La morte di questo, la morte di quello
La morte del rock and roll. La morte della poesia, la morte del romanzo. Anzi, la morte del libro. E poi la morte della critica. La morte della scrittura.
La morte della famiglia.
La morte del musical, la morte dello swing. Della musica, persino. La morte del giornalismo, la morte della satira. La morte della filosofia. La morte del cinema.
La morte della cucina italiana e della dieta mediterranea.
Giorno sì e giorno no ci annunciano la fine di qualcosa. La vita media di tutto si va accorciando e qualunque grande trovata tira le cuoia ben prima della fine del rodaggio. La pigrizia dei cronisti liquida ogni mutamento della realtà con uno sbrigativo funerale anziché leggerlo come un passaggio da comprendere.
Per dire: è da un bel po’ che ci preparano alla morte dei blog: insidiati, dicono, dai ben più rampanti social network.
Ora faccio io le mie previsioni.
Moriranno i blog brutti.
Moriranno i blog che si chiuderanno in difesa della loro identità del piffero e non sapranno cogliere l’occasione di diventare un nodo in una rete più grande. Quelli che non capiranno la sinergia fra tutti i nuovi strumenti di comunicazione in rete (Facebook, Twitter, microblogging).
Nella rete - come in natura e nella vita quotidiana - vive quello che riesce a modificarsi nel tempo e che sa stare in connessione col resto del mondo.
P.S.: mentre la rete è sempre più il luogo dove si sperimentano connessioni, complementarità, integrazioni, fa tristezza vedere in TV un programma in cui si parla di Internet attraverso una serie di tristi e confutabilissimi luoghi comuni (qui una critica alla trasmissione: piuttosto animosa, ma coglie quello che è successo).
La televisione comincia a sentire il fiato sul collo: forse perché gran parte di essa, davanti ai nuovi media, non sa pensare in termini di integrazione e complementarità ma semplicemente difende il proprio antico predominio.
Ci sono momenti, invece, in cui la televisione e internet si incontrano con curiosità reciproca. Non smetterò di ricordare uno di questi momenti e sono contento di poter dire “c’ero anch’io”.





















morirà chi non ha più nulla da raccontare (e chi già non raccontava più nascondendosi dietro la scusa “ho i social network non ho tempo”). Morirà chi non fa rete con le persone… però qualcuno resterà
Come non essere d’accordo. Il problema comunque esiste e sta nel “come” essere sinergici, come essere “nodo” di una rete più grande. I contenuti dovranno essere diversi per ogni nodo o semplicemente riproposti diversamente? Confesso che non lo so. E ci sarà ancora posto per chi nei blog si occupa di letteratura o tutto diverrà un costante chiacchiericcio duepuntozero su quale piattaforma è meglio usare? Occuparsi di letteratura è compatibile con il web 2.0? E come? Non perderemo di vista il nostro scopo ultimo, cioè il libro? Mi pare comunque una bellissima e affascinate sfida. All’orizzonte vedo il profilo di Darwin.
“Chi non ha niente da raccontare”, come dice Catepol, e quelli del “chiacchiericcio duepuntozero” di Angelo li vedo come la stessa categoria, o perlomeno come due categorie ampiamente sovrapponibili.
Penso a quelli che io chiamo i blog autoreferenziali, cioè i blog che parlano di come si fanno i blog che parlano di come si fanno i blog che parlano di…
Io trovo che l’amicizia fra i libri e il web sia fruttuosa per entrambi. Come spiega De Biase nel suo libro, la rete cambia il rapporto fra i lettori e i libri: i primi scelgono i secondi sempre meno in base alla pubblicità e sempre più in base al passaparola attraverso il web.
Questo toglie peso all’investimento pubblicitario massiccio. Ora, pensare che si assottigli la differenza di potere fra un grande editore e uno medio-piccolo è ancora utopistico, ma la tendenza…
E comunque: chi usa la rete creativamente e con consapevolezza di solito è uno che legge anche. Però spiegatelo anche a quei due tizi in tv.