Medici, stregoni, artisti, terapeuti


Un blog ti permette di esplorare confini e anche sfidarli, se è il caso: per questo mi sembra un interessante laboratorio per la ricerca di nuove metafore (e quando parlo di metafore non mi riferisco a espressioni più o meno poetiche per descrivere la realtà: parlo proprio del modo in cui vediamo e concettualizziamo le cose).
È chiaro che la metafora che scegliamo per concettualizzare una certa questione ha molto a che fare con le scelte pragmatiche che faremo a proposito di quella.
Ad esempio, se sono uno psicoterapeuta che descrive la terapia come una cura medica, userò concetti come “diagnosi”, “patologia”, magari “disfuzione” eccetera, e avrò una certa idea sul differenziale di competenza che caratterizza la relazione fra il terapeuta e il cliente (anzi, tenderò a chiamarlo “paziente”) e mi metterò in ascolto da una posizione certamente quanto più possibile aperta e accogliente ma, altrettanto sicuramente, da esperto.
Se invece sono un terapeuta che descrive la terapia come un gioco narrativo e linguistico, probabilmente il primo effetto sarà sul linguaggio, che sarà più flessibile, ingloberà i contributi del cliente e magari si avvarrà di un certo repertorio metaforico; riconoscerò al cliente una competenza diversa dalla mia ma ugualmente essenziale al processo terapeutico e, in generale, mi metterò in ascolto in un modo diverso.
Questo per fare solo due esempi.
In coda a un altro post si è animato un dibattito che direi ha a che fare proprio con le metafore della terapia.
Scrive Massimo Schinco raccogliendo lo scambio di battute attivato dall’intervista che gli ho rivolto a proposito di Henri Bergson:

“(…) la psicoterapia presuppone una relazione molto finalizzata (ciò che non piaceva a Bateson…) e caratterizzata da una rilevante differenza tra cliente e terapeuta. Il cliente sta male e chiede aiuto, il terapeuta deve essere in grado di fornirglielo: è la relazione clinica, la cui forma, almeno da contratto e come cornice generale, è complementare. Ma che differenza c’è tra la relazione clinica come si configura nel modello medico tradizionale (ricordiamo che molte cose stanno cambiando anche lì) e la relazione psicoterapeutica? Direi che nella psicoterapia il terapeuta governa in modo cibernetico la relazione e le narrazioni che in essa trovano spazio affinché “la vita possa insinuarsi” nuovamente, meglio, più riccamente di prima (e questo mi sa che a Bateson piacerebbe). Credo che inevitabilmente ciò comporti momenti di ineffabilità, di sospensione del tempo, momenti in cui il nuovo scaturisce incondizionato”.

Mi sembra utile rilanciare qui quello spunto, nella speranza di veder partecipare al dibattito i colleghi e i clienti, per capire, come dice Massimo, se ci sono punti di contatto tra questa descrizione e le loro esperienze. E possibilmente per proporre altre descrizioni.

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7 Commenti

  1. Sergio scrive:

    Bateson era molto scettico sulla possibilità che un individuo potesse direttamente modificare un sistema senza provocare conseguenze incalcolabili, per questo non vide di buon occhio il lavoro dei suoi collaboratori. Mi sembra che la discussione si concentri su ciò che è nel pieno controllo delle controparti, terapeuta e cliente, su ciò che possono dare intenzionalmente. Ma non trascuriamo le condizioni sottolineate da Rogers, come condizioni trasversali per rendere proficua una relazione d’aiuto in genere: accettazione incondizionata, congruenza ed empatia.

  2. La questione del controllo, e l’obiezione di Bateson.
    A Bateson ripugnava l’idea di una terapia come insieme di tecniche per indurre un cambiamento. D’altra parte, come dice Massimo Schinco, “il cliente sta male e chiede aiuto, il terapeuta deve essere in grado di fornirglielo”.
    Mi vengono in mente due situazioni con cui ciascuno di noi ha familiarità: hanno a che fare con la vita quotidiana, ma hanno forti implicazioni per la terapia.

    1) Inseguire tenacemente il cambiamento.
    Intendo quelle situazioni in cui uno cerca indefessamente di modificare un aspetto della propria vita o delle proprie relazioni: spesso il cambiamento è inversamente proporzionale all’impegno che ci si mette. Cioè, più cerchi di cambiare, più resti come sei.
    Poi, quando non ci pensi più, e ti metti calmo, succede qualcosa!

    Quante volte la ricerca del cambiamento (nella vita di tutti i giorni, nei rapporti coi figli, nel lavoro, in terapia) sembra una gara a chi ha la testa più dura? Quante volte l’ansia di cambiamento diventa un ostacolo al cambiamento?

    2) Problema di prospettiva.
    Mi riferisco al fatto che mentre sei in un problema puoi avere una prospettiva limitata. Immerso nel problema vedi una soluzione, quando alzi la testa un po’ più su, ne vedi molte altre.

    Se viene una persona a chiederti aiuto perché non riesce a terminare l’università, ad esempio, arriva da te in un momento in cui quello che le procura disagio è il biasimo altrui, e il proprio, per via degli insuccessi universitari. Per forza l’unica cosa che chiederebbe è di uscirne.
    Ma quando, percorrendo i link che trova a partire dal suo blocco, comincia a stare meglio e a vedere una porzione più ampia di mondo? È così scontato che continuerà a desiderare la stessa cosa?

    L’idea che “il terapeuta governa in modo cibernetico la relazione e le narrazioni che in essa trovano spazio affinché “la vita possa insinuarsi” nuovamente, meglio, più riccamente di prima” mi piace perché rende conto di un paradosso insolubile della terapia: che è una relazione che tende alla soluzione di un problema senza cercare di risolverlo!

    L’ho detta in maniera un po’ sbrigativa perché devo andare a lavorare, ma se qualcuno dice la sua, ci torno su.

  3. Tito Sartori scrive:

    Sergio, potresti approfondire il tuo punto di vista?

    Mi pare che la sottilineatura di Massimo Schinco vada nella direzione di individuare nella bergsoniana “vita” il soggetto della relazione. La vita come interlocutore, la vita di cui le parti, insieme, si prendono cura.

  4. massimo schinco scrive:

    E, quando é interpellata in questo modo, a sua volta la vita si prende cura delle parti.

  5. …che mi pare un bel modo di interpretare l’antipatia batesoniana per la “finalità cosciente”: non oggettificare il sistema per controllarlo significa anche non scomporlo e non separarlo dalla “vita”. Così la leggo io.
    E penso anche alla posizione del terapeuta che cerca di rendersi “felice” (o meno infelice possibile) come un lavoro su questo fronte: lavorare “per” la vita - per renderla un posto accogliente - prima ancora che “contro” i problemi.
    Però, Massimo, so che il sospetto con cui Bateson considerava la finalità cosciente ultimamente non ti trova così d’accordo… mi spieghi?

  6. Tito Sartori scrive:

    Pongo una questione tra parentesi, perché non so quanto sia in linea col discorso che stiamo facendo. Ho partecipato recentemente a una lezione di psichiatria, che mi ha suscitato alcuni dubbi rispetto il concetto di “cura”. Credo che alle volte alcuni professionisti di formazione psicologica e non psichiatrica (e io per primo) partano dal pregiudizio che per aiutare una persona bisogna tematizzare il suo disagio, renderlo attraverso parole che nascono dal dialogo, dare voce al sintomo, insomma, anziché “amputarlo” tramite un farmaco o una tecnica di qualche tipo. Quando tuttavia giunge una persona che chiede di essere curata secondo i canoni medici (so che molte cose stanno cambiando anche sul fronte psichiatrico, comunque), per cui chiede sostanzialmente di togliersi dalle scatole un sintomo (”ho questi pensieri che continuano a invadere la mia testa togliendomi il tempo per vivere… è possibile eliminarli?”) è lecito o no presentare una versione psicologica dello stesso? O è invece opportuno ragionare in termini “chirurgici”, intervenendo unidirezionalmente e finalisticamente sul sintomo per dare sollievo al cliente? Mi chiedo cioè se sia il caso di colludere con la richiesta o se sia opportuno presentare una serie di opzioni. Per ora ho risolto la questione ponendo una serie di alternative e possibilità e lasciando alla persona che ho di fronte la scelta del percorso. Ma rimangono ancora dei dubbi… Sono riuscito a spiegarmi? E in che diversi modi entra in gioco la “vita”?

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