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I nuovi padri
Posted by Massimo Giuliani in Da leggere, Da scaricare
Massimo Giuliani:
Nuovi padri, vecchi pregiudizi
Pubblicato sul n.8/2004 di “Voce Amica”. Periodico della Parrocchia di Bagnolo Mella (BS) [se preferisci, scarica pdf]
L’idea di buttar giù queste righe è nata in un recente incontro con Madre Maria Grazia dell’asilo Fasani di Bagnolo Mella. Mi è capitato spesso di incontrarla in questi ultimi mesi, e spesso mi è capitato di incontrare, da solo o affiancato da altri professionisti della salute, i genitori dei bambini bagnolesi in serate aperte al pubblico in cui abbiamo affrontato il rapporto con i figli, le gioie e i problemi del prendersi cura dei bambini in un mondo complesso.
In particolare, nello scorso marzo Madre Maria Grazia aveva organizzato una serata dedicata ai padri, alla quale sarebbero stati invitati esclusivamente loro. L’idea era di dare un senso alla frusta consuetudine della Festa del Papà, logorata dalle abitudini consumistiche e dalla routine: perché, si era chiesta la Madre, non organizzare una di quelle serate in cui uno psicologo incontra i genitori della scuola per parlare di educazione e di sviluppo affettivo? Con la differenza, però, che quella sera non sarebbero state invitate le mamme, ma soltanto i papà. “Buona idea – dissi – verranno in sette o otto se va bene, ma comunque vale la pena”. “Trenta” mi disse Madre Maria Grazia. “Conto che ne verranno una trentina”.
Donna ottimista, pensai. Ne ho fatti, di incontri serali con i genitori, ne faccio da anni, e di solito, sul totale dei presenti, i padri non superano il dieci per cento. Il quindici, quando sono tanti. E Madre Maria Grazia pensava di portarne trenta, e senza che ci fossero le mamme a trainarli! Facemmo una scommessa, ma confesso che un po’ mi vergognavo: troppo facile vincerla…
Arrivò la serata e i trenta posti previsti erano occupati già cinque minuti prima dell’inizio.
Quando iniziammo a conversare, i presenti erano cinquanta. Diavolo di una suora, aveva vinto la scommessa… Seguì un lungo e appassionato confronto che partì dalla visione di una sequenza del film “Kramer contro Kramer” per approdare alla vita quotidiana di padri in carne e ossa.
Di recente, dicevo, ho ritrovato Madre Maria Grazia in un’altra serata in cui abbiamo conversato di bambini, televisione, salute, alimentazione. Psicologi, sociologi, medici, fisioterapisti (garbato ma autorevole moderatore era il dottor Gabriele Zanola di Bagnolo Mella), e una nutrita assemblea di genitori intervenuti. Rincontrandoci in quell’occasione, e scambiando alcune impressioni dopo l’incontro, abbiamo rievocato quella sera incredibile di marzo e abbiamo condiviso alcune riflessioni. In particolare che i padri, quando ci si degna di rivolgersi a loro e di considerarli interlocutori preziosi, ci sono.
Le teorie sui bambini e sullo sviluppo emotivo hanno per troppo tempo riservato al padre un posto marginale, secondario, da gregario rispetto a quello centrale e fondamentale della madre. Non so con quale vantaggio, per l’uno e per l’altra: perché se i padri si ritrovavano esclusi dalle costruzioni teoriche e dalle responsabilità della crescita dei loro figli, dimenticati dalle teorie degli esperti, le madri dovevano portare sulle loro sole spalle tutta intera quella responsabilità: alla famigerata “relazione madre-bambino” si facevano risalire – pressoché in esclusiva – meriti e demeriti, successi e fallimenti. Acqua passata: però una conseguenza, dura a morire, di quei pregiudizi era la scarsa attenzione alla risorsa della relazione col padre. Come una di quelle convinzioni talmente radicate e indiscutibili che finiscono per autoconfermarsi, il disinteresse verso la figura del padre aveva avuto il risultato di espellerlo prima dalla nostra riflessione, e poi dai nostri incontri pubblici e dai nostri studi professionali. Come se l’importante fosse raggiungere le mamme: i papà, in fondo, hanno da lavorare. Più pensavamo che i padri fossero marginali, più loro si mettevano al margine, insomma. Perché stupirsene?
Il pregiudizio che le cose affettive fossero roba da mamme aveva contaminato anche le teorie psicologiche: il padre è l’autorità, la madre il calore. Anche qui: perché stupirsene?
Non esiste un vuoto pneumatico nel quale nascano le teorie degli esperti: anche gli esperti crescono in un determinato clima culturale, lo respirano e se ne cibano.
Quelle teorie, che rispecchiavano pari pari la cultura che le aveva generate, hanno spesso contribuito a sollevare i padri dal coinvolgimento nelle faccende emotive dell’educazione. Lo hanno relegato semmai al ruolo del burbero guardiano delle “norme”, distaccato gestore dell’autorità in famiglia. Le conseguenze dell’aver escluso gli uomini adulti dall’implicazione emotiva nel rapporto educativo sono pesanti, se alcuni studiosi hanno ipotizzato addirittura che un fenomeno sempre più preoccupante come quello del bullismo a scuola è connesso con la scarsa presenza maschile nei corpi insegnanti.
Quello che l’iniziativa di quella sera bagnolese di marzo dimostrò, a mio avviso, è che quando non li si mette in un angolo, i padri sono felici di esserci. E quella volta c’erano, per confrontarsi, per parlare del loro ruolo, godendosi anche la sottile soddisfazione di aver lasciato a casa le mogli e di aver loro sottratto, per qualche ora almeno, il gravoso privilegio del parlare di figli.
La famiglia è sempre di più luogo di intimità e di affetti. Oggi lo diamo per scontato, eppure alcuni storici ci dicono che è una convinzione recente. In passato altri erano i rapporti centrali, e l’intimità familiare non esisteva: la vita della famiglia era aperta, rivolta all’esterno. Non c’era la distinzione che oggi tracciamo tra pubblico e privato. È stato nel diciannovesimo secolo che la famiglia ha avuto il massimo della centralità: ma anche oggi ne ha enormemente più che nel Medioevo o nella Roma antica (vedi anche “Nodi familiari”, di Paolo Bertrando).
Piuttosto recente è l’idea della famiglia come luogo dell’investimento affettivo, dell’intimità e della stabilità emotiva, come recente è l’idea di un’infanzia da tutelare e di cui occuparsi.
I padri che abbiamo incontrato quella sera erano perfettamente consapevoli del compito che li aspetta, di presenza affettiva oltre che normativa, di figura accudente anche al di là del portare a casa il pane. Consapevoli e desiderosi di migliorarsi: forse un po’ spaventati, certo eccitati da un compito che stanno costruendosi, inventandosi pazientemente ma con curiosità da qualche generazione, mentre alle loro mogli è stato consegnato dalla storia e dalla cultura.
I mezzi di comunicazione hanno coniato un termine che definisce i padri costretti da cause di forza maggiore a occuparsi in prima persona dei bambini e ad accudirli. Il “mammo”, lo chiamano: brillante e infelice esempio di uno stereotipo di cui è difficile liberarsi e della pervicacia con cui esso circola nel nostro modo di pensare. Voglio pensare che abbia i giorni contati. Ma non sono bravo a scommettere. Meglio chiedere a Madre Maria Grazia…