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Introduzione a “Corpi che parlano. Psicoterapia e metafora”

Dopo l’uscita in e-book dell’anno scorso, da stamattina è disponibile la versione di carta di “Corpi che parlano” (Durango Edizioni), il mio libro su terapia e linguaggio metaforico.
Questa è l’introduzione.
Il libro si trova soprattutto nelle librerie online, ma anche sul sito di Durango Edizioni e sul mio (in questa pagina, senza bisogno di login) oltre che nelle librerie che vorranno procurarselo.

Questo libro nasce perché ripetutamente sollecitato dai partecipanti ai miei seminari sulla metafora in psicoterapia, svolti in contesti differenti da un po’ di anni a questa parte. Dal momento che è il prodotto di anni di note sparse — distillate da ricerche ed esperienze pratiche — ma anche di anni di domande e risposte scambiate con i professionisti e gli studenti che ho incontrato, la difficoltà principale nella scrittura di questo lavoro è stata soprattutto quella di mettere in fila, possibilmente dando loro una specie di coerenza, quegli appunti a volte disorganizzati, a volte carenti e altre volte sovrabbondanti, e provenienti da cornici teoriche anche diverse. La scrittura ti richiede un ordine e una coerenza più severi che la conversazione.

Spero di essere riuscito nel compito: almeno, spero che le cuciture non siano troppo visibili (ehi, una metafora!). Allo stesso tempo, spero che la necessità di da­re una coerenza alle parole non tradisca in modo trop­po flagrante il pensiero metaforico di cui parlo, che col pensiero sequenziale e lineare ha rapporti di buon vicinato, ma nei riguardi di quello rivendica fieramente anche l’alterità.
Nasce anche da un’altra spinta, che è quella di una insoddisfazione. Il rapporto tra metafora e cura è un argomento piuttosto frequentato in letteratura, ma molto spesso l’idea che se ne ricava è quella di uno “strumento” che si “utilizza”: per meglio convincere, per meglio far capire, per dire più dolcemente delle cose che dolci non sono.
Il rapporto tra metafora e cura è un argomento piuttosto frequentato in letteratura, ma molto spesso l’idea che se ne ricava è quella di uno “strumento” che si “utilizza”: per meglio convincere, per meglio far capire, per dire più dolcemente delle cose che dolci non sono.

Credo che pensare alla metafora come a uno “strumento” da “utilizzare”, magari con una finalità pedagogica o persuasiva, non colga alcune questioni fondamentali della metafora come modalità di pensiero e di costruzione del mondo.
Se sarò stato abbastanza chiaro probabilmente il lettore, alla fine, avrà capito le ragioni della mia diffidenza sulla possibilità di “usare” la metafora come strategia retorica. Come alternativa a questa concezione vorrei proporre la curiosità sul processo di metaforizzazione come parte integrante del nostro modo di conoscere la realtà astratta — dunque il mondo interno e le relazioni — e l’attenzione al dominio metaforico come luogo nel quale è possibile negoziare significati e premesse e prendersi cura delle emozioni.

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Va da sé che quella concezione della metafora in terapia come strumento al servizio di uno scopo restituisce la cura al dominio delle tecnologie. La relazione di cura è un rapporto impari fra un esperto che sa e un paziente che, passivo, si sottopone al suo sapere. Al contrario, l’accento sul processo di metaforizzazione come modalità creativa del pensiero, che riguarda il paziente come il terapeuta, riporta il professionista della cura in uno spazio che ospita anche le arti, la narrativa e la creatività. Quello che abita quello spazio è un terapeuta “(…) non contrario alle tecniche e nemmeno alle teorizzazioni, ma sempre a condizione che esse siano incorniciate nel contesto della via dell’arte, la via che trasforma il mistero in armonia, e in cui ogni armonia ci porta sulla soglia di un nuovo mistero” (Schinco, 2005a). In quello spazio mi sento da tempo in buona e ampia compagnia.

Massimo Giuliani, L’Aquila – Milano, dicembre 2015

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