<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Ipertesti</title>
	<atom:link href="http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti</link>
	<description>Gli articoli del sito di Massimo Giuliani</description>
	<lastBuildDate>Thu, 05 Aug 2010 06:51:05 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.0</generator>
		<item>
		<title>Gianfranco Cecchin, sei anni dopo</title>
		<link>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/08/04/gianfranco-cecchin-sei-anni-dopo/</link>
		<comments>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/08/04/gianfranco-cecchin-sei-anni-dopo/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 04 Aug 2010 18:39:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo giuliani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Centro Milanese di Terapia della Famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[Gianfranco Cecchin]]></category>
		<category><![CDATA[irriverenza]]></category>
		<category><![CDATA[sistemica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.massimogiuliani.it/blog/?p=287</guid>
		<description><![CDATA[Di recente ha portato a termine il suo bel lavoro Federica Colombo, che si è dedicata per qualche anno alla sua tesi di laurea specialistica in Consulenza Pedagogica e Ricerca Educativa presso la facoltà di Scienze di Formazione di Milano Bicocca con Laura Formenti. Per la tesi, sulla figura di Gianfranco Cecchin, ha intervistato colleghi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-right: 5px;" title="Gianfranco Cecchin" src="http://www.cmtf.it/img/cecchin.jpg" alt="" width="250" />Di recente ha portato a termine il suo bel lavoro <strong>Federica Colombo</strong>, che si è dedicata per qualche anno alla sua tesi di laurea specialistica in Consulenza Pedagogica e Ricerca Educativa presso la facoltà di Scienze di Formazione di Milano Bicocca con <a href="http://www.unimib.it/go/Home/Italiano/Elenco-Docenti/FORMENTI-LAURA" target="_blank">Laura Formenti</a>.<br />
Per la tesi, sulla figura di <a href="http://www.cmtf.it/?p=15" target="_blank">Gianfranco Cecchin</a>, ha intervistato colleghi e allievi di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gianfranco_Cecchin" target="_blank"><strong>Gianfranco Cecchin</strong></a>, che con <strong><a href="http://www.cmtf.it/?p=14" target="_blank">Luigi Boscolo</a></strong> ha creato il <a href="http://www.vertici.com/rubriche/articolo.asp?cod=12462" target="_blank"><strong>Milan Approach</strong></a> e che è morto nel febbraio del 2004 in un incidente sull&#8217;autostrada dalle parti di Brescia.<br />
Di Cecchin sono stato allievo e purtroppo non ho avuto il tempo di condividere molto con lui quando sono diventato docente del Centro Milanese.<br />
Federica ha voluto incontrare anche me. Ci siamo visti più di due anni fa, e mi ha rivolto alcune domande per la sua tesi in un bar di Brescia: riporto qui alcuni stralci della conversazione.<br />
Grazie a Federica Colombo per le domande e per il lavoro che ha condotto.<span id="more-287"></span></p>
<p><strong>F.C.: Vorrei che lei mi raccontasse come è avvenuto il suo incontro con Gianfranco Cecchin.<br />
</strong>M.G.: Avevo fatto da poco la domanda per il gruppo di formazione nella scuola di specializzazione nella scuola di via Leopardi. Ero grandicello perché come dicevo ero passato attraverso altre scuole… E così sono tornato a Milano perché c’erano delle cose che mi mancavano, poi in quel periodo avevo letto intensivamente i libri prodotti al <a href="http://www.cmtf.it/?p=15" target="_blank">Centro Milanese</a>, quindi decisi di tornare a Milano per iscrivermi alla scuola di via Leopardi.<br />
Una sera del dicembre ‘98 ci fu un colloquio di gruppo con tutti gli aspiranti allievi. Il colloquio era tenuto principalmente da Paolo Bertrando e Luigi Boscolo e a un certo punto entrò Gianfranco Cecchin, si sedette con noi per pochi minuti, lo sentii parlare poco, ehm&#8230; mi fece una strana impressione, un po’ la stessa impressione credo anche Luigi Boscolo, nel senso che avevo letto questi libri pieni di idee, particolarmente innovativi e mi trovai davanti a due personaggi che &#8211; in particolare Gianfranco Cecchin aveva l’aria un po’ dimessa &#8211; non avevano l’aria dei guru, dei santoni, e neanche degli intellettuali che se la tiravano&#8230;<br />
Mi colpì molto quella sua aria, come dire?, informale, e credo di aver capito una cosa: Gianfranco Cecchin era uno che metteva tra parentesi molte più cose di quante non ne mostrasse… Credo che avesse una cultura e un bagaglio di conoscenze che non si intuiva quando si parlava con lui. Quello che colpiva quando si incontrava era il tono amichevole e simpatico con cui ti accoglieva, erano le cose geniali che sapeva dire, che sapeva pensare; difficilmente uno dietro a questa genialità riusciva a scorgere un bagaglio culturale che secondo me era cospicuo. Questo forse ha a che fare col fatto che Cecchin non si è mai sentito un teorico, un teoreta, ma aveva l’aria di proporsi come un artigiano. Credo che lasciare tra parentesi tutto questo bagaglio fosse una scelta, e anche quell&#8217;atteggiamento ironico che lo portava a non fare mai troppo sul serio, a non sacralizzare mai nulla&#8230;<br />
Ecco, se devo ripensare alla prima volta che l’ho incontrato ripenso a quest’impressione che mi lasciò un po’ perplesso, tornando a casa ripensai a quest’ometto che assomigliava poco al genio dirompente, esplosivo che si leggeva nei suoi libri. Poi ho capito che la semplicità e la genialità erano due facce della stessa medaglia. È stato un grande esercizio nel senso che ha messo in discussione la mia idea di cosa potesse essere un maestro, insomma&#8230;</p>
<p><strong>F.C.: L’ha percepita subito&#8230;</strong><br />
M.G.: Sì. Io credo che aver a che fare con quest’uomo &#8211; e posso anche estendere il discorso a entrambi, insomma anche a Luigi Boscolo &#8211; ma comunque avere a che fare con Cecchin e, e superare questa dissonanza cognitiva, se prima lo hai letto e poi lo incontri diciamo, credo che già questa esperienza sia metà della formazione.<br />
Quello che voglio dire è che l’irriverenza e la curiosità le imparavi soprattutto sentendolo parlare e conoscendo il suo modo molto serio di non prendersi sul serio. Ho un po’ il timore che questo pensiero suoni un po’ banale, poi magari riascoltandolo… (ridiamo) però non so, ecco…</p>
<p><strong>F.C. : Cioè l’effetto che dava però non era banale…</strong><br />
M.G. : Tutt’altro</p>
<p><strong>F.C.: Cioè si presentava banale in questo modo informale tuttavia…<br />
</strong>M.G.: Sì, sì, era un modo leggero di porsi, ma che lasciava una traccia profondissima… Io ricordo… io vivo e lavoro in un posto vicino a un luogo dove anni fa si è consumato un fatto di cronaca di cui ha parlato tutta l’Italia, no? Il cosiddetto &#8220;branco&#8221;, alcuni ragazzotti che violentarono e uccisero una ragazzina che abitava dalle mie parti. Io ricordo che si sentiva il peso nella vita di tutti i giorni, insomma si sentiva il peso molto grave di quest’evento e si sentiva il martellare dei mezzi di informazione, degli esperti di turno, degli psicologi di turno, e mi ricordo che in questo clima io ero allievo della scuola e andai a un seminario di Cecchin: lui in poche parole riuscì a dire delle cose del tutto non scontate su quattro ragazzi che decidono di violentare e picchiare una ragazza, e volava alto al di sopra di tutti i fiumi di inchiostro e di tutti i commenti degli esperti della televisione.<br />
Quello che ho sempre pensato è che coglieva dei pezzi di verità che tutte le altre voci non erano in grado di cogliere: questo mi ha sempre colpito.</p>
<p><strong>F.C.: Volava alto quindi…<br />
</strong>M.G.: Volava alto perché era leggero insomma, no? Tutte le voci degli esperti della televisione e al giornale tutti quegli esperti gli psico-qualcosa della mattina, del pomeriggio, della televisione, sono tutte voci molto pesanti insomma e quindi per forza rimangono terra-terra e non riescono a spiccare il volo, no? Lui con la sua leggerezza riuscì a volare più alto di tutto questo&#8230; mi viene da chiamarlo &#8220;senso comune&#8221;, ma con questa patina filosofica insomma…</p>
<p><strong>F.C.: La psicologia dei giornali…<br />
</strong>M.G.: La psicologia dei giornali insomma, sì, lui aveva quella  personalità del giovane Holden, quell’innocenza che gli permetteva di vedere al di là dell’ovvio, e credo che quel giorno ci abbia insegnato a dire delle cose originali e importanti anche sulle cose che ci spaventano senza necessariamente aggregarsi a questo coro di fustigatori di costumi insomma. Lui diceva semplicemente delle cose su quelli che sono costretti a comunicare usando dei coltelli, insomma&#8230;<br />
E questo credo che sia stato uno di quegli episodi che mi abbia permesso di incollare questi due piani che erano faticosi da mettere insieme, l’aspetto semplice di quest’uomo e le cose enormi che scriveva, sì. Proprio perché non le scriveva con l’approccio di un intellettuale, ma con la leggerezza  di chi vola alto e svolazzando qua e là da lassù riesce a vedere cose che altri non vedono.</p>
<p><strong>F.C.: Adesso passiamo alla figura di Gianfranco Cecchin come Maestro. Cosa significa per lei essere stato allievo di Gianfranco Cecchin?</strong><br />
M.G.: Per prima cosa è da dire una botta di fortuna incommensurabile. Io sono arrivato al Centro alla fine del ’99 e l’ho l’ho frequentato intensamente tra il 2001 e il 2002 quando l’ho avuto come docente insieme a Boscolo e insieme al docente del terzo anno che era Massimo Schinco.<br />
Poi nel ho cominciato a fare l&#8217;assistente didatta nel gennaio del 2004 e nel febbraio Cecchin è morto, quindi il mio rammarico terribile è stato quello di non aver potuto mai lavorare al suo fianco. Nello stesso tempo mi rendo conto della fortuna enorme che ho avuto, perché poi nell’anno in cui io ho cominciato ad essere assistente io affiancavo un docente del secondo anno e vedevo questi ragazzi del secondo e ancora più quelli del terzo che erano sgomenti perché si rendevano conto che da quel momento in poi non avrebbero più avuto la possibilità dell’incontro che avevano aspettato da due anni, tre…<br />
Quindi per me essere stato allievo di Cecchin significa innanzi tutto aver beccato l’ultimo treno, insomma, per riuscire a  conoscerlo un po’ da vicino. Poi essere stati allievi di Cecchin ti da una fortuna e una responsabilità. Una fortuna perché quando conosci quella leggerezza… lascia il segno, segna il tuo modo di lavorare. Una responsabilità perché&#8230; io adesso non voglio fare… come dire, l’eroe o qualcosa del genere, non mi interessa, però credo… che quando hai conosciuto quel modo di pensare, di lavorare, e hai cercato di rubargli qualche cosa di quel modo di pensare, di lavorare, ehm… beh, in quel coro degli fustigatori di costumi, degli psicologi pedagogici, no? Ti senti sempre un po’ stretto. E allora la responsabilità è quella di…</p>
<p><strong>F.C.: In che senso si sente un po’ stretto?<br />
</strong>M.G.: Sì, sì penso agli psicologi &#8220;esperti&#8221;&#8230;</p>
<p><strong>F.C.: &#8230;alla figura dell’esperto…<br />
</strong>M.G.: Sì, quelli che alla televisione, o anche nei loro studi professionali, hanno l’idea di insegnare al prossimo come si sta al mondo, e… allora io penso che aver lavorato con Cecchin e aver conosciuto un pensiero così &#8220;deviante&#8221; ti dia una responsabilità perché… perché in qualche modo assumere una posizione etica ed epistemologica come quella di Cecchin, comporta insomma una rinuncia a una certa quota di potere che ti da il tuo ruolo professionale.<br />
<img class="alignright" src="http://img2.libreriauniversitaria.it/BIT/831/9788820478315g.jpg" alt="" width="200" height="315" />Comporta un modo di pensare alle persone e alle famiglie che ti chiedono aiuto secondo me con un rispetto, con un rispetto speciale. Non parlo semplicemente del rispetto che il professionista deve alle persone insomma, parlo di quel rispetto che è proprio ascoltare con curiosità e interesse anche le storie che possono essere distanti anni luce dalle tue.<br />
Cecchin… insomma questa è una frase quasi proverbiale, lui la ripeteva spesso… Cecchin davanti alla famiglia più disastrosa, più problematica, più piena di sintomi, più piena di guai, quella davanti alla quale normalmente un terapeuta, uno psicologo dice ormai non c’è più niente da fare&#8230; beh, lui si accendeva e diceva: “Ah, fantastico come questa famiglia riesce ancora ad essere viva, no? C’è qualche cosa di… c’è qualche cosa che funziona, no?&#8221; E lui si metteva pervicacemente a cercare che cosa tenesse in vita in una situazione così disastrosa.<br />
E allora quando parlo del rispetto parlo di questa roba qui, come dire… il riconoscere come legittimo un modo di esistere che può essere antitetico al tuo.</p>
<p><strong>F.C.: Quindi un modo di insegnare diverso dal maestro tradizionale…</strong><br />
M.G.: Un modo di insegnare diverso dal maestro tradizionale, ma soprattutto direi un modo di insegnare diverso dal terapeuta tradizionale… lui, non era un atteggiamento, non era un modo di dire: “voglio avere rispetto per tutto quello che dice  la gente”. Era una posizione autentica, semplicemente non gli riusciva di fare diversamente. Lui in una video-intervista che hanno fatto degli allievi un paio d’anni fa, lui diceva:”Io non riesco a pensare che cambierò le persone, io penso che le famiglie cambino da sé&#8221;, e aggiungeva: “Non è una cosa che io mi sforzo di pensare, mi viene naturale”.<br />
Per lui era assolutamente naturale pensare di non avere nessun potere e pensare che le persone sono in grado di cambiare. Questo è il rispetto di cui parlo. Allora io penso che una volta che l’hai conosciuto e una volta che… che funziona, che ha senso, allora questo ti dà una responsabilità: che vuol dire magari che guadagni un po’ di meno perché preferisci dare un appuntamento ogni due mesi invece che due appuntamenti ogni settimana, però ecco, mi viene da dire che essere stato allievo di Gianfranco Cecchin comporta questo: un senso di leggerezza, perché pensare che non sei tu che cambi le persone ti dà un senso di leggerezza, ti fa tirare un sospiro di sollievo…<br />
Poi è stato detto che tutto questo significa non coinvolgersi&#8230; è una posizione che altri hanno messo in discussione come dire, sul piano etico, no? Nel senso che il terapeuta dovrebbe sentirsi &#8220;responsabile&#8221;.<br />
La posizione etica e di  responsabilità di Cecchin era diversa. Per lui non sentirsi responsabili del cambiamento era una posizione etica, non era una posizione di superficialità. Era la posizione etica di chi restituisce il potere tutto intero al cliente, alla famiglia, credendoci veramente e fidandosi delle soluzioni e delle strade che le persone e i sistemi sono in grado di adottare. Questa è una posizione estremamente etica. E quello che sostengo è che chi l’ha messa in discussione, chi l’ha criticata come una posizione non etica forse l’ha compresa poco. O forse, semplicemente, la pensa diversamente. Diciamo così.</p>
<p><strong>F.C.: Mi può raccontare un episodio particolare?</strong><br />
M.G.: Ah! Dunque, un episodio particolare… forse proprio la prima volta in cui ho dovuto fare alcuni pensieri sulla posizione etica di Cecchin. Era l’ultimo giorno di scuola del quarto anno. Si alternavano una lezione Boscolo, una Cecchin. Chiudevamo l’anno con Cecchin e lui invitò tutto il gruppo a mangiare una pizza nell’intervallo del pranzo.<br />
<img class="alignleft" src="http://infosistemica.files.wordpress.com/2004/02/ritratto_cecchin02.gif?w=240&amp;h=292" alt="" width="240" height="292" />Pochi giorni prima mi avevano raccontato di una scena che si era svolta durante un seminario al Centro Milanese: lui sostenne dalla cattedra che non si può protestare contro cose come la pena di morte, quando in fin dei conti siamo tutti quanti coinvolti e responsabili. Non si può protestare come se tutti quanti noi fossimo al di fuori e guardassimo queste cose da sopra dall’alto. E mi raccontarono che un’allieva protestò molto energicamente: “Lei non può dire questo, io non ho mai fatto niente per alimentare la filosofia che c’è dietro la pena di morte, quindi mi riservo il diritto di contestarla e di protestare!”. E lui, senza scomporsi - così me l&#8217;avevano raccontata, domandò: “Lei ha mai fatto una manifestazione, una marcia contro la pena di morte, ha mai preso una posizione aperta, insomma ci ha mai messo la sua faccia?” E lei disse: “No, veramente no!” E lui disse: “Allora c’è dentro anche lei”.<br />
Dunque mi ricordo quel giorno a pranzo io mi sedetti vicino a Gianfranco Cecchin, e gli dissi: “Senta ma mi hanno detto che ha fatto incazzare un&#8217;allieva, le ha detto che è responsabile della pena di morte…”. E lui mi disse candidamente: “Sì, assolutamente, io lo pensavo!”.<br />
E il pensiero che mi venne era questo: di solito da parte dei detrattori di chi non lo conosce abbastanza, il modello sistemico viene considerato come una sorta di giustificazionismo sociale, no? Come dire: la colpa è del sistema. Un punto di vista che togliesse ogni responsabilità all’individuo. L’idea di Cecchin era completamente opposta: nel senso che proprio perché siamo tutti interconnessi, questo non toglie la responsabilità alle persone, ma le carica di una responsabilità enorme! Proprio perché un individuo non ha il potere su quello che succede nel sistema, ma in qualche modo ha la possibilità di agire nel sistema. Questa è la sua idea etica e se devo dire un episodio che mi viene in mente devo dire che mi viene il ricordo di quella conversazione. Che mi aprì un mondo insomma sul punto di vista di Cecchin<br />
Questo credo che ne facesse un uomo anche sereno e ottimista a modo suo, no? Cioè, la fiducia che basta una piccola cosa, no? Non per cambiare il mondo, chi se ne frega, ma per lasciare una piccola traccia.<br />
Se una persona può lasciare una traccia c’è di che essere contenti insomma o per lo meno un po’ più tranquilli.</p>
<p><strong>F.C.: Quindi che cosa ha appreso su di sé in quegli anni?<br />
</strong>M.G.: &#8230;di me? Ah, questa è una grande domanda. La cosa che mi viene da dire è che molte delle cose che ho appreso in quegli anni le ho apprese una mattina in cui avevamo lezione con Gianfranco Cecchin. Probabilmente per uno di quei soliti disastri o scioperi ferroviari, non mi ricordo, quella mattina ci ritrovammo in aula in cinque più Cecchin. Allora lui disse: “Va beh, è saltato il programma, facciamo qualche cosa di diverso&#8221;, e ci invitò a fare il genogramma alla lavagna.<br />
Fu una cosa sorprendente perché dal mio genogramma emerse una storia che partiva da un dettaglio che io non avevo mai considerato particolarmente centrale. Venne fuori una storia veramente tanto originale che coinvolgeva tutti i miei familiari, anche più di una generazione.<br />
La cosa mi colpì particolarmente perché io in quel periodo stavo facendo la mia analisi, avevo scelto una analisi poco ortodossa, psicosocioanalitica. Gli psicosocioanalisti sono una scuola che credo sia nata in Argentina da un gruppo di analisti che, una volta letto Gregory Bateson, rilessero tutta la teoria psicoanalitica alla luce di Bateson, della complessità eccetera.<br />
In quel periodo dunque stavo facendo la mia terapia e quello che mi colpì è che la storia che emerse dal mio genogramma con Cecchin era&#8230; una storia del tutto differente anche se molto complementare a quelle che emergevano nella mia analisi. E questo contribuì a darmi il senso di cosa vuol dire riscrivere delle storie.<br />
Allora quello che ho appreso su di me in quegli anni probabilmente è che una storia &#8211; e quindi anche la mia storia &#8211; si poteva raccontare in tanti modi, a seconda dal punto da cui la guardavi.<br />
Poi quello che ho appreso su di me in quegli anni è il modo di lavorare di Cecchin e il modo di lavorare di Luigi Boscolo… A volte mi domandavano se ero più &#8220;cecchiniano&#8221; o più &#8220;boscoliano&#8221;, no? E provavo lo stesso fastidio di quando mi chiedono se preferivo i Beatles o i Rolling Stones! Penso che dovere essere costretti a scegliere sia una grandissima ingiustizia, no?, insomma, e se uno ha la fortuna di averli conosciuti tutti e due dovrebbe tenerseli stretti entrambi!</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><img class=" " src="http://www.cmtf.it/img/boscolo.jpg" alt="" width="250" /><p class="wp-caption-text">Luigi Boscolo</p></div>
<p>Allora quello che ho imparato di quegli anni di me è che il loro modo di lavorare e di pensare in qualche modo conteneva qualche cosa che mi riguardava, che mi assomigliava. È probabile che se io non avessi incontrato questi due uomini oggi io forse farei un altro lavoro, nel senso che non riuscivo davvero a vedermi uno che siglava in ore e ore un Rorschach…</p>
<p><strong>F.C.: Si può dire che ha cambiato la sua vita?</strong><br />
M.G.: Ah, senz’altro, senz’altro! Assolutamente. Si può dire e anzi lo dico ad alta voce senza nessuna riserva. Si può dire che ha cambiato la mia vita e sono stati due incontri che hanno cambiato la mia vita più di qualunque altro incontro abbia fatto nella mia vita professionale… ne ho fatti di importanti, colleghi con cui ho lavorato, insegnanti che ho avuto, maestri, eccetera, ma assolutamente è stato un incontro che mi ha cambiato la vita.<br />
Poi da anni nella scuola di Milano c’è questo dibattito, no? Se gli allievi debbano fare un percorso individuale, che sia un’analisi, una terapia&#8230; Io non so, assisto a questo dibattito  un po’ da fuori, nel senso che mi riguarda poco. Nel senso che chi ha fatto questi incontri, chi si è immerso in questo pensiero per quattro anni, chi ha fatto questo grande sforzo di dislocarsi per guardare il mondo attraverso una lente epistemologica così differente ne viene fuori cresciuto, cambiato insomma.<br />
Io poi un’analisi l’ho fatta, ho fatto un’analisi personale, e non riesco a fare una graduatoria rispetto a quale delle due abbia lasciato un’impronta, una traccia più decisiva su di me, come persona voglio dire, non solo come professionista.<br />
Quindi sì, sicuramente sono stati due incontri che mi hanno cambiato la vita. Lo dico senza nessun timore di apparire, non so, retorico, lo dico ci metto la firma e lo registro!</p>
<p><strong>F.C.: E qual è la cosa più importante che le ha dato Cecchin e quindi che influenza ha avuto…<br />
</strong>M.G.: <em>(pausa) </em>…mi riesce difficile dire una cosa, cioè sceglierne una. Proprio questo, proprio questa lievità, insomma… c’è un fatto che poi ho raccontato in un libro che ho scritto l’anno scorso. A me capita che dei colleghi mi inviino delle famiglie, tipo: “sai sto vedendo una ragazza in terapia ma c’è bisogno di lavorare con tutta la famiglia, dai ci penseresti tu?” Di solito mi fanno degli invii, facciamo delle grandi conversazioni dove loro devono darmi tutte le informazioni che mi servono per capire, no? C’è quest’idea che più cose sai più capisci, ed è un’idea totalmente <em>anti-cecchiniana</em>, però è un’idea diffusa, e non mi va di contrastarla, capisco anche che abbia una logica di per sé. E mi dicono delle cose tipo: “Questa è una situazione di sofferenza, molto pesante, queste persone soffrono molto, sono molto sofferenti&#8221;. E io devo stare attento, bisogna stare attenti, perché se pensi che stai entrando in un girone infernale non ci sono molte cose che puoi fare.<br />
Allora quello che mi ha lasciato è appunto questa lievità: per cui capita che delle volte ti riversino sulle spalle una camionata di dolore, poi tu fai il primo colloquio con queste persone e si finisce sorridendo&#8230;no? oppure si finisce così, ragionando su degli aspetti… anche diversi e inediti di questa sofferenza. Una delle trovate geniali di Cecchin e del gruppo di Milano nel suo complesso è stata la connotazione positiva, che se è una &#8220;tecnica&#8221;, una &#8220;strategia&#8221; non funziona ed è anche scorretta. Se diventa una lente  e la usi per vedere il mondo, se diventa qualche cosa in cui credi… è uno strumento potentissimo.<br />
Cecchin ce lo diceva: “Guardate che per dire una cosa del genere a una famiglia dovete crederci, sennò hanno l’impressione che li state prendendo per il culo e c’hanno ragione insomma. Quindi non si tratta di connotarli positivamente per fare un intervento strategico per ottenere un risultato. Si tratta di usare un’epistemologia per cui è più rilevante l’aspetto positivo di risorse di quel sistema, che i mille aspetti insani e dolorosi.<br />
Allora quello che m’ha lasciato è questo: che nelle mie terapie si sorride parecchio. Insomma, almeno ci si prova. Questa è un’eredità di Cecchin, poi non sono bravo a ridere come lui, però provo a modo mio insomma… non so imitarlo però in qualche modo cerco di ispirarmi. Questo poi le persone lo sentono, perché questo è anche il grande segreto poco segreto, insomma, per cui delle terapie possono durare tre sedute e altre tre anni. Se tu fai una terapia sui mille aspetti patologici che ha una famiglia poi lavori tre anni e non ti basta, no? Se fai la terapia sull’unico aspetto sano che riesci a trovare fai una storia diversa, inizia una storia diversa.</p>
<p><strong>F.C.: con più ottimismo…<br />
</strong>M.G.: Più ottimista, sì, che poi ottimismo è una parola che io uso con prudenza perché ultimamente è un po’ inflazionata, anche strumentalmente, però sì, con più ottimismo insomma, con una visione più fiduciosa. Con l’idea che i sistemi sanno autoregolarsi e sono molto più saggi di quanto non siamo noi. Questa sì, questa è una prospettiva molto più ottimistica.</p>
<p><strong>F.C.: E… qual è invece la cosa più importante che lei ha dato a Cecchin?<br />
</strong>M.G.: No nessuna, no&#8230; non riesco a pensare di avergli dato qualche cosa, primo perché non ne ho avuto il tempo, secondo perché anche se avessi avuto mille anni non riesco a pensare cosa avrei potuto dare.<br />
No… forse… qualcosa che avrei potuto fare per lui l’ho fatto dopo, ma… credo che anche se lo sa ormai sia abbastanza indifferente. Delle cose… ho fatto un seminario con dei ragazzi di una delle sedi del centro milanese di un’altra città, e alla fine della giornata, quando ho chiesto dei <em>feedback </em>ai partecipanti, loro mi hanno detto: “Grazie di averci parlato di Gianfranco Cecchin”.<br />
Perché loro sono quella generazione che a un certo punto si è resa conto di averlo perso per sempre. Di non averci potuto scambiare due parole, no? E quindi&#8230; quando qualcuno glielo racconta gli fa un regalo, no? Non so se questo significa aver fatto qualche cosa per Cecchin.</p>
<p><strong>F.C.: E mentre lei era allievo?&#8230;dice che non gli ha dato niente…</strong><br />
<img class="alignright" src="http://www.bonadonnalibri.it/Images//Scheda//Schedatef-111.jpg" alt="" width="132" height="200" />M.G.: ma no è che… allora, mentre ero un suo allievo devo dire che di lui mi ha colpito sempre una cosa: quando facevamo delle sedute insieme a lui, c’era il momento in cui lui rientrava col gruppo di supervisione, che poi era il gruppo di formazione, ascoltava il punto di vista di tutti, ma veramente di tutti, tutti, tutti  e poi tornava alla famiglia e riusciva a cucire nell’intervento una storia che ricomprendeva davvero tutti, ma proprio tutti, i punti di vista che aveva ascoltato. E aveva questo talento nel trasformare in oro tutti gli spunti che raccoglieva, era realmente interessato anche a quello che diceva l’allievo più, più… disorientato insomma. E quindi in qualche momento ho avuto l’impressione di avergli dato qualche mattoncino utile per qualche buona ipotesi. Ma… sì, perché lui era realmente interessato ai contributi di tutti, non perché io gli abbia dato qualche cosa che si distingueva in qualche modo, insomma, no?<br />
Certo, avrei voluto avere più tempo per dargli qualche cosa, è una domanda che faccio fatica a pormi: cosa avrei potuto dargli.<br />
Ecco, mi viene in mente la mattina che è morto. Io quel giorno ero a casa, non avevo preso appuntamenti, perché c’era del lavoro che volevo fare a casa al computer. Alle nove e mezzo mi arriva il messaggino, non l’ho mai cancellato&#8230; lei mi ha chiesto di portare qualche cosa che ricordava Cecchin: ecco, questa è l’unica cosa che conservo, il messaggino di quella mattina: 2 febbraio 2004 alle 9.37 (leggiamo l&#8217;<em>sms</em> in cui si dice che Cecchin è morto quella notte in un incidente stradale).</p>
<p><strong>F.C.: Chi l’ha scritto?</strong><br />
M.G.: L’ha scritto una collega che quella mattina aveva lezione a Milano e che hanno rimandato a casa perché le hanno detto che non ci sarebbe stata lezione. Una collega che faceva il quarto anno…<br />
Allora, io ero a casa, ero seduto al computer, mi arriva questo messaggio e probabilmente sono stato uno dei primi a sapere la notizia. Mi sono connesso in Internet e ho cominciato a rilanciare la notizia a tutti i colleghi che conoscevo e, mi ricordo, ho passato tre quarti di quella giornata attaccato al computer e al telefono. Telefonavo alla stradale della zona in cui aveva avuto l’incidente, cercavo informazioni, ogni cosa che sapevo la rilanciavo in internet&#8230; proprio una giornata intensissima, credo che molti se la ricordino, tanto è vero che poi di recente, quando è morto Tom Andersen, c’era gente che non riusciva a crederci e diceva: “Ma come non è possibile, Massimo Giuliani non ci ha detto niente!” (ridiamo).<br />
Non so se mi piace questo ruolo che mi è rimasto addosso. E così ho passato quasi tutta quella giornata in connessione con decine e centinaia di colleghi a cui scrivevo e  mi rispondevano alcune volte con un messaggio, io lo rilanciavo… non so se questo è abbastanza per dire se ho fatto qualche cosa per lui. (Pausa)<br />
Devo dire, io la mattina dopo sono andato a trovarlo alla camera ardente all’ospedale di Brescia. Eravamo io e un collega messicano, che era molto vicino sia a Cecchin che a Boscolo e che in quei giorni casualmente era in Italia. Nei periodi in cui è in Italia ha una casa a Brescia. Così passai un’oretta insieme a lui, e lui rimase tutta la giornata. Poi certo, durante la giornata sarebbero sfilate altre persone, altri colleghi. Però mi colpiva molto il fatto che Cecchin fosse morto in una città che non lo conosceva, e che lui fosse abbastanza solo lì. La sua camera ardente era vicina a tante camere ardenti affollate di persone che piangevano. Lui era solo e questo, questo mi colpì molto allora sentii che una cosa che dovevo fare era rimanere lì un po’. Poi nell’arco della giornata è arrivata altra gente… ma ho trovato sempre piuttosto ingiusto che lui sia morto in questa città. Una città molto poco sistemica, è una città dove i colleghi vengono spesso da tradizioni completamente differenti.<br />
Qui per qualche ragione l’idea sistemica attecchiva poco, insomma… io credo che poi anche tra gli iscritti di Milano i bresciani non siano stati chissà quale percentuale. Insomma mi colpì molto questo fatto, che lui fosse morto proprio qui e che in quelle ore non se lo filassero in molti. Allora sentivo che glielo dovevo, insomma, di passare un po’ di tempo e di chiamare un po’ di gente in giro perché arrivassero a salutare… perché ci fosse una presenza, ecco.</p>
<p><strong>F.C.: C’era qualcosa che non le piaceva di Cecchin, cosa non le piaceva di più?</strong></p>
<p>M.G.: Allora&#8230; c’è una cosa che voglio dire che non riguardava tanto Cecchin, quanto le persone che coltivavano il <em>mito</em> di Cecchin. Nel senso che c’è in un dato momento ho avuto quasi l’impressione che, che ci fosse in questo personaggio, nel modo in cui tante persone lo vivevano&#8230; che ci fosse qualche cosa di&#8230; insano. Mi ricordo forse l’ultima volta che ho assistito a un seminario o a una lezione plenaria, non ricordo&#8230; La cosa piuttosto insopportabile è che lui lui parlava e come apriva bocca la gente si aspettava che lui dicesse qualche cosa di memorabile, o di geniale o di divertentissimo. Infatti come lui parlava la gente rideva, applaudiva, si davano di gomito, tutti quanti si guardavano tra di loro e si sorridevano come dire: “Ah, non è fantastico?” (ridiamo). E lui mentre gli altri ridevano ogni tanto si fermava, li guardava, sorrideva, e non so come lui lo vivesse…<br />
C’è una vecchia gag di Ettore Petrolini, dove lui fa Nerone, no? Fa Nerone che arringa la folla, e quando dice: “La città risorgerà (com’è che dice?) più bella e più gloriosa che pria!”, qualcuno grida: “Bravo!”. E lui: “Grazie!”. Poi capisce che la frase gli piace e allora ridice: “La città risorgerà più bella&#8230; e più gloriosa che pria!” e allora: “Bravo!”. E lui: “Grazie!”. E:“Più bella..”. “Bravo!”. “Grazie!” e a un certo punto si accorge che come apre bocca gli gridano: “Bravo!” E si volta dall’altra parte e dice, in romanesco: “Quanno s’abbituano a di&#8217; che sei bravo, pure se non dici niente, sempre bravo sei!!”.</p>
<p><strong>F.C.: L’hanno etichettato…</strong><br />
M.G.: Sì, sì, un po’ etichettato come quello che appena apriva bocca dovesse dire cose belle e geniali. Credo che fosse un po’ una camicia di forza, credo che Cecchin non avesse mai il diritto di dire delle cose normali, o anche senza senso, no? Uno avrebbe il diritto di dire una stronzata una volta al giorno no? Lui non ce l’aveva, doveva essere sempre qualcosa di memorabile quello che diceva. E questo non mi piaceva…</p>
<p><strong>F.C.: Toglieva forse un po’ della sua naturalità…</strong><br />
M.G.: Toglieva qualche cosa della sua naturalità e ne faceva secondo me un personaggio, ne faceva un’istituzione, e allora… Io detesto quelle situazioni in cui, come dire?, la rivoluzione a un certo punto diventa <em>estabilishment</em>: Che Guevara a un certo punto è diventato una t-shirt. Non so&#8230;</p>
<p><strong>F.C.: È diventato una verità&#8230;</strong><br />
M.G.: Sì, una deriva di questo genere, allora Cecchin rischiava una deriva cecchinista&#8230; (ridiamo). Non so, rischiava di diventare il cecchinismo. Eecco, è questo che non mi piaceva, era una sorta di adorazione che era totalmente un controsenso, no? Una delle cose più belle su Cecchin me le ha dette un ex-docente di via Leopardi, tra l’altro anche una persona connotata anche idealmente dal punto di vista religioso e cattolico quindi questa frase ha ancora più vigore. Lui mi disse: “Vedo molto bene il futuro del centro perché il maestro è morto dicendoci: “State tranquilli perché non esiste il Vangelo.” Ecco mi davano fastidio quelli che lo ascoltavano a bocca aperta e in adorazione, e che… sì, che pendevano dalle sue labbra.</p>
<p><strong>Io: E lui ci stava a questa cosa?</strong><br />
M.G.: Mah, io credo che lui guardasse a tutto questo con un po’ di divertimento in fin dei conti. Io credo che al posto suo avrei pensato: &#8220;in fondo è un problema loro&#8221; (ridiamo). Non me sarei curato più di tanto.</p>
<p><strong>F.C.: E invece qual è la cosa che le piaceva di più?</strong><br />
M.G.: la cosa che mi piaceva di più era quando durante la terapia rientrava dal gruppo, scuoteva la testa e diceva: “Non ci riusciamo!” No? Allora l’idea che Cecchin potesse entrare nel gruppo scuotere la testa e dire: “Non ci riusciamo” mi metteva molta fiducia, perché se qualche volta poteva permettersi di perdere fiducia lui allora potevo permettermelo anch’io! Mi piaceva questo suo modo lieve che non ho mai sovrapposto a una forma di superficialità, o di leggerezza deteriore, ma l’ho sempre pensato come un modo eticamente alto di guardare alle cose e al prossimo…</p>
<p><strong>F.C.: e invece cosa spera di non dimenticare mai?</strong><br />
M.G.: (pausa) Beh, insomma…</p>
<p><strong>F.C.: Abbiamo già detto tante cose…</strong><br />
M.G.: Sì, quello che spero di non dimenticare mai è la voce di Cecchin e lo spirito che questa voce esprimeva. Leggere Cecchin trasmette una parte di questo spirito, nel leggerlo si ritrova una parte di questo spirito, ma lavorarci insieme e passarci delle giornate insieme era diverso. Spero di non dimenticarmi mai questo, insomma, anche se… come nel romanzo di Bradbury, <em>Farenheit 451</em>, dobbiamo in qualche modo raccontarcelo, no?, e tenere aperta questa storia di Cecchin, non perché qualcuno abbia bruciato i libri, ma perché forse i libri bruciavano un po’ Cecchin. E quindi spero di non dimenticare il suo spirito, spero di non dimenticare mai la sua idea che le domande sono più importanti delle risposte, ecco, questo lo differenziava da tutti gli psico-santoni che ci sono in giro, quelli pensano che la gente abbia bisogno di risposte. Cecchin pensava che la gente avesse bisogno di buone domande, e che le domande fossero incommensurabilmente più preziose delle risposte, che le domande erano importanti perché &#8220;tenevano aperta la conversazione&#8221;, lui diceva, mentre le risposte la chiudono.<br />
Quando uno ha trovato una risposta… non c’è più niente da dirsi, no? Ci salutiamo e ce ne andiamo, mentre sono le domande quelle che ci fanno conversare. E che ci danno la possibilità di esplorare punti di vista nuovi. Semmai se una risposta può essere utile, è una risposta che fa nascere altre domande. Ecco, questo spero di conservarlo, non tanto il rifiuto di dare le risposte quanto l’innocente consapevolezza di non avere delle risposte.</p>
<p><strong>F.C.: Adesso passiamo alla terza parte, quella un po’ strana…</strong><br />
M.G.: Oh, Sì!</p>
<p><strong>F.C.: Pensiamo di essere a teatro quindi immaginiamo Cecchin su un palco… quindi che parte reciterebbe?</strong><br />
M.G.: Allora&#8230; questa è una domanda difficilissima, forse perché non ho abbastanza cultura teatrale per rispondere&#8230;<br />
Non so, io me lo immaginerei in qualche lavoro di teatro satirico, ma rispetto ai satiri a Cecchin mancava il vigore dello sdegno. Perché lui sostituiva il vigore dello sdegno con l’idea ottimistica, o sistemica, che è sufficiente un piccolo cambiamento per cambiare le cose. Quindi probabilmente non perdeva tempo a indignarsi o a maledire qualcuno, no? Era molto rilassato in questo, quindi me lo immaginerei… nei panni di un autore o di un personaggio satirico, per questo suo talento straordinario di illuminare aspetti imprevedibili delle cose, ma non riuscirei a ritrovare in lui appunto il vigore del satiro.<br />
Oppure me lo immaginerei in qualche lavoro di teatro dell’assurdo, Jonesco, che era molto bravo, come dire?, a svuotare di senso le cose e a ridurle veramente all’osso. Ecco, dove gli altri vedevano il dramma, la tragedia (come dicevo prima di certi colleghi), lui era un mago nel ricondurre il tutto a qualcosa di cui sorridere, proprio perché ne sapeva svelare gli aspetti assurdi. Allora penso a Jonesco che svuotava le cose dal senso, da qualunque possibilità di senso e te le mostrava in tutta la loro assurdità,no? Lui le svuotava per avere la possibilità di riempirle di qualche altra cosa. E quindi, ecco, lo vedrei a proprio agio in qualche lavoro del teatro dell’assurdo… Jonesco, Beckett, non so.</p>
<p><strong>F.C.: E…provi a immaginare a Gianfranco Cecchin come a un animale, che animale impersonerebbe?</strong><br />
M.G.: sarebbe facilissimo e scontatissimo dire un gatto. Una volta gli domandarono, in un convegno internazionale <em>(era il convegno SIPPR del 2000 a Milano)</em> che basi personali avessero tutte queste idee sull’ironia, sulla curiosità, sull’irriverenza. E lui, un po’ scherzando, disse che non si sentiva troppo a suo agio nei legami troppo stretti. Quindi ecco, se devo cercare un animale mi viene in mente un gatto. Però in seconda battuta penserei a uno di quegli animali che trovavi nelle raccolte di figurine sugli animali cioè gli animali di cui non avevi mai sentito parlare e ti facevano venire la curiosità di dove cavolo vivessero e cosa mangiassero, come fossero fatti insomma, un animale che non conosci, un animale esotico, insomma.</p>
<p><strong>F.C.: Adesso invece pensiamo alla voce di Cecchin, che strumento musicale le viene in mente?</strong><br />
M.G.: Allora, io da anni ho una specie di fissazione. Avevo iniziato anche un lavoro, nel senso che avevo intervistato dei musicisti improvvisatori jazz, ho anche del materiale in qualche angolo del mio disco fisso. È un lavoro che ho accantonato per mancanza di tempo. Io ho una vecchia idea <a href="http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2008/08/08/appunti-per-un-percorso-dalla-terapia-allarte-e-ritorno-1-il-jazz/">che il Milan Approch abbia molto a che fare con il jazz</a>, soprattutto con certi periodi del jazz. Per esempio con l’improvvisazione bebop degli anni 40 e 50 e con certe avanguardie degli anni 80&#8230; <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/John_Zorn">John Zorn</a>, questa gente un po’ matta che saltava da un genere all’altro, come il Milan Approach che si dice che non è un modello ma un meta-modello, una cornice di modelli, come certe avanguardie degli anni 80 non sono un genere ma sono una tavolozza di generi.<br />
<img class="alignleft" src="http://www.locosporlasalsa.com/html_articoli/images/bauza_chanopozo/charlie_parker%5B1%5D.jpg" alt="" width="200" />Mi viene in mente John Zorn che suonava 20 secondi di country, 20 secondi di bebop, 15 secondi di heavy metal, tutte in fila, no? Ehm… quando descrivono Boscolo e Cecchin da questo punto di vista li riconducono sempre a dei musicisti… spesso fanno dei paralleli con dei musicisti classici, io ho un’altra idea. Anche fisicamente Boscolo e Cecchin ricordavano tantissimo da vicino Dizzie Gillespie e Charlie Parker, anche proprio per le dimensioni e per la corporatura, ma non solo per quelle. Perché poi Gillespie, che era il <img class="alignright" src="http://www.locosporlasalsa.com/html_articoli/images/bauza_chanopozo/DizzyGillespie1.jpg" alt="" width="200" />trombettista dei due ed era il più corpulento, negli ultimi anni, non solo dalla morte di Charlie Parker, ma anche in tempi più recenti, suonava musica afro-cubana! Era dei due quello più legato alla tradizione. Allora se devo fare un parallelo allora anche Boscolo e Cecchin me li immagino così. Boscolo un po’ più Dizzie Gillespie, più legato alla tradizione, Cecchin più Charlie Parker legato alla sperimentazione alla… qual era la domanda?</p>
<p><strong>F.C.: Quali strumenti suonerebbero?</strong><br />
M.G.: Beh, senz’altro il sax contralto e penso che la sua voce abbia anche qualche parentela con il saxofono e la gamma del saxofono… più fra contralto e tenore, non molto basso, più a metà…<br />
Sì, sì, quando sorrideva era più un contralto…</p>
<p><strong>F.C.: E invece il centro di via Leopardi mentre lei era studente, se pensiamo a un gruppo musicale, che musica suonerebbe e che musica suonerebbero gli altri…</strong><br />
M.G.: Ah, sì, me lo immagino come il gruppo di John Zorn e Bill Frisell degli anni 80…</p>
<p><strong>F.C.: Lei che strumento suonerebbe?</strong><br />
M.G: Io resterei alla consolle e guarderei tutti suonare.</p>
<p><strong>F.C.: Il dj?</strong><br />
M.G.: Quello che regola il volume, che li guarda, che li mette tutti insieme, no? Io penso che se uno volesse sognare, vorrei essere Keith Richards, ma se fossi Keith Richards non potrei mai andare a vedere un concerto dei Rolling Stones! Allora preferisco stare alla consolle così li vedo suonare e quindi sì, vorrei essere al mixer, vorrei fonderli insieme e quindi valorizzarli insomma, valorizzare il suono di ciascuno…</p>
<p><strong>F.C.: E quindi Cecchin sempre questo sax?</strong><br />
M.G.: Cecchin senz’altro il sax, però uno di quei saxofonisti che cominciano a giocare con i registratori, con i nastri all’incontrario, che cominciano a picchiare sul pianoforte e ogni tanto c’hanno questi guizzi, folli…</p>
<p><strong>F.C.: E invece i suoi colleghi?</strong><br />
M.G.: Beh, Boscolo la stessa tromba periscopica di Dizzie Gillespie, poi se devo pensare ai docenti di via Leopardi, beh, Enrico Cazzaniga alla batteria perché è il più giovane (spero che gli altri non mi sentano!), Pietro Barbetta lo metterei al pianoforte, Antonio Caruso al contrabbasso, Gabriella Gaspari alla voce, ha una bella presenza di vocalist, poi Massimo Schinco al violino! Beh, è banale, Massimo Schinco è uno strumentista per davvero insomma… e quindi la risposta viene da sé. Però sì, lo metterei al violino, però un violino distorto. Sì, si un violino distorto come quello di&#8230; oh beh, c’era Laurie Anderson che suonava un violino con un archetto che era un nastro preregistrato e le corde del violino erano delle testine.  Era un violino strano e gli farei suonare una cosa del genere… Sì, ok, penso che lo farebbe!</p>
<p><strong>F.C.: Ok! ( ridiamo)<br />
E invece se ricorda il modo di camminare di Gianfranco Cecchin, i suoi gesti, il suo comportamento non verbale, il suo modo di insegnare, il suo sguardo… che colore le viene in mente?</strong><br />
M.G.: Il blu, il blu.</p>
<p><strong>F.C.: Blu come?</strong><br />
M.G.: Un blu rilassante, un blu distensivo, un blu azzurro. Assocerei il rosso allo stile affettivo emotivo di Luigi Boscolo. Di Luigi Boscolo si dice che è quello che ha rivalutato le emozioni nel Milan Approach. Userei il blu per Gianfranco Cecchin per&#8230; beh, proprio per questo suo modo rilassato di prendere le cose, leggero, sì, poi per essere uno che volava alto è il colore più indovinato.</p>
<p><strong>F.C.: Un blu tendente all’azzurro.</strong><br />
G: Un blu tendente all’azzurro senz’altro, sì&#8230; come il cielo di ieri, non è precisamente quello di oggi.</p>
<p><strong>F.C.: L’ultima domanda: la morte di Cecchin è arrivata in modo improvviso, se potesse incontrarlo ora cosa gli direbbe…</strong><br />
M.G.: Gli direi: “Gianfranco, cazzo, fa’ attenzione!!”.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/08/04/gianfranco-cecchin-sei-anni-dopo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Silvana Quadrino: i confini delle parole</title>
		<link>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/07/26/silvana-quadrino-i-confini-delle-parole/</link>
		<comments>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/07/26/silvana-quadrino-i-confini-delle-parole/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 20:35:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo giuliani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[counseling]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Silvana Quadrino]]></category>
		<category><![CDATA[tecniche]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/?p=3705</guid>
		<description><![CDATA[Con Silvana Quadrino e Giorgio Bert ho il piacere di coltivare una conversazione che dura da anni e che di recente è centrata sulle tecniche di conversazione e sulle differenze tecniche fra il counseling e la psicoterapia. Per le Edizioni Change, Silvana Quadrino ha pubblicato di recente &#8220;Il colloquio di counselling&#8221;. Questa è la segnalazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-right: 6px;" src="http://www.counselling.it/components/com_booklibrary/covers/000000065.jpg" alt="" width="200" height="279" />Con <a href="http://www.silvanaquadrino.it/" target="_blank">Silvana Quadrino</a> e <a href="http://www.counselling.it/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=21&amp;Itemid=70" target="_blank">Giorgio Bert</a> ho il piacere di coltivare una <a href="http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2009/04/01/colloqui-narrazioni-e-ipertesti-conversazione-con-silvana-quadrino-e-giorgio-bert/" target="_blank">conversazione</a> che dura da anni e che di recente è centrata sulle tecniche di conversazione e sulle differenze tecniche fra il counseling e la psicoterapia.<br />
Per le <a href="http://www.counselling.it/index.php?option=com_booklibrary&amp;Itemid=141" target="_blank">Edizioni Change</a>, Silvana Quadrino ha pubblicato di recente &#8220;Il colloquio di counselling&#8221;. Questa è la segnalazione che ho scritto per la rubrica <em>Segnalibro</em> del n. 23 di <a href="http://www.cmtf.it/?page_id=8" target="_blank">Connessioni</a>.</p>
<p>Silvana Quadrino: <strong>Il colloquio di counselling. Metodo e tecniche di conduzione in ottica sistemica</strong><br />
Istituto Change &#8211; Torino, 2009<span id="more-3705"></span></p>
<p>Da qualche anno, opportunamente, escono libri che spiegano il perché e il percome del counselling. Il libro di Silvana Quadrino (per la collana “Incroci” delle preziose e autogestite Edizioni Change) fa un passo oltre ed entra in pieno nelle questioni della tecnica.<br />
Il counsellor (con due “elle”, all’inglese, com’è tradizione dell’area sistemica italiana) trova in questo libro una sistematizzazione di tecniche e di metodi di lavoro, secondo l’esperienza e la personale messa a punto di Silvana Quadrino. Cosa che ci appare importante per due ragioni almeno.<br />
La prima è che, sviluppando una tecnica di colloquio peculiare, il counselling comincia ad affrancarsi dalla subalternità nei confronti della psicoterapia (la quale, lo si voglia o no, ha cominciato a costruire tecniche di conversazione già da un bel po’&#8230;). La seconda è che, nell’annosa controversia fra territori diversi (il counselling e la terapia, per l’appunto, e la questione del dove finisca il primo per far spazio alla seconda), il libro propone una seducente alternativa: al posto degli antichi discrimini basati su ambigue questioni di contenuto (la patologia, ad esempio: che, perlomeno in ambito sistemico, è un criterio che apre più problemi di quanti ne risolva), la differenza fra l’uno e l’altro campo può essere una questione di forma: vale a dire di tecniche, di metodologie, di approccio.<br />
Per questa interessante angolazione, e per l’acutezza con cui esplora le dinamiche della conversazione d’aiuto, il libro si dimostra significativo per i professionisti di entrambi i territori.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/07/26/silvana-quadrino-i-confini-delle-parole/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Gianmarco Manfrida: Gli sms in psicoterapia</title>
		<link>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/07/24/gianmarco-manfrida-gli-sms-in-psicoterapia/</link>
		<comments>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/07/24/gianmarco-manfrida-gli-sms-in-psicoterapia/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 20:08:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo giuliani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Antigone Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Gianmarco Manfrida]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[sms]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/?p=3699</guid>
		<description><![CDATA[A breve sarà disponibile il numero 24 della rivista &#8220;Connessioni&#8221;. Fra le segnalazioni bibliografiche della rubrica Segnalibro c&#8217;è una mia nota su un curioso libro edito da poco da Antigone&#8230; Gianmarco Manfrida: Gli sms in psicoterapia Antigone Edizioni - Torino, 2009 Anche chi non è disposto ad ammetterlo facilmente, nella categoria degli psicoterapeuti, avrà fatto qualche volta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-right: 5px;" src="http://www.alephlibreria.it/aleph/IMG/copertine16/978889528354.jpg" alt="" width="100" height="143" /></p>
<p>A breve sarà disponibile il numero 24 della rivista <a href="http://www.cmtf.it/?page_id=8" target="_blank">&#8220;Connessioni&#8221;</a>. Fra le segnalazioni bibliografiche della rubrica <em>Segnalibro</em> c&#8217;è una mia nota su un curioso libro edito da poco da Antigone&#8230;</p>
<p>Gianmarco Manfrida: <strong>Gli sms in psicoterapia</strong><br />
Antigone Edizioni - Torino, 2009<span id="more-3699"></span></p>
<p>Anche chi non è disposto ad ammetterlo facilmente, nella categoria degli psicoterapeuti, avrà fatto qualche volta uso di <em>Short Message Service</em>, di messaggini telefonici, nella relazione terapeutica. Lo si fa pensando ogni volta che è una eccezione, che lo strumento è incongruo con una cornice in cui la comunicazione dovrebbe avere ben altro peso che quello dei 160 caratteri del messaggio breve.<br />
Eppure lo si fa, le persone lo fanno, e il clinico, raggiunto sul lavoro o in altre circostanze, non può tirarsi indietro: perché farlo significherebbe distanza e scarsa disponibilità e perché in fin dei conti – in certe occasioni – gli sms offrono la possibilità di gestire con una frase e con un intervento efficace situazioni che altrimenti richiederebbero ben altro tempo e, talvolta, arrecherebbero ben altri scompigli per il setting. E nei casi in cui essi sono effettivamente un modo di aggredire le regole della relazione terapeutica, ancora di più richiedono una consapevolezza del mezzo.<br />
Dunque, dal momento che lo strumento sta lì ed esimersi non si può, ci sono all’incirca due modi di utilizzarlo: così come viene oppure con consapevolezza.<br />
Il libro di Manfrida è un contributo alla seconda ipotesi, e insieme una riflessione su come, in un periodo in cui i nuovi media cambiano le regole della comunicazione, anche la sacralità della relazione terapeutica deve accogliere un certo grado di lievità e di ironia.<br />
È un libro utile. A partire dal fatto che l’autore ci illustra lo strumento nei suoi vari aspetti sociali, linguistici e persino tecnologici. Può il clinico dei tempi d’oggi evitare di interessarsi anche a questi ultimi? No che non può.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/07/24/gianmarco-manfrida-gli-sms-in-psicoterapia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Pietro Barbetta: nove lezioni sulla psicologia dinamica e non solo. Su Ibridamenti.</title>
		<link>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/06/16/pietro-barbetta-nove-lezioni-sulla-psicologia-dinamica-e-non-solo-su-ibridamenti/</link>
		<comments>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/06/16/pietro-barbetta-nove-lezioni-sulla-psicologia-dinamica-e-non-solo-su-ibridamenti/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 22:26:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo giuliani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[cura]]></category>
		<category><![CDATA[Ibridamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Barbetta]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.massimogiuliani.it/blog/?p=3114</guid>
		<description><![CDATA[Dopo l&#8217;uscita del libro di Pietro Barbetta &#8220;I linguaggi dell&#8217;isteria&#8221;, gli ho rivolto alcune domande per Ibridamenti. Nel suo volume, fra le altre cose, Pietro afferma che non è la psicopatologia a spiegarci l&#8217;isteria: è semmai quest&#8217;ultima a possedere la verità sulla psicopatologia. Così parliamo di diagnosi e di psichiatria, ma anche di università e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://bidieffe.net/wp-content/uploads/2008/04/copertina1.jpg" alt="" width="150" />Dopo l&#8217;uscita del libro di <a href="http://pietrobarbetta.net" target="_blank">Pietro Barbetta</a> &#8220;I linguaggi dell&#8217;isteria&#8221;, gli ho rivolto alcune domande per <a href="http://www.ibridamenti.com" target="_blank">Ibridamenti</a>.<br />
Nel suo volume, fra le altre cose, Pietro afferma che non è la psicopatologia a spiegarci l&#8217;isteria: è semmai quest&#8217;ultima a possedere la verità sulla psicopatologia.<br />
Così parliamo di diagnosi e di psichiatria, ma anche di università e di alcune incomprensibili consuetudini che vigono in quelle istituzioni&#8230;<br />
<strong>Leggi l&#8217;intervista completa su Ibridamenti: </strong><a href="http://www.ibridamenti.com/recensioni/2010/06/pietro-barbetta-se-la-psicologia-dinamica-diventa-statica/" target="_blank"><strong>&#8220;Se la psicologia dinamica diventa statica&#8221;</strong></a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/06/16/pietro-barbetta-nove-lezioni-sulla-psicologia-dinamica-e-non-solo-su-ibridamenti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il primo terremoto di Internet</title>
		<link>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/06/06/il-primo-terremoto-di-internet/</link>
		<comments>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/06/06/il-primo-terremoto-di-internet/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 06 Jun 2010 22:36:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo giuliani</dc:creator>
				<category><![CDATA[web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[blog]]></category>
		<category><![CDATA[Ibridamenti]]></category>
		<category><![CDATA[L'Aquila]]></category>
		<category><![CDATA[Pierre Lévy]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.massimogiuliani.it/blog/?p=3072</guid>
		<description><![CDATA[Grazie di cuore a Laura Benedetti, docente della Georgetown University di Washington, che ha reso possibile a L&#8217;Aquila - il 4 e il 5 giugno 2010 - il convegno &#8220;Dopo la caduta. Memoria e futuro&#8221;. Quello che segue è il testo del mio intervento, tenuto il pomeriggio di sabato 5 giugno (che qui ricostruisco grazie agli appunti e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Grazie di cuore a <a href="http://explore.georgetown.edu/people/lb227/" target="_blank"><strong>Laura Benedetti</strong></a>, docente della Georgetown University di Washington, che ha reso possibile a L&#8217;Aquila - il 4 e il 5 giugno 2010 - il convegno <strong><a href="http://www.massimogiuliani.it/pdf/dopo_la_caduta_flyer.pdf" target="_blank">&#8220;Dopo la caduta. Memoria e futuro&#8221;</a></strong>.<br />
Quello che segue è il testo del mio intervento, tenuto il pomeriggio di sabato 5 giugno (che qui ricostruisco grazie agli appunti e alla memoria). Chi volesse, può sfogliare la presentazione in Power Point qui di seguito. Grazie a tutti quelli che c&#8217;erano e a quelli che vorranno leggerlo.</em></p>
<div id="__ss_4424100" style="width: 425px; text-align: left;"><strong><a title="L'Aquila: &quot;Il primo terremoto di internet&quot;" href="http://www.slideshare.net/massimoslide/il-primo-terremoto-di-internet">L&#8217;Aquila: &#8220;Il primo terremoto di internet&#8221;</a></strong><object id="__sse4424100" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="355" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowScriptAccess" value="always" /><param name="src" value="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=laquila-ilprimoterremotodiinternet-100606160118-phpapp01&amp;stripped_title=il-primo-terremoto-di-internet" /><param name="name" value="__sse4424100" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed id="__sse4424100" type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="355" src="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=laquila-ilprimoterremotodiinternet-100606160118-phpapp01&amp;stripped_title=il-primo-terremoto-di-internet" name="__sse4424100" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<div style="padding: 5px 0 12px;">View more <a href="http://www.slideshare.net/">presentations</a> from <a href="http://www.slideshare.net/massimoslide">massimoslide</a>.</div>
</div>
<p>Come ha detto chi mi ha presentato, sono psicologo; e in quanto tale, la mia materia sono le relazioni interpersonali; così mi interessa il modo in cui Internet, la grande rete “orizzontale”, riconfigura le relazioni fra le persone e &#8211; privilegiando la dimensione orizzontale a quella verticale &#8211; fra esse e il potere: ad esempio, il potere di informare. Dal 6 aprile dell&#8217;anno scorso mi interessa dunque osservare il modo in cui il terremoto è entrato in Internet, e il modo in cui Internet è entrata nel terremoto.<br />
Dopo la sciagura, L’Aquila è diventata <strong>laboratorio</strong> di alcune rivoluzioni: parte di queste rumorose ed evidenti, altre più <strong>silenziose</strong>.<span id="more-3072"></span></p>
<p>- Certamente la città è stata un laboratorio di un modello di intervento. Una tragedia sociale, culturale, identitaria è stata ridotta a problema edilizio: gran parte della popolazione è stata <strong>allontanata</strong> da casa per molti mesi (moltissimi sono tuttora lontani) per poter organizzare soluzioni quasi definitive che cambiano radicalmente e irreversibilmente il volto della città e di un territorio.</p>
<p>- Più silenziosamente, è stata il laboratorio di un nuovo vocabolario politico. Una rivoluzione discreta ma dall’impatto importante. Le vecchie categorie di “consenso” e “dissenso” hanno lasciato il posto a “gratitudine” e <strong>“ingratitudine”</strong>, tanto da <a href="http://www.massimogiuliani.it/blog/index.php/2010/05/28/il-dittatore-e-gli-ingrati-la-rivoluzione-discreta-delle-parole/">ribaltare</a> il rapporto fra cittadini e politica. Se la posizione dei cittadini è connotata in senso morale, non sono più soltanto questi che valutano e giudicano i politici, ma sempre più spesso anche viceversa.</p>
<p>- Infine, L’Aquila si è trovata al centro di una rivoluzione importante, alla quale sono stati dedicati alcuni titoli di giornali nelle prime ore (sul “primo terremoto di internet”: sull’informazione, sulle foto del terremoti, sugli appelli per gli sms da un euro&#8230;), ma di cui si è ben presto rinunciato a valutare la portata, anche in termini di <strong>democrazia</strong>.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class=" " src="http://c1.ac-images.myspacecdn.com/images02/97/l_343368f82fe844b58a09026166d67608.jpg" alt="" width="300" /><p class="wp-caption-text">Sara De Vita, da &quot;Macerie sulla pelle&quot;</p></div>
<p>Voglio illustrare questo passaggio con una foto scelta da una serie di scatti della fotografa romana <strong><a href="http://www.myspace.com/saradevita" target="_blank">Sara De Vita</a></strong>, che è stata anche lei protagonista di uno sguardo da internet su L’Aquila: nei suoi scatti le fratture della terra sono in continuità con le fratture dell&#8217;anima, gli squarci dei muri con gli squarci <strong>autobiografici</strong>. E anche la Rete, essendo il luogo delle connessioni (quando navighiamo mettiamo in connessione dei testi; e per farlo dobbiamo saltare al di là di distanze e separazioni fra storie e testi) lo è anche delle discontinuità; delle continuità come delle fratture. Forse anche per questo è diventata il luogo ideale per raccontare il terremoto.<br />
Da parecchio tempo penso a L’Aquila come a una città ipertestuale. L’Aquila è stata disegnata anche dai terremoti, dalle sue fratture. L’impressione che avevo sin da bambino nell’entrare nella Basilica di <strong>S. Maria di Collemaggio</strong>, metà tardomedievale, metà barocca, era che in quella frattura c’era il link fra due storie, fra due mondi.</p>
<p>Una donna che vedo nel mio studio mi ha detto giorni fa, verso il termine di un periodo trascorso a conversare con me della sua vita: “ho deciso che voglio trovare un’estetica della <strong>cicatrice</strong>”. Le persone cercano spesso un modo di cancellare le cicatrici, e con esse il ricordo di una ferita. L’Aquila nella sua storia ha trovato un’estetica della cicatrice, ha dato un senso alle proprie fratture e a volte è riuscita a farne la cifra della sua bellezza.<br />
Forse per questo L’Aquila è Internet si sono capite da subito. Si sono riconosciute.</p>
<p>Da allora per molti mesi i <strong>blog</strong> sono diventati una rete informativa che racconta il terremoto dall’interno.</p>
<p>Quando il paese non capiva la reale portata dell’accaduto, perché non capiva la peculiarità di una città come L’Aquila, con un centro storico abitato e vissuto, con centinaia di ettari di arte che andavano in polvere, quando c’era da rendere conto delle differenze dei punti di vista sul <strong>G8</strong> a L’Aquila, la rete suppliva all&#8217;incomprensione dei media con una narrazione quotidiana e da dentro degli eventi dal 6 aprile in poi. Questo grazie a persone che hanno avvertito come un proprio <strong>dovere</strong> quello di scrivere la loro verità: il dovere di testimoniare voci che rischiavano di restare marginalizzate. E grazie alla rete e ai social network che &#8211; diversamente, ad esempio, dalla tv &#8211; favoriscono una comunicazione bidirezionale e “da molti a molti”.</p>
<p>Così la rete è stata insostituibile nel garantire una informazione <strong>alternativa</strong> a quella che arrivava dai grandi mezzi di comunicazione; nel conservare in qualche modo, mentre la gente veniva sparpagliata lontano dalla propria terra, la <strong>coesione</strong> di alcune fasce della popolazione (per lo meno, quelle più avvezze all&#8217;uso del computer); nel permettere a tanti di coordinare tavoli di discussione virtuali e <strong>iniziative di partecipazione </strong>che mai, data la condizione di disgregazione dele comunità, sarebbero state possibili senza Internet. Ma non è tutto.</p>
<p>Tutte queste voci, insieme, hanno scritto &#8211; scrivono tutti i giorni &#8211; una <strong>narrazione collettiva</strong>: ma per far emergere questa voce collettiva c’è bisogno dell’intervento umano, un intervento creativo.<br />
<img class="alignleft" src="http://farm4.static.flickr.com/3516/3874828016_7da0791857.jpg" alt="" width="300" />Come quello del collettivo di <strong>“Animammersa”</strong>: dalle narrazioni on line, insieme a materiale originale e altro tradizionale, nascono uno spettacolo e un cd. “Animammersa” è un esempio di narrazione collettiva, di aggregazione di punti di vista e storie per far emergere una storia polifonica sulla città e sul terremoto. Internet e la musica popolare si incontrano nella loro comune vocazione a raccontare la realtà da dentro, dalla voce di chi c’era, senza chiedere il permesso, come dicevo <a href="http://www.ibridamenti.com/prima-pagina/2010/02/animammersa-sette-secoli-e-ventidue-secondi-lettere-da-laquila/" target="_blank">qui</a>.</p>
<p>Mi interessa dunque approfondire il tema dell&#8217;<strong>intelligenza collettiva</strong> che emerge da questa storia raccontata in rete.<br />
Per farlo, mi appoggio al pensiero di <a href="http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/l/levy.htm" target="_blank"><strong>Pierre Lévy</strong></a> (1994), un filosofo che ha contribuito in misura notevole a spiegarci il virtuale e la rete.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.ibridamenti.com/dalla-rete/2009/07/di-status-in-status-il-terremoto-versione-facebook-controinformazione1/" target="_blank"><img class=" " style="border: 1px solid black;" title="Da Ibridamenti.com" src="http://www.massimogiuliani.it/img/distatus.jpg" alt="Da Ibridamenti.com" width="300" height="210" /></a><p class="wp-caption-text">Da Ibridamenti.com</p></div>
<p>Un collettivo è un <strong>&#8220;noi&#8221;</strong>: e un problema di difficile soluzione per la filosofia politica è a quali condizioni si possa dire “noi” a pieno diritto e cosa si perda dicendo &#8220;noi&#8221;.<br />
Perché il prezzo del dire “noi” è quello di rinunciare alla ricchezza delle sfumature, di mascherare le differenze, di non tener conto dell’unicità di ciascuna persona.<br />
Dunque, la sfida per un collettivo che possa legittimamente dire “noi” è quella di rispettare le differenze al proprio interno, di non sovrastare l’identità e il punto di vista dei singoli in nome del collettivo stesso, di una parola d’ordine.</p>
<p>L’esperienza di OUT Facebook di <strong><a href="http://www.ibridamenti.com" target="_blank">Ibridamenti</a></strong> vuole far emergere una intelligenza collettiva attraverso l&#8217;aggregazione del flusso delle informazioni contenuto negli <em>status</em> di Facebook. Clicca per leggere &#8220;Il terremoto versione Facebook&#8221; su <a href="http://www.ibridamenti.com/dalla-rete/2009/07/di-status-in-status-il-terremoto-versione-facebook-controinformazione1/" target="_blank">Ibridamenti</a> o su <a href="http://www.massimogiuliani.it/blog/index.php/2009/07/01/out-facebook-laquila-il-terremoto-raccontato-dagli-status-1/" target="_blank">questo blog</a>.</p>
<blockquote><p>Fino ad oggi il “mediatore” del gruppo era un soggetto che il suo ruolo ha posto in una condizione di <strong>“superuomo”</strong>. Un re, un <strong>capo di stato</strong>, un divo, un eroe.<br />
“Nell’agorà virtuale il mediatore è uno strumento elettronico nelle mani di migliaia di persone. Questo genere di <strong>democrazia</strong> è un gioco dove vincono i più collaborativi, quelli che sanno mettersi in <strong>ascolto</strong> e produrre narrazioni che abbiano senso per gli altri, non quelli più abili a imporre il loro punto di vista, a impadronirsi del potere e a inquadrare masse anonime in categorie molari” (Pierre Lévy).</p></blockquote>
<p>Il <strong>“noi”</strong> che emerge dalla narrazione collettiva del sisma è un “noi” che non rinuncia alle differenze e alle peculiarità dei singoli: la forza di questa narrazione collettiva viene dal fatto che ciascuna delle singole voci ha un nome, un cognome, una <strong>faccia</strong>, una storia.</p>
<p>In conclusione, vorrei raccontare una storia. È una storia antica, in realtà. Viene da <strong>Genesi</strong> XVIII e XIX, a cui Pierre Lévy dà una interessante interpretazione, come dire?, laica.<br />
Dio vuole distruggere <strong>Sodoma</strong>, divenuta insieme a Gomorra simbolo di dissolutezza e violenza.<br />
Abramo tratta col Signore la salvezza della città. Così gli domanda “se ci saranno soltanto cinquanta giusti in città, la distruggerai?”.<br />
E lui: “no, per cinquanta giusti perdonerò tutta la città”.<br />
Abramo capisce che c’è margine di trattativa: “e per quaranta?”<br />
“Non la distruggerò per riguardo a quei quaranta”.<br />
Abramo incalza: “scusa se ho l’ardire di insistere, ma per trenta giusti?”. “Anche trenta”.<br />
La trattativa continua fino a venti, e poi dieci. Anche lì il Signore accetta: “non la distruggerò per riguardo a quei dieci”.<br />
Qui succede una cosa importante, che fa dire a Lévy che quel giorno a Sodoma nasce l’idea di <strong>intelligenza collettiva</strong>: è interessante che la storia dell’intelligenza collettiva cominci proprio con una città da salvare dalla <strong>distruzione</strong>!<br />
Sebbene Abramo sappia che Dio è in giornata buona, sebbene abbia capito che vuole stare al suo gioco, decide di non scendere oltre il numero di <strong>dieci</strong>: perché dieci, spiega Lévy, è un <strong>collettivo</strong>. Non cinque, non tre. Su tre uomini, prima o poi uno spicca e diventa famoso: ma dieci è l’inizio di un collettivo!<br />
Solo un collettivo salverà la città dalla distruzione. Cos’è un collettivo? È un gruppo di persone che ascoltano e si ascoltano, che lavorano lontano dai riflettori con la mente rivolta alla comunità. Dove tutti sono importanti allo stesso modo e nessuno lavora per una <strong>gloria</strong> personale.</p>
<p><img class="alignleft" src="http://www.massimogiuliani.it/img/lot.jpg" alt="" width="300" height="223" />Poi, nonostante la fatica di Abramo, la situazione precipita.<br />
Due <strong>angeli</strong> vanno in visita a Sodoma (i giusti non li trovi sui giornali; non sfilano fra ali di folla festante seguti dalle telecamere: devi andare a cercarli lì dove vivono e lavorano). Lot li ospita in casa sua e li rifocilla, ma nella notte un gruppo di cittadini va a casa di Lot e gli intima di consegnargli gli stranieri: vogliono abusarne. In tutti i modi Lot cerca di dissuadere i concittadini, propone loro persino di prendersi le sue figlie al posto degli ospiti!<br />
Sodoma non si salva. Ne può aver combinate di tutti i colori, ma il peccato che infine la condanna è di aver rifiutato l’<strong>ospitalità</strong> agli stranieri, ai diversi.<br />
Così Lot e la sua famiglia – la moglie, le figlie, i generi – possono solo cercare scampo nella fuga. Come arrivano a Zoar, su Sodoma si scatena la pioggia di fuoco e zolfo. E lì la moglie di Lot <strong>si volta</strong> a guardare. Subito dopo viene tramutata in una statua di sale.</p>
<p>Allora, se dovessi fare un augurio a L’Aquila, il mio sarebbe un augurio triplice:<br />
- di essere una città <strong>intelligente</strong>, che confida nella sua intelligenza collettiva più che nell’intervento di un “superuomo”;<br />
- che questa intelligenza la aiuti ad essere una città <strong>ospitale</strong>: verso l’altro, lo straniero, certo, ma anche verso il nuovo: verso la cognizione che, qualunque cosa questa città sarà, sarà anche un’altra cosa da prima;<br />
- di avere il coraggio di non <strong>voltarsi indietro</strong> come fece la moglie di Lot. Di conservare, certo, la memoria della città di prima &#8211; com&#8217;era e dov&#8217;era &#8211; per farne una mappa per quella prossima ventura: ma di avere il coraggio e l’immaginazione per cominciare a sognare la città futura.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/06/06/il-primo-terremoto-di-internet/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>8</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Psicologi e psicoterapeuti: riaprire L’Aquila</title>
		<link>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/05/11/psicologi-e-psicoterapeuti-riaprire-laquila/</link>
		<comments>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/05/11/psicologi-e-psicoterapeuti-riaprire-laquila/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 11 May 2010 10:03:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo giuliani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[L'Aquila]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.massimogiuliani.it/blog/?p=3001</guid>
		<description><![CDATA[Sul sito dell&#8217;Ordine degli Psicologi dell&#8217;Abruzzo e su quello dell&#8217;Università dell&#8217;Aquila è possibile leggere l&#8217;appello (al quale aderiscono l&#8217;Ordine regionale, la Facoltà di psicologia dell&#8217;Aquila e l&#8217;Osservatorio Permanente sul Territorio dell&#8217;Università dell&#8217;Aquila) che Psicologi e Psicoterapeuti di tutta Italia stanno firmando per sollecitare le autorità a fare tutto quel che si può per mettere i cittadini [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignleft" style="width: 290px"><img src="http://www.vacanzeitinerari.it/immaginiviaggi/5339/470/img5339-01-1.jpg" alt="Dal sito www.vacanzeitinerari.it" width="280" /><p class="wp-caption-text">Dal sito www.vacanzeitinerari.it</p></div>
<p>Sul sito dell&#8217;Ordine degli <a href="http://www.ordinepsicologiabruzzo.it/archivio11_notizie-e-comunicati_0_140_34_1.html" target="_blank">Psicologi dell&#8217;Abruzzo</a> e su quello dell&#8217;<a href="http://www.univaq.it/section.php?id=1270" target="_blank">Università dell&#8217;Aquila</a> è possibile leggere l&#8217;appello (al quale aderiscono l&#8217;Ordine regionale, la Facoltà di psicologia dell&#8217;Aquila e l&#8217;Osservatorio Permanente sul Territorio dell&#8217;Università dell&#8217;Aquila) che <strong>Psicologi</strong> e <strong>Psicoterapeuti</strong> di tutta Italia stanno firmando per sollecitare le autorità a fare tutto quel che si può per mettere i cittadini dell&#8217;Aquila nelle condizioni di riprendersi il <strong>centro storico</strong> della città. È una questione di <strong>salute</strong>: la memoria, le appartenenze, i legami con i luoghi, non sono qualcosa di cui ci si può privare senza conseguenze.<br />
Si aderisce con una email all&#8217;indirizzo <a href="mailto:psiperlaquila@gmail.com" target="_blank">psiperlaquila@gmail.com</a>, specificando cognome e nome, afferenza lavorativa, sede. Ecco il testo dell&#8217;appello:</p>
<p><span id="more-3001"></span></p>
<blockquote><p><strong>RI-Costruire la città per RI-Costruire l’identità delle persone<br />
<span style="font-weight:normal;"><strong>Appello degli psicologi per L’Aquila</strong></span></strong></p>
<p>Il terremoto del 6 aprile 2009 ha sconvolto la città dell’Aquila e una parte rilevante della sua provincia. Oltre ai fabbricati, alle abitazioni, alle chiese ed ai monumenti, il terremoto ha danneggiato l’identità di una vasta popolazione. Senza più casa, una gran parte di aquilani ha trovato ospitalità nelle tendopoli, negli alberghi della regione e in altre sistemazioni di fortuna. Una parte di essi sta occupando i nuovi complessi abitativi edificati per l’occasione. La priorità di trovare un tetto, un riparo, ha imposto loro di sparpagliarsi su un territorio amplissimo, spesso perdendo i punti di riferimento della quotidianità consolidati negli anni.</p>
<p>L’Aquila aveva un centro storico vitale e densamente abitato, non era solo meta turistica ma vero e proprio fulcro della vita sociale ed economica, luogo di incontro ed emblema di una comunità che in tale centro individuava un simbolo di appartenenza. Ed i centri storici sono sempre stati il cuore della vita delle persone e il segno di una continuità storica e affettiva con le proprie radici.</p>
<p>Dal 6 aprile 2009 il centro storico dell’Aquila, così come gli altri centri colpiti, è blindato e inaccessibile per ineccepibili ragioni di sicurezza.</p>
<p>Noi, professionisti della salute mentale, psicologi, psicoterapeuti e ricercatori, vogliamo evidenziare quanto sia importante e urgente restituire al più presto alle popolazioni colpite i punti di riferimento in cui possano riconoscersi e possano riconoscere i loro luoghi; quanto sia rilevante prendersi cura della ricostruzione del tessuto sociale e relazionale che, insieme a quanto fatto finora, possa aiutare le persone a salvaguardare la propria stabilità e la propria integrità; quanto sia impellente ripristinare elementi di continuità che permettano alle persone, al di là della grave frattura che hanno subito le loro vite, di adattarsi nella nuova realtà recuperando quel senso di sé la cui unitarietà è stata profondamente ferita.</p>
<p>Riteniamo che un passaggio ineludibile della cura dei luoghi terremotati sia quello di fare in modo di riaprire più spazi possibili di quei centri storici e di permettere alle persone di tornare a portare in quei luoghi la loro vita, di reincontrarsi, di riappropriarsi di quei pezzi di storia.</p>
<p>Trascurare questi aspetti può avere, a medio e a lungo termine, conseguenze disastrose sulla salute psicologica delle popolazioni colpite, sulla stabilità delle comunità e sulle speranze di ricostruzione, con costi ingentissimi per la collettività.</p>
<p>Il nostro appello alle Autorità preposte vuole attirare l’attenzione su un aspetto per nulla secondario – anche se immateriale – del dramma dell’Aquila. Quello che chiediamo loro è di farsi carico da oggi, e in tempi più stretti possibile, di un piano per la messa in sicurezza di quanti più spazi possibile dei centri storici con la prospettiva di permettere alla gente di tornare a popolarli e di riconnettersi con la storia interrotta della loro comunità.</p>
<p>Per aderire all’appello inviare una mail all’indirizzo psiperlaquila@gmail.com specificando Cognome e Nome, Afferenza lavorativa, Sede.</p></blockquote>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/05/11/psicologi-e-psicoterapeuti-riaprire-laquila/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Per una psicologia che pensa: Luca Casadio tra Bateson e Bion</title>
		<link>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/05/07/per-una-psicologia-che-pensa-luca-casadio-tra-bateson-e-bion/</link>
		<comments>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/05/07/per-una-psicologia-che-pensa-luca-casadio-tra-bateson-e-bion/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 07 May 2010 08:47:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo giuliani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Antigone Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Gregory Bateson]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Casadio]]></category>
		<category><![CDATA[psicoanalisi]]></category>
		<category><![CDATA[sistemica]]></category>
		<category><![CDATA[Wilfred Bion]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.massimogiuliani.it/blog/?p=2972</guid>
		<description><![CDATA[In anteprima sul blog la recensione che ho scritto per il numero in uscita di Connessioni del libro di Luca Casadio “Tra Bateson e Bion. Alle radici del pensiero relazionale” (Antigone Edizioni). La rivista uscirà nei prossimi giorni, ma la recensione l&#8217;ho scritta mesi fa dopo aver letto il manoscritto. Io e Luca eravamo poco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.massimogiuliani.it/img/casadio-bateson-bion.jpg" alt="" width="200" /><em>In anteprima sul blog la recensione che ho scritto per il numero in uscita di <strong><a href="http://www.cmtf.it/?page_id=8" target="_blank">Connessioni</a></strong></em><em> del libro di <strong>Luca Casadio</strong></em><em> </em><strong><em>“Tra Bateson e Bion. Alle radici del pensiero relazionale” </em></strong><em>(Antigone Edizioni).<br />
La rivista uscirà nei prossimi giorni, ma la recensione l&#8217;ho scritta mesi fa dopo aver letto il manoscritto. Io e Luca eravamo poco più che colleghi di <a href="http://www.massimogiuliani.it/blog/index.php/2008/12/09/a-marzo-2009-la-terapia-come-ipertesto/" target="_blank">&#8220;scuderia&#8221;</a></em><em> (l&#8217;Editrice <a href="http://www.antigonedizioni.com/" target="_blank">Antigone</a></em><em> di Torino), non avevamo ancora bevuto una birra insieme ed eravamo soltanto all&#8217;inizio della nostra corrispondenza: tutto quello che è scritto qui, pertanto, è autentico e disinteressato. Luca ha scritto un libro che ha molti meriti.</em></p>
<p style="text-align:center;"><em>********* </em></p>
<p>Capita periodicamente di leggere libri e saggi che hanno l’ambizione di trovare punti di contatto tra la <strong>psicoanalisi</strong> e il pensiero <strong>sistemico</strong>.<br />
Il più delle volte l’esito è deludente: una specie di riduzione a un minimo comune denominatore, <span id="more-2972"></span>ancora più scontata se si squalifica l’uno e l’altro dei termini del confronto a un banale insieme di pratiche: è abbastanza evidente che, passata attraverso il tritatutto della <strong>semplificazione</strong>, qualunque cosa può assomigliare a qualunque altra. William Shakespeare e Federico Moccia scrivono di sentimenti, John Nash e Giulio Tremonti se la cavano con le moltiplicazioni, la sistemica e la psicoanalisi tentano, in fin dei conti, di dare un senso alla sofferenza psicologica. D’altra parte, la prima si occupa di relazioni e la seconda ormai da un bel pezzo non ne nega l’esistenza: il resto son complicazioni inutili.<br />
Talvolta il senso neanche tanto nascosto di tali operazioni è quello di affermare l’autosufficiente <strong>superiorità</strong> di un modello e la futile ridondanza dell’altro, attraverso la minimizzazione delle differenze e la rinuncia a qualsivoglia preoccupazione epistemologica. Come, per dirne una, il fatto che la prospettiva da cui si sceglie di guardare condiziona in maniera decisiva quel che si vede: se il vertice di osservazione è l’intrapsichico, la teoria riguarderà il soggetto singolo, senza escludere la sua dotazione biologica; se invece è la relazione, metterò al centro la cultura, la famiglia, la storia: tutto quello che nel primo caso era origine e punto di partenza, qui sarà prodotto, epifenomeno, conseguenza. E viceversa.</p>
<p><strong>Luca Casadio</strong>, che queste cose le mastica, non cade nel tranello e anzi chiarisce subito che un confronto fra due autori così diversi come <strong>Gregory Bateson</strong> e <strong>Wilfred Bion</strong> sarà utile (sarà possibile, aggiungo io) se sapremo “collegare il concetto di mente alle relazioni e ai diversi contesti intersoggettivi” e considerare l’identità come un prodotto di un sistema complesso, dinamico e in evoluzione. E, per non farsi illusioni, ci fa capire che un confronto così impostato non solo è più avaro di risposte definitive, ma anzi ci lascia soprattutto domande e questioni aperte. Sulla <strong>mente</strong> e i suoi confini, ad esempio; sul modo in cui essa entra in relazione con altre menti; sulla natura del cambiamento; e infine – da far tremare i polsi! – su cosa voglia dire “osservare” tutto questo e su come sia possibile.<br />
Insomma, quel che separa le operazioni banalizzanti di cui sopra dal libro di Luca Casadio è che quest’ultimo va in direzione esattamente opposta: <strong>moltiplica</strong> i problemi anziché sfrondare e amplia lo sguardo anziché puntare dritto a un presunto, essenziale, nocciolo della questione.<br />
Tant’è vero che non cerca somiglianze fra una psicoanalisi e una sistemica “all’ingrosso”, ma mette a confronto due delle voci più estreme e indocili dell’una e dell’altra scuola. Se la metafora può rendere l’idea: puoi cercare affinità fra due differenti paesi, ma è soprattutto nelle loro città di mare e nei porti – nelle zone esterne ed estreme, voglio dire, quelle che guardano fuori e lontano, quelle dall’identità <strong>meticcia</strong> e contaminata – che puoi ritrovare un certo modo di guardare al mondo e al prossimo. Sempre che non ti spaventi quella vertigine: altrimenti, per ritrovare dovunque un rassicurante e familiare “già noto”, ci sono sempre i McDonald’s del centro.</p>
<p>Nel porsi davanti all’opera di Gregory Bateson e a quella di Wilfred Bion, Luca Casadio non si accontenta di rintracciare assonanze fra quanto detto dall’antropologo e dallo psicoanalista: fa emergere, invece, un comune modo in cui entrambi affrontano i problemi classici della propria disciplina. Per esempio, attraverso un’ironica pratica del <strong>rovesciamento</strong> di quei problemi (il Bion che nel chiarire la sua idea sul rapporto fra sogno e inconscio sostiene che non è l’inconscio a produrre il sogno, ma è quest’ultimo, al contrario, a creare l’inconscio e la coscienza, non vi ricorda almeno un po’ il Bateson che, in “Doppio legame, 1969”, denuncia l’“epistemologia all’incontrario” degli psicologi?).<br />
Oppure nel comune modo “laterale” ed <strong>estetico</strong> (“al cento per cento scientifico e al cento per cento poetico”) di estendere i confini dei propri ragionamenti cercando in campi contigui somiglianze che suggeriscono ulteriori somiglianze: l’abduzione per Bateson, l’“immaginazione speculativa” per Bion.<br />
Anche per Casadio il confronto fra i due personaggi diventa un processo abduttivo ed estetico: dapprima approfondisce la biografia di ciascun personaggio (e vedrete che le coincidenze fra l’una e l’altra sono sorprendenti) attraverso una puntuale selezione delle fonti disponibili, e di lì (chissà se si è ispirato alle “Vite parallele” di Plutarco!) prende a tracciare connessioni e a far emergere <strong>somiglianze</strong>, con lo scopo non solo di connettere la vita con le opere, ma anche di illustrare la collocazione che ciascuno dei due ha nel pensiero della propria epoca e nella propria disciplina: per entrambi il riconoscimento arrivò soprattutto in età avanzata, dopo anni di marginalità accademica; entrambi – maestri del “pensiero <strong>nomade</strong>” – vagarono inquieti e curiosi fra discipline differenti; entrambi cercarono nell’arte, nella poesia, nella metafora il complemento necessario al proprio discorso scientifico.</p>
<p>È un procedimento abduttivo ed estetico, dicevo, a guidare la ricerca di Casadio. Che ce lo dice chiaro e lo ripete, se ce ne fosse il bisogno: è l’azione di un <strong>osservatore</strong> a creare il pattern che connette; è l’interazione fra lui e il contesto, che costruisce ordine e stabilisce collegamenti nel paesaggio complesso che intende conoscere.<br />
Così, a un livello, il suo libro parla di Bateson e Bion; a un altro livello, attraverso il Bateson di Casadio e il Bion di Casadio, è proprio l’autore – l’osservatore che traccia confini, che punteggia eventi e che costruisce analogie e differenze – a proporre un proprio percorso di senso.<br />
C’è molto del suo autore in questo libro: lo stesso Luca Casadio è un po’ erede di quello spirito che rifiuta la pigrizia delle idee che si autoconvalidano. L’abbiamo conosciuto co-curatore, accanto a Umberta Telfener, dell’enciclopedico “Sistemica”; ha scritto su <strong>arte</strong>, cinema e psicoanalisi in “Le immagini della mente”; sul ridere e sulla conoscenza in “Umorismo”; si è sperimentato come narratore (<a href="http://www.ibs.it/code/9788863160864/casadio-luca/assurdo-studio-sull-amore.html?shop=2021" target="_blank">“Un assurdo studio sull’amore”</a> è uscito quasi contemporaneamente a “Tra Bateson e Bion”).<br />
Tutto ciò non fa di questo libro un esercizio poetico astratto, né lo relega nell’archivio delle tante ipotesi attraenti ma con implicazioni poco più che accademiche. La sensibilità attuale, le questioni che essa pone alla psicologia di oggi, rendono quanto mai rilevante ogni domanda che possa fare da guida per affrontare la sfida di descrivere la mente come un sistema <strong>transpersonale</strong>; di dar conto di un sé molteplice anziché semplice e unidimensionale; di immaginare una relazione terapeutica quale processo di influenzamento <strong>reciproco</strong> anziché applicazione unidirezionale della competenza di un esperto; di usare le nostre idee per <strong>pensare</strong> anziché per trovare conferma alle nostre premesse; di stabilire e arricchire il dialogo, infine, fra idee ed esperienze differenti e contigue.</p>
<p>Il percorso che Casadio punteggia fra i pensieri di questi due giganti mi pare una mappa per una psicologia che non tema tutte queste sfide e che anzi le accetti come l’unica possibilità che ha di restare viva e di dire qualcosa di utile sull’uomo postmoderno.<br />
Eppure tutto questo non basta, per un libro che – si è capito – ha l’ambizione di bussare alla porta della poesia e della metafora tanto quanto abita il territorio della trattazione scientifica. E infatti non è tutto: “Tra Bateson e Bion” è anche bello da leggere.<br />
La prefazione (&#8220;Brainstorming e stream of consciousness&#8221;) è di Pietro  Barbetta.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/05/07/per-una-psicologia-che-pensa-luca-casadio-tra-bateson-e-bion/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Psicologi e diritti umani</title>
		<link>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/04/30/psicologi-e-diritti-umani/</link>
		<comments>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/04/30/psicologi-e-diritti-umani/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 30 Apr 2010 19:48:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo giuliani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Veronese]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.massimogiuliani.it/blog/?p=2953</guid>
		<description><![CDATA[Sabato scorso, 24 aprile, ho partecipato come relatore a una giornata di studi organizzata a Verbania da Psychologists for Human Rights, una giovane associazione che si occupa di promuovere interventi psicologici in situazioni, anche internazionali, in cui sia necessario salvaguardare le voci dei più deboli e i diritti di chi non è in grado di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://4.bp.blogspot.com/_TsuyHw4SY7s/S9hD6vavxrI/AAAAAAAAABA/XHn_oIsSB8k/s1600/manifesto+workshop+PsyHR.jpeg"><img src="http://4.bp.blogspot.com/_TsuyHw4SY7s/S9hD6vavxrI/AAAAAAAAABA/XHn_oIsSB8k/s400/manifesto+workshop+PsyHR.jpeg" alt="" width="200" /></a><p class="wp-caption-text">clicca sull&#039;immagine</p></div>
<p>Sabato scorso, 24 aprile, ho partecipato come relatore a una giornata di studi organizzata a <strong>Verbania</strong> da <a href="http://www.psychologistsforhumanrights.org/" target="_blank"><strong>Psychologists for Human Rights</strong></a>, una giovane associazione che si occupa di promuovere interventi psicologici in situazioni, anche internazionali, in cui sia necessario salvaguardare le voci dei più <strong>deboli</strong> e i diritti di chi non è in grado di difendersi. L&#8217;associazione è animata da <a href="http://www.analisiqualitativa.com/magma/0502/articolo_03.htm" target="_blank"><strong>Guido Veronese</strong></a>, un collega e amico di Milano che da anni passa una parte importante del suo tempo fuori dall&#8217;Italia &#8211; soprattutto in <strong>Medio Oriente</strong> &#8211; e si interessa di trauma, psicologia dell&#8217;emergenza e <a href="http://www.francoangeli.it/Riviste/Scheda_Riviste.asp?IDArticolo=36942&amp;Tipo=Articolo%20PDF&amp;strRicercaTesto=&amp;titolo=intervento+terapeutico+sulla+crisi+in+contesti+di+guerra:+uno+studio+sul+caso+di+una+famiglia+palestinese+traumatizzata" target="_blank">interventi in teatri di guerra</a>.<br />
Il titolo della giornata era <a href="http://www.psychologistsforhumanrights.org/wordpress/24-aprile-2010-psicologia-e-diritti-umani-quali-sfide-fra-locale-e-globale.html"><strong>Psicologia e diritti umani: quali sfide fra locale e globale?</strong></a>.</p>
<p>Ne parlo per due ragioni: uno, perché l&#8217;evento del 24 è stato l&#8217;occasione per dar vita a un <strong><a href="http://psicologiaedirittiumani.blogspot.com/" target="_blank">blog</a></strong> <span id="more-2953"></span>che si spera cresca e diventi luogo di creazione e condivisione di idee; due, perché la giornata è stata un&#8217;occasione per la psicologia di riflettere su di sé mentre rifletteva su altro. E penso debba essere sempre così: nel senso che una psicologia senza consapevolezza autoriflessiva su quello che fa e sulle sue premesse rischia di diventare troppo spesso strumento di <strong>sopraffazione</strong>, di contraddire cioè la sua vocazione di essere di qualche utilità al prossimo.</p>
<p>Dunque, come ho detto in chiusura di un intervento che ho fatto nell&#8217;arco della giornata, ho trovato il convegno un&#8217;ottima opportunità di riflettere sulla psicologia <em>davanti</em> al potere e sulla psicologia <em>come</em> potere. Che vuol dire psicologia come <strong>potere</strong>? Vuol dire che chi detiene un sapere (e la psicologia è detentrice di un sapere sulla gente, sulle relazioni, su cosa fa star bene e cosa fa star male) deve essere consapevole che ciò comporta un potere e una responsabilità; che costruire un sapere e poi decidere che questo deve essere condiviso con le classi che ne sono oggetto, oppure al contrario essere tenuto loro <a href="http://www.massimogiuliani.it/blog/index.php/2009/09/16/open-rorschach/" target="_blank">nascosto</a>, fa una differenza in termini <strong>etici</strong> e politici (in un senso, naturalmente, che non è il primo che viene in mente davanti a questa parola) e che ciascuna di queste scelte è legittima a patto di essere consapevoli delle implicazioni.</p>
<p>Ha aperto la giornata <strong>Guido Veronese</strong>, che ha presentato l&#8217;associazione e ha parlato di &#8220;<em>Psychologists for Human Rights, </em>fra locale e globale&#8221;; la sua è stata una preziosa e sentita introduzione alla cultura dei diritti umani.<br />
<strong><a href="http://www.francoangeli.it/riviste/Scheda_Riviste.asp?IDArticolo=37729" target="_blank">Silvia Galvani</a></strong> dell&#8217;Università Cattolica di Milano ha raccolto il testimone di Guido ben illustrando l&#8217;ineludibilità dei diritti umani per una professione, quella dello psicologo, che vorrebbe promuovere il benessere. &#8220;Dal legittimo intervento all&#8217;intervento legittimo: considerazioni deontologiche&#8221; era la sua relazione.<br />
<strong><a href="http://www.psych.unito.it/main/pers/ricercatori/fedi.html" target="_blank">Angela Fedi</a></strong> dell&#8217;università di Torino e di Libera (Torino) ha parlato di &#8220;<em>I Testimoni di Giustizia: </em>legalità, benessere e diritti umani&#8221;, in riferimento a quanti denunciano estorsioni e ingerenze della malavita organizzata e ne hanno la vita sconvolta: di loro, anche, si occupa l&#8217;associazione <strong><a href="http://www.libera.it" target="_blank">Libera</a></strong>.<br />
Io ho parlato di Internet, informazione e comunicazione orizzontale, partendo da <a href="http://www.massimogiuliani.it/blog/index.php/2009/07/01/out-facebook-laquila-il-terremoto-raccontato-dagli-status-1/" target="_blank">questa esperienza</a> e dialogando con <a href="http://www.lamaestra.it" target="_blank"><strong>Claudia Valentini</strong></a> connessa da <strong>L&#8217;Aquila</strong> via Skype: il nostro intervento &#8220;dialogico&#8221; si chiamava &#8220;Un dialogo su Social Network, Blog e Trauma Collettivo&#8221;.<br />
<strong><a href="http://www.psicologia.unipd.it/home/personale.php?idalberomaterie=49&amp;idalbero=51&amp;idpers=19&amp;lingua=1" target="_blank"> Adriano Zamperini</a></strong> dell&#8217;università di Padova e Presidente della Società Italiana di Scienze Psicosociali per la Pace, ha parlato di &#8220;Quale psicologia per quale responsabilità sociale?&#8221;.<br />
<strong><a href="http://www.psicologiamilano.eu/" target="_blank"> Ronnie Bonomelli</a></strong> di Psychologists for Human Rights ha coordinato la mattinata.<br />
Al pomeriggio, collegamenti audio con <strong>Mahmud Sahid</strong>, psicologo, da <strong>Gerusalemme Est</strong>, e una dottoressa israeliana da <strong>Nazaret</strong>. Poi workshop e conclusioni in plenaria.</p>
<p>Grazie a Guido e agli amici di PsyHR.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/04/30/psicologi-e-diritti-umani/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L’ipertesto a Trastevere: fotodiario</title>
		<link>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/03/14/lipertesto-a-trastevere-fotodiario/</link>
		<comments>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/03/14/lipertesto-a-trastevere-fotodiario/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 13:12:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo giuliani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA["La terapia come ipertesto"]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Casadio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.massimogiuliani.it/blog/?p=2640</guid>
		<description><![CDATA[Ci sono due modi, suppergiù, di presentare un libro. Uno consiste nello spiegare alle persone quello che hai scritto. L&#8217;altro nel fartelo spiegare da loro. La sera di giovedì 11 marzo abbiamo incontrato alla libreria Bibli, in via dei Fienaroli nella Capitale, il pubblico romano intervenuto per discutere di &#8220;La terapia come ipertesto&#8221;. C&#8217;eravamo io e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignleft" style="width: 230px"><img src="http://photos-b.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-ash1/hs450.ash1/24775_1298013623688_1630825049_30743699_2250152_n.jpg" alt="" width="220" /><p class="wp-caption-text">Bibli</p></div>
<p>Ci sono due modi, suppergiù, di presentare un libro.<br />
Uno consiste nello spiegare alle persone quello che hai scritto. L&#8217;altro nel fartelo spiegare da loro.<br />
La sera di giovedì 11 marzo abbiamo incontrato alla libreria <a href="http://www.bibli.it/" target="_blank">Bibli</a>, in via dei Fienaroli nella Capitale, il pubblico romano intervenuto per discutere di <a href="http://www.massimogiuliani.it/blog/?p=90">&#8220;La terapia come ipertesto&#8221;</a>.<br />
C&#8217;eravamo io e Flavio Nascimbene e con noi c&#8217;era <strong>Luca Casadio</strong>, collega che conosce il nostro libro e col quale sin dalla sua uscita conversiamo sugli aspetti terapeutici, filosofici e anche letterari dell&#8217;ipertesto (perché Luca, fra le altre cose, è anche uno <a href="http://perronelab.it/node/222" target="_blank">scrittore</a> di racconti).<br />
Fra l&#8217;aperitivo iniziale e il brindisi finale abbiamo parlato delle nostre idee e le abbiamo confrontate con quelle di Luca e del pubblico: in particolare</p>
<p><span id="more-2640"></span>con un avvocato romano che ci ha sollecitato sulla dimensione di verità e falsità nell&#8217;ottica ipertestuale e con un artista che ci ha incalzati sul <em>non detto</em> e il <em>non dicibile</em> in terapia e nell&#8217;arte.<br />
Con Luca Casadio &#8211; come già con Massimo Schinco a Torino e con Pietro Barbetta a Bergamo &#8211; abbiamo intrecciato un confronto che ci sta aiutando a dare tridimensionalità a quello che abbiamo scritto. Mentre scrivi un libro come questo, pensi che una volta che l&#8217;avrai licenziato e consegnato alle stampe, il lavoro creativo sia concluso e la fatica possa considerarsi in un certo senso chiusa. E invece, in un certo senso, è proprio lì che comincia.</p>
<p>Le foto sono di <strong>Adriano Di Barba</strong>.</p>
<div class="wp-caption alignnone" style="width: 610px"><img src="http://photos-b.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc3/hs430.snc3/24775_1298013783692_1630825049_30743703_3114803_n.jpg" alt="Bello!" width="600" /><p class="wp-caption-text">Bello!</p></div>
<div class="wp-caption alignnone" style="width: 610px"><img src="http://photos-e.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc3/hs430.snc3/24775_1298013863694_1630825049_30743705_2462948_n.jpg" alt="" width="600" /><p class="wp-caption-text">Io e Luca Casadio raccogliamo le idee in attesa di cominciare.</p></div>
<div class="wp-caption alignnone" style="width: 610px"><img style="border: 1px solid black;" src="http://photos-h.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc3/hs430.snc3/24775_1298014063699_1630825049_30743709_2055501_n.jpg" alt="" width="600" /><p class="wp-caption-text">Flavio Nascimbene e il sottoscritto.</p></div>
<div class="wp-caption alignnone" style="width: 610px"><img style="border: 1px solid black;" src="http://photos-c.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc3/hs430.snc3/24775_1298014103700_1630825049_30743710_8024901_n.jpg" alt="" width="600" /><p class="wp-caption-text">Tutta colpa di Aristotele...</p></div>
<div class="wp-caption alignnone" style="width: 610px"><img style="border: 1px solid black;" src="http://photos-g.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-ash1/hs450.ash1/24775_1298014183702_1630825049_30743712_2508024_n.jpg" alt="" width="600" /><p class="wp-caption-text">Grazie a tutti!</p></div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/03/14/lipertesto-a-trastevere-fotodiario/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Due vecchi articoli</title>
		<link>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/03/01/due-vecchi-articoli/</link>
		<comments>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/03/01/due-vecchi-articoli/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 22:07:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo giuliani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[cura]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenze]]></category>
		<category><![CDATA[rivista "Connessioni"]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.massimogiuliani.it/blog/?p=2601</guid>
		<description><![CDATA[Grazie alla rivista &#8220;Connessioni&#8221; ho messo on line i miei primi due articoli, del 2002 e del 2003. Erano anni in cui lavoravo con i tossicodipendenti e con i loro educatori (ho affiancato alla mia attività il lavoro in comunità come psicologo e terapeuta dal 1998 alla fine del 2004). Gli articoli sono nati da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="float:left;margin-right:10px;margin-bottom:10px;"><img class="alignleft" style="border:1px solid black;" title="Connessioni" src="http://www.cmtf.it/img/connessioni.jpg" alt="" width="200" /></div>
<p>Grazie alla rivista <a href="http://www.cmtf.it/?page_id=8" target="_blank"><strong>&#8220;Connessioni&#8221;</strong></a> ho messo on line i miei primi due articoli, del 2002 e del 2003. Erano anni in cui lavoravo con i tossicodipendenti e con i loro educatori (ho affiancato alla mia attività il lavoro in <strong>comunità</strong> come psicologo e terapeuta dal 1998 alla fine del 2004). Gli articoli sono nati da un clima e da un gruppo di lavoro speciali, una di quelle opportunità da cogliere finché durano. E infatti.<br />
Li potete scaricare dalla pagina <a href="http://www.massimogiuliani.it/?page_id=130" target="_blank">&#8220;Pubblicazioni su rivista&#8221;</a> del mio sito, quello di lavoro. Se non vi va di passare dal sito, cliccate <a href="http://www.massimogiuliani.it/pdf/giuliani_familyscript_comunita.pdf" target="_blank">qui</a> e <a href="http://www.massimogiuliani.it/pdf/giuliani_script_infranto.pdf" target="_blank">qui</a>.<br />
Se li leggete, fatelo nell&#8217;ordine cronologico: c&#8217;è un senso.<br />
Se vi va, lasciatemi un commento.</p>
<p>P.S.: per conoscere meglio la rivista: <a href="http://www.cmtf.it/?page_id=8" target="_blank">Connessioni. Rivista di consulenza e ricerca sui sistemi umani</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.massimogiuliani.it/ipertesti/2010/03/01/due-vecchi-articoli/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
