(Recensione già pubblicata sul sito Macchiatoinchiostro.it)

Ci sono parole d’ordine che non si possono proprio discutere: tanto profondamente sono entrate nel senso comune che suona addirittura sacrilego metterle in questione.
Per esempio la metafora delle radici: che non è soltanto l’argomento preferito di chi passa il tempo a tracciare distinzioni fra gli esseri umani sulla base del luogo di nascita, ma esprime universalmente il legame coi luoghi, con la cultura nella quale si è nati e alla quale ci si è formati.
Le radici hanno a che fare con l’appartenenza, con la tradizione, con la memoria. Con la storia di ciascuno di noi e con quello che lo lega alla storia di tanti altri. Che c’è di meglio e di più sano? E infatti.
Perché allora un libro “Contro le radici”? Perché magari ogni tanto è utile pensare alle conseguenze delle metafore che utilizziamo — e al fatto che le metafore sono metafore. Come quella delle radici, appunto. E una metafora è un modo di dire alcune cose: un modo tanto potente che ben presto diventa vero.

Credo che sia ovvio a ciascuno di voi che in verità non abbiamo radici in senso letterale, e in nessun senso abbiamo parti del corpo piantate nel terreno per assorbirne acqua e altre sostanze. È scontato che non stiamo parlando di piante, di terra e di sali naturali. Stiamo parlando di sentimenti, di legami, di identità.

Il guaio è che per maneggiare i sentimenti, i legami, l’identità — tutta quella roba che non si tocca, insomma — abbiamo bisogno di usare il linguaggio che abbiamo imparato per le cose che si toccano. Parliamo di cose astratte come se parlassimo di cose concrete. La metafora è questa roba qua, il nostro pensiero va subito alla poesia ma in realtà è una faccenda molto pratica. Se incidentalmente la metafora ha a che fare con l’arte, è perché il suo mestiere è quello di costruire mondi.
Così nel mondo costruito dalla metafora fitologica delle radici, la tradizione diventa qualcosa che ha a che fare con una specie di ordine naturale. E siccome le radici sono in basso, e quel che sta in basso è fondamentale, la metafora dell’albero e delle radici — dice Bettini — costruisce un dispositivo di autorità: l’aspetto della nostra storia selezionato come radice diventa fondamento necessario — necessario perché naturale — della nostra identità, a scapito di altri.
Ovviamente noi siamo un po’ più complessi di così. Anzi siamo attraversati continuamente da innumerevoli influenze. Ma la metafora delle radici suggerisce che è la terra a definirci; e se non è quella a farlo, sarà comunque qualcos’altro che sia forte dello stesso statuto di fondamento naturale.

Allora questo libro è l’esplorazione di una metafora e delle sue implicazioni, ma anche dei modi possibili di costruire metafore orizzontali per l’identità. Quella del fiume, che si alimenta di affluenti, ruscelli e corsi d’acqua minori, è ad esempio una metafora fluida (l’acqua non è il legno) per pensare a un’identità che non teme l’ibridazione, a un legame con la tradizione che non sia una prigione ma il prodotto di combinazioni e ricombinazioni, incontri e mescolamenti.
(Maurizio Bettini, Contro le radici. Tradizione, identità, memoria. Il Mulino, 2012)

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