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Dopo il convegno del decennale: come raccontiamo Gianfranco Cecchin

Ripubblico qui uno scritto che avevo pubblicato sul mio profilo Facebook coinvolgendo i colleghi del Centro Milanese.

Abbiamo pubblicato sul canale Youtube del Centro Milanese di Terapia della Famiglia i due video che sono stati proiettati al convegno su Gianfranco Cecchin, e che Massimo Schinco e Umberta Telfener hanno commentato per i partecipanti. Per chi non li avesse ancora visti, stanno qui e qui; se preferite la via più breve, andate alla pagina Facebook del Centro, dove li trovate entrambi.
Aspettavo di rivederli per dare forma ad alcuni pensieri che mi giravano in testa dalla scorsa domenica, così da confrontarli con i colleghi e amici interessati al contributo di uno dei fondatori della terapia sistemica.

Del convegno posso dire che ho apprezzato il lavoro presentato dagli ospiti internazionali Robin Routledge e Allan Wade, e mi sono goduto gli interventi dei colleghi della scuola e dei direttori delle sedi. Con una certa trepidazione attendevo i lavori degli allievi: la seconda giornata sarebbe stata l’occasione per raccogliere un ritorno del Cecchin che in questi anni abbiamo raccontato loro.
Questi allievi sono la generazione che Cecchin non l’ha mai visto lavorare. Non l’hanno sentito parlare, né a scuola né a tavola – e quanto erano importanti quei momenti fuori dalla cornice della formazione, per capire che la sua arte terapeutica era un modo di guardare al mondo e non una collezione di tecniche. Sono la generazione alla quale è toccato di sentirlo raccontare da noi. E non so gli altri, ma io ho sempre vissuto questo con un senso di responsabilità difficile da portare.
Così ho trovato molto creativa e anche utile la varietà di prospettive da cui i “ragazzi” ne hanno osservato l’opera. Utile perché, come è stato osservato, parlare e riparlare di concetti come irriverenza e curiosità è il modo migliore per non capirci più niente. Il silenzio, in quel famoso indovinello, è quella cosa che se la nomini scompare: così l’irriverenza, se la evochi troppe volte, diventa il suo contrario: uno slogan, un rituale o – Dio ce ne scampi! – un principio da seguire.
Grazie allora a tutti gli allievi che ce le hanno mostrate moltiplicandone le sfaccettature possibili, per far sì che fossero ogni volta qualcosa di un po’ differente dalla volta prima.
Penso che questo sia motivo di soddisfazione per docenti e direttori che in questi anni hanno avuto la responsabilità di far conoscere il lavoro e il pensiero di Cecchin, nonché le differenze che l’hanno reso complementare a Luigi Boscolo, l’altro artefice della svolta degli anni Ottanta della terapia sistemica nata a Milano.

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Nondimeno, mentre ascoltavo le relazioni, mi domandavo come mai ogni volta ho l’impressione che il nocciolo della questione sia sempre tanto scivoloso da sfuggire alle parole, che sia sempre un po’ più in là dei nostri tentativi di spiegarlo. Ciò, immagino, in parte anche per via dei famosi “limiti del linguaggio”, che ci costringono ad essere lineari e a dirci delle cose insensate come “usare la curiosità” o “dover essere irriverenti”: la prima, una ingenua reificazione – perché presuppone la curiosità come “strumento” che si può usare o no. La seconda, un evidente paradosso.
Fra le altre cose ho apprezzato molto il tentativo di un gruppo di allieve di partire da una ricognizione – anche storica – delle diverse accezioni della parola “curiosità”, che ha costruito una cornice preziosa per il discorso che seguiva: come dire, prendiamo sul serio le parole e proviamo a capire cosa tentano di dirci. Salvo poi scivolare sulla questione se la nostra curiosità rischi di essere invadente per il dolore delle persone – dove la curiosità torna ad essere la pratica un po’ importuna del ficcare il naso nei fatti degli altri.
Così l’irriverenza, quando non era la prescrizione paradossale per il terapeuta (“sii irriverente”) sfumava in una specie di impertinenza o in una scanzonata attitudine a “non prendersi troppo sul serio”.

Ho avuto l’impressione che nei nostri discorsi sulle “parole chiave” cecchiniane manchi spesso una dimensione la cui assenza impone il prezzo di una sterilizzazione dei concetti e di una resa definitiva al senso comune.
Se posso azzardare, ho una ipotesi su quale sia quella dimensione.

Faccio una digressione, per dire che metto in conto che la mia ipotesi abbia a che fare col “mio” Cecchin, quello che ho in testa io. Perché del “mio” Cecchin è parte inscindibile quello che è successo in quelle due mattine del febbraio di dieci anni fa.
Prima delle nove mi arrivò un sms di una collega che era andata a Milano per un seminario insieme al proprio gruppo della sede di Genova ed era stata rimandata a casa. Mi diceva: “Cecchin è morto stanotte in un incidente stradale”.
Fino a qualche anno fa conservavo quel messaggino, che non ero capace di cancellare. Ce l’ho avuto in memoria, di telefonino in telefonino, finché un danno all’apparecchio non mi ha fatto sparire tutto il contenuto della scheda.
Quella mattina non avevo impegni di lavoro. La passai al computer a rilanciare la notizia a tutto il mondo e a cercarne altre per chi me le domandava. Chiamai la Stradale del comune nel cui territorio sta il tratto di autostrada in cui è avvenuto l’incidente. Sorprendentemente, furono molto loquaci con un tizio che non era un parente della vittima né qualcuno titolato ad avere notizie esclusive. Mi raccontarono tutto quello che avevano ricostruito fino a quel momento e io lo riscrissi a tutti quelli che mi contattavano: non c’erano i social network, o comunque erano lontani dall’uso che ne possiamo fare oggi.
Di quelle ore – in cui pensavo anche a Luigi Boscolo che perdeva il suo amico di sempre – ricordo una fitta angoscia. Credo di aver passato il tempo a pensare che non se lo meritava, e a misurare la distanza fra i seminari affollati in cui lo applaudivano centinaia di allievi e colleghi e quel posto buio dove sfrecciavano macchine senza identità e senza relazione l’una con l’altra.
Io vivo vicino a quel posto. Così la seconda mattina ero di buon’ora nella camera ardente dell’ospedale di Brescia, e insieme a me c’era Ricardo Rosas, il collega messicano che per alcune parti dell’anno viene a stare proprio a Brescia, ed era appena arrivato in città. Nelle ore successive sarebbero arrivati a salutare il Maestro tanti altri colleghi e allievi del Centro; ma la scelta del destino che aveva imposto a quell’uomo di accomiatarsi dal mondo in una città che non lo conosceva, la trovavo un capolavoro di crudeltà.
Il caso volle che, dovendo andare quel giorno verso Bergamo per lavoro, ripartito da Brescia passassi proprio per quel punto dell’autostrada che mostrava sull’asfalto le marcate strisce nere che indicavano che poco più di ventiquattr’ore prima era successa una cosa terribile.
Insomma, è probabile che la mia idea di Cecchin non possa prescindere dal non poterlo pensare come un sereno novantenne morto di vecchiaia nel suo letto in mezzo alle persone che amava.

Premesso questo, credo comunque che ci siano ragioni non irrilevanti per dire che nella “curiosità” di Cecchin trova posto una dimensione tragica che tendiamo a non guardare.
La curiosità non può essere che il riconoscimento della – sì, pare una frase fatta ma non so dirlo meglio – radicale alterità dell’altro. È la consapevolezza che fra me e il prossimo esiste uno spazio impossibile da riempire, e che tutto quello che posso avere su di lui sono domande. Sono curioso perché non posso sapere, perché l’altro è là, è di là. Se ce l’avessi qua, e se parlasse la mia lingua, e se mi assomigliasse, sarebbe squadernato davanti ai miei occhi e avrei ben poche domande da fargli, perché saprei già tutto quello che c’è da sapere. E invece la curiosità va a braccetto con lo sgomento che ci è imposto dalla cognizione di tanto mistero.
Non è per niente buffo, tutto questo. Certamente rimanda all’avventura e alla scoperta; ma nondimeno – anzi, proprio per quello – rimanda anche all’impotenza e alla solitudine. All’impossibilità di raggiungere veramente l’altro, di conoscerlo “così com’è”.
La qualità che attribuiamo più spesso a Cecchin è l’ironia. Ma anche se volessimo considerare la parola nel suo uso più banale, l’ironia non si capisce se non nella differenza dal dramma che la fa da sfondo. Il sottotitolo del suo libro sull’irriverenza suona “Manuale di sopravvivenza per terapeuti”. Ora, se abbiamo bisogno di organizzarci per la sopravvivenza, e se le parole non si scelgono a caso, allora il rischio che corriamo non è niente di meno che qualche genere di morte.
Se non prendessimo sul serio quella distanza incolmabile, non avrebbe senso continuare a ripeterci che il cliente è l’esperto della propria vita, e che su quella noi non possiamo dire niente di veramente autorevole e definitivo. Mica perché siamo di mente particolarmente aperta, o per spirito democratico, o perché sia cortese pensarlo. È solo perché ci tocca accettare l’impossibilità di dire qualcosa nella nostra lingua sulla sua lingua. È perché se le cose stanno così, la curiosità è tutto quello che possiamo permetterci, sempre che abbiamo voglia di provare la vertigine di quell’abisso – perché altrimenti abbiamo sempre qualcuno di quei test a punti, e chiusa lì.

Mi ha sorpreso e mi ha fatto piacere che due colleghi più illustri di me, Umberta Telfener e Piergiorgio Semboloni, nel convegno abbiano parlato di Gianfranco Cecchin come di un improvvisatore jazz – da cui il titolo che Massimo Schinco ha dato a uno dei due video.
Umberta ha ricordato – e la ringrazio – che nello scorso febbraio, nella lezione collettiva al Centro Milanese, parlai della relazione fra una seduta di Cecchin e la struttura di un’improvvisazione be-bop su uno standard. Sempre quel giorno di febbraio, senza che ci fossimo consultati prima, Massimo Schinco – che peraltro delle relazioni fra la terapia e il pensiero musicale si occupa da sempre – invitò a riflettere sulle vicissitudini del tema nel “Concerto di Colonia” di Keith Jarrett.
Come dico sempre ai miei allievi, e come dicevo anche qua, come non vedere un nesso fra l’irriverenza cecchiniana e il motto di Charlie Parker: “Master your instrument, master the music; then forget all that shit and just play!” (“padroneggia il tuo strumento, padroneggia la musica, poi dimentica tutte quelle stronzate e suona!”)?
Ma secondo me, se almeno in quattro (per dire solo di quelli che conosco direttamente, e solo dentro la nostra cerchia più ravvicinata) siamo rimasti impressionati da questa analogia fra il suonare jazz e il fare terapia, c’è in essa qualcosa di più che un richiamo intellettuale.
cecchin-bakerPerché quella musica, ai suoi albori, suonava così “sbagliata” e – qui ci vuole – irriverente alle orecchie degli ascoltatori tradizionalisti? La storia comincia con quella nota minore (la “blue note”, la “nota triste”) suonata su un accordo maggiore, che faceva accapponare la pelle dei benpensanti, e che era l’inizio di una rivoluzione: era alla base di un linguaggio musicale in cui la passione e il dolore emergevano l’una dall’altro. La vita e la morte, l’amore e la solitudine, la gioia e la malinconia. La luce e il buio.
Il video, che tutti quanti in questi anni abbiamo ritenuto così denso ma anche così malinconico, in cui Cecchin parla da solo alla telecamera a voce sommessa e racconta la storia del modello, è un assolo alla Chet Baker. È “Everytime We Say Goodbye”, quella del documentario “Let’s Get Lost”, sussurrata con voce abrasa al microfono della sala di registrazione.

Insomma, come avrebbe detto il professor Keating dell'”Attimo fuggente”: “Non siamo curiosi o irriverenti perché è carino. Lo siamo perché siamo membri della razza umana”, e perché non possiamo fare altrimenti. Lo siamo per necessità quando abbandoniamo l’ambizione di impadronirci del mondo là fuori, eppure non cediamo alla disperazione.

Ho provato a spiegare cosa sento che sfugge quando parliamo dell’irriverenza e della curiosità cecchiniane: quello che io sospetto è che quando manca questa dimensione oscura, questa “terza minore” – meno “carina” e meno consolatoria dell’allegria che comunque ancora ci suscita il ricordo di Gianfranco – ci perdiamo la differenza fra lo spessore della curiosità cecchiniana e la vaporosità di un atteggiamento vagamente disincantato sul mondo e le verità “ultime”. Ché non è neppure male, ma se fosse tutto qua, manco staremmo ancora a parlarne dopo dieci anni. Di anticonformisti in servizio permanente effettivo – nonché innocuo – è piena la tv.
Perché in fondo quello di Cecchin è uno sguardo che resiste all’appiattimento della realtà e coltiva l’ambizione di cambiarla proprio contemplando la possibilità di pensare insieme gli opposti. Esattamente come la pazzia di quella nota “blue” dentro un Mi maggiore, che cambiò la musica di tutto un secolo e oltre. Se all’una manca l’altro, o viceversa, allora tanti saluti.

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