Da fautore (per scelta, per convinzione, per esperienza) del “dialogo” e del “confronto”, mi tocca anche dire che l’idea di dialogo come forma di coordinamento fra idee e premesse distanti fra loro, gode in generale di una certa sopravvalutazione; oppure soffre di un pesante fraintendimento.
Il dialogo vive in una dimensione tremendamente paradossale. Riesce ad essere un contesto veramente trasformativo nella misura in cui io sono disposto a modificare le mie idee nel confronto con quelle dell’altro. È chiaro che in questo senso, se parliamo del dialogo con uno che pensa che la capitana della Sea Watch dovrebbe essere stuprata, o con chi si è arruolato nella guerra ai poverissimi, non è che non sono disponibile io, è che non si pone proprio la questione. E peraltro ho il sospetto che questa indisponibilità sia reciproca.

Senza questa disponibilità, non è dialogo: è altro, è persuasione, è tentativo di conversione, e ammesso che sia possibile, non credo che vorrei entrare in relazione con qualcuno con l’intento di modificarlo a sua insaputa (e persino chiamare “dialogo” questo tentativo). Il dialogo non è finalizzato: se entri in dialogo non sai cosa esso produrrà; e devi mettere in conto la possibilità di cambiare tu stesso.

Una cultura del dialogo e della mediazione considera anche che non tutte le idee sono “mediabili”, ed è buona cosa imparare a distinguere: magari per dedicare i propri sforzi a imprese più fruttuose, sapendo che se il dialogo ha senso proprio perché esiste fra individui per definizione incompleti e perfettibili, esso stesso non è onnipotente.

Dunque non intendo dialogare con *tutte* le idee. Alcune le voglio isolare. Se non posso farle morire, voglio fare quel che posso per ridimensionarne l’influenza. Invece posso, anzi, mi sa che devo, comprendere le esperienze che ci sono dietro, le ragioni che certamente esistono. Devo farlo, per combatterle e togliere nutrimento alla pianta di quelle idee. E forse provare a capire tutto quello che non riesco a capire di quel terreno è già un modo di mettere in gioco le mie premesse. 
Ma lo voglio fare senza mai, nemmeno per un attimo, mettere quelle idee sullo stesso piano di legittimità, ad esempio, dell’idea che un naufrago vada salvato senza se e senza ma.

Proprio perché amo il dialogo e credo nel confronto, non voglio usarli come un prodotto a buon mercato da lasciar scadere nella dispensa.

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