Enrico Valtellina: “Tipi umani particolarmente strani”

Ho scritto questa recensione per il numero in uscita di “Connessioni”.valtellina_tipiumani

Enrico Valtellina: “Tipi umani particolarmente strani”. La sindrome di Asperger come oggetto culturale” (Mimesis, 2016)

Enrico Valtellina viene da una formazione filosofica, e con l’armamentario che gli è proprio torna a occuparsi di disabilità, autismo e in particolare di quella sottocategoria di quest’ultimo, la “sindrome di Asperger”, che è così illuminante per comprendere la pratica del creare oggetti nominandoli — pratica che costituisce una parte così significativa della professione clinica.
Chi conosce quel che si muove intorno a Bergamo e alla sua università sa già bene di cosa parliamo: di quella ricerca che va avanti da anni, cambiando di volta in volta l’oggetto e la prospettiva, e che si deve in gran parte alla capacità di agitatore culturale di Pietro Barbetta, che coinvolge studiosi di varie discipline con lo scopo di esplorare la diagnosi come pervasivo e influente oggetto culturale. “Tipi umani particolarmente strani” è anche il titolo di un convegno che proprio Pietro Barbetta organizzò nel 2011 grazie anche al contributo Fondazione Gallioli e all’Università di Bergamo con la partecipazione di Francisco Ortega, Eugenio Borgna, Marcelo Pakman, Jurandir Freire Costa (e amici di lunga data del giro bergamasco, come Mario Galzigna, Michele Capararo e molti altri ancora).
Si sa che in casa sistemica la distanza epistemologica dalla diagnosi è un tratto discusso quanto radicato, e che i clinici, quando si avvicinano alle pratiche classificatorie, lo fanno con l’ambiguo pretesto di dotarsi di “un vocabolario per comunicare coi colleghi di altre scuole”. Se la ragione si riducesse a questo, e se davvero la questione fosse semplicemente quella di far nostro un vocabolario culturalmente maggioritario, faremmo meglio ad ammettere la definitiva marginalizzazione del pensiero sistemico e la sua irrilevanza, e ad accettare serenamente l’annessione a qualche altra parrocchia scientifica. Il nocciolo della questione, invece, è che — lo si capisce bene dal lavoro di Valtellina — è utile e opportuno occuparci della diagnosi come classificazione perché ci interessa comprendere la diagnosi come “evento”, come atto linguistico che ha delle conseguenze. Come tutte le definizioni, anche quelle di cui si occupa questo libro — “autismo”, “sindrome di Asperger”, “disabilità” — ci interessano per il potere che hanno — è la “forza illocutoria” di Austin — di diventare relazione e di costruire cornici dentro le quali le persone danno senso a quel che accade e alla loro esperienza. La cecità nei confronti di questo livello di riflessione è quella che ci porta a usare parole come “menomazione” e “disabilità” come fossero sinonimi, dove invece la seconda è il risultato di una organizzazione della società nel rapporto con la prima.
Valtellina è uno dei principali autori dei “Disability Studies”, cioè di quella corrente di ricerca che si occupa di disabilità attraverso l’ascolto dell’esperienza di persone che quella condizione la vivono [leggi quest’articolo di Pietro Barbetta]. In particolare, sulla sindrome di Asperger e sull’autismo “ad alto funzionamento” ha scritto alcuni testi importanti, fino alla tesi di dottorato da cui genera questo libro: nel quale esplora la Sindrome di Asperger appunto come “oggetto culturale”, e la prospettiva alla quale si affida è quella genealogica, coerente con la premessa che l’oggetto di cui si parla non è universale e costante, ma un dato storicamente collocato. Non a caso la Sindrome di Asperger come catalogazione è nata negli anni 80 per trovare posto nel DSM solo dieci anni dopo per poi, ancora, vedersi messa in discussione nell’ultima edizione del Manuale.
Il lavoro è molto articolato ma regge su una struttura in tre capitoli molto funzionale. Il primo, introduttivo, che inquadra la Sindrome di Asperger nella storia delle “non conformità” alle attese. Il secondo è una rassegna storica delle cosiddette “disabilità relazionali” e dello spettro autistico. Il terzo rende conto degli studi culturali sulla questione, a partire dal lavoro di Ian Hacking e dai suoi “tipi umani” — categorie in costante ridefinizione, dove invece i “tipi naturali” sono segnati dall’immutabilità.
Nell’appendice la questione è esplorata attraverso la storia di alcuni casi letterari e clinici.
In sostanza, il terapeuta o l’operatore che chiedesse a questo libro un aiuto a orientarsi in alcuni temi caldi dal punto di vista clinico, troverebbe come valore aggiunto un insieme di riflessioni preziose su come maneggiare concetti quali, ad esempio, “norma”, “normalità”, “anomalia”.

Enrico Valtellina

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