciutta da &#8220;teatro televisivo&#8221;, per dirla con Aldo Grasso, soffrono parecchio la trasposizione in italiano. Cos\u00ec mi sono messo in cerca degli originali. Intanto credo che sulle nostre reti satellitari la programmazione sia terminata, mentre negli Stati Uniti si annuncia la terza serie. Avevo gi\u00e0 scritto da qualche parte di trovare questo esperimento (ricapitoliamo: serial della HBO, che ripropone pari pari uno script israeliano; protagonista uno shrink, uno strizzacervelli; cinque puntate alla settimana, ogni puntata una seduta, venerd\u00ec supervisione) assai distante dalla psicoterapia raccontata in maniera spesso dozzinale in tanto cinema (non in tutto). Ma c&#8217;\u00e8 un elemento che in questa seconda stagione \u00e8 ancora pi\u00f9 valorizzato, e scusate se la prendo un po&#8217; alla lontana, partendo da un altro evento del 2009 che ha suscitato curiosit\u00e0 intorno al nostro mestiere. Fra un po&#8217; capirete l&#8217;accostamento. \u00c8 successo, credo a cavallo dell&#8217;estate, che in coincidenza con la scadenza dei diritti sulle tavole del test di Rorschach, qualcuno le abbia pubblicate su Wikipedia inglese (a colori e ad alta definizione), con ampie spiegazioni per ciascuna macchia e senza trascurare le percentuali delle risposte e dei dettagli frequenti. Comprensibilmente nella comunit\u00e0 professionale, e in particolare in quella dei rorschachisti, lo sconcerto \u00e8 stato grande, tanto da far temere il tramonto dello strumento principe della psicodiagnostica: tutti sanno che un test proiettivo affida la propria attendibilit\u00e0 al fatto di essere pressoch\u00e9 sconosciuto al pubblico e pertanto di indurre risposte quanto pi\u00f9 possibile &#8220;spontanee&#8221; e non condizionate. Insomma, diciamo cos\u00ec: c&#8217;\u00e8 un sapere psicologico che per essere utile deve restare segreto a quelli che ne sono l&#8217;oggetto. Ora torno a &#8220;In Treatment&#8221; e vedo di chiarire il nesso che trovo con questa vicenda. Nella prima stagione assistevamo al lavoro del terapeuta Paul Weston (con la faccia di Gabriel Byrne, semper laudetur) e alle vicende di alcuni clienti del suo studio. Ma, puntata dopo puntata, nella narrazione si faceva spazio il mondo di Paul: la crisi matrimoniale che Paul affrontava con Kate; le sue connessioni con il rovente transfert della cliente del luned\u00ec, Laura; le questioni etiche e cliniche che attraversavano tutto questo, esplorate nelle puntate del venerd\u00ec col supporto della pi\u00f9 anziana collega Gina. Questioni che di solito non escono dai confini delle conversazioni fra professionisti, l\u00ec costituivano la materia prima di una avvincente narrazione. E non certo per un pubblico di esperti: &#8220;In Treatment&#8221; \u00e8 stato insieme un esperimento di televisione &#8220;colta&#8221; e un prodotto di successo per l&#8217;emittente americana. In questa seconda stagione gli autori osano ancora di pi\u00f9. Nella prima puntata Paul Weston (che vive in una nuova casa a Brooklin, con un nuovo studio: il divorzio da Kate \u00e8 ormai consumato) viene ricevuto in uno studio di avvocati: \u00e8 stato denunciato dal padre di Alex, il pilota che abbiamo conosciuto nella prima stagione e che \u00e8 morto durante il suo ultimo volo. Scoprir\u00e0 che la legale che dovr\u00e0 occuparsi del suo caso \u00e8 Mia, una paziente di venti anni prima: una relazione terapeutica complessa, che ha lasciato strascichi che complicheranno la costruzione della difesa di Paul. Al centro del primo episodio, dunque, ci saranno aspetti etico-legali della professione, come la responsabilit\u00e0 del terapeuta quando intorno alla morte di un cliente si configura l&#8217;ipotesi di suicidio, e persino la questione se prendere appunti durante le sedute tuteli il professionista davanti alla legge. E tutto questo diventa &#8211; magia di una sceneggiatura strepitosa e di interpreti notevoli &#8211; roba capace di tenerti incollato allo schermo e di farti maledire i titoli di coda. Non solo: sempre di pi\u00f9 la narrazione gira intorno ai limiti, alle fragilit\u00e0 e alle ferite di Paul, che \u00e8 un uomo che cade, anche, e che ferisce a sua volta: mica quel maestro di vita e quella guida morale che certe volte la nostra tv ci propina. Ancora pi\u00f9 dell&#8217;anno scorso la vita privata di Paul, i suoi interrogativi di uomo e di professionista, quel che accade prima e dopo la seduta di terapia insomma, sono il cuore del racconto. Allora secondo me un fenomeno come &#8220;In Treatment&#8221; va conosciuto anche perch\u00e9 \u00e8 un segnale di una trasformazione culturale che coinvolge la nostra professione. Una disciplina che per parecchi anni ha fondato parte della sua efficacia sul fatto di essere segreta ai pi\u00f9 oggi si misura con un modo di sentire &#8211; del quale la conoscenza orizzontale e la condivisione dell&#8217;informazione prodotte dalla rete sono insieme effetto, concausa e contesto &#8211; per il quale \u00e8 sempre pi\u00f9 difficile immaginare un esperto che fondi il suo &#8220;potere&#8221; sulla gelosa protezione della sua conoscenza. Non so se mai la psicoterapia sia stata una torre d&#8217;avorio dall&#8217;alto della quale i professionisti guardavano, non visti, alla societ\u00e0 che li circondava: certo oggi per ogni sapere \u00e8 pi\u00f9 adeguata la metafora del laboratorio di vetro. Credo di non sorprendere nessuno se dico che un clinico &#8211; con esperienza non per forza pluridecennale, ma anche soltanto di dieci o dodici anni &#8211; misura questa differenza di clima, questa richiesta delle persone di essere considerate pi\u00f9 competenti, di non affidarsi ciecamente e passivamente all&#8217;esperto. La gente vuole saperne di pi\u00f9; qualche volta legge i libri che leggiamo anche noi e ultimamente guarda &#8220;In Treatment&#8221;. In Italia, intanto, gli show televisivi divulgano una cultura psicologica folkloristica e un modello di terapeuta che apparentemente rinuncia al suo ruolo di esperto severo e distante, ma solo per scambiarlo con quello non meno severo e distante del fustigatore di costumi. Ben venga anche quello. 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