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La violenza e il vocabolario

Di uno dei miei maestri che non ci sono più ricordo quella capacità di cogliere la verità delle cose smontandole e riducendole a un interrogativo tanto disarmante quanto ineludibile. Lo ricordo come un modo di onorare la premessa della complessità portando le questioni non lontano anni luce da noi, ma facendole planare sul tavolo, nude, in modo che ci interrogassero, e che lo facessero in maniera tale da esigere una risposta in prima persona.
Si discuteva un giorno, in un gruppo di formazione, della morte di una ragazzina – per la precisione, di uno dei più terribili delitti contro una donna che io ricordi. Tre giovanissimi (che per i giornali sarebbero diventati il giorno dopo “il branco”) avevano tentato di violentare una quattordicenne e l’avevano poi uccisa con due coltellate alla schiena più una alla gola. Più altre coltellate ancora, infierendo ulteriormente sul corpo dopo i colpi mortali. Nei giorni successivi sarebbe venuto fuori che dietro ai tre del “branco” c’era un trentaseienne: il mandante pare ci provasse da tempo con la ragazza, incassando solo dei no e rifiutandosi di farsene una ragione. L’atrocità di quella storia, che si dispiegava un giorno dopo l’altro, pareva un pozzo senza fondo: non bastavano l’orrore evidente e i dettagli che si aggiungevano, si delineava la vicenda di uno stupro con omicidio commissionato da un adulto a dei ragazzi per punire la quattordicenne che non ci stava.
Della storia, oltre alla ferocia dei maschi protagonisti, mi colpiva la stupidità. Non solo di tre adolescenti, ma di un tizio adulto e vaccinato che organizzava un tale delitto avendo lasciato nel cellulare della vittima una quantità di messaggi che lo incastravano. Gli altri tre avevano comprato sacchi neri e fascette da elettricista sotto casa, e avevano consumato il delitto a pochi passi da dove abitavano. Tutti segni di una desertificazione del pensiero, di una radicale incapacità di considerare non solo l’enormità e le implicazioni dei propri atti sulla vita di qualcun altro, ma le stesse ricadute su loro stessi, le conseguenze pratiche immediate che a un’azione seguono una volta che quell’azione è compiuta, una volta che si è dissolto il momento presente. Si direbbe un’incapacità di un pensiero al congiuntivo per andare oltre quello che l’indicativo descrive nella concretezza del qui ed ora.

E insomma, vi dicevo del mio maestro e di quel suo modo di affrontare i problemi “per sottrazione”. Quel modo lo ammiravamo quando discutevamo i casi clinici e risultava tanto sorprendente quando capitava che commentassimo fatti più grandi. Quel modo che prendeva questioni enormi e te le restituiva in un modo che dovevi per forza farne qualcosa. A notizia ancora fresca, mentre tutti gli esperti commentavano e interpretavano e spiegavano – sapete, l’adolescenza; sapete, la società che non dà risposte; sapete, la famiglia che non è abbastanza severa – lui ci disse, con l’aria di chi cerca di raccapezzarsi: “è interessante domandarsi come mai questi ragazzi riescano ad esprimersi solo coi coltelli… chissà come mai non hanno trovato un altro modo e conoscono solo quello?”.
“Esprimersi coi coltelli” era un modo di raccontare il fatto che riportava l’orrore lì, accanto a noi. Non c’erano mostri, non c’erano alieni, c’erano persone come noi in quell’aula che – esattamente come noi – comunicavano coi mezzi che avevano a disposizione. Certamente la maggior parte di noi aveva meno probabilità di quei quattro di commettere un atto così orrendo, ma non perché appartenessimo a qualche categoria differente di esseri umani.

Giusto due anni fa – lo ricorderete – un tizio scrisse su Facebook “sei morta, troia” dopo aver accoltellato la moglie. Ricevette una pioggia di “mi piace”, un sacco di richieste di amicizia e svariate centinaia di condivisioni. La faccenda fu molto commentata, e il fatto che l’annuncio dell’assassino raccogliesse tanti segnali di gradimento destò orrore unanime.
Capitò che passasse qualche ora fra il clamore di quei fatti e la decisione di chiudere il profilo agli accessi esterni (decisione dell’assassino, o dall’avvocato, o chissà: non mi è chiaro chi, nei momenti successivi a un delitto familiare, si prenda la briga di pensare a Facebook). E capitò che in quell’arco di tempo provai a fare un giro sul profilo dell’assassino.
I mezzi di informazione parlavano di ormai parecchie decine di like allo status, ma quando mi affacciai il numero era molto più alto, perché cresceva di momento in momento anche dopo parecchie ore (anche se bisogna dire che molte delle condivisioni su altre bacheche erano di denuncia: c’erano anche associazioni antiviolenza). Peraltro i giornali, colpiti dalla quantità di like a quel primo messaggio, non videro i post successivi, se possibile ancora più crudeli. Ve li risparmio.

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La percezione, quel giorno, di trovarmi esattamente al centro dell’orrore era persino più forte che nelle occasioni in cui ero coinvolto per richieste di aiuto professionale. Quel giorno non ero un esperto che applicava strumenti professionali, ma guardavo sfilare un’umanità che mi sfiorava tutti i giorni.
Mi feci un giro nel social network per vedere quelle facce. Fra le richieste di amicizia c’erano un sacco di giovani. Trovai bambini, anche ragazze. Un deserto di normalità. E nel mondo dei sei gradi di separazione – che diventano due e mezzo coi social network – quel deserto era appena dietro la porta. Con quei fan avevo anche un contatto in comune, uno che pubblicava barzellette sessiste senza nemmeno ridere. Lo faceva così, solo perché è ovvio farlo. Passai la settimana successiva a pentirmi di essermi inoltrato in quel girone infernale.
Un deserto di normalità, dicevo. Sulla bacheca dell’assassino, una zia – il giorno prima che uccidesse la moglie – gli ricordava che lui era il più bello dei suoi nipoti. Fra i tifosi che commentavano c’erano quelli che (come lui, d’altra parte) si erano fotografati coi figli per l’avatar o la copertina del profilo. Ma soprattutto eccola, quella desertificazione delle parole e del pensiero. Su quei diari c’erano una quantità di jpeg colorate come quelle che girano a milioni, con le frasi pronte per la pubblicazione: cose sui bambini, l’amore, la famiglia. Pochissimi i messaggi digitati, per lo più parole usate con una funzione del tutto concreta (“Ragazzi, dove mangiamo stasera?”). Non c’era nulla di nulla, sui diari di quelle persone, che parlasse in qualche modo di loro: e se c’era, era espresso in modo stereotipato e seriale.
Era come se l’unico modo per esistere, dove non si potesse contare sulla possibilità di dire o fare qualcosa che faccia sentire guardati e visti, fosse quello di farsi trovare in un modo o nell’altro lì dove gli occhi di tutti guardano.

L’altro giorno, in concomitanza con la giornata dedicata alla violenza di genere, la presidente Boldrini [tu col ditino alzato: “presidente” è participio presente di “presiedere”, sia maschile che femminile. Non “presidentessa”. Si dice “avvocata”, “ministra”, “presidente”] pubblica un collage di screenshot di messaggi volgari e violenti ricevuti sulla propria bacheca. Solo un piccolo florilegio, parziale ma più che sufficiente, del fuoco concentrico a cui è sottoposta da anni, una valanga di odio insensato di cui gli stessi mittenti non conoscono la ragione (anche perché molti di loro non sanno nemmeno cosa sia la Camera dei Deputati né cosa faccia chi la presiede).
Colto dalla stessa insana curiosità di due anni prima, vado a cercare queste persone di cui c’è nome e cognome. La maggior parte hanno cancellato o sospeso il profilo.
Ma trovo un uomo che pubblica foto in cui maneggia in pose piuttosto minacciose i suoi attrezzi di lavoro. Trovo una donna che, dopo la denuncia pubblica, ha capito di essersi messa in un pasticcio e pubblica ripetutamente messaggi di questo genere:

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Come se funzionasse così. Chiedi scusa, e per ricevuta aspetti un commento della Boldrini sul tuo profilo. C’è un’umanità, là fuori, a cui non hanno dato la mappa per muoversi nella realtà. E guardate in quel disorientamento quanta violenza può nascere.
Anche stavolta il resto è tutto coniglietti pucciosi, frasi carine, foto di bimbi, buonanotte e sogni d’oro, e link da siti dal contenuto “politico” come “Cose che nessuno ti dirà” e simili. Non una parola digitata, solo jpeg con frasi colorate condivise con un clic.

15027400_1523183217698874_3745574137503933377_nUno guarda questa in particolare, qui a destra, e gli viene da sorridere a pensare che si può pubblicare una cosa così e subito dopo partecipare al riversamento collettivo di insulti e violenza verbale su una persona che non si conosce. E poco dopo, ancora, dire che si pensava tutto il contrario di quello che si è detto.
Non so se equivalga a cercare il pelo nell’uovo – in un uovo marcio, per giunta – ma di chi condivide massivamente jpeg con frasette carine e slogan militanti mi colpisce la mancanza di considerazione del fatto che queste parole, online, sono parole mute. Se digiti una frase in rete, normalmente dopo un po’ sarà rintracciabile attraverso Google e tutti gli altri, o attraverso il motore interno di Facebook (mi pare non vada così a fondo nella versione italiana del social, ma esiste). Quella frase dunque esisterà anche dopo. Le parole scritte sulle figure, invece, sono completamente invisibili, e dunque non esistono (i motori di ricerca riconoscono brani di testo, ma non caratteri colorati dentro un’immagine). La gran parte di quelle pagine Facebook di contenuti da condividere, o di presunta controinformazione, hanno una diffusione formidabile proprio in virtù del fatto che smerciano parole mute. Parole che non pensi per poi scriverle (le condividi con un clic) e che nessuno, dopo un po’, troverà. E con le quali, comunque, tu non c’entri niente. Parlare in questo modo è condannarsi al mutismo.

Se non hai le parole per dire che sei deluso o che soffri perché la fidanzata ti ha lasciato, in qualche modo quell’emozione trova un modo di mostrarsi. Ragazzi che “comunicano col coltello”, uomini che danno fuoco a una donna, mariti che picchiano la moglie, sono ragazzi, uomini, mariti a cui nessuno ha dato le parole.
Lo dico sempre e lo ripeto qua: le parole non servono per indicare le cose. Le parole fanno le cose. Attraverso le parole, le emozioni prendono forma e diventano visibili. Le emozioni appartengono al corpo, le parole le rendono roba che si pensa. Ne fanno dei sentimenti comunicabili e comprensibili. Ma quando dai un nome a quella roba che ti sale dal petto, non stai cercando di indovinare la parola giusta: stai scegliendo di dargliene una. In fondo, ognuno di noi è anche il nome che sceglie di dare a quella stretta al cuore, o a quel brivido lungo la schiena. Non tutti li chiamiamo allo stesso modo, e siamo diversi anche in quello. Se vedi un leone, puoi chiamare “paura” quell’emozione e scappare, o puoi chiamarla “eccitazione” e diventare un domatore.

Trovo di nuovo in questi giorni le tracce di una buffa questione uscita qualche anno fa: “è meglio regalare ai figli una casa o l’università?”. Beh: casa o laurea che sia, prima regaliamo loro le parole. Leggiamo loro delle storie. Facciamo loro delle domande, ma quelle vere, domande per sapere. Offriamo loro la possibilità di trovare un modo di chiamare quella cosa strana che parte dal centro del petto se quella ragazza ti dice di no. Aiutiamoli, i maschi soprattutto, a pensare che possono dire “sono triste”, “sono deluso”, “mi hai fatto male”, “mi sento sconfitto”. E a usare le parole per immaginare le conseguenze di un atto, che se ancora non esistono possono essere presentificate e immaginate solo attraverso il linguaggio.
Se ce la facciamo, parliamo anche un po’ di noi. Diciamo cose come”oggi sono soddisfatto”, o come “forse ho esagerato a sgridarti, ma oggi il mio capo mi ha fatto arrabbiare”. Non c’è miglior investimento che le parole.
E non sto parlando di cultura. C’è gente che ha fior di lauree ma che non si è mai sentita domandare “come stai?”. Chi ti domanda “come stai?” ti dice che c’è un modo di governare quella roba che senti improvvisamente nello stomaco, o quella che ti incendia le guance, o quella che ti stringe la gola, ti sale fino agli occhi e libera le lacrime (altro che “oggi mancano le risposte”: quelle le trovi a ogni angolo; è delle domande, che non ce n’è mai abbastanza). E ti dice anche che quella roba che senti è importante anche per lui o lei, e che perciò non è un fatto strano che avviene nel tuo corpo, ma è una cosa importante che ti connette con qualcun altro. Ti dice, infine, che c’è qualcosa di molto utile che puoi fare con quella roba, e che quella cosa che si può fare passa attraverso le parole.
Non so se ci sia qualche ricerca che lo dimostra, ma quello che ormai sappiamo più di qualunque altra cosa è che se ti sei sentito domandare una volta nella vita “perché piangi?”, hai molte più probabilità di salvarti, tu e chi ti è vicino.

Grazie a Fabio Milazzo per la foto, scattata a Carmagnola. La frase è di Gilles Vigneault, cantautore, poeta e scrittore canadese.

Grazie a Fabio Milazzo per la foto. La frase è di Gilles Vigneault, cantautore, poeta e scrittore canadese.

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