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Voi siete qui (introduzione a “Non puoi improvvisare sul niente”)

Gli iscritti alla mia newsletter hanno ricevuto col numero di luglio il link per scaricare in anteprima “Non puoi improvvisare sul niente (devi improvvisare su qualcosa)”, una raccolta di articoli che ho pubblicato in rete negli ultimi dieci anni. Da settembre “Non puoi improvvisare sul niente” sarà in distribuzione dal sito.
Questa è l’introduzione.

Se l’avessi chiamato “introduzione” non l’avrebbe letto nessuno: e invece vorrei che non saltaste oltre questo capitolo, giacché costituisce una mappa per orientarvi in quello che segue, soprattutto se non praticate il linguaggio e gli argomenti della terapia sistemica. Allora mi raccomando: partite da qui! Appartengo a una generazione che ha attribuito una forte valenza curativa all’esperienza artistica: alla musica, alla narrativa, alle arti figurative, al teatro e al cinema.
Avendo sperimentato quanto l’arte possa curare — salvarci la vita, in qualche caso — credo sia venuto abbastanza naturale per molti di noi pensare, all’inverso, alla cura come forma d’arte.
Non penso a pratiche come l’arteterapia, la musicoterapia, la teatroterapia. Attività degnissime, ma sono un’altra questione. Non parlo cioè di forme d’arte applicate a qualche tipo di cura, o usate come strumenti terapeutici: parlo, ad esempio, di pensare alla terapia come una forma di narrativa; di descriverla come si farebbe con un genere musicale; di pensarla, insomma, come un’esperienza estetica che è già arte di suo. È già narrativa, è già musica: ha a che fare col tempo, col ritmo, persino col suono (possiamo riempire di libri sulla tecnica del colloquio intere biblioteche, ma una domanda, un’ipotesi, un’interpretazione dette con un altro timbro, un altro tono, un’altra voce, non saranno mai la stessa domanda, ipotesi, interpretazione).
Quando ho cominciato. considerare che vedevo le cose in questo modo (che la mia metafora della terapia era una metafora artistica), ho pensato qualche volta che fosse un punto di vista abbastanza eccentrico da essere totalmente inutile e privo di conseguenze serie. Poi lessi che James Hillman (1984) proponeva di considerare la psicoanalisi come una pratica vicina al mestiere dello scrittore più che a quello del medico. Chi ero io, per dargli torto? E d’altra
parte incontravo colleghi piuttosto esperti che coltivavano una fissa simile alla mia, e persino medici che pensavano anche come scrittori.
Questo è il filo conduttore che lega questi miei contributi sparsi che ho recuperato in giro per la rete, con l’idea di sistematizzarli per farne una mia personale antologia, ma senza immaginare che vi avrei trovato dentro quel filo. Questa serie di articoli inaugura la sezione “I Quarantacinque” del sito massimogiuliani.it e, a pensarci, pare proprio una raccolta di “singoli”. C’è scritto “riveduti e ampliati” ma avrebbe potuto essere “rimixati e rimasterizzati”, dato che ciascuno di questi contributi è stato ritoccato in parte o persino smontato e rimontato.
Si tratta di scritti che in origine si rivolgevano a colleghi e a studenti di psicoterapia, senza escludere il lettore interessato ma non addetto ai lavori. Confido che così ordinati, introdotti da queste spiegazioni e corredati di collegamenti ipertestuali che approfondiscono (evviva il digitale!), possano risultare ancora più chiari anche a quest’ultima categoria.
Si inizia con un “Prologo” che in origine si chiamava “Milan Approach”: la via italiana alla Terapia Sistemica. Lo scrivemmo Gianluca Ganda e io nel 2007. Forse è l’unico di questi scritti che ha il tono della lezione, per il semplice fatto che lo era. Per alcuni anni Gianluca ed io portammo in giro un seminario sul genogramma. Era molto appassionante, ci dava l’occasione di parlare del modo di lavorare che tutt’e due avevamo adottato e ci faceva incontrare clinici di di altri orientamenti incuriositi da quello che facevamo noi. Quel seminario necessitava di un’introduzione che facesse da cornice teorico epistemologica: per snellire il lavoro decidemmo di fare di quella introduzione uno scritto da distribuire. Gianluca Ganda è un collega milanese con cui è piacevole lavorare perché è rigoroso. È preciso anche nel maneggiare i concetti teorici, e quest’articolo doveva essere un resoconto molto puntuale ed esplicativo della storia della terapia familiare come si intendeva in quel momento nel modello nato in via Leopardi.
Uscì nei siti del circuito del Movimento Psicologi Indipendenti, dove non credo sia più reperibile, ma negli anni è stato ripreso qua e là nella rete.

Gianluca Ganda

L’ho sistemato con Ganda (sono passati dieci anni e tutt’e due, ovviamente, siamo migliorati nella scrittura) e lo ripropongo qui per una ragione precisa: illustra bene il percorso lungo il quale la terapia sistemica da disciplina fondata sulle scienze del controllo, da modalità di intervenire strategicamente sui comportamenti delle persone per modificarli, è diventata un’attività creativa e artigianale sensibile alle variabili personali di chi la pratica, più collaborativa, più vicina alle arti che non a qualche tipo di attività medica (per non dire ingegneristica).
Il salto è avvenuto nel momento in cui i terapeuti (Gianluca Ganda ed io facciamo riferimento soprattutto a Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin) hanno considerato che quel che vedono nella stanza di terapia non è una realtà oggettiva incontrovertibile, e anzi hanno accettato l’idea che l’osservatore intervenga sulla realtà per “inventarla”, per (ri)costruirla secondo premesse proprie.
Allora, se non possiamo più credere all’oggettività del terapeuta “scienziato”, e se dobbiamo accettare che le descrizioni della realtà sono il prodotto della soggettività di un osservatore (o di una comunità di osservatori), la parentela fra la terapia e l’arte sembra un’ipotesi meno stravagante. La metafora più usata da quel momento diventa quella della narrazione: la terapia, cioè, è vista come un processo di scrittura e riscrittura di storie. E anche il modello del terapeuta, le sue teorie, i libri che ha studiato, sono narrazioni. Belle, funzionali, ma pur sempre narrazioni. L’inconscio, i sistemi: tutte storie. Nessuna migliore di un’altra, nessuna più vera, tutte utili fino a un certo punto.
Ecco: tenete a mente questo passaggio cruciale, perché la storia sta tutta in quello snodo. Senza quello, non si capisce niente. È un po’ come l’Antico e il Nuovo Testamento della psicoterapia: cambia il linguaggio, cambia lo sguardo, cambiano il senso del passato e la visione del futuro.
Nel contributo successivo “Appunti: il jazz e la terapia della famiglia, tre questioni comuni” (del 2008, titolo originale: “Appunti per un percorso dalla terapia all’arte: il jazz”) cominciavo ad esprimere la mia sorpresa per i punti di contatto che scoprivo sempre più frequenti fra jazz e terapia sistemica. Innanzitutto, il fatto che la musica jazz, in quanto creazione estemporanea nella quale i diversi strumenti si alternano e si avvicendano, ha le caratteristiche di una sorta di conversazione.
Il successivo “Blues in C. Leggerezza e molteplicità in Gianfranco Cecchin” lo pubblicai nel 2014 (con lo stesso titolo), quando ricorreva il decimo anniversario della morte di Gianfranco Cecchin. In un seminario organizzato dal Centro Milanese di Terapia della Famiglia, richiesto di parlarne secondo una categoria di mia preferenza, avevo scelto la leggerezza e la molteplicità delle “Lezioni americane” di Italo Calvino. Descrissi Cecchin come un improvvisatore be-bop: trovavo che nel suo modo di far fiorire tante storie da una ci fosse qualcosa che lo accomunava agli improvvisatori che suonavano e risuonavano lo stesso tema modificandolo continuamente: e il ponte fra jazz e terapia cominciava ad apparire un po’ più concreto.
Nello stesso 2014, di ritorno da un convegno residenziale del Centro Milanese, avendo sentito tante voci “raccontare” Cecchin, scrissi “Dopo il convegno del decennale: come raccontiamo Gianfranco Cecchin”, una nota su Facebook e poi sul mio sito, per condividerla coi colleghi. Parlava di qualcosa che avevo anche condiviso con Massimo Schinco nel viaggio di ritorno, in una conversazione che mi aveva aiutato a comprenderla meglio. Ritenevo cioè che nella personalità (e nell’arte) di Cecchin ci fosse una nota che mi sembrava qualche volta perdersi nei discorsi di chi lo ricordava. La metafora del jazz mi permise di rendere conto di quella nota e di spiegare cosa mi sembrava che mancasse. Come nel blues coesistono sensualità e dolore, così le descrizioni tenere e divertite del maestro mi pareva che gli sottrassero lo spessore tragico che lo
rendeva tridimensionale. Di lì viene il capitolo “Come raccontiamo Gianfranco Cecchin?”.
Poi Sergio Boria di Riflessioni Sistemiche mi chiese un contributo su “luci e ombre dell’approccio sistemico”: scrissi un lungo articolo (“Il bambino sistemico e l’acqua sporca”, del quale il qui presente “Che fine ha fatto la narrativa nella terapia narrativa?” è un estratto) dove provai a dire che nei decenni precedenti una generazione di clinici aveva voluto spazzare via, in quella rivoluzione che dicevo prima, di teorie che apparivano fredde e distanti dall’esperienza delle persone, e aveva proposto la metafora della narrazione: ma lo aveva fatto armata di un’idea troppo vaga di narrazione. Peccato, perché al di là delle teorie, la pratica di quei maestri che si intendeva superare rivelava un talento da grandi inventori di storie. E per fare piazza pulita di modelli e teorie ingombranti, i terapeuti narrativi — malaccorti! — avevano finito per sottrarre alla terapia della famiglia tutto quello che era struttura narrativa.
Può darsi che parte del contenuto sarà poco immediata per il lettore che non sia del mestiere, ma credo dia l’idea del dibattito che attraversa la teoria e la pratica clinica.
Al decennale della morte di Cecchin seguì in poco tempo il momento di accomiatarci da Luigi Boscolo. Per la rivista online “Il seme e l’albero” scrissi “Luigi Boscolo e un’idea di responsabilità”. Per ricordarlo non potei che raccontare la mia esperienza con lui: perché una delle cose che avevo imparato dal maestro era l’importanza di parlare in prima persona. Credo che la sua vita e la sua opera facessero giustizia di parecchi luoghi comuni sulla terapia. Uno dei più detestabili è quello della necessità di “integrare” modelli e pratiche. Con la sua idea che il terapeuta è, per così dire, la sedimentazione epigenetica delle sue esperienze, dei suoi apprendimenti e delle sue passioni, ci fece capire che la cosiddetta “integrazione”, se è un’operazione intellettuale, genera mostri a due teste: se invece è accoglienza da parte del terapeuta degli elementi della propria storia personale e professionale, è presa di coscienza della propria biografia e delle premesse stratificate nel tempo. In conseguenza di ciò, essa è un’assunzione di responsabilità. E in quanto unica e irripetibile, è un’esperienza artistica.
E dunque la raccolta si conclude con “Deletteralizzare Paradosso e controparadosso”. Un titolo forse incomprensibile per i più, ma Paradosso e Controparadosso è il testo sacro dell’approccio milanese nella sua prima “versione”. Un libro di straordinaria ricchezza dal punto di vista dell’elaborazione teorica e dei casi narrati. Oggi lo riteniamo un testo storico abbondantemente superato nel suo tentativo di costruire un approccio “scientifico” alle determinanti relazionali della follia. Nel 2016 fui invitato a parlare al convegno di Prato della SIPPR (la Società di Psicologia e Psicoterapia Relazionale). Andai con una relazione che prendeva le mosse dal libro che avevo appena pubblicato sul linguaggio metaforico in terapia. Modificai i miei piani improvvisando in gran parte dopo aver ascoltato chi era intervenuto prima di me: la mia idea era che in quel modello delle origini ci fosse più narrativa di quanto i suoi stessi esponenti immaginassero. Così volli dire: riprendiamo quel libro, smettiamo di leggerlo come un manuale di terapia strategica e leggiamolo come una metafora, come un romanzo, come la storia di quattro terapeuti che ebbero un’idea straordinaria e che nel rapporto coi pazienti avevano una creatività, un acume e un affetto rari.
Forse quell’intervento, un po’ scritto e un po’ a braccio, aveva un filo logico un po’ difficile da identificare. Ma sono molto felice delle cose che dissi quel giorno.
Tra un capitolo e l’altro ci sono spesso concetti che ritornano. È dovuto al fatto che questi scritti erano nati per occasioni diverse — alcuni poi sono nati per essere “detti” invece che scritti. Così alcune idee e citazioni ricorrono qua e là. Non ho eliminato le ripetizioni, per non minare il senso e la comprensibilità del singolo contributo e perché repetita — mi dicono — iuvant.
Cito alcune persone che ringrazio di cuore.
Massimo Schinco e Ada Piselli, perché quando c’entrano le intersezioni fra terapia e arte loro sono i miei interlocutori privilegiati.
Sara Taricani, perché è una fucina di buone idee e sa che per far conoscere le cose bisogna raccontarle bene e non per forza svilirle (poi le domanderò se ci sono riuscito).
Jacqueline Pereira, per avermi concesso l’intervista sugli anni americani di Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin: l’abbiamo registrata per la rivista Connessioni soltanto dopo la stesura di questi articoli, ma le domande le avevo in mente dall’inizio di tutto. E lei mi ha aiutato a chiudere il cerchio.

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