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Cielo, il Foglio!
Scritto da massimo giuliani | 10 ottobre 2008

Ora io non vorrei parlare di Annalena Benini. C’è già tanta gente che parla di Annalena Benini. Diciamo la verità: farei la figura di quello che cerca i bersagli facili o, se va bene, di quello che non ha fantasia.
Insomma, no, non vorrei parlare di Annalena Benini.
Però il fatto è che non vorrei nemmeno non parlare di Annalena Benini.
Come sarebbe a dire, “Annalena chi”? Ma dove avete passato questi ultimi giorni?
Riprendiamo la storia dall’inizio.
Sul Foglio di Giuliano Ferrara, il 7 ottobre scorso Annalena Benini scrive di Facebook. Ora è chiaro a chiunque, dagli argomenti che usa, che la Benini su Facebook non ci ha mai messo piede (virtuale, chiaro). Non ha una pallida idea di cosa sia, né alcuna curiosità di farsene un’idea meno che approssimativa. È anche abbastanza chiaro (anzi, è palese in modo imbarazzante) che alla Benini Facebook sta sugli zebedei: ma non penserete mica che, per dare maggior vigore all’espressione di questo legittimo sentimento, una redattrice di un giornale come il Foglio ricorra al deplorevole trucchetto di mettere in fila qualunque trito luogo comune che riguardi internet?
Non sospetterete forse che una giornalista di rango rinunci a un’analisi serena e competente per esprimere sguaiatamente i suoi pregiudizi su una cosa che evidentemente neanche conosce?
Certo che sì.
Ma non è colpa sua: anzi, probabilmente la Benini, di suo, sarà una donna cortese e curiosa, forse è persino convinta che quelli che passano il tempo in attività distanti dai suoi gusti siano persone degne di rispetto. Il fatto è che per scrivere sul Foglio è necessario sviluppare una certa attitudine alla rissa travestita da posizione etica.
Se il titolo del pezzo è in fin dei conti un’innocua vaccata (“Cielo, mio facebook”), il sommario è un capolavoro di teppismo linguistico: “E’ un aggeggio sfasciafamiglie o il trionfo dell’equivoco?”. Che è un po’ come dire a qualcuno: “preferisci un calcio in bocca o è meglio un accendino acceso nelle mutande?” (si chiama “illusione di alternative”); oppure “pensate che l’articolo di Annalena Benini sia un brutale esercizio di disinformazione o soltanto un esempio di giornalismo snob e prevenuto?”.
Tanto per sgombrare il campo da qualunque ingenua illusione di un’analisi non sbracata, la Benini chiarisce l’articolazione del suo pensiero: “si sa che l’essenza di facebook, oltre all’impicciarsi dei fatti altrui, pubblicizzare i propri e mettere le foto in cui ci si sente meno sfasciati, è il rimorchio. Anche solo sognato o frainteso”; oppure: “tutto viene amplificato dalle foto, dalla strana sensazione del pubblico che guarda” e dalla “sospettabilissima possibilità di chattare a qualunque ora della notte” da parte di frequentatori descritti come soggetti che cercano di “fingersi liberi, disinvolti, stronzi e bellocci, finché il gioco dura”.
Che stile, eh? E non erano nemmeno i passaggi più astiosi. Ma d’altra parte ci aveva messi in guardia dall’inizio la Benini, avvertendo che nel suo commento avrebbe evitato “di tirare in ballo nuovi linguaggi politici, nuove frontiere della socialità e dell’impegno”. Che tradotto in italiano vuol dire più o meno: “se pretendete che con quello che mi pagano al Foglio faccia pure lo sforzo di documentarmi su tutto quel culturame noioso, siete veramente dei pirla”.
Ora, se solo la signora Benini posasse il randello, le racconterei che attraverso Facebook negli ultimi tempi mi è capitato di comunicare con uno scrittore, con alcuni allievi, con una mezza dozzina di colleghi, con un paio di ricercatori universitari e di giornalisti; di restare in contatto con amici troppo lontani per poterli frequentare; di far conoscere a un po’ di gente il mio libro mal distribuito, di vedere le foto delle mie cugine che vivono in Sudamerica e che non vedo da trent’anni (e dei loro figli che non ho mai conosciuto); di iscrivermi alla pagina di Bob Dylan e a quella (sì, confesso) di Lillo e Greg.
Però sono piuttosto sereno: guardando sul sito del Foglio il suo sorriso affabile (avrà scelto anche lei la fotina “in cui si sente meno sfasciata”?), ho la ragionevole certezza che Annalena Benini non vorrà rintracciare in tutto questo una “sospettabilissima possibilità” di recar danno ai valori della famiglia. O, per carità, a qualunque altro valore che ritenga degno di essere difeso con un paio di sberle, decida lei: non vorrete mica che mi metta a discutere?
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Pubblicato in Punti di vista | Si parla di Facebook, internet che paura!, mass media, social network |
16 commenti al post “Cielo, il Foglio!”
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Wow! Ci vai pesante anche tu
Si vede che hai preso a cuore la questione. Dai che poco alla volta si riesce a diffondere la cybercultura in senso genuino, senza luoghi comuni. La dimensione cyber non è né bella, né brutta. Né buona, né cattiva. Dipende. Proprio come le persone.
La rete è fatta dalle persone e dalle loro comunicazioni. Qualcuno ha detto web 2.0 is people.
Ci vorrà un po’ di tempo perché certe idee cambino. Ma è questione di tempo.
dici che ho perso la pazienza…?
P.S.: mi sono sbagliato: eccome, se lo conosce. La giornalista è in Facebook e ha persino un centosettanta contatti (fra cui dozzine di giornalisti RAI, Il Giornale e Il Foglio), e nessuno in bikini.
Ma certo! Era ironica!
Ha semplicemente fatto l’articolo nel modo più facile..
Ciao massimo (a proposito, ti ho aggiunto su Facebook)
Ciao, Rick.
Sì, ha scritto quello che uno si aspetterebbe di sentirsi dire. Il minimo della fatica per chi scrive, il minimo della fatica per chi legge.
Sì però che schifo! I giornalisti fanno informazione. Costruiscono l’informazione. Poi l’informazione viene distribuita. Dovrebbero farlo partendo dall’esperienza, dal reportage, dalla visione e dal contatto con la realtà. Dovrebbero farlo a partire dalle cose concrete e vive. Dovrebbero dare voce alla realtà. Dovrebbero partire dal basso, non dall’alto delle (loro?) opinioni pre-costituite.
Molti quotidiani sono zeppi di commenti e opinioni, ma manca il post, per usare una metafora blogologica.
Ciò detto, date un occhio a blogolandia. Il fenomeno si fa serio e interessante…
L’unica risposta decente alla Benini che mi sovviene la prendo in prestito da Carlo Verdone: “Lo sai che c’hai un sito da paura? Te c’hanno mai cliccato sopra?”. Giusto per confermare il suo livello di discussione e approfondimento..
Ah ah…! Sì, mi ricordo.
A parte il fastidio che l’aggressività di quel pezzo del Foglio può suscitare, sembra un eccellente esempio di come sia facile, economico e conveniente agitare paure e allarmi. Senza voler attribuire alla rubrica della Benini più potere o più responsabilità di quanta ne abbia, anche questo - nel suo piccolo - mi pare un esempio. (Se ne parla anche altrove in questo blog: seguite il tag “internet, che paura!”).
Il commento di Manuela mi pare nella linea “una pernacchia vi seppellirà“. Sì, facciamoci una risata e pensiamo ad altro.
l’ho letto e ho pensato fosse davvero scialbo e assolutamente infarcito di tutti i pregiudizi del mondo, del tipo la televisione è violenta….
è come successe dopo l’arrivo delle prime chat una quindicina di anni fa, erano struenti del diavolo, siti per fornicatori, sfasciafamiglie… insomma di tutto e di piu’..
FaceBook è uno strumento che non si gestisce da solo, che va gestito si suppone da esseri pensanti quindi non è FaceBook il male , ma è uno strumento che si usa nel bene e nel male!! nelle sciocchezze e nelle cose serie,
ad esempio se io non fossi su FaceBook non avrei incontrato questo blog:))))
e mi sarei persa parecchio!!
Grazie, Chicca! (Essendomi addentrato da qualche mese nell’universo dei blog, mi son fatto l’idea che Chicca è una che li conosce, dunque un suo complimento vale doppio;-)).
A chi passa di qui segnalo il blog di Chicca Ma: viaggi, foto, colori e John Lee Hooker. Non per ricambiare complimenti, ma vale la pena di farci un giro e di tornarci spesso.
A presto, Chicca, credo ci si vedrà anche qui.
:))) sì credo che si vedrà anche “lì”
ti ringrazio per …tutto
io son molto curiosa delle persone , delle cose, delle parole, insomma sono curiosa, tranne che dei fatti altrui…e girovagando girovagando trovo anche piccole realtà che mi sconfinferano molto!!
mi piacciono le parole specialmente quelle colorate, come mi piaccione le “musiche” che sono sempre colorate!!
spero di amdare a nanna …ho appena finito un lavoro e sono un po’ citrulla!!
però vengono fuori anche delle domande interessanti. quando scrivo qualcosa su facebook per chi lo scrivo? a chi arriva? tralasciamo un attimo l’ermeneutica dell’ascoltatore e chiediamoci invece quale sia l’effetto che chi scrive vuole generare: lo sa? non lo sa? spara nel mucchio? se così fosse stiamo diventando una società dove si comunica e poi chi vuole raccogliere raccoglie? questo modo di comunicare mi ricorda quello che si dice quando ci sono brutti programmi in tv: basta cambiare canale… quindi quando uno scrive su Facebook lancia uno stimolo, un amo, e chi risponde risponde? se così fosse ci siamo abituati dalla tv a “trasmettere” messaggi e poi ci creiamo il nostro network, oppure il nostro gurppo di amici, rispetto alle risposte che ci arrivano circa quel tema. se così fosse, siamo diventati molto liquidi, abbiamo trovato dei modi molto efficaci per eludere il confronto e il conflitto e forse per rendere più sottili le nostre relazioni…
Gianluca, benvenuto fra noi! Tu dici:
Sospetto che questo modo di pensare lineare e finalizzato sia più tipico di mezzi di comunicazione unilineari, come la tv, che della rete. Ma a parte questo…
E perché mai? Se provassimo a pensare che quello che stiamo sperimentando è un altro modo di confrontarsi?
Cielo, il Corriere: anche lui parla di Facebook. Il tono è questo:
Non è neanche il caso di spiegare che se per capire un fenomeno si intervista l’esperto di dipendenze e l’esperta di attacchi di panico, c’è già una tesi a priori e non si intende capire un piffero.
Va bene così. Non è che si può pretendere che i giornali informino.
Quel che si può fare è linkarvi qualche articolo più corretto e non prevenuto, magari non necessariamente elogiativo ma almeno non sciattamente disinformativo.
Maddalena Mapelli ne scrive qui.
Dal sito di Nova/Il Sole 24ore, Luca De Biase ne parla qui, Marco Lupoi qui, Luca Chittaro qui, Gianluca Salvatori qui.
Dopodiché parliamo d’altro.
ecco. capito sul tuo blog proprio a “fagiuolo”. ieri sera mi è toccato di dover assistere alla serata di una psicologa sul tema del rapporto genitori-figli. gettonatissimo. si sborsano parecchi soldi per sentirsi dire “volemose bene” o “si stava meglio quando si stava peggio” o “impariamo dagli anziani”, soprattutto se si è un piccolo comune della bassa e i partecipanti sono genitori e insegnanti…
alla fine tutti erano contenti e rassicurati dall’idea di recuperare il valore della comunità…certo, la piccola scuola, l’oratorio…ok mi sta bene. ma alla demonizzazione della tv ho cominciato a sentire le fregole e ho pensato “ecco ci siamo, ora parlerà di cellulari e internet..” e difatti…ma insomma, perchè nessuno si mette nella posizione di cercare di capire che davvero “i nostri ragazzi, figli e adolescenti” crescono in un sistema di relazioni completamente diverso dal nostro nelle premesse… multitasking… ipertesti …possono essere davvero una risorsa e davvero un modo di intendere le relazioni. se ci si pensa, già la famiglia allargata è multitasking! due mamme, due papà….tante piattaforme da cui attingere. certamente è disorientante e può essere confusivo se tutto avviene allo sbaraglio, ma non ho ancora sentito nessuno che si preoccupa di approfondire il tema. se rimaniamo sul nostro piccolo e datato universo, continueremo a dire che dobbiamo riscoprire i valori del passato..
Ti dirò che ho smesso di replicare, anche nei dibattiti fra colleghi quando arriva la tirata su internet mi faccio i fatti miei.
Due cose, per conto mio, trovo tristi.
Una, questa ricerca di contrapposizione invece che di complementarità (sappiamo che possibilità di comunicazione, di conoscenza, di scambio, di metafore nuove è diventata la rete per chi fa questo mestiere: c’è qualcuno, fra quelli che hanno provato a farne uno strumento di lavoro, che potrebbe negarlo?); cresce una generazione per la quale comunicare in tempo reale da un capo all’altro del mondo è addirittura naturale. Vogliamo usare questa opportunità, provare a capire questo salto antropologico, o negare quel che sta accadendo e perderne il controllo?
L’altra (da quanti anni ne stiamo parlando io e te?) è che attraverso gli psicoesperti televisivi si sta costruendo socialmente l’immagine dello psicologo giudice, insegnante, autorità morale, castigatore di costumi. E il cielo sa quanto acchiappa questo modello (peraltro vincente sul mercato editoriale e mediatico: far sentire la gente incapace e moralmente difettosa è un ottimo business).
Il lavoro è mantenere aperti degli spazi di comunicazione (come questo) da cui poter dire “non è quello il mio mestiere, e mi rifiuto di appiattirmi su quel modello”.
Laura, mi sa che prendo il tuo commento e ci faccio un post.