Ipertesti Gli articoli del sito di Massimo Giuliani, psicologo e psicoterapeuta della relazione

Gianfranco Cecchin, sei anni dopo

08.04.2010 · Posted in Dialoghi

Di recente ha portato a termine il suo bel lavoro Federica Colombo, che si è dedicata per qualche anno alla sua tesi di laurea specialistica in Consulenza Pedagogica e Ricerca Educativa presso la facoltà di Scienze di Formazione di Milano Bicocca con Laura Formenti.
Per la tesi, sulla figura di Gianfranco Cecchin, ha intervistato colleghi e allievi di Gianfranco Cecchin, che con Luigi Boscolo ha creato il Milan Approach e che è morto nel febbraio del 2004 in un incidente sull’autostrada dalle parti di Brescia.
Di Cecchin sono stato allievo e purtroppo non ho avuto il tempo di condividere molto con lui quando sono diventato docente del Centro Milanese.
Federica ha voluto incontrare anche me. Ci siamo visti più di due anni fa, e mi ha rivolto alcune domande per la sua tesi in un bar di Brescia: riporto qui alcuni stralci della conversazione.
Grazie a Federica Colombo per le domande e per il lavoro che ha condotto.

F.C.: Vorrei che lei mi raccontasse come è avvenuto il suo incontro con Gianfranco Cecchin.
M.G.: Avevo fatto da poco la domanda per il gruppo di formazione nella scuola di specializzazione nella scuola di via Leopardi. Ero grandicello perché come dicevo ero passato attraverso altre scuole… E così sono tornato a Milano perché c’erano delle cose che mi mancavano, poi in quel periodo avevo letto intensivamente i libri prodotti al Centro Milanese, quindi decisi di tornare a Milano per iscrivermi alla scuola di via Leopardi.
Una sera del dicembre ‘98 ci fu un colloquio di gruppo con tutti gli aspiranti allievi. Il colloquio era tenuto principalmente da Paolo Bertrando e Luigi Boscolo e a un certo punto entrò Gianfranco Cecchin, si sedette con noi per pochi minuti, lo sentii parlare poco, ehm… mi fece una strana impressione, un po’ la stessa impressione credo anche Luigi Boscolo, nel senso che avevo letto questi libri pieni di idee, particolarmente innovativi e mi trovai davanti a due personaggi che – in particolare Gianfranco Cecchin aveva l’aria un po’ dimessa – non avevano l’aria dei guru, dei santoni, e neanche degli intellettuali che se la tiravano…
Mi colpì molto quella sua aria, come dire?, informale, e credo di aver capito una cosa: Gianfranco Cecchin era uno che metteva tra parentesi molte più cose di quante non ne mostrasse… Credo che avesse una cultura e un bagaglio di conoscenze che non si intuiva quando si parlava con lui. Quello che colpiva quando si incontrava era il tono amichevole e simpatico con cui ti accoglieva, erano le cose geniali che sapeva dire, che sapeva pensare; difficilmente uno dietro a questa genialità riusciva a scorgere un bagaglio culturale che secondo me era cospicuo. Questo forse ha a che fare col fatto che Cecchin non si è mai sentito un teorico, un teoreta, ma aveva l’aria di proporsi come un artigiano. Credo che lasciare tra parentesi tutto questo bagaglio fosse una scelta, e anche quell’atteggiamento ironico che lo portava a non fare mai troppo sul serio, a non sacralizzare mai nulla…
Ecco, se devo ripensare alla prima volta che l’ho incontrato ripenso a quest’impressione che mi lasciò un po’ perplesso, tornando a casa ripensai a quest’ometto che assomigliava poco al genio dirompente, esplosivo che si leggeva nei suoi libri. Poi ho capito che la semplicità e la genialità erano due facce della stessa medaglia. È stato un grande esercizio nel senso che ha messo in discussione la mia idea di cosa potesse essere un maestro, insomma…

F.C.: L’ha percepita subito…
M.G.: Sì. Io credo che aver a che fare con quest’uomo – e posso anche estendere il discorso a entrambi, insomma anche a Luigi Boscolo – ma comunque avere a che fare con Cecchin e, e superare questa dissonanza cognitiva, se prima lo hai letto e poi lo incontri diciamo, credo che già questa esperienza sia metà della formazione.
Quello che voglio dire è che l’irriverenza e la curiosità le imparavi soprattutto sentendolo parlare e conoscendo il suo modo molto serio di non prendersi sul serio. Ho un po’ il timore che questo pensiero suoni un po’ banale, poi magari riascoltandolo… (ridiamo) però non so, ecco…

F.C. : Cioè l’effetto che dava però non era banale…
M.G. : Tutt’altro

F.C.: Cioè si presentava banale in questo modo informale tuttavia…
M.G.: Sì, sì, era un modo leggero di porsi, ma che lasciava una traccia profondissima… Io ricordo… io vivo e lavoro in un posto vicino a un luogo dove anni fa si è consumato un fatto di cronaca di cui ha parlato tutta l’Italia, no? Il cosiddetto “branco”, alcuni ragazzotti che violentarono e uccisero una ragazzina che abitava dalle mie parti. Io ricordo che si sentiva il peso nella vita di tutti i giorni, insomma si sentiva il peso molto grave di quest’evento e si sentiva il martellare dei mezzi di informazione, degli esperti di turno, degli psicologi di turno, e mi ricordo che in questo clima io ero allievo della scuola e andai a un seminario di Cecchin: lui in poche parole riuscì a dire delle cose del tutto non scontate su quattro ragazzi che decidono di violentare e picchiare una ragazza, e volava alto al di sopra di tutti i fiumi di inchiostro e di tutti i commenti degli esperti della televisione.
Quello che ho sempre pensato è che coglieva dei pezzi di verità che tutte le altre voci non erano in grado di cogliere: questo mi ha sempre colpito.

F.C.: Volava alto quindi…
M.G.: Volava alto perché era leggero insomma, no? Tutte le voci degli esperti della televisione e al giornale tutti quegli esperti gli psico-qualcosa della mattina, del pomeriggio, della televisione, sono tutte voci molto pesanti insomma e quindi per forza rimangono terra-terra e non riescono a spiccare il volo, no? Lui con la sua leggerezza riuscì a volare più alto di tutto questo… mi viene da chiamarlo “senso comune”, ma con questa patina filosofica insomma…

F.C.: La psicologia dei giornali…
M.G.: La psicologia dei giornali insomma, sì, lui aveva quella  personalità del giovane Holden, quell’innocenza che gli permetteva di vedere al di là dell’ovvio, e credo che quel giorno ci abbia insegnato a dire delle cose originali e importanti anche sulle cose che ci spaventano senza necessariamente aggregarsi a questo coro di fustigatori di costumi insomma. Lui diceva semplicemente delle cose su quelli che sono costretti a comunicare usando dei coltelli, insomma…
E questo credo che sia stato uno di quegli episodi che mi abbia permesso di incollare questi due piani che erano faticosi da mettere insieme, l’aspetto semplice di quest’uomo e le cose enormi che scriveva, sì. Proprio perché non le scriveva con l’approccio di un intellettuale, ma con la leggerezza  di chi vola alto e svolazzando qua e là da lassù riesce a vedere cose che altri non vedono.

F.C.: Adesso passiamo alla figura di Gianfranco Cecchin come Maestro. Cosa significa per lei essere stato allievo di Gianfranco Cecchin?
M.G.: Per prima cosa è da dire una botta di fortuna incommensurabile. Io sono arrivato al Centro alla fine del ’99 e l’ho l’ho frequentato intensamente tra il 2001 e il 2002 quando l’ho avuto come docente insieme a Boscolo e insieme al docente del terzo anno che era Massimo Schinco.
Poi nel ho cominciato a fare l’assistente didatta nel gennaio del 2004 e nel febbraio Cecchin è morto, quindi il mio rammarico terribile è stato quello di non aver potuto mai lavorare al suo fianco. Nello stesso tempo mi rendo conto della fortuna enorme che ho avuto, perché poi nell’anno in cui io ho cominciato ad essere assistente io affiancavo un docente del secondo anno e vedevo questi ragazzi del secondo e ancora più quelli del terzo che erano sgomenti perché si rendevano conto che da quel momento in poi non avrebbero più avuto la possibilità dell’incontro che avevano aspettato da due anni, tre…
Quindi per me essere stato allievo di Cecchin significa innanzi tutto aver beccato l’ultimo treno, insomma, per riuscire a  conoscerlo un po’ da vicino. Poi essere stati allievi di Cecchin ti da una fortuna e una responsabilità. Una fortuna perché quando conosci quella leggerezza… lascia il segno, segna il tuo modo di lavorare. Una responsabilità perché… io adesso non voglio fare… come dire, l’eroe o qualcosa del genere, non mi interessa, però credo… che quando hai conosciuto quel modo di pensare, di lavorare, e hai cercato di rubargli qualche cosa di quel modo di pensare, di lavorare, ehm… beh, in quel coro degli fustigatori di costumi, degli psicologi pedagogici, no? Ti senti sempre un po’ stretto. E allora la responsabilità è quella di…

F.C.: In che senso si sente un po’ stretto?
M.G.: Sì, sì penso agli psicologi “esperti”…

F.C.: …alla figura dell’esperto…
M.G.: Sì, quelli che alla televisione, o anche nei loro studi professionali, hanno l’idea di insegnare al prossimo come si sta al mondo, e… allora io penso che aver lavorato con Cecchin e aver conosciuto un pensiero così “deviante” ti dia una responsabilità perché… perché in qualche modo assumere una posizione etica ed epistemologica come quella di Cecchin, comporta insomma una rinuncia a una certa quota di potere che ti da il tuo ruolo professionale.
Comporta un modo di pensare alle persone e alle famiglie che ti chiedono aiuto secondo me con un rispetto, con un rispetto speciale. Non parlo semplicemente del rispetto che il professionista deve alle persone insomma, parlo di quel rispetto che è proprio ascoltare con curiosità e interesse anche le storie che possono essere distanti anni luce dalle tue.
Cecchin… insomma questa è una frase quasi proverbiale, lui la ripeteva spesso… Cecchin davanti alla famiglia più disastrosa, più problematica, più piena di sintomi, più piena di guai, quella davanti alla quale normalmente un terapeuta, uno psicologo dice ormai non c’è più niente da fare… beh, lui si accendeva e diceva: “Ah, fantastico come questa famiglia riesce ancora ad essere viva, no? C’è qualche cosa di… c’è qualche cosa che funziona, no?” E lui si metteva pervicacemente a cercare che cosa tenesse in vita in una situazione così disastrosa.
E allora quando parlo del rispetto parlo di questa roba qui, come dire… il riconoscere come legittimo un modo di esistere che può essere antitetico al tuo.

F.C.: Quindi un modo di insegnare diverso dal maestro tradizionale…
M.G.: Un modo di insegnare diverso dal maestro tradizionale, ma soprattutto direi un modo di insegnare diverso dal terapeuta tradizionale… lui, non era un atteggiamento, non era un modo di dire: “voglio avere rispetto per tutto quello che dice  la gente”. Era una posizione autentica, semplicemente non gli riusciva di fare diversamente. Lui in una video-intervista che hanno fatto degli allievi un paio d’anni fa, lui diceva:”Io non riesco a pensare che cambierò le persone, io penso che le famiglie cambino da sé”, e aggiungeva: “Non è una cosa che io mi sforzo di pensare, mi viene naturale”.
Per lui era assolutamente naturale pensare di non avere nessun potere e pensare che le persone sono in grado di cambiare. Questo è il rispetto di cui parlo. Allora io penso che una volta che l’hai conosciuto e una volta che… che funziona, che ha senso, allora questo ti dà una responsabilità: che vuol dire magari che guadagni un po’ di meno perché preferisci dare un appuntamento ogni due mesi invece che due appuntamenti ogni settimana, però ecco, mi viene da dire che essere stato allievo di Gianfranco Cecchin comporta questo: un senso di leggerezza, perché pensare che non sei tu che cambi le persone ti dà un senso di leggerezza, ti fa tirare un sospiro di sollievo…
Poi è stato detto che tutto questo significa non coinvolgersi… è una posizione che altri hanno messo in discussione come dire, sul piano etico, no? Nel senso che il terapeuta dovrebbe sentirsi “responsabile”.
La posizione etica e di  responsabilità di Cecchin era diversa. Per lui non sentirsi responsabili del cambiamento era una posizione etica, non era una posizione di superficialità. Era la posizione etica di chi restituisce il potere tutto intero al cliente, alla famiglia, credendoci veramente e fidandosi delle soluzioni e delle strade che le persone e i sistemi sono in grado di adottare. Questa è una posizione estremamente etica. E quello che sostengo è che chi l’ha messa in discussione, chi l’ha criticata come una posizione non etica forse l’ha compresa poco. O forse, semplicemente, la pensa diversamente. Diciamo così.

Disegno di Laura Vernaschi

F.C.: Mi può raccontare un episodio particolare?
M.G.: Ah! Dunque, un episodio particolare… forse proprio la prima volta in cui ho dovuto fare alcuni pensieri sulla posizione etica di Cecchin. Era l’ultimo giorno di scuola del quarto anno. Si alternavano una lezione Boscolo, una Cecchin. Chiudevamo l’anno con Cecchin e lui invitò tutto il gruppo a mangiare una pizza nell’intervallo del pranzo.
Pochi giorni prima mi avevano raccontato di una scena che si era svolta durante un seminario al Centro Milanese: lui sostenne dalla cattedra che non si può protestare contro cose come la pena di morte, quando in fin dei conti siamo tutti quanti coinvolti e responsabili. Non si può protestare come se tutti quanti noi fossimo al di fuori e guardassimo queste cose da sopra dall’alto. E mi raccontarono che un’allieva protestò molto energicamente: “Lei non può dire questo, io non ho mai fatto niente per alimentare la filosofia che c’è dietro la pena di morte, quindi mi riservo il diritto di contestarla e di protestare!”. E lui, senza scomporsi - così me l’avevano raccontata, domandò: “Lei ha mai fatto una manifestazione, una marcia contro la pena di morte, ha mai preso una posizione aperta, insomma ci ha mai messo la sua faccia?” E lei disse: “No, veramente no!” E lui disse: “Allora c’è dentro anche lei”.
Dunque mi ricordo quel giorno a pranzo io mi sedetti vicino a Gianfranco Cecchin, e gli dissi: “Senta ma mi hanno detto che ha fatto incazzare un’allieva, le ha detto che è responsabile della pena di morte…”. E lui mi disse candidamente: “Sì, assolutamente, io lo pensavo!”.
E il pensiero che mi venne era questo: di solito da parte dei detrattori di chi non lo conosce abbastanza, il modello sistemico viene considerato come una sorta di giustificazionismo sociale, no? Come dire: la colpa è del sistema. Un punto di vista che togliesse ogni responsabilità all’individuo. L’idea di Cecchin era completamente opposta: nel senso che proprio perché siamo tutti interconnessi, questo non toglie la responsabilità alle persone, ma le carica di una responsabilità enorme! Proprio perché un individuo non ha il potere su quello che succede nel sistema, ma in qualche modo ha la possibilità di agire nel sistema. Questa è la sua idea etica e se devo dire un episodio che mi viene in mente devo dire che mi viene il ricordo di quella conversazione. Che mi aprì un mondo insomma sul punto di vista di Cecchin
Questo credo che ne facesse un uomo anche sereno e ottimista a modo suo, no? Cioè, la fiducia che basta una piccola cosa, no? Non per cambiare il mondo, chi se ne frega, ma per lasciare una piccola traccia.
Se una persona può lasciare una traccia c’è di che essere contenti insomma o per lo meno un po’ più tranquilli.

F.C.: Quindi che cosa ha appreso su di sé in quegli anni?
M.G.: …di me? Ah, questa è una grande domanda. La cosa che mi viene da dire è che molte delle cose che ho appreso in quegli anni le ho apprese una mattina in cui avevamo lezione con Gianfranco Cecchin. Probabilmente per uno di quei soliti disastri o scioperi ferroviari, non mi ricordo, quella mattina ci ritrovammo in aula in cinque più Cecchin. Allora lui disse: “Va beh, è saltato il programma, facciamo qualche cosa di diverso”, e ci invitò a fare il genogramma alla lavagna.
Fu una cosa sorprendente perché dal mio genogramma emerse una storia che partiva da un dettaglio che io non avevo mai considerato particolarmente centrale. Venne fuori una storia veramente tanto originale che coinvolgeva tutti i miei familiari, anche più di una generazione.
La cosa mi colpì particolarmente perché io in quel periodo stavo facendo la mia analisi, avevo scelto una analisi poco ortodossa, psicosocioanalitica. Gli psicosocioanalisti sono una scuola che credo sia nata in Argentina da un gruppo di analisti che, una volta letto Gregory Bateson, rilessero tutta la teoria psicoanalitica alla luce di Bateson, della complessità eccetera.
In quel periodo dunque stavo facendo la mia terapia e quello che mi colpì è che la storia che emerse dal mio genogramma con Cecchin era… una storia del tutto differente anche se molto complementare a quelle che emergevano nella mia analisi. E questo contribuì a darmi il senso di cosa vuol dire riscrivere delle storie.
Allora quello che ho appreso su di me in quegli anni probabilmente è che una storia – e quindi anche la mia storia – si poteva raccontare in tanti modi, a seconda dal punto da cui la guardavi.
Poi quello che ho appreso su di me in quegli anni è il modo di lavorare di Cecchin e il modo di lavorare di Luigi Boscolo… A volte mi domandavano se ero più “cecchiniano” o più “boscoliano”, no? E provavo lo stesso fastidio di quando mi chiedono se preferivo i Beatles o i Rolling Stones! Penso che dovere essere costretti a scegliere sia una grandissima ingiustizia, no?, insomma, e se uno ha la fortuna di averli conosciuti tutti e due dovrebbe tenerseli stretti entrambi!

Luigi Boscolo

Allora quello che ho imparato di quegli anni di me è che il loro modo di lavorare e di pensare in qualche modo conteneva qualche cosa che mi riguardava, che mi assomigliava. È probabile che se io non avessi incontrato questi due uomini oggi io forse farei un altro lavoro, nel senso che non riuscivo davvero a vedermi uno che siglava in ore e ore un Rorschach…

F.C.: Si può dire che ha cambiato la sua vita?
M.G.: Ah, senz’altro, senz’altro! Assolutamente. Si può dire e anzi lo dico ad alta voce senza nessuna riserva. Si può dire che ha cambiato la mia vita e sono stati due incontri che hanno cambiato la mia vita più di qualunque altro incontro abbia fatto nella mia vita professionale… ne ho fatti di importanti, colleghi con cui ho lavorato, insegnanti che ho avuto, maestri, eccetera, ma assolutamente è stato un incontro che mi ha cambiato la vita.
Poi da anni nella scuola di Milano c’è questo dibattito, no? Se gli allievi debbano fare un percorso individuale, che sia un’analisi, una terapia… Io non so, assisto a questo dibattito  un po’ da fuori, nel senso che mi riguarda poco. Nel senso che chi ha fatto questi incontri, chi si è immerso in questo pensiero per quattro anni, chi ha fatto questo grande sforzo di dislocarsi per guardare il mondo attraverso una lente epistemologica così differente ne viene fuori cresciuto, cambiato insomma.
Io poi un’analisi l’ho fatta, ho fatto un’analisi personale, e non riesco a fare una graduatoria rispetto a quale delle due abbia lasciato un’impronta, una traccia più decisiva su di me, come persona voglio dire, non solo come professionista.
Quindi sì, sicuramente sono stati due incontri che mi hanno cambiato la vita. Lo dico senza nessun timore di apparire, non so, retorico, lo dico ci metto la firma e lo registro!

F.C.: E qual è la cosa più importante che le ha dato Cecchin e quindi che influenza ha avuto…
M.G.: (pausa) …mi riesce difficile dire una cosa, cioè sceglierne una. Proprio questo, proprio questa lievità, insomma… c’è un fatto che poi ho raccontato in un libro che ho scritto l’anno scorso. A me capita che dei colleghi mi inviino delle famiglie, tipo: “sai sto vedendo una ragazza in terapia ma c’è bisogno di lavorare con tutta la famiglia, dai ci penseresti tu?” Di solito mi fanno degli invii, facciamo delle grandi conversazioni dove loro devono darmi tutte le informazioni che mi servono per capire, no? C’è quest’idea che più cose sai più capisci, ed è un’idea totalmente anti-cecchiniana, però è un’idea diffusa, e non mi va di contrastarla, capisco anche che abbia una logica di per sé. E mi dicono delle cose tipo: “Questa è una situazione di sofferenza, molto pesante, queste persone soffrono molto, sono molto sofferenti”. E io devo stare attento, bisogna stare attenti, perché se pensi che stai entrando in un girone infernale non ci sono molte cose che puoi fare.
Allora quello che mi ha lasciato è appunto questa lievità: per cui capita che delle volte ti riversino sulle spalle una camionata di dolore, poi tu fai il primo colloquio con queste persone e si finisce sorridendo…no? oppure si finisce così, ragionando su degli aspetti… anche diversi e inediti di questa sofferenza. Una delle trovate geniali di Cecchin e del gruppo di Milano nel suo complesso è stata la connotazione positiva, che se è una “tecnica”, una “strategia” non funziona ed è anche scorretta. Se diventa una lente  e la usi per vedere il mondo, se diventa qualche cosa in cui credi… è uno strumento potentissimo.
Cecchin ce lo diceva: “Guardate che per dire una cosa del genere a una famiglia dovete crederci, sennò hanno l’impressione che li state prendendo per il culo e c’hanno ragione insomma. Quindi non si tratta di connotarli positivamente per fare un intervento strategico per ottenere un risultato. Si tratta di usare un’epistemologia per cui è più rilevante l’aspetto positivo di risorse di quel sistema, che i mille aspetti insani e dolorosi.
Allora quello che m’ha lasciato è questo: che nelle mie terapie si sorride parecchio. Insomma, almeno ci si prova. Questa è un’eredità di Cecchin, poi non sono bravo a ridere come lui, però provo a modo mio insomma… non so imitarlo però in qualche modo cerco di ispirarmi. Questo poi le persone lo sentono, perché questo è anche il grande segreto poco segreto, insomma, per cui delle terapie possono durare tre sedute e altre tre anni. Se tu fai una terapia sui mille aspetti patologici che ha una famiglia poi lavori tre anni e non ti basta, no? Se fai la terapia sull’unico aspetto sano che riesci a trovare fai una storia diversa, inizia una storia diversa.

F.C.: con più ottimismo…
M.G.: Più ottimista, sì, che poi ottimismo è una parola che io uso con prudenza perché ultimamente è un po’ inflazionata, anche strumentalmente, però sì, con più ottimismo insomma, con una visione più fiduciosa. Con l’idea che i sistemi sanno autoregolarsi e sono molto più saggi di quanto non siamo noi. Questa sì, questa è una prospettiva molto più ottimistica.

F.C.: E… qual è invece la cosa più importante che lei ha dato a Cecchin?
M.G.: No nessuna, no… non riesco a pensare di avergli dato qualche cosa, primo perché non ne ho avuto il tempo, secondo perché anche se avessi avuto mille anni non riesco a pensare cosa avrei potuto dare.
No… forse… qualcosa che avrei potuto fare per lui l’ho fatto dopo, ma… credo che anche se lo sa ormai sia abbastanza indifferente. Delle cose… ho fatto un seminario con dei ragazzi di una delle sedi del centro milanese di un’altra città, e alla fine della giornata, quando ho chiesto dei feedback ai partecipanti, loro mi hanno detto: “Grazie di averci parlato di Gianfranco Cecchin”.
Perché loro sono quella generazione che a un certo punto si è resa conto di averlo perso per sempre. Di non averci potuto scambiare due parole, no? E quindi… quando qualcuno glielo racconta gli fa un regalo, no? Non so se questo significa aver fatto qualche cosa per Cecchin.

F.C.: E mentre lei era allievo?…dice che non gli ha dato niente…
M.G.: ma no è che… allora, mentre ero un suo allievo devo dire che di lui mi ha colpito sempre una cosa: quando facevamo delle sedute insieme a lui, c’era il momento in cui lui rientrava col gruppo di supervisione, che poi era il gruppo di formazione, ascoltava il punto di vista di tutti, ma veramente di tutti, tutti, tutti  e poi tornava alla famiglia e riusciva a cucire nell’intervento una storia che ricomprendeva davvero tutti, ma proprio tutti, i punti di vista che aveva ascoltato. E aveva questo talento nel trasformare in oro tutti gli spunti che raccoglieva, era realmente interessato anche a quello che diceva l’allievo più, più… disorientato insomma. E quindi in qualche momento ho avuto l’impressione di avergli dato qualche mattoncino utile per qualche buona ipotesi. Ma… sì, perché lui era realmente interessato ai contributi di tutti, non perché io gli abbia dato qualche cosa che si distingueva in qualche modo, insomma, no?
Certo, avrei voluto avere più tempo per dargli qualche cosa, è una domanda che faccio fatica a pormi: cosa avrei potuto dargli.
Ecco, mi viene in mente la mattina che è morto. Io quel giorno ero a casa, non avevo preso appuntamenti, perché c’era del lavoro che volevo fare a casa al computer. Alle nove e mezzo mi arriva il messaggino, non l’ho mai cancellato… lei mi ha chiesto di portare qualche cosa che ricordava Cecchin: ecco, questa è l’unica cosa che conservo, il messaggino di quella mattina: 2 febbraio 2004 alle 9.37 (leggiamo l’sms in cui si dice che Cecchin è morto quella notte in un incidente stradale).

F.C.: Chi l’ha scritto?
M.G.: L’ha scritto una collega che quella mattina aveva lezione a Milano e che hanno rimandato a casa perché le hanno detto che non ci sarebbe stata lezione. Una collega che faceva il quarto anno…
Allora, io ero a casa, ero seduto al computer, mi arriva questo messaggio e probabilmente sono stato uno dei primi a sapere la notizia. Mi sono connesso in Internet e ho cominciato a rilanciare la notizia a tutti i colleghi che conoscevo e, mi ricordo, ho passato tre quarti di quella giornata attaccato al computer e al telefono. Telefonavo alla stradale della zona in cui aveva avuto l’incidente, cercavo informazioni, ogni cosa che sapevo la rilanciavo in internet… proprio una giornata intensissima, credo che molti se la ricordino, tanto è vero che poi di recente, quando è morto Tom Andersen, c’era gente che non riusciva a crederci e diceva: “Ma come non è possibile, Massimo Giuliani non ci ha detto niente!” (ridiamo).
Non so se mi piace questo ruolo che mi è rimasto addosso. E così ho passato quasi tutta quella giornata in connessione con decine e centinaia di colleghi a cui scrivevo e  mi rispondevano alcune volte con un messaggio, io lo rilanciavo… non so se questo è abbastanza per dire se ho fatto qualche cosa per lui. (Pausa)
Devo dire, io la mattina dopo sono andato a trovarlo alla camera ardente all’ospedale di Brescia. Eravamo io e un collega messicano, che era molto vicino sia a Cecchin che a Boscolo e che in quei giorni casualmente era in Italia. Nei periodi in cui è in Italia ha una casa a Brescia. Così passai un’oretta insieme a lui, e lui rimase tutta la giornata. Poi certo, durante la giornata sarebbero sfilate altre persone, altri colleghi. Però mi colpiva molto il fatto che Cecchin fosse morto in una città che non lo conosceva, e che lui fosse abbastanza solo lì. La sua camera ardente era vicina a tante camere ardenti affollate di persone che piangevano. Lui era solo e questo, questo mi colpì molto allora sentii che una cosa che dovevo fare era rimanere lì un po’. Poi nell’arco della giornata è arrivata altra gente… ma ho trovato sempre piuttosto ingiusto che lui sia morto in questa città. Una città molto poco sistemica, è una città dove i colleghi vengono spesso da tradizioni completamente differenti.
Qui per qualche ragione l’idea sistemica attecchiva poco, insomma… io credo che poi anche tra gli iscritti di Milano i bresciani non siano stati chissà quale percentuale. Insomma mi colpì molto questo fatto, che lui fosse morto proprio qui e che in quelle ore non se lo filassero in molti. Allora sentivo che glielo dovevo, insomma, di passare un po’ di tempo e di chiamare un po’ di gente in giro perché arrivassero a salutare… perché ci fosse una presenza, ecco.

F.C.: C’era qualcosa che non le piaceva di Cecchin, cosa non le piaceva di più?

M.G.: Allora… c’è una cosa che voglio dire che non riguardava tanto Cecchin, quanto le persone che coltivavano il mito di Cecchin. Nel senso che c’è in un dato momento ho avuto quasi l’impressione che, che ci fosse in questo personaggio, nel modo in cui tante persone lo vivevano… che ci fosse qualche cosa di… insano. Mi ricordo forse l’ultima volta che ho assistito a un seminario o a una lezione plenaria, non ricordo… La cosa piuttosto insopportabile è che lui lui parlava e come apriva bocca la gente si aspettava che lui dicesse qualche cosa di memorabile, o di geniale o di divertentissimo. Infatti come lui parlava la gente rideva, applaudiva, si davano di gomito, tutti quanti si guardavano tra di loro e si sorridevano come dire: “Ah, non è fantastico?” (ridiamo). E lui mentre gli altri ridevano ogni tanto si fermava, li guardava, sorrideva, e non so come lui lo vivesse…
C’è una vecchia gag di Ettore Petrolini, dove lui fa Nerone, no? Fa Nerone che arringa la folla, e quando dice: “La città risorgerà (com’è che dice?) più bella e più gloriosa che pria!”, qualcuno grida: “Bravo!”. E lui: “Grazie!”. Poi capisce che la frase gli piace e allora ridice: “La città risorgerà più bella… e più gloriosa che pria!” e allora: “Bravo!”. E lui: “Grazie!”. E:“Più bella..”. “Bravo!”. “Grazie!” e a un certo punto si accorge che come apre bocca gli gridano: “Bravo!” E si volta dall’altra parte e dice, in romanesco: “Quanno s’abbituano a di’ che sei bravo, pure se non dici niente, sempre bravo sei!!”.

F.C.: L’hanno etichettato…
M.G.: Sì, sì, un po’ etichettato come quello che appena apriva bocca dovesse dire cose belle e geniali. Credo che fosse un po’ una camicia di forza, credo che Cecchin non avesse mai il diritto di dire delle cose normali, o anche senza senso, no? Uno avrebbe il diritto di dire una stronzata una volta al giorno no? Lui non ce l’aveva, doveva essere sempre qualcosa di memorabile quello che diceva. E questo non mi piaceva…

F.C.: Toglieva forse un po’ della sua naturalità…
M.G.: Toglieva qualche cosa della sua naturalità e ne faceva secondo me un personaggio, ne faceva un’istituzione, e allora… Io detesto quelle situazioni in cui, come dire?, la rivoluzione a un certo punto diventa estabilishment: Che Guevara a un certo punto è diventato una t-shirt. Non so…

F.C.: È diventato una verità…
M.G.: Sì, una deriva di questo genere, allora Cecchin rischiava una deriva cecchinista… (ridiamo). Non so, rischiava di diventare il cecchinismo. Eecco, è questo che non mi piaceva, era una sorta di adorazione che era totalmente un controsenso, no? Una delle cose più belle su Cecchin me le ha dette un ex-docente di via Leopardi, tra l’altro anche una persona connotata anche idealmente dal punto di vista religioso e cattolico quindi questa frase ha ancora più vigore. Lui mi disse: “Vedo molto bene il futuro del centro perché il maestro è morto dicendoci: “State tranquilli perché non esiste il Vangelo.” Ecco mi davano fastidio quelli che lo ascoltavano a bocca aperta e in adorazione, e che… sì, che pendevano dalle sue labbra.

Io: E lui ci stava a questa cosa?
M.G.: Mah, io credo che lui guardasse a tutto questo con un po’ di divertimento in fin dei conti. Io credo che al posto suo avrei pensato: “in fondo è un problema loro” (ridiamo). Non me sarei curato più di tanto.

F.C.: E invece qual è la cosa che le piaceva di più?
M.G.: la cosa che mi piaceva di più era quando durante la terapia rientrava dal gruppo, scuoteva la testa e diceva: “Non ci riusciamo!” No? Allora l’idea che Cecchin potesse entrare nel gruppo scuotere la testa e dire: “Non ci riusciamo” mi metteva molta fiducia, perché se qualche volta poteva permettersi di perdere fiducia lui allora potevo permettermelo anch’io! Mi piaceva questo suo modo lieve che non ho mai sovrapposto a una forma di superficialità, o di leggerezza deteriore, ma l’ho sempre pensato come un modo eticamente alto di guardare alle cose e al prossimo…

F.C.: e invece cosa spera di non dimenticare mai?
M.G.: (pausa) Beh, insomma…

F.C.: Abbiamo già detto tante cose…
M.G.: Sì, quello che spero di non dimenticare mai è la voce di Cecchin e lo spirito che questa voce esprimeva. Leggere Cecchin trasmette una parte di questo spirito, nel leggerlo si ritrova una parte di questo spirito, ma lavorarci insieme e passarci delle giornate insieme era diverso. Spero di non dimenticarmi mai questo, insomma, anche se… come nel romanzo di Bradbury, Farenheit 451, dobbiamo in qualche modo raccontarcelo, no?, e tenere aperta questa storia di Cecchin, non perché qualcuno abbia bruciato i libri, ma perché forse i libri bruciavano un po’ Cecchin. E quindi spero di non dimenticare il suo spirito, spero di non dimenticare mai la sua idea che le domande sono più importanti delle risposte, ecco, questo lo differenziava da tutti gli psico-santoni che ci sono in giro, quelli pensano che la gente abbia bisogno di risposte. Cecchin pensava che la gente avesse bisogno di buone domande, e che le domande fossero incommensurabilmente più preziose delle risposte, che le domande erano importanti perché “tenevano aperta la conversazione”, lui diceva, mentre le risposte la chiudono.
Quando uno ha trovato una risposta… non c’è più niente da dirsi, no? Ci salutiamo e ce ne andiamo, mentre sono le domande quelle che ci fanno conversare. E che ci danno la possibilità di esplorare punti di vista nuovi. Semmai se una risposta può essere utile, è una risposta che fa nascere altre domande. Ecco, questo spero di conservarlo, non tanto il rifiuto di dare le risposte quanto l’innocente consapevolezza di non avere delle risposte.

F.C.: Adesso passiamo alla terza parte, quella un po’ strana…
M.G.: Oh, Sì!

F.C.: Pensiamo di essere a teatro quindi immaginiamo Cecchin su un palco… quindi che parte reciterebbe?
M.G.: Allora… questa è una domanda difficilissima, forse perché non ho abbastanza cultura teatrale per rispondere…
Non so, io me lo immaginerei in qualche lavoro di teatro satirico, ma rispetto ai satiri a Cecchin mancava il vigore dello sdegno. Perché lui sostituiva il vigore dello sdegno con l’idea ottimistica, o sistemica, che è sufficiente un piccolo cambiamento per cambiare le cose. Quindi probabilmente non perdeva tempo a indignarsi o a maledire qualcuno, no? Era molto rilassato in questo, quindi me lo immaginerei… nei panni di un autore o di un personaggio satirico, per questo suo talento straordinario di illuminare aspetti imprevedibili delle cose, ma non riuscirei a ritrovare in lui appunto il vigore del satiro.
Oppure me lo immaginerei in qualche lavoro di teatro dell’assurdo, Jonesco, che era molto bravo, come dire?, a svuotare di senso le cose e a ridurle veramente all’osso. Ecco, dove gli altri vedevano il dramma, la tragedia (come dicevo prima di certi colleghi), lui era un mago nel ricondurre il tutto a qualcosa di cui sorridere, proprio perché ne sapeva svelare gli aspetti assurdi. Allora penso a Jonesco che svuotava le cose dal senso, da qualunque possibilità di senso e te le mostrava in tutta la loro assurdità,no? Lui le svuotava per avere la possibilità di riempirle di qualche altra cosa. E quindi, ecco, lo vedrei a proprio agio in qualche lavoro del teatro dell’assurdo… Jonesco, Beckett, non so.

F.C.: E…provi a immaginare a Gianfranco Cecchin come a un animale, che animale impersonerebbe?
M.G.: sarebbe facilissimo e scontatissimo dire un gatto. Una volta gli domandarono, in un convegno internazionale (era il convegno SIPPR del 2000 a Milano) che basi personali avessero tutte queste idee sull’ironia, sulla curiosità, sull’irriverenza. E lui, un po’ scherzando, disse che non si sentiva troppo a suo agio nei legami troppo stretti. Quindi ecco, se devo cercare un animale mi viene in mente un gatto. Però in seconda battuta penserei a uno di quegli animali che trovavi nelle raccolte di figurine sugli animali cioè gli animali di cui non avevi mai sentito parlare e ti facevano venire la curiosità di dove cavolo vivessero e cosa mangiassero, come fossero fatti insomma, un animale che non conosci, un animale esotico, insomma.

F.C.: Adesso invece pensiamo alla voce di Cecchin, che strumento musicale le viene in mente?
M.G.: Allora, io da anni ho una specie di fissazione. Avevo iniziato anche un lavoro, nel senso che avevo intervistato dei musicisti improvvisatori jazz, ho anche del materiale in qualche angolo del mio disco fisso. È un lavoro che ho accantonato per mancanza di tempo. Io ho una vecchia idea che il Milan Approch abbia molto a che fare con il jazz, soprattutto con certi periodi del jazz. Per esempio con l’improvvisazione bebop degli anni 40 e 50 e con certe avanguardie degli anni 80… John Zorn, questa gente un po’ matta che saltava da un genere all’altro, come il Milan Approach che si dice che non è un modello ma un meta-modello, una cornice di modelli, come certe avanguardie degli anni 80 non sono un genere ma sono una tavolozza di generi.
Mi viene in mente John Zorn che suonava 20 secondi di country, 20 secondi di bebop, 15 secondi di heavy metal, tutte in fila, no? Ehm… quando descrivono Boscolo e Cecchin da questo punto di vista li riconducono sempre a dei musicisti… spesso fanno dei paralleli con dei musicisti classici, io ho un’altra idea. Anche fisicamente Boscolo e Cecchin ricordavano tantissimo da vicino Dizzie Gillespie e Charlie Parker, anche proprio per le dimensioni e per la corporatura, ma non solo per quelle. Perché poi Gillespie, che era il trombettista dei due ed era il più corpulento, negli ultimi anni, non solo dalla morte di Charlie Parker, ma anche in tempi più recenti, suonava musica afro-cubana! Era dei due quello più legato alla tradizione. Allora se devo fare un parallelo allora anche Boscolo e Cecchin me li immagino così. Boscolo un po’ più Dizzie Gillespie, più legato alla tradizione, Cecchin più Charlie Parker legato alla sperimentazione alla… qual era la domanda?

F.C.: Quali strumenti suonerebbero?
M.G.: Beh, senz’altro il sax contralto e penso che la sua voce abbia anche qualche parentela con il saxofono e la gamma del saxofono… più fra contralto e tenore, non molto basso, più a metà…
Sì, sì, quando sorrideva era più un contralto…

F.C.: E invece il centro di via Leopardi mentre lei era studente, se pensiamo a un gruppo musicale, che musica suonerebbe e che musica suonerebbero gli altri…
M.G.: Ah, sì, me lo immagino come il gruppo di John Zorn e Bill Frisell degli anni 80…

F.C.: Lei che strumento suonerebbe?
M.G: Io resterei alla consolle e guarderei tutti suonare.

F.C.: Il dj?
M.G.: Quello che regola il volume, che li guarda, che li mette tutti insieme, no? Io penso che se uno volesse sognare, vorrei essere Keith Richards, ma se fossi Keith Richards non potrei mai andare a vedere un concerto dei Rolling Stones! Allora preferisco stare alla consolle così li vedo suonare e quindi sì, vorrei essere al mixer, vorrei fonderli insieme e quindi valorizzarli insomma, valorizzare il suono di ciascuno…

F.C.: E quindi Cecchin sempre questo sax?
M.G.: Cecchin senz’altro il sax, però uno di quei saxofonisti che cominciano a giocare con i registratori, con i nastri all’incontrario, che cominciano a picchiare sul pianoforte e ogni tanto c’hanno questi guizzi, folli…

F.C.: E invece i suoi colleghi?
M.G.: Beh, Boscolo la stessa tromba periscopica di Dizzie Gillespie, poi se devo pensare ai docenti di via Leopardi, beh, Enrico Cazzaniga alla batteria perché è il più giovane (spero che gli altri non mi sentano!), Pietro Barbetta lo metterei al pianoforte, Antonio Caruso al contrabbasso, Gabriella Gaspari alla voce, ha una bella presenza di vocalist, poi Massimo Schinco al violino! Beh, è banale, Massimo Schinco è uno strumentista per davvero insomma… e quindi la risposta viene da sé. Però sì, lo metterei al violino, però un violino distorto. Sì, si un violino distorto come quello di… oh beh, c’era Laurie Anderson che suonava un violino con un archetto che era un nastro preregistrato e le corde del violino erano delle testine.  Era un violino strano e gli farei suonare una cosa del genere… Sì, ok, penso che lo farebbe!

F.C.: Ok! ( ridiamo)
E invece se ricorda il modo di camminare di Gianfranco Cecchin, i suoi gesti, il suo comportamento non verbale, il suo modo di insegnare, il suo sguardo… che colore le viene in mente?

M.G.: Il blu, il blu.

F.C.: Blu come?
M.G.: Un blu rilassante, un blu distensivo, un blu azzurro. Assocerei il rosso allo stile affettivo emotivo di Luigi Boscolo. Di Luigi Boscolo si dice che è quello che ha rivalutato le emozioni nel Milan Approach. Userei il blu per Gianfranco Cecchin per… beh, proprio per questo suo modo rilassato di prendere le cose, leggero, sì, poi per essere uno che volava alto è il colore più indovinato.

F.C.: Un blu tendente all’azzurro.
G: Un blu tendente all’azzurro senz’altro, sì… come il cielo di ieri, non è precisamente quello di oggi.

F.C.: L’ultima domanda: la morte di Cecchin è arrivata in modo improvviso, se potesse incontrarlo ora cosa gli direbbe…
M.G.: Gli direi: “Gianfranco, cazzo, fa’ attenzione!!”.

Condividi, stampa o scarica in pdf:
  • LinkedIn
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Twitter
  • FriendFeed
  • Print
  • PDF

2 Responses to “Gianfranco Cecchin, sei anni dopo”

  1. Lia Teloni scrive:

    Grazie Massimo per aver condiviso questa intervista, leggendola ho avuto per qualche istante la sensazione di essere in presenza di questo maestro che non conoscerò mai personalmente, di sentirlo parlare, ridere, di sfiorare la leggerezza con cui si muovevano i suoi pensieri e le sue parole. Tra poco inizierò a studiare i suoi testi e queste emozioni vissute grazie alle tue parole mi accompagneranno animando le pagine di vitalità. L’idea che più mi ha colpito è proprio quella che le famiglie e le persone che si rivolgono a noi non hanno bisogno di risposte ma di buone domande.
    ancora grazie. Lia allieva del II anno del CMTF

  2. questa è l’ennesima volta che mi ritrovo a leggere il racconto di max su Cecchin, l’ho conosciuto attraverso le sue parole, ho scelto così il CMTF, come diveva Cecchin, ognuno deve scegliere l’abito nel quale ci si muove meglio. Ad anni di distanza continuo a leggere questa intervista, irresistibile…

Leave a Reply